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Full text of "Bollettino della società pavese di storia patria"

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BOLLETTINO 



DELLA 



SOCIETÀ PAVESE DI STORIA 




VOLUME QUINTO 
1905 




PAVIA 

PREMIATA TIPOGRAFIA SUCCESSORI FRATELLI FUSI 

Largo di Via Roma N. 7. 



1905 



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NEI SECOLI XVI, XVII E XVIII 



{Contimiazione) 

Trovatisi il 31 Maggio 1550 riuniti gli oratori per concertarsi 
intorno air interminabile questione dell' Estimo, Rolando Corte e 
Bartolomeo Osio oratori di Pavia e di Cremona trovarono nuova- 
mente modo di accapigliarsi. Ferrante Gonzaga, pur accordando 
la precedenza al Pavese, gli impose di presentare entro un dato 
termine tutte le sue ragioni, perchè, ci dice Tristano Landolfo 
in una sua lettera (1), «non vuole ogni dì simili strepiti ». Lu- 
nedì, avverte il Landolfo, ci avemo a trovare avanti Vili. sig. 
Schizzio. Ferrante Gonzaga aveva forse delegato a questa con- 
troversia il Senatore Giambattista Schizzi. 

il 2 Giugno, solo due giorni dopo lo strepito degli oratori, 
il Senato ordinava per mezzo dei suoi uscieri (liostiarii) agli ora- 
tori delle quattro città allora in contesa, Orlando Corte per Pavia, 
Anselmo Tinti per Cremona, Paolo Emilio Modigliani per Lodi, 
Alessandro Pateri per Como, di presentare tutto quello che vo- 
levano e potevano in difesa della loro patria entro tre giorni (2). 

Il decreto dello Schizzi colpiva alla sprovvista Orlando di 
Corte, sì che il giorno dopo egli rifaceva le scale del Senato per 
implorare una proroga : ma « non fu ordine di ottenerla » (3). 
Il 4 Giugno F oratore di Pavia si recava dal viceré che accon- 
sentì ad un indugio di 15 giorni a patto che i bellicosi rappre- 
sentanti di Pavia e di Cremona non si trovassero mai insieme 
fino alla sentenza definitiva per evitare spiacevoli scenate nelle 
funzioni pubbliche. 

(1) Archivio del Museo di S. P. Lettere di Oratori a. 1550. 

(2) Archivio del Museo di S. P. di Pavia. Pacco, 555. 

(3) Idem. Lettere di Oratori, 1550. Lettera di Rolando Corte. 



549^18 



— 4 — 

E il 6 Giugno il Sonalo annunciava che facto verbo cum 
Hi. I). Locumtenente de fermino statuto Oratoribus Magnifi- 
caru/n Comunitatum Cremonae, Papiae, Laudae, Comi, in 
causa praecedentiae curii,,), prorogava terminum /riunì die- 
rum eis statutum ad producendum et deducendum... per dies 
quindecim a die finis elicti termini trium dierum fl\ 



LE TRE ORAZIONI DI MARCO GEROLAMO VIDA 

Durante tutto questo tempo il Vida aveva compiuto le sue tre 
orazioni in difesa dei Cremonesi e aveva pensato alla stampa di 
esse secondo la deliberazione dei decurioni della sua città. 

Chi fosse 1' editore e lo stampatore delle orazioni non è detto 
nel frontispizio del libricino nell' edizione del 1550 : ma Fran- 
cesco Arisi : 2) ci assicura d' aver visto una lettera di Bartolomeo 
Osio, oratore di Cremona, del 4 luglio 1550, in cui si dice il libro 
del Vida opera di Vincenzo Conti tipografo Cremonese. 

Il Lancetti per altro, esaminando i caratteri tipografici delle 
Cremonensium orationes tres, li trovava molto simili a quelli 
delle Opera omnia del Vida edite a Cremona, in aedibus san- 
ctae Marglieritae, nel novembre dello stesso '50 per cura di 
Muzio e Bernardino Locheta (3). E in fatti nell'Archivio del Mu- 
seo di S. P. di Pavia si conserva questa curiosa noticina: 

1550 
in casa de Monsig. Vida episcopo 
Domino Giovanni Musonio Magistro Grammatico fu il corettore 
D. Augusto de Galarà fu il secondo corettore cioè reveditore 

(1) Archivio del Museo di S. P. di Pavia. Precedenza Cremona — Pavia, 
Pacco 555. 

(2) Estratto di alcune considerazioni a favor di M. Gerolamo Vida vescovo 
d' Alba, patrizio Cremonese dirette a un amico suo da F. A. Raccolta di 
opuscoli scientifici e letterari dell'abate Calogera. Serie I, T. XXII, j ag. 79, 
Venezia, 1740; e il Ms. Apologia Prima per M. G. Vida, capo Vili, nella Bibl. 
Civica di Cremona. 

(3) Lancetti. op. cit. pag. 99. 



Domino Benedetto di Alli fn il soprastante 
D. Benedetto de gli Orsi La esborsato franchi 200 a Ma- 
gistro 
luM'iiardim) Lochetto dotto il Bortochino da Pavia stam- 
patore dell' opera stampata còntra Pavesi. 

Giovanni Musoni è uno dei più fecondi letterali Cremonesi 
di quell'età e morì il 4 Novembre 1561, lasciando un'orazione 
De optimo principe ed una tragedia, II Mustafà, ed altre opere 
minori, molte inedite (1). 

Augusto de Galarà è probabilmente Augusto Gallarati padre di 
Partenia Gallarata, la quale fu grecista e latinista di molta fama, 
ed una fervente ammiratrice del Vida (2). Benedetto degli Alli 
è fratello di Paolo Ala; è noto principalmente come architetto, 
resse importanti cariche nel governo del Ducato e fu uno dei più 
intimi amici del nostro poeta, il quale, alla sua morte, gli dettò 
un solenne epitaffio (3). Il Locheta è precisamente lo stampatore 
delle opere Vidiane nel Novembre 1550. Del resto la notizia del- 
l' Arisi e quella della nostra noticina non sono in contraddizione, 
come potrebbe apparire a prima vista : Vincenzo Conti sarà stato 
1' editore, il Bertocchino eia Pavia lo stampatore. 

La stampa delle Orationes tres era già avviata, quando il 
Locheta ammalò, ed il Vida fu costretto a chiedere a Ferrante 
Gonzaga un indugio alla presentazione degli atti. La lettera del 
Vescovo d' Alba al Viceré fu edita in parte dal Tiraboschi, che 
la tolse dall' Archivio di Guastalla (4) e poi integralmente dal 
Ronchini, che la trovò nelP Archivio eli Parma (5). 

(1) V. Arisi. Crern. Lit. II. 218. 

(2) Su Agostino Gallarati, ofr. Novati, op. cit., Arch. Stor. Lomb. XXV. 
X. p. 253. 

(3) Lancetti., Biografia Cremonese. I, 144-146. 

(4) G. Tiraboschi. Storia della lett. it. voi. VII. part. III. pag. 253. 

(5) Ronchini. Op. cit. doc. XI. Le lettere del Vida facevano parte del 
carteggio Gonzaga nell' Arch. segreto di Guastalla, donde, quando il P. Affò in- 
traprese la sua Storia di Guastalla, emigrarono a Parma, dove si conservano 
anche oggi (Archivio di Stato. Epistolario scelto). V. Atti e Memorie della R. Dep. 
di Storia Patria per le Provincie Modenesi e Parmensi, S, III, Voi. VI. pag. 
XLIV. Comunic. di E. Costa, 



6 - 



/!/."' et Ecc. mo S. 9 ™ Patron mio Osser. mo 

Se V. Eccellentia non fusse distratta da diverse et assai maggiori 
occupationi, si potrebbe ricordare ch'io, accompagnandola un pezzo 
da Cremona verso Pizzigliitone, le raccomandai la causa de la prece- 
denti;! de la patria mia contro la città di Pavia certificandola che le 
ragioni nostre erano in pronto: e che si farebbono stampare per po- 
terne dare copia a Quella et a tutti i Consiglieri et Senatori, advo- 
catij procuratori, et a chi convelleva. Non si è possuto spedire la 
stampa al tempo che si sperava, perciochè il stampatore si infermò 
et non puotò attendere. Hora la cosa è in buon stato et sarà per- 
fetta presto. Ma li deputati di Cremona mi fanno intendere che ap- 
pena hanno possuto da Y. Excellentia ottenere quindici giorni di termi- 
no a dovere produrre tutte le ragioni nostre e che è deliberata a vedere 
il fine. La patria mia, Excellentissimo Signore, non fugge tal giudi-ciò, 
anzi lo brama : ma resta solo che ci sia dato tempo che in cosa di 
tanta importanza possiamo valerci de le nostre ragioni. La supplico 
humilmente quanto più posso, oltra i meriti di quella cittade tanto 
fidele, utile et affettionata a S. Maestà, ed anco amantissima di V. Ex- 
cellentia, per la servitù mia si piaccia donarmi anchora di più quin- 
deci altri giorni, fra li quali senza fallo sarà finita la stampa. Altri- 
menti io havrei spesa tanta fatica indarno : et sempre quella città, 
quaP è di me benemerita, imputarla in sempiterno a me tanto suo 
danno, non havendoli spediti in tempo che si fusseron possuti valere 
dell' opera mia : et in perpetuo ne restarei in somma scontentezza. 
A quel tempo non solo li saranno le mie allegationi, ma vi potrei 
esser anchor io : et le restarò con tanto obligo quanto s' Ella mi fa- 
cesse conseguire una grossa Abbatia. Mi raccomando in buona gratia 
di V. Eccellentia, la qual Dio conservi et prosperi, coni' Ella meglio 
desidera. 

In Alba alli XIII di Giugno MDL. 

D: v. Excellentia servitor Obligatissimo 
Il vescovo d' Alba. 

D;i una lettera dell'oratore Anselmo Tinti ;ii Decurioni della 
sili Città, sappiamo elio la proroga di quindici giorni fu concessa 
dal Gonzaga (1;. Al viceré certo spiacevano gli strepiti e le sce- 

(1) Arisi. Estratto ecc. nella Raccolta del Calogerà. S. 1. Tomo XXII. 
pag. 54. 



— 7 



nate, ma egli non vedeva di malocchio il protrarsi all'infinito 
di queste piccolo rivalità municipali, che facevano dimenticare 
ai magistrati il giogo comune di Spagna ed il continuo aggra* 
vai'si dei balzelli. 

E di lì a poco tutto era air ordino: in nitida edizion- 
cina di (K)0 copio uscivano dallo officino dei Locheta le Cremo- 
nensium orationes III adversus Papienses in controversia Prin- 
cipatus e F oratore Osio no recava la prima copia al viceré Gon- 
zaga allora in villeggiatura a Melegnano (1). Il libricciuolo, 
ora molto raro, è di 136 carte numerate : porta in fronte 
un' incisione in legno rappresentante Cremona seduta sul dorso 
di un leone coricato. Cremona tiene nella mano destra un libro 
aperto e nella sinistra prostesa in avanti una niche alata : ai 
suoi piedi il vecchio Po versa le sue acque dall' anfora tradi- 
zionale. L' incisione è riprodotta in fondo al terzo volume della 
Cremona litterata dell' Arisi (2). 

Le tre orazioni si dicono recitate, una per giorno, dinanzi al 
Senato, alla presenza di una folla accorsa da ogni parte, ansiosa 
dell' esito di causa così importante. Nella prima 1' oratore discorre 
dell' origine e della nobiltà dei Cremonesi, dell' opulenza della 
loro città, della ricchezza del loro contado; nella seconda parla 
dell' eccellenza dei cittadini in ogni ramo dell' industria umana; 
nella terza confuta gli argomenti giuridici elei Pavesi e invoca 
una sentenza che renda giustizia al diritto dei Cremonesi (3). 

(1) Ibidem, pag. 79. 

(2) La vidi anche in fondo alla « Delfa» tragedia di M. Cesare Della Porta , 
1587, e in fronte all' Epitalamium Reghim di Angelo Baronio, 1599. 

(3) Vorrei qui dire un po' a lungo dell'operetta del Vida, dei pregi, dei 
meriti letterarii suoi, che ad Angelo Guidarelli di Perugia facevan parere il poeta 
della Cristiade non solo un secondo Virgilio, ma principe dell' oratoria dopo Cice- 
rone, e facevano esclamare a Giovanni Offredi (Rime di diversi autori Excel- 
lentissimi. Libro IX Cremona 1550,) rivolto al vecchio umanista, 

... che con si gravi accenti a paro a paro 
Del Mantuan ven* gite e con si ornato 
Stile poggiate a quel d'Arpino uguale. 

Ma dopo quanto han detto l'Arisi, il Tiraboschi e il Novati, io non so che ri- 
mandare il lettore ai loro scritti più volte citati ; V. specialmente. Arch, Stor. 
Lomb. voi. X. A. XXV, 1898 p. 209-210. 



— 8 — 

Furono davvero tenute dinanzi al Senato le orazioni dol Vida? 
Molti 1' hanno creduto ed affermato ed a questo potrebbe anche 
far pensare la frase « a quel tempo potrò esservi anchor io » 

della lettera dol Vida dell'8 Giugno. Ma si consideri che il rivol- 
gersi nello scrivere a un pubblico immaginario e a un ipotetico 
contradittore era un vezzo comune dei letterati di quel tempo, 
accattato dagli esempi grandi degli oratori dell'antichità; lo 
stesso artifìcio hanno il Salerno, lo Zava, Giovanni Vida e Iero- 
nimo Faballo in quelle loro orazioni In controversia Gym- 
nasiarcae. 

E improbabile d'altronde, quantunque l'uso del latino fosse 
ancora assai diffuso negli uffici, che in latino si potesse parlare 
per tre giorni di fila innanzi ai Senatori : ed é impossibile che 
il Vida stampasse e diffondesse le sue orazioni prima di reci- 
tarle nella Curia, prima cioè del giorno della discussione della 
causa. 

Non recitate dunque, ma largamente diffuse tra gli oratori, 
tra gli avvocati, tra i Senatori, tra i funzionari], queste ora- 
zioni del poeta Cremonese suscitarono nelle nostre città una 
forte impressione, e specialmente qui tra i Pavesi, i quali ve- 
devano alla causa degli avversarli sposarsi l' autorità di un 
nome grande ed illustre. Fino dal Giugno il Senatore Giovan 
Paolo Berzio, allora podestà di Cremona, aveva informato da Cre- 
mona i Decurioni Pavesi dell'opera del vescovo d'Alba: ma, 
nuovo alla vita cittadina Cremonese, estraneo al movimento let- 
terario, quali notizie riesce mai il pover' uomo a mandare agli 
amici della sua città! Scrive il 29 Giugno del 1550: (1). 

Molto M ci S. H miei osserv. mi 

r> Per risposta de la sua nauta dal S. r Polidamas [Maino] gli dirò 
n che non sono per manchar di fare tute quelle bone opere che per 
n me si potranno a beneficio della comune patria, ad ciò ottenghi 
» secondo il justo et honesto suo desiderio et così cercharò de di- 
y. sponere il S. r Marliano, qualle se ritrova qua. Et poi scriverò a 

(\) Archivio del Museo di Storia Patria di Pavia, Pacco 554, 



<) 



.. ulti quelli S. rl miei amici, (inaili sciò potere disponere, et non du- 
» biti clie le cosso non dobano passare beno, massime bayendo ra- 
11 gione, come habiamo. Girella al 1 i fondamenti che fanno Cremonesi 
n in loro favore, ho detto al S. r Polydamas et così dico anche alli 
•■» S. V. che detti S. ri Cremonesi fano imprimere qua una opera in 
ii versi, composta per Mon. 01 ' Vida, et nela quale sono inclusi tuti 
ii li lor fondamenti, quale cum ogni dillingentia cercharò de havere, 
ii et nauta, la mandare alli S. V. alli quali di continuo mi offero et 
ii raccomando. 

Da Cremona alli 29 di Zugno del '50. ta 

Di V. S. corno fratello 
Giov. Paolo Bertio 

Il Berzio fu più diligente che ben informato. Appena apparso 
il libricciuolo del Vida, avutane una copia, senza leggerla o scor- 
rerla neppure, in gran furia, la mandava a Pavia. Il valentuomo 
però dalla prima pagina fiutò che il latino del poeta della Cri- 
stiacle doveva esser più copioso « di parole pongenti che di bone 



Molto M. ci S. ri Miei osser. mi 

ii Havendo pur hora hauto quella opera composta a nome di Cre- 
n mona contra la nostra Città, ho voluto senza alcuno indugio inviarla 
ii a posta alle S. rie Vostre ; ad ciò che se ne possano vallere. Io non 
n ho hauto tempo di legiere a pena la prima pagina, ma mi per- 
ii suado che sarà copiosa più di parole pongenti che di bone ragio- 
» ni ; pur anchor io la discorrerò poi più comodamente perchè non 
» mi mancherano de li altri exempli. 

n Non ho anchor monstrato di sodisfar per Milano a quanto gli 
ii scrissi di fare, et tanto più farò quanto si extenderanno le mie 
ii forze in beneficio de la comune patria, alla qualle oltra il naturale 
ii vincolo tanto più d' ogni altro me gli sento obligato quanto più 
ii benefici ho receuto da quella. Et cum questo alle S. rie Vostre 
11 di continuo mi offero et raccomando. Di Cremona alli 8 di Luio 
« del L. ta 

Dì V. S. conio fratello 
Gio. Paulo Bertio (1) 



(1) Museo di St. Patria di Pavia, Pacco 554. 



— 10 - 

11 Libretto del Yi<ln era dunque ricercato, letto, chiosato af- 
fannosamente. 

Il colpo era forte per Pavia : e i Pavesi, esasperati, pensa- 
vano a ricorrere nientemeno che alle armi, e molti mandavano 
a Cremona sfide e cartelli provocatori] (1). E tra qualche giorno 
anche i Decurioni manderanno una solenne ufficiale ambasceria 
a Don Ferrando Gonzaga per chieder guerra a Cremona. 

Invano gli spiriti più pacati facevano appello alla concordia; 
invano un anonimo poeta cantava (2): 

Quae sin nobilior magno certaniine pugnat 

Urbs Ticini hinc sapiens, inde Cremona potens. 
Palladis illa domimi, Ponteni, Fora tollit et Ainnem, 

Quae Italiae sedes regibus una fuit, 
In bello nulli inferiori testantur id ossa 

Gallorom medio semisepulta foro, 
Aedibus et Sacris Praesul qui Praesulis Archi 

indumenta, Crucem par in honore gerat. 
Plura Cremona tamen. Turrim, palatia et artes 

obiicit et snperis tempia operosa diis, 
Cui Bellona parens, cui sit Romana propago 

Ingenio et sammis ora diserta viris. 
Ipsa quoque ingentes Gallorum ostentat acervos, 

Plesseo nuper, qui cecidere duce. 
Quid certare iuvat, geminaeque, radiatae sorores 

jam, Gallis victis, nobilitate pares ? 

li Jusrus Vk'ecomes ( Jo. Paulo Mazzucehelli ) Pro Bernardino Corto 
Mediolanensi Historico, Raccolta di opuscoli seientif. e filolog. in 12° del- 
l' Ab. Calogerà. Tomo IX. p. 77.: « ut nominili molirentur iam syngrafa ad 
« duellum prjvoeatoria Crcmonensibtis mittere, ceteris ad arma uteumque in 
« i])sos concurrere et bella gerere placeret ». 

E Giulio Salerno, Orazione II a delle Orat. tres in Cremonenses. : 
« Urbs nostra ignominiam sibi hanc non ferendam putans ab Excell.mo Prin- 
« cipe postulavit ut sibi fortium virorum more ad armas adversus hanc iniu- 
riam venire liceret ». 

(2) Questo epigramma fu fatto conoscere a Francesco Arisi da G. B. Bian- 
chini una sera di Giugno del 1<?95, in cui 1' Arisi parlava della controversia col 
vecchio erudito. Questi estraendo dalle sue carte questi versi esclamava: Tace, 
Arisi mi, lis est adhuc sub indice indeterminabilis, nam iura prò unaquaque 
urbe ad rhombum examinata, validissima sunt. (Cremona Lit. 1, 295-296;. 



— 11 - 

I giovani cremonesi dal sangue bollente volevano prendere 
in parola i Pavesi ed accettarne le slide e te syngrapha provo- 
catoria: ma i più vecchi ed i più prudenti frenavano gli insen- 
sali ardori (lì, mentre il Vida argutamente osservava che i Pa- 
vesi volovan provocare bensì duelli « ma facendolo però senza 
periculo in presenza di V. Exc. a qual sapevano stare in mezzo 
in vece di muro per separare V una collera e l'altra » (2). 

Tra tanto strepito d'ire e di armi i nostri buoni oratori com- 
pivano intanto quietamente le loro curialesche bisogne, e, senza 
che alcuno se ne accorgesse, il 7 Luglio depositavano in Can- 
celleria quelle panate calde che sono le loro allegati oìics iurium. 
Bartolomeo Osio facendo le veci di Anselmo Tinti (asserenici// 
se oratorem seu vice oratorem mag. cae Comunitatis Cremonae) 
presentava queir orazione che incomincia « Licet inauditae im- 
probitatis signum est negari ea quae sensu percipiuntur et oculis 
videri possunt corporeis..., » Rolando Corte una lunga « Respon- 
sio Ticinensium in Cremonenses in causa quae agitur quinam 
sint anteferendi » (3). Così per riferire un saggio degli argo- 
menti di queste allegationes, come perchè quest'orazione fu con- 
dannata dal Gonzaga (e lo vedremo più tardi) riassumo qui bre- 
vemente la prosa di Orlando Corti. La « Responsio Ticinensium » 
incomincia « Primum quod aiunt sese esse superiores civium mul- 
titudine, negamus concedendum esse, sive praeterita sive praesentia 
tempora consideremus ». Se Pavia coi quattro suoi grandi e popolosi 
sobborghi ha perduto 1' antica ricchezza, tanto ha guadagnato in 
gloria, avendo sacrificato se stessa per il bene del Sacro Ro- 
mano Impero. « Ad secundum quod Cremonam esse ditiorem 
dicunt, eius rei causam esse bella respondemus et tamen ob liane 
causam praeferri nobis Cremonenses non debent : sunt haec in 
fortunae potestate ». Segue l' enumerazione delle bellezze del 
luogo e degli edifici di Pavia, ed il vanto dell' antichità del suo 

(1) Cremonensium orat. Ili adversus Papiens. orazione I. 

(2) Lettera del Vida a Ferrante Gonzaga in Monchini, op. eit. Doc. XIII. 

(3) Due copie a stampa sono nel cod. 541 della Bib. Univ. di Pavia; una mg. 
a e. 1-15 del MS. 500 della stessa Bibl. È pure in Archivio del Museo di Storia 
Patria, Pavia. Precedenza Cremona-Pavia. Pacco 555. 



popolo discendente da Eafel figlio di Noè. « Quod feruntse Gym- 
nasiura liabuisse, veì falsum est voi ibi nunquam fuit patefac- 
tum (1) propter locum umilino incomodatimi : quod veruni ad- 
dunt fuisse A.cademiam Ticini propter inopiam constitutam, tan- 
tum abest ut verum sit, ut ibi erecta fuerit propter facilitatela 
et copiam commeatus ». Lo Studio di Cremona non è patentato, 
uè privilegiato, né alcuna autorità hanno i suoi professori. Il 
Vescovo di Pavia ha dignità arcivescovile poiché questa venne 
concessa ad Ennodio dal pontefice Ormisda 

Aedibus et Sacris Praesul qui Praesulis Archi 
Indumenta, Crucein par in honore gerat. 

E concordemente canterà più tardi Ercole Bello, Accademico 
Gelato Bolognese (2): 

Inclyta Ticini mitra soli est subdita Papae 
Ticini se praesul ut Archiepiscopi ornat. 
Prima in conciliis ad laevam stat mitra Papiae. 
Pallium ab Ennodio obtentum Pastore Papiae. 

Pavia assai prima di Cremona abbracciò la fede di Cristo ». 

Continuavano a strillare i Pavesi per le orazioni del Vescovo 
d' Alba : ma anche a Cremona si trovava a ridire sui metodi 
polemici degli scrittori Pavesi. 

Questa Responsio Ticinensium dava assai ai nervi ai magni- 
fici Signori della Precedenza che, dopo aver ponzato qualche 
tempo, stendevano formale querela alle autorità di Milano, il 
primo d' Agosto. L' atto è intitolato « Capitoli delle cose dette 
da Pavesi contro alla Città di Cremona per gli quali gli Signori 
Ambasciatori della predetta città hanno a fare dolianza e que- 
rela a nome della predetta Città presso a S. E. » (3). Questi 
« capitoli delle cose dette da Pavesi » sono sei, formulati e fir- 

(1) V. indietro |>ag. 10 n. ). 

(2) Flavia Papia Sacra di Romualdo (Ghisoni) a S. ìMaria, p. 19. 

(3) Arisi. Precedenza di Cremona a Pavia, Docum. e Alleg. raccolte 
dall' Arisi Cremonese, MS. Aa. 3.21 della Bibliot. Civica di Cremona, carta 50. 



- 13 - 

mali dal Segretario Giobattattista Carra. « Primo volendosi gli 
Pavesi scusare se sono piti fiore ri de Cremonesi, che ciò è 
proceduto iter che In robba sua ha follo più ricchi t/li Cremo- 
nesi, come che lo città di ('remora si sia ingrassata delle robbe 
de' Paresi ». 2) Che se la città di Cremona ha per podestà un se- 
natore è per castigare e contenere i Cremonesi « uomini di mala 
sorte » — 3) So il castello di Cremona è inespugnabile, fu co- 
struito per tener in freno i cittadini. — 4) « Dicono che Cesare 
Augusto divise il Cremonese a saldo di veterani, come se 
delti Cremonesi fossero stati rebelli de Romani... » -- 5) « Pa- 
vesi per fare ingiuria segnalata a Cremonesi dicono che 
Enricho Settimo Imperatore comandò a Cremonesi a perpetua 
ingiuria distruggere con le mani proprie le mura... » — 
6) « Dicono che sapendo havere torto et havere da perdere 
volemo contendere... ». 

Cresceva a Pavia in proporzioni maggiori che a Cremona 
1' agitazione per le scritture della precedenza : forse la virulenza 
di alcune parti del libretto del Vida, ma più che tutto P autorità 
dello scrittore (1) faceva lamentare ai Pavesi questo colpo im- 
prevvisto. Il 12 Luglio in vesperis si radunava il consiglio ge- 
nerale e decretava di mandare una commissione a Ferrante Gon- 
zaga per muover doglianze delle offese contenute nel libro del 
Vescovo d' Alba e per chiedere il permesso di prender le armi 
per vendicare l'ingiuria Qualora il Viceré l'avesse negato, il 
Consiglio si disponeva a mandare oratori all' imperatore per ot- 
ti) L'autore delle Cremonensium orationes tres advers. Pap. è certamente 
Gerolamo Vida ? 11 libretto é anonimo e Giuseppe Comini autore dell 1 Edizione 
Padovana delle opere del Vida (Volpi, 1721) gli nega così illustre paternità. 
(Nota al v. 533, III. Poetica). 

Ma le lettere del Vida ci tolgono ogni dubbio in proposito : bisognerebbe 
supporre che il Vida abbia scritto tre orazioni in latino contro i Pavesi, ma 
che le Cremori. Orationes non siano da identificarsi con quelle. Supposizione 
gratuita che cade per se stessa, se si leggano le orazioni specialmente nei passi 
in cui si descrive assalto d' Alba e l'orologio monumentale di Vincenzo da Cre- 
mona. A quel altro grande letterato della sua patria poteva rivolgersi il burat- 
tinaio di Carlo V. per il battesimo della sua opera meraviglioso, se non a Ge- 
rolamo Vida ? 



- 14 - 

tenere a Corte quello elio a Milano non veniva concesso (1). Ri- 
ferendosi a questa deliberazione, padre Romualdo nel 1699 apo- 
strofava Gerolamo Vida così: E che cosa sarebbe successo, o 
Vescovo, se i Pavesi, sciolta 1" amicizia, avesser marciato contro 
Cremona ì (2). 

Secondo le deliberazioni eonsigliari del 12, convocati il giorno 
seguente i Commissarii della precedenza, il Podestà eleggeva 25 
notabili cittadini che dovevano andare a Milano a perorare la 
causa della loro città ; di questi i primi 5 erano giureconsulti. 

Al vedersi innanzi in tanta solennità gli oratori ed i notabili 
di Pavia a chiedere guerra a Cremona, in quel modo e in 
quel tempo, Ferrante Gonzaga che non sapeva il latino, ma che 
era uomo d' ingegno e di buon senso, deve avere raffrenato a 
stento lo risa imi 1 cercando di trovare parole per calmare le ma- 
gnanime ire ed i gran disdegni dei sudditi di Pavia. 

I Cremonesi, saputo di questa eroicomica ambasceria dei ven- 
ticinque al Gonzaga, ne informavano il Vida, il quale da Alba il 
22 Luglio 1550, scriveva al Viceré per scagionare dalle accuse 
do" Pavesi le tre orazioni in favore di Cremona (3). 

Ece. mo S. ore Patron mio osser. mo 

» Miei cittadini da Cremona mi fanno intendere qualmente Pavesi, 
r> imaginandosi clr io sia l'autore di certe defensioni fatte dai nostri 

(1) Arch. Municip. Pavia. 

(2) P. Romualdus a S. Maria. Flavia Papia Sacra, p. 28. 

(3) Ronchini. Op. cit.\ Atti e Memorie della R. Dep. di S. P. per le prov. 
di Modena e Parma S. I. voi. IV. Doc. XII. 

Il Lancetti traducendo mense Quintili data dell'Edizione delle Cremon. orai, 
tres. per mese d' Agosto va facendo una sua fantasticheria, che le tre orazioni 
fosser pronunciate in Senato in tre diversi tempi e il libro porti la data della 
prima. Ma prendendo Quintili per Agosto il buon Lancetti naufraga miseramente 
tra le sue supposizioni. Mense Quintili vuol dire mese di Luglio: e del 12 Luglio 
è la protesta dei Pavesi per 1' apparizione del libro del Vida, del 13 è V ele- 
zione dei 25 commissarii, del 22 la lettera del Vida in cui si discolpa dalle ac- 
cuse dei 25 Pavesi. Tutto corro meravigliosamente bene. Anche il Ronchini s'ac- 
corse dell'errore del Lancetti e lo notò (op. cit. p. 78 Nota III). Vedi Lancetti. 
Sulla vita e sulle opere di M. G. Vida, pag. 101. 



ir, 



n in la causa de la preoeden bia, vengono a lamentarsi a A'. Ecc." che 
n in esse defensioni fatte da nostri li sia stato detto cosa da nostri in 
n dishonore de la lor oittade. Io «lieo a Quella in defensione de' miei 
n cittadini che chi l'ha fatte (sia chi vole) haveva causa, di dire assai 
n peggio clie non ha fatto; perciochè Pavesi, non essendo provocali da 
n nostri i quali procedevano civilmente, hanno essi prima dato in stampa 
» e trattato pubblicamente Cremonesi da ladri dicendo (1) che i Cre- 
n monesi si sono fatti ricchi de la robba de' Pavesi, e per qnesto la 
» lor città esser povera. Se non volevano udire cosa che non li spia- 
n cesse non dovevano dire in altri cosa che li dispiacesse. I Cremonesi 
n in detta lor stampa si sono anco deportati civilmente, perciochè 
n hanno protestato che non dicono tal cosa contra molti buoni di quella 
n cittade, ma contra li tristi (come tutte le città ne hanno di buoni è 
» di tristi) (2). Oltra che in simili contentioni tal foggia di scrivere si 
» usa da chi sa ; e per questo conto il foro è detto jurgioso. Se ve- 
li dranno le orazioni antiche di tanti huomini da bene non si mera- 
ii viglieranno di questa cosa. Benché nostri non hanno anchora toc- 
ii cato delitto di essi qual meriti la forca ; come egli hanno fatto di 
ii noi dicendo anco mille mali dei Romani nostri progenitori e trat- 
ii tandoci da villani, come si può vedere in lor stampa. Mi pare- 
li vano come quelli certi pizzafochi, i quali non cessano di offendere 
n questo et quello ; poi, quando trovano incontro, corrono subito al 
» Podestà, lamentandosi. Prego. V. Ecc. a , venendo, li facci conoscere 
» 1' error loro, havendo essi prima dato causa di detrattione e di 
il parlar gagliardo. E le raccomando 1' honore de la città nostra tanto 
» utile et fidele a Sua Maestà, tanto affettionata et servitrice a V. Ecc. a 
5i et a tutta la generosissima sua casa, et me insieme (3). 

" Iddio conservi Sua Eccellentissima persona et prosperi secondo 
» il voler suo. 

In Alba alli XXII di Luglio MDL. 

Di V. Ecc.* 

Servitor obligatissimo 
Hieronino Vida vescovo d' Alba 

(1) Vedi la Responsio Ticinensium in Cremonenses, qui addietro a p. Il e 13. 
Ad secundum quod Cremonam esse ditiorem dicunt. ecc. 

(2) Crem. orai. Ili adv. Pap. Or. I a ... cives deterrimi — ut aliqui vocant 
vespilliones — Papia insciente civitate, mox etiam, reclamantibus civibus, con- 
flatam esse hanc seditionem sìne mente, sine ratione, ac Consilio comperimus. 

(3) È tratta dal Ronchini dall' Archivio di Parma (Epistolario scelto). Fu 
conosciuta ed edita dal Tiraboschi, assai prima che dal Ronchini, nella Storia 
della Lett. ital. (1799) voi. VII Parte 1 p. 348. 



16 



Nonostante le giustificazioni di Gerolamo Vida, e la citazione 
delle « ora/ioni antiche di tanti huomini dabbene ». Cicerone e 
Demostene, le Filippiche e lo Verrine; il Gonzaga non si lasciò 
commuovere, né convincere. 

Per metter pace nelle due città, tutte in subbuglio per queste 
baruffe di diplomatici, egli pensava a condannare le Cremonen- 
sium orationes, e la Responsio Ticinensium, causa di tanto bac- 
cano e di tanti grattacapi all' Imperiale Governo. 

11 28 di Luglio il Gonzaga si dirigeva ai Pavesi, chiedendo 
se la « Responsio Ticinensium » era stata vista ed approvata 
dal Consiglio di Provvigione. 

Ferdinandus Gonzaga Cesaree Maiestatis 
Capitanens Generalis et Locumtenens. 

Dilectissimi nobis, Per poter maturamente et quanto più presto 
provvedere al negocio vostro, 

Havemo ordinato alli spect. 11 d. Polydamas Mayno, D. Agosto Isim- 
bardo Dottore et Conte Scaramutia Visconti vostri oratori, che ritor- 
nino da voi per chiarire se la scrittura in stampa intitulata « Re- 
sponsio Ticinensium ecc. » consignata alli predetti vostri oratori è 
stata fatta di saputa, voluntà ed espresso ordine vostro. Item se ha- 
vete saputo la continentia de ditta scrittura, et doppo saputa la con- 
tinentia di esse havete ordinato che sij pubblicata et presentata ad 
alcuni et cui. Perhò circa li predetti quesiti ne farete risposta per 
vostre lettere o per essi vostri oratori con sufficiente mandato vo- 
stro. Et non mancarete, perchè tal è la mente nostra. 

Dio ve conservi. 

Da Milano adì 28 di Luglio 1550. 

Vidit Taberna. 

AUGUST. MONTIUS (1). 

Tali « quesiti » eran posti anche al Consiglio Generale di 
Cremona : e questo infatti per mezzo di Paolo Ala, di G. B. Af- 
famati, G. Ludovico Trecchi e Ludovico Borghi, eletti ad hoc ri- 
sposo in tal modo (2) : 

(1) Archivio del Musco di S. P. di Pavia. Pacco 555. 

(2) Arisi. Precedenza di Cremona a Pavia, e. 45. Ms. Aa. 3, 21 della 
R. Biblioteca di Cremona. 



17 



n Noi infrascritti, nominati dal Consiglio Generale predetto ;i 
n questo effetto, rispondiamo Del modo che segue: 

n Al 1" se L'orazione fatta in favore della città nostra di Cremo- 

n na sopra la contesa di precedenza con la città di Pavia, se è Patta 
n e stampata di concessione e di mente del detto Consilio generale, 

n Rispondiamo che essendo intimate lettere del M.*° Senato a Ili 
n Deputati della Comunità di Cremona che dovessero dedurre le rag- 
li gioni et fondamenti suoi nella causa predetta di precedenza, detti 
n deputati ordinarono fosse pregato, e così in nome della detta Città 
n fu pregato 1' autore d' essa orazione, cittadino Cremonese, letterato 
n e stimato molto atto a tale impresa, che volesse ridurre le ragioni 
n di detta Città in una orazione elegante a defensione dell'onore 
ìi della patria, la quale puoi si avesse a stampare et pubblicare. 

n Al 2°, se il Conselio predetto havea scienzia della continenza e 
ìi tenore di detta orazione, 

ìi Rispondiamo che detta orazione non è mai stata recitata nel 
n Conselio Generale predetto. 

ìi Al 3°, se il S. or Bartolomeo Oxio havea commissione dal predetto 
n Consilio di presentare copia di detta orazione a S. E. ed alli Ma- 
li gnifici Sig. ri Senatori et altri, 

ìi Rispondiamo che il detto S. or Bartolomeo ha presentato le copie 
ìi come sopra di commissione e mente de Sig. ri Deputati datoli in 
n esecuzione della predetta ordinazione come di sopra subscripta. 

Paulus Ala. 

Forse per prudenza, forse anche per paura, i Consigli ge- 
nerali risposero dunque che le due scritture erano state com- 
piute d' iniziativa privata : i Cremonesi, perchè la loro ritirata 
non paresse addirittura una fuga, ammisero di aver incaricato 
il loro oratore di presentare 1' orazione del Vida. 

Il Gonzaga aveva così colto a volo un plausibile pretesto per 
condannare 1' Oratio Cremonensium e la Responsio Ticinen- 
sium: perchè fatte senza voto del Consiglio Generale e da questo 
neque visas neque approbatas. 

Il 7 Agosto comparve il decreto di condanna. 



— 18 - 

Ferdinandus Gonzaga Cesaree Molestati* 
eapitaneus Generali s et Locumt. 

Ordinava Exc. Sua super quaerelis praedictis utrique parti silen- 
tium perpetuimi ini])oui debere proni imponit praedictasque orationes 
seu declama tiones impressas incipientes u Cremonensium actio prima 
adversus Papienses in controversia principatus ecc. n ac allegationes 
nomine Papiensium editas incipientes u Responsio Ticinensium in 
Cremonenses et cetera » uti famosas et in ea parte mendaces et non 
ex utriusque Civitatis Generali Consilii voto factas, visas et appro- 
batas, abrogandas, tollendas neque per eas alicui partium ipsarum 
respective et aliqnod preiudicinm aut iniuriam afferri potuisse. 

Decernitque per pubblica proclamata edici ut sub pena scutorum 
ducei) tum omnia dictarum scripturarum exempla praetori Civitatum 
ipsarum consignentur, ut de eis prout per Exc. Suam ordinabitur di- 
sponi possit, neque sub eadem pena de cetero imprimi aut quovis 
modo per aliquem teneri valeant. 

Insuper mandai Exc. tia Sua agentibus prò predictis Civitatibus 
sub pena scutorum mille Cesareo Fisco applicandorum ne de cetero 
audeant aliquam allegationem ant comparitionem in actis aut ad ali- 
quem ex M. eis D. Senatoribus exhibere nisi prius Secretarlo Cause 
consignate sinfc, eaedem in Exc. Senatu presententur eiusque arbitrio 
moderentur et corrìgantur et post modum in actis redigantur. 

Die Iovis VII Aug. MDL (1). 

Il primo Settembre il Gonzaga mandava questa ordinanza ai 
podestà di Cremona e di Pavia, esortandoli a sorvegliare a che 
essa venisse « eseguita et osservata compiutamente ». E il 4 di 
Settembre il Podestà di Pavia faceva bandire e pubblicare che 
chiunque possedesse i libri incriminati li consegnasse entro un 
termine di sci giorni nelle sue mani sotto pena di scudi due- 
cento. 

il Gonzaga intanto con « modo humanissimo » qual si do- 
veva al venerando poeta e all' amico di sua madre, la grande 
Isabella, avvisava il Vescovo d' Alba delle peripezie del suo li- 
bricciuolo. Il Vida poco dopo cosi, melanconicamento, rispondeva: 

(1) Archivio del Museo di Pavia. Pacchi 554 e 555. 



-.- 1<> 

///.'"" et Ece. wti 8. 0r * Padron mio ossero 

n Se per buona sorte de' miei cittadini si come V. Ecc. ha cogni- 
ti tiene di molte lingue, l'havesse anco de la latina, la risposta loro 
n fatta alle iniurie scritte et stampate contra il nome Cremonese 
11 non le sarebbe parsa eccedere i limiti, anzi esser temperata et 
n piena di modestia. Ma non è meraviglia che a Quella sia parsa al- 
11 trimenti, perciochè quelli, i. quali hanno autorità di persuadergli 
11 sono bora inimici de la terra nostra per certe occorrenze quali 
ii hora vanno intorno, com' Ella può molto ben sapere e Dio voglia 
n che in giudicare la causa principale non faccino il medesimo ! Mi 
n son ben avveduto, stando così persuaso V. Ecc., del rispetto qual 
7i ha hauto a quelli miei cittadini autori di tal risposta, suoi fidelis- 
ii simi et indubitati servitori (del che ne le resto io infinitamente 
ii obligato) et parimente del modo humanissimo che ha servato in 
11 avisar me di tal negotio. Scrivendo io a Quella in altre mie, fo 
ii mentione di duello. Non fu perchè non sappia tal causa non ha- 
ii versi da trattare in forma di duelli, ma usai quella parola per ciò 
n che intendevo nostri adversari bravarla in credenza valenti al paro 
n de' nostri e mostrar di volerla finire con 1' arme, facendolo però 
ii senza periculo, in presenza di V. Exc. a , qual sapeano stare in 
» mezzo in vece di muro per separare 1' una collera e 1' altra. Ma, 
u Eccel. mo Signore, come potevano fare nostri cittadini con l'honore 
ii della cittade altrimenti, che non rispondesseron a tante iniurie 
n dette contra il nome Cremonese dagli adversarii ? Buona sorte fu 
ii la nostra, che quelli Pavesi, autori di quella lor leggenda, non han 
ii la lingua molto spedita e non hanno saputo bene explicare quello 
ii che hanno moteggiato, ma in sustanza è ben piena di veneno et 
ii in ciò mi rimetto al giudicio del S. or Giovan Mahona (1), qual tra 
» gentiluomini di Quella ha cognizione di simili scritture. Non è in 
n Italia popolo tanto vile che non si fusse risentito. La cosa de l'ho- 
n nere è molto forte. Ella può pur sapere essersi trovati, tra grandis- 
ii simi et famosissimi cavalieri alla fiata huomini gravissimi et paca- 
li tissimi, i quali, sentendosi gravati da alcuno in l'honore, hanno su- 
ri bito deposta ogni gravità et patientia, risentendosi. Ne rispetto 

(') Questo Jean Mahon vidi anche ricordato iti una lettera di Giangirolamo 
Rossi vescovo di Pavia a Giuliano Gosellini (Archivio di Stato di Parma — 
Epistolario scelto). Data 30 Maggio 1550. 



- 20 - 

n alcuno di leggi, né risguardo, ne reverentia di comandamenti et 

n inibitioni di prencipi presenti (1), Re overo imperatori li hanno 

•• possati raffrenare, ma in guisa di pieno torrente hanno rotto ogni 

•• vincalo, ogni chiusa, ogni argine et riparo et hanno liberamente, 

n da cavaliero suo pare fatto quello che ricercava 1' honor loro, al 

» fine di ciò da li medesimi suoi Principi extremamente lodati, ho- 

n norati, et al cielo esaltati, sì come spero alfine saranno miei cit- 

» tadini da Quella, anchor che, come buon mediatore e giudice, per 

n medicare la collera de' mal disposti, sia costretta ad adoperare re- 

n medii alquanto forti et austeri. Li quali nondimeno miei cittadini 

n accettano in buona parte. Et io, come uno di quel populo, ne li 

» rendo quelle gratie eh' io posso et mi raccomando in buona gratia 

n di V. Ecc. a la cui Excell. ma persona Iddio conservi et prosperi. 
In Alba alli XVIII d' Agosto MDL. 

Il Vescovo d'Alba (2). 

Le copie del libretto incriminato raccolte secondo la sentenza 
viceregale e il bando dei due podestà, furono forse abbruciate 
e questo fatto bastò perchè si divulgasse una strana leggenda : 
che le orazioni del Vida fossero state condannate al rogo per 
mano di carnefice, sub furca loco nocentium suppliciis designato. 

Dice il Salerno rivolgendosi al Vida : Itaque dignum tui con- 
stiti exitum Misti, qui eum librum, ex quo Civitati tuae 
amplificandae dignitatis suae spem dederas, indignum lectu 
iudicari et a doctis viris retici, eundem Principis et amplis- 
simi ordinis decreto aboleri ab omni memoria et in foro, sub 
fu rea, loco nocentium suppliciis designato, ipse tui funeris 
spectator concremari comburique vidisti. 

Il passo fu riportato da Giusto Visconti (Giampaolo Mazzucchelli), 
che ornò il racconto di nuovi sensazionali particolari, colla sua 
fervida fantasia cambiando il loco suppliciis designato del Sa- 
lerno nientemeno che nella Piazza della Vedrà di Milano. Al 

(1) Il Ronchi ni logge presenti : io leggerei : possenti. 

(2) Nel R. Archivio di Stato di Farina. (Epist. scelto); Ronchini op. cit. Lett. 
XIII. Cfr. Alessandro Luzio — Rodolfo Renier. Coltura e relazioni letterarie 
di Isabella (V Esle in Giornale storico della letterat. il. XXXVI. p. 344. 



— 2\ 



Mazzucchelli la cui difesa Pro Bernardino Corto Mediolan, Kisto- 
vico era comparsa presso il Rossi di Bergamo ne] 1712, nel 1713 
rispose il Cremonese P. Pietro Canneti con una lettera a Fran- 
cesco Arisi in cui riassumeva la questione e incitava 1' Arisi a 
por mano a una difesa del Vida e dei suoi Cremonesi. La let- 
tera è intitolata « Axiopisti Philophili Crcmonensis ad Franci- 
scum Arisium Patricium optimum patriae a servandis ordinibus 
praefectum V. C. » e fu riprodotta anche nel 'orzo volume della 
Cremona Litterata. Neil' 1733 nel IX tomo degli opuscoli del 
Calogerà esciva in seconda edizione il Pro Bernardino Corto 
Mazzucchelliano, in cui alla narrazione del rogo delle tre orazioni 
si mescolano attacchi violenti contro il venerando poeta della Cri- 
stiade ; e allora V Arisi cedendo alle istanze di Axiopisto s' ac- 
cingeva a scrivere le sue due apologie in favor di Marco Gerol. 
Vida, che rimasero inedite (1) ma di cui diede un « Estratto » 
nel XXII voi. degli opuscoli del Calogerà, cercando di dimostrare 
che una condanna di Gerolamo Vida non potesse essere mai esi- 
stita, ne mai fosse pronunciata dal Senato e dal Viceré. 

Ma nonostante le proteste del Canneti e dell'Arisi la leggenda 
deirabbruciamento delle « Cremonensium orationes tres » era così 
diffusa nel secolo XVIII, che CarP Antonio Tanzi, quando ferveva 
la lotta tra il Padre Branda e il Pari ni, potè augurare agli opu- 
scoli del Branda eli far la fine delle orazioni del Vescovo d'Alba 
perchè diffamatori! e mendaci. Il Tanzi, che era uno dei più ac- 
caldati Trasformati, scagliando infatti contro i Puristi e i seguaci 
del P. Branda una « Nuova Antibrandana », ammette serena- 
mente, senza scomporsi, come un assioma : Il Senato danno 
come indegno di leggersi quel libro e decretò che alzata a 
bella posta una forca, nel luogo solito dei pubblici supplica, 
sotto vi sì abbruciasse, come seguì. 

Al Tanzi rispondeva immantinente. « Un vero amico suo » 
(Giulio Grandi) con un libricciuolo che non so per qual ragione 
venne sequestrato dalle Autorità (2). È intitolato « Lettera al 

(1) MS. Aa. 5.25 delle Bibliot. Civica di Cremona. 

(2) La nuova Antibrandana Lugano 1760, 



■)■) 



Sig. Cari' Antonio Tanzi di un vero suo amico Della quale vi 
pone in considerazione la Nuova Antibrandana da lui fatta stam- 
pare in Lugano, e divolgata in Milano nel Luglio 1760 — Mi- 
lano L760 » o consta di duo parti: V una polemica sullo que- 
stioni morali e filologiche della Contesa tra Brandisti e Trasfor- 
mati. T altra storica sulla controversia tra Cremona e Pavia e le 
orazioni di Marco Gerolamo Vida. In questa egli rileva come il 
Tanzi si ri molta al racconto del Mazzucchelli, il Mazzucchelli 
risalga da parte sua al Salerno, e nota come il racconto dell' av- 
vocato Pavese sia inesatto o mendace 

Dopo del « Vero Amico » il Vairani (1), Giammaria Mazzuc- 
chelli (2), il Tiraboschi (3), il Lancetti tutti passano frettolosi su 
questo argomento negando fede alla narrazione del rogo e della 
condanna del libro del Vida : eppure la storia della leggenda non 
si chiude qui. Il Moroncini nel 1896 (4) ancora crede e riferisce 
il famoso racconto Mazzucchelliano. Tanto ci mostra come una 
tirata retorica di un avvocato nella foga dell' arringa, una fan- 
tasia peregrina di uno scrittore secentista possano trarre in er- 
rore per tre secoli trenta generazioni di dotti e di eruditi. 



* 
* * 



Se esagerati o coloriti a colori troppo vivi sono i racconti 
del Salerno e degli scrittori Pavesi, mi sembra d'altronde non 
meno inesatto il racconto che delle vicende del libro del Vida 
fanno il Canneti, 1' Arisi ed i loro derivati. 

Se, come 4 abbiamo visto, la forca eretta in Piazza della Vedrà, 
il Vida che assiste al rogo della sua opera « loco nocentium 
destinato » sono particolari usciti dalla fantasia del Salerno e 
del Mazzucchelli, non è men vero che una sentenza di severa 
condanna cadde sul bianco capo dell' ottuagenario poeta Cremo- 
nese E all'Arisi, il quale per le aderenze e le amicizie, i meriti ci- 

(1) Cremonensium monumenta Romae extantia. 

(2) Scrittori d' Italia a. n. Arisi cap. XXXIII. 

(3) Storia della lett. it. voi. VII, parte III. 

(4) Sulla Cristiade di M. G. Vida, p. 31. 



- 23 - 

vili e poetici del Vescovo d' Alba, vorrebbe dimostrare inesistente 
un simile decreto viceregale, è necessario per questo mutilare la 
sentenza del 7 Agosto ed alterarne il senso ed il dispositivo. 

L'Arisi tenta di gabellarci il decreto del Gonzaga per una 
sentenza definitiva della causa, la quale avrebbe imposto silenzio 
perpetuo alle parti, pena scudi duecento. E con lui il Vairani 
solennemente assicura: « id nempe certo constat die mense 
7 Augusti MDL impositum fuisse solemni decreto utrique parti 
silentium ». Ed anche « Il vero amico » di Cari' Antonio Tanzi 
afferma concordemente: « il 7 Agosto 1550 venne la sentenza o 
sia decreto del Principe che terminò tutte le questioni e que- 
rele imponendo ad ambedue le parti perpetuo silenzio sotto pena 
di mille scudi applicabili al regio fisco ». 

Povero « vero amico » ! La sentenza in tal modo terminò 
tutte le questioni, che ancor per duecentocinquant'anni potè tra- 
scinarsi la causa. 

Trattandosi di uno sbaglio, anche il Lancetti è pronto a rac- 
coglierlo e afferma : « Il Senato impose silenzio ad ambedue le 
parti sotto pena di mille scudi d' oro » (1). 

L' errore dell' Arisi e dei suoi epigoni è, come si vede, questo, 
di credere la sentenza del VII Agosto relativa alla causa della 
precedenza, mentre essa non è che la chiusa di queir agitazione 
che sorse nell'estate elei '50 all'apparire delle orazioni dei Cremo- 
nesi, e delle risposte dei Ticinesi, nelle città di Cremona e Pavia. 
La decisione della contesa tra gli oratori e tra i Municipii spet- 
tava al Senato e non è indifferente che un decreto parta dai 
Senatori o dal Viceré (2) : il Gonzaga, pur lasciando impregiu- 
dicata la questione principale, intervenne per sopire le ire troppo 
accese e smorzare le troppo vivaci polemiche, com' egli doveva 
quale tutore dell' ordine pubblico in Lombardia. E questo è ma- 

(1) Memorie sulla vita di G. Vida cit. pag. 53, 54. 

(2) Per altro il Mazzucchelli (G. Visconti) Pro B. Corio Med. hist. voi. IX 
del Calogerà p. 67, non solo chiama il decreto del VII Agosto sentenza del Se- 
nato, ma anche fa i nomi dei senatori che alla deliberazione avevan preso parte! 
L' Arcivescovo di Milano Arcimboldi, G. Simonetta vescovo di Lodi, Filippo Ca- 
stiglioni protonotario apostolico, Francesco Casati vescovo. 



24 



ni Testo anche dalla lotterà del Vida del 18 Agosto in cui il poeta, 
Lamentandosi della condanna del suo libretto, esclama: « E Dio 
non voglia che non faccino il medesimo nella causa principale! ». 



La causa [tri nei pah 1 aveva avuto il suo corso ed il suo svol- 
gimento anche durante le polemiche e le lotte seguite alla pub- 
blicazione del libro del Vida. 

L' 11 Luglio Orlando Corte trasmetteva ai deputati Pavesi 
copia delle allegazioni di Bartolomeo Osio (1), e poco dopo Fran- 
cesco Mezzabarba e Geronimo Sacco, un giurista ed un guerriero, 
depositavano al Sonalo una controreplica alle difese dei Cremo- 
nesi. Questa nuova scrittura incomincia « Cura multa contra 
nos aliata fuisse Cremonenses a seputent, longam fortasse a 
nobis responsione-m espectabunt » e segue rimestando i triti 
argomenti dei signori Pavesi, il racconto del Corio sui fune- 
rali di Giangaleazzo, il fatto che sul sepolcro di Giangaleazzo 
alla Certosa di Pavia, tra gli Stemmi del Ducato e del Regno 
dei Franchi e' è anche quello della città di Pavia, l' intitolazione 
dei documenti ducali in cui Pavia nell' enumerazione delle terre 
della signoria Milanese, precede Cremona, la nobiltà e 1' anti- 
chità di Ticinum (2). 

Il 15 luglio i Senatori Barbavara e Schizzi facevano premura 
al Corte perchè presentasse tutte le carte e tutte le difese Pa- 
vesi per poter raccoglier le fila d'una causa così complicata. Ma il 
Corte era costretto a chiedere un nuovo rinvio : gli furon con- 
cessi tre giorni, scorsi i quali gli oratori chiedevano una lunga 
nuova dilazione per apprestare nuovi argomenti di difesa. Il 18 
Luglio T usciere Melchiorre Bassi comunicava al Segretario del 
Senato Giacomo Cattaneo l'ordine di rinvio, concesso dal Gon- 
zaga: « Sua Eccl/' se contenta che si prolonghi il termine datto 
alla Città di Cremona nella causa della precedenza per altri 

(1) Archivio Manici p. di Pavia ; Lettere di Oratori, 1550. 

(2) ibidem, Causa de la precedenza, Pacco 555. 



quindici giorni dal (ino di detto termine ». E il Senato allargava 
il benefìcio della dilaziono concesso a Cremona a tutte l< i città 
in controversia di precedenza, in huiusynodi casti existentibus [ì). 
Il termine concesso ora vicino a scadere e, secondo il solito, i 
commissarii ad negotium praecedentiae della città di Pavia si la- 
sciarono venire 1' acqua alla gola. E per questo, a risparmio di 
tempo essi deliberavano di dare alle stampe le testimonianze, 
gli argomenti, le carte raccolte in favor di Pavia perchè ciascu- 
no dei Trenta potesse studiarle a casa propria e poscia, riunitisi 
tutti insieme in un sol luogo, discutendo dettassero in forma e 
disposizione conveniente la nuova allegazione. 

Di questa allegazione forse si lamentarono i Cremonesi presso 
il Viceré ed il Gonzaga forse chiese ai Commissarii, come aveva 
chiesto ai Decurioni di Cremona, an eum librum comuni Con- 
silio edendum curassent. 

Il 31 Luglio radunati in vesperis i Trenta spiegano come le 
copie stampate dell' allegazione Pavese non dovessero servire a 
uso pubblico né fossero destinate ad esser presentate in Senato : 
erano state eseguite, per ristrettezza di tempo, al solo scopo di ve- 
nire distribuite a ciascun comissario. Esse dovevano poi essere di- 
strutte e non mostrate a chicchessia, né cittadino né straniero. 

Per far fede al Gonzaga della verità di questa versione erano 
invitati a Milano Polidamante Maino (2), Augusto Isimbardi ed 
il Conte Scaramuccia Visconti (3). Questa allegazione è probabil- 
mente una di quelle di cui mosser querela i Cremonesi il 
primo agosto e che provocaron la sentenza del Gonzaga. Poco 
dopo le parti presentavano nuovi memoriali : i pavesi quello 
che incomincia : « 111™ et Eccell.™ Principe, Havendo V. S. animo 

(1) Archivio Municipal. di Pavia. Pacco 555. 

(2) Polidamante Maino, è una delle figure principali della vita politica Pa- 
vese a metà il secolo decimosesto e ricorre a ogni pie sospinto nelle carte e nei 
documenti. Era figlio naturale del Giureconsulto Giasone Maino che ebbe fama 
e onori e sposò Luigia de' Medici. Anch' egli fu Giureconsulto Collegiato e resse 
importanti cariche. Nel 1551 fu Podestà di Pavia. Cfr. Argelati Biblioth. 
script. Mediolan. T. II, p. 890-893. 

(3) Archivio Municip, di Pavia, Provvigioni, anno 1550. 



- 26 - 

et intentione non solo da quietare per hora le cose tra Pavesi 
e Cremonesi 0) i cremonesi con quello che incomincia: « Ill. ni ° 
et Eccell. mo Signore, Anchorchè V. S. sappia che i Cremonesi 
sono modestissimi ». 

Il moso <r Agosto passa tra le carte della controversia tutto 
pieno di echi e di strascichi della sentenza viceregale; nel Set- 
tembre, appena cessato il rumore dei bandi del Podestà, si in- 
cominciano a tirare le somme delle spese ed a pagare i debiti agli 
oratori ed ai giureconsulti. 

Il '20 Agosto si stipulano varie operazioni finanziarie col Caf- 
fariello, il quale si obbliga a fornire agli Eletti super negotium 
precedentie 800 scudi mensili. 

Il 7 di Settembre i Trenta deliberavano che i viaggi dei 
dottori, latti o da farsi per conto della città, fossero pagati in 
ragione di uno scudo e mezzo d'oro al giorno; illieo et ìnirne- 
(ì itile Augusto Isimbardi dichiara d' esser stato assente per ra- 
gioni della precedenza 2) giorni, a Vigevano ed a Milano, dove 
aveva alloggiato agli alberghi dei Tre Re e del Pozzo (2), e 
d'aver ricevuto in due volte 17 scudi, 10 da Giacomo Antonio 
Hosco, 7 da Luca Berzio. 

All' Isimbardi i Commissarii, radunatisi di nuovo il 30 Set- 
tembre, ordinano sian dati dal Segretario del Comune Caffariello 
26 scudi o mezzo pari a lire 145 e soldi 15. Il 16 Febbraio 
1551 la Commissione della Precedenza ordina all'Esattore di le- 
vare una nuova tassa di scudi 500 « i quali denari non si pos- 
sine spendere in uso alcuno, che in questa impresa della Prece- 
denza ». E pare che neanche 500 scudi siano bastati, se il 
Marzo i Trenta nuovamente deliberano che su ogni centinaio 
di lire esatte dal Referendario come tassa del Mcnsuale, soldi j 
fossero destinati ad negotium praecedentiae^ e che nessun man- 
dalo di esazione potesse trasmettersi al Referendario, se prima 
non conosciuto dai Commissari e per essi da Gerolamo Sacco, 
Francesco Beccaria, Agostino Isimbardi. 

(1) Arisi, Estratto (V alcune considerazioni T. XXII Raccolta del Calogerà, 
p. 81, Idem Preced. Crem. Pavia cit. e. 45-48. 

(2) L' albergo dei Tre Re a Porta Romana, del Pozzo a Porta Ticinese. Arch. 
Storico Lombardo. A. XXV. voi. IX (1898) p. 37S-4. 



Colla data del 17 Febbraio 1551, leggiamo questa curiosa 
nota di spese: 

« Lisia dolio spese fatte in la càusa della precedentia cioè 
scritture ed altro cose necessarie (1). 

Primo in vacheta una por scriver li memo- 
riali et altre Soldi 2 

E più a di 19 suprascritto in corda una per 
infilar le scritture necessarie a tal ne- 
gotio Libro soldi 2 

E più a di 19 suprascritto in scrittori che 
hano copiato la replica alla comparizione 
contro de Cremonesi che comentia: « Cum 
multa [contra] nos aliata fuisse Cremo- 
nenses » data alli Sig. Dottori copie 4 
fiorii 32 a soldi 2 el folio Libre 3 soldi 14 

Item in uno cartono a di 19 suprascritto soldi 1 denari 6 

E più a di 20 suprascritto in uno laniero 

per conservare lo scritture soldi 5 

E più in quinterno uno papero. . '. . . soldi 2 denari 6 

E più per copia una della suprascritta com- 
parizione a di 5 Marzo fatta de commis- 
sione del Sig. Jacopo Francesco Gamba- 
rana et data a S. S. ria foli 6 soldi 12 

Ne basta, che Augusto Isimbardi e Battista Bottigella ordina- 
vano al Caffariello di rilasciare all' Isimbardi altri otto scudi per- 
le spese sostenute nella compera di carta, corda, cartone. 



Intanto, il 15 Dicembre, Rolando Corti era stato nuovamente 
a contesa colPoratore di Cremona, e perciò incitava i commissari 
a prendersi a cuore la causa. Costoro il 16 Febbraio eleggono 
G. B. Mezzabarba oratore « per il negozio della precedentia sin 
alla fine di questa causa » con stipendio « di non manco de 50 



(1) Archivio del Museo di Pavia. Pacco 554. 



— 28 — 

scuti » : invitano a prendersi cura della causa Agostino Isim- 
1 tardi, Gerolamo Sacco, Francesco Barbavara, eleggono un se- 
gretario « con quel salario che li parrà ». 

Francesco Beccaria, a Milano, cercava in questo mentre di 
tastare il terreno: (1) avendo chiesto, senza malizia e solo a 
titolo d 1 informazione, quale sarebbe stato 1' ordine degli oratori 
in ricorrenza d'un funerale, gli veniva risposto che nei funerali 
del Duca Francesco II gli ambasciatori di Pavia e di Cremona 
dovevano portare il baldacchino e dovevano seguire quelli di 
Novara e di Como : ma in realtà per la folla non era stato pos- 
sibile tenere V ordine stabilito. 

La primavera arriva e non minaccia ai nostri cittadini nuove 
agitazioni, allorché il 23 Giugno di ritorno dalla Germania passa 
per la Lombardia Filippo 11° e si preparano insieme alle feste, 
alle cerimonie del ricevimento, al giubilo pubblico, prossime 
contese tra gli oratori. 

Il Corti chiede da Milano istruzioni ai Commissarii della pre- 
cedenza, e questi rispondono che egli si faccia ricevere in udienza 
dal Re, ma « non descenda ad alcuna particolare petittione » 
poiché Filippo sarebbe passato anche per Pavia. Il 23 Giugno 
stesso il Corti in una sua lettera descrive l'arrivo del Principe 
ossequiato « fora de Borghi » dai Senatori e da molti gentiluo- 
mini Pavesi : raccomanda di procurare legna, vino, ghiaccio a 
Binasco, avverte che non avrebbe potuto parlare a Filippo, non 
essendo ricevuti in udienza che i Magnifici Signori Milanesi. 

(Continua). 

Ezio Levi. 

(\) Lettera del 20 Febbraio 1551; Archivio del Museo di Pavia. Pacco 554. 



r 



NEL SECOLO XVI 



Correva sulle bocche degli Italiani nel sec. XVI il detto che 
chi volesse rassettare Italia rovinasse Milano. La frase non con- 
teneva gran che di esagerato, volendo alludere all'assoluto do- 
minio che la grande metropoli Lombarda esercitava, sovrana 
incontrastata, sul mercato della produzione industriale. 

A Milano la classe borghese, dopo le vittorie comunali, era pro- 
ceduta, per opera de' Visconti che su di essa avevano imperniato 
la loro politica di espansione, in un continuo avanzamento econo- 
mico e durante gli Sforza, che l'opera de' primi integrarono 
con una lunghe serie di privilegiai), essa cresceva forte e difesa, 
come in un' armatura di ferro, da tutti i pericoli della concor- 
renza forestiera. 

Organizzatasi l'economia borghese sul sistema corporativo, a 
vantaggio de' proprietari venditori e ad oppressione degli arti- 
giani salariati, la formazione di un grande centro industriale 
traeva seco, spesso, l'arresto di fortune ne' luoghi compresi entro 
il medesimo distretto politico: di guisa che la singolare potenza 
di Milano, ove la giovane civiltà borghese sbuffava ansante entro 
le piccole case ridotte ad opifici, soffocava ogni sintomo di vita 
nuovo, nelle città soggette, appena che queste avessero osato 
minimamente attentare al suo primato industriale. Vero è che la 
dominazione Spagnola, avida di oro, finiva per cedere alle muni- 
fiche offerte che dalle città minori le venivano fatte, e così colle 
concessioni cesaree si sottraevano al dispotismo delle Università 

(1) G. Frattini. — Storia e statistica dell' industria manifatturiera in Lom- 
bardia, Milano 1856, pag. 18 e seg. 



— 30 - 

Milanesi le quali poro dal canto loro orano pronte a rifarsi delle 
perdute prerogative con nuovi e minacciosi benefici (1). 

A Milano i mercanti dell'arte tessile, obbligatisi gli impe- 
ratori di Spagna con danarose prestazioni, avevano acquistata 
tale padronanza sullo altre 4 corporazioni e sugli stessi poteri 
pubblici, che riuscivano ad imporre la loro volontà in tutti gli 
atti che dirottamente li potessero interessare (2) : di conseguenza, 
una slacciata ma provvidenziale politica di protezionismo inau- 
gurò e diresse le sorti dell'industria Milanese, in un tempo in 
cui solo per quella via era possibile ritardarne la caduta, pur 
sotto i colpi di numerose calamità: non va però dimenticato che 
quella forma di protezionismo economico aveva profonde radici 
in un interesse fiscale, poiché il prezzo de' dazi che venivano 
posti air incanto a beneficio della camera regia, era valutato 
dalla quantità delle merci che venivano esportate. 

Pavia, per la sua prossimità a Milano che le trasmetteva incon- 
sciamente vigorosi impulsi di vita, facendole invidiare la propria 
floridezza, e per la postura privilegiata che le apriva le principali 
vie di commercio con uno sbocco naturale sull' Adriatico, non 
si astenne dal promuovere in sé 1' industria della seta pur quando 
l'iniziativa fosse forestiera, essendo divenuta tale arte col sec. XV 
inesauribile fonte di guadagni pel lusso sfarzoso, connaturale allo 
spirito della rinascenza, che dissanguava tutti i ceti sociali dall'a- 
ristocrazia alla plebe e pressoché tutte le terre d' Italia dalla 
democratica Firenze alla sacra città dei papi (3). 

Verso la fine di quel secolo l'arte serica ora tanto lucrosa 

(1) Nel 1544 il Marchese del Vasto, governatore dello stato di Milano, pub- 
blicava una grida comminatoria della pena di scudi 200 contro quelli che ve- 
nivano in Milano per subornare i lavoratori e gli addetti delle arti istigandoli 
ad uscire dalla città con promesse di privilegi immunità e maggiori salari 
(v. Ardi. stor. civ. di Milano — Lettere Ducali 1538-47 f. 186). 

(2) È piova eloquente del loro potere il divieto che strapparono da Fi- 
lippo Il nell'anno 1570 quando il Duca di Savoia chiese all' Imperatore il per- 
messo di invitare in Torino alcuni filatori d'oro (v. Ettore Verga. Le corpo- 
razioni delle industrie lessili in Milano ecc. in Archivio Storico Lombardo, 
A. uh, XXX fascio. XXXVII, 1903 p. 80). 

1 3) v. H. Haudrillart, Histoire du luxe, III, 333. 



31 



che in breve giro d'anni a Milano 15000 operai vi si erano 
aggregati attorno. Lusingata da simile splendore, la speculazione 
forestiera metteva sode in Pavia per disputarne la piazza ai 
Milanesi: nel 1474 un ricco mercante seguito da numerosi la- 
voratori stendeva un memoriale in cui chiedeva al Connine l'e- 
senzione dai dazi della seta per anni 20, la somma annua di 
85 ducati d' oro per la compera di case e botteghe, la cittadi- 
nanza di Pavia senza obbligo di spese, il divieto per Milano 
di introdurre sue mercanzie. 

Il Comune accordava dalla sua parte tutto quanto gli era 
in potere, rimettendosi all' autorità ducale pe' privilegi sui dazi 
d' importazione (1). 

Ma ben tosto per ordine del duca, il maestro delle entrate 
rispondeva che l' industria Milanese non doveva subire danni 
per Pavia, ne il fisco poteva lasciarsi sfuggire de' buoni bocconi < v 2). 

Restavano a Pavia i parchi per le cacce di Galeazzo II, l'U- 
niversità ove gli studenti pretenziosi per mille privilegi erano 
causa di perdite più che di guadagni, e la Certosa alla quale 
però gli stessi Pavesi adivano pagando una tassa d'entrata (3). 

Però l' industria tessile Pavese gettava ancora qualche guizzo 
di luce sul commercio Lombardo colla manifattura Clelia lana e 
la tessitura dei fustagni ; sennonché coi rivolgimenti economici 
portati dal dominio Spagnolo, Pavia, che sempre più indietreg- 
giava di fronte alla meravigliosa produzione Milanese (4), scom- 
parve dal novero delle città industriali e, successo al tempestoso 
periodo della conquista straniera un po' di boccaccia, si ritrasse 
neh' ombra a condurre vita modesta ed ignorata per economiz- 
zare forze e sostanze. Trovandosi infiniti di noi, scriveva il Sa- 
lerni nel 1551, le private sostanze per tante guerre, per tante 

(1) Arch. stor. civ. Pavese, pacco 509. 

(2) v. Bollettino Storico della Svizzera Italiana, Anno IX, 1887 p. 88. 

(3) Nel 1550 i Pavesi chiesero al Papa in un memoriale presentato da Po- 
lidamo Maino, ambasciatore presso la santa sede, che' venissero esentuati da 
queir obbligo (v. Arch. stor. civ. Pavese, pacco 17). 

(4) v. Schulte, Geschichte des mittelalterlichen Handels etc. Leipzig 1900, 
I, 568 e 590. 



- 32 - 

stragi, per lauto rovine dissipato e perdute, vedendoci intorno 
inculti i poderi, abbandonate le campagne, distrutte le ville, a 
ristabilire le domestiche economie e le private fortune prima di 
tutto ci occupammo (1). 

Un velo di morte si stese su Pavia perchè air irreparabile 
ristagno nella produzione industriale si era aggiunta una crisi 
acutissima nell'economia agraria: la bufera Spagnola era passata 
sui campi devastando come la gragnuola, e la terra, primaria ric- 
chezza di Pavia — teatro di guerra per molti anni — assistette 
alla discesa precipitosa del suo reddito. Si aggiunsero gli allog- 
giamenti militari che facevano rapine e guasti sul suolo, le nu- 
merose pestilenze che arrestavano gli scambi commerciali, la 
concorrenza che lo stato di Milano moveva alla produzione risi- 
cola della campagna Pavese, perchè le terre si erano tutte ridotte 
in zone di risicoltura come quella che meglio garantiva il rac- 
colto dai danni delle soldatesche; si aggiungano infine le dispo- 
sizioni annonarie dell' ufficio di Provvisione eh' avevano lo scopo 
di impedire in ogni città dello Stato l'esercizio dell'usura ed 
abbassare il prezzo de' prodotti agricoli a vantaggio delle classi 
minori, vietando l'accumulo, il monopolio e l'esportazione de' 
raccolti (2;. 

In un tempo in cui la moneta era considerata non già come 
un mezzo di scambio ma ricchezza in sé e per sé, anzi unica 
ricchezza, in un tempo in cui il suo valore era salito per 1* au- 
mentare de' traffici, e quindi disceso l' equivalente monetario del 
reddito agricolo, ritirare i capitali dalla terra, ridurre questa 
stessa in moneta corrente o per applicarli all'industria o per cu- 
stodirli ne' forzieri, pareva ancora una via sicura di scampo per 
chi aveva salvato qualcosa delle private sostanze. 

(1) Sai.erni — Orazione III, Ms. 443 Bibl. Univers. Pavese, p. 71. 

(2) Nel 1539 il marchese Del Vasto pubblica una grida con prescrizione 
che Lutti i proprietari di terre nello Stato notificassero al capitano di giustizia 
di Milano la quantità dì raccolto fatto nell'anno, per regolare i prezzi dei 
prodotti agricoli troppo elevati in proporzione delle messi. 

Cfr. U. Gobbi, 1/ economia politica negli scrittori Italiani del sec. XVI-XV1I, 
Milano 1889 p. 133 e Begg. 



33 



Pavia così fece : buona parte di terra vendette ai Milanesi, 
quella grassa borghesia industriale eh' erasi pur fatta borghesia 
agricola; onde più tardi, dopo il 1546, quando venne imposta 
la tassa sul perticato, Pavia protestò che i Milanesi si esentuas- 
sero dal pagamento (1); parte lasciò incolta, sì che il Vida no- 
tava con ingenerosa soddisfazione lo squallido abbandono de' 
campi sui quali camminavasi, secondo l'imagine sua, come in un 
deserto della Libia senza mai trovare anima viva che additasse 
la strada all' incerto passeggero (2). 

Pavia si spopolò, poiché Milano chiamò a sé la classe lavora- 
trice assorbendola nelle falangi operarie, e nella piccola Ticino 
rimase la nobiltà (3) : non più totalmente fondiaria, ma gelosa 
del suo sangue e del suo nome e religiosamente raccolta in una 
stretta economia per salvare i distintivi di classe ; essa faceva 
eccezione all' aristocrazia delle altre città sfolgoranti nella pompa 
di costumi sontuosi, e mentre sembrava chiusa nella fede più 
supina e nella più infeconda ignavia (era quest' ultimo il maggior 
rimprovero del Vida (4)), elaborava in sé uria nuova vita e co- 
vava nuove forze: di qui appunto la guerra aspra, accanita 
mossa agli ebrei coli' arma religiosa ma con finalità economiche, 
ne' decenni che precedettero la seconda metà del 500, per im- 
pedire che P usura assottigliasse il numerario trascinando la 
popolazione Pavese entro le vie pericolose del lusso smodato. 

L'anno della risurrezione è il 1549: di qui comincia per Pavia 
un nuovo periodo di storia economica, durante il quale essa si 
sforza di rigenerarsi rientrando nel concerto delle città produt- 
trici. La Spagna aveva imposto gravi tasse che tra pochi cittadini 
erano state divise, perchè Pavia era sfollata di gente; bisognava 
dunque ripopolare la città creando un centro di lavoro che, mentre 
assicurava l'interesse de' pochi capitali accumulati, fosse come 
il richiamo dei fuorusciti e facesse sorgere una classe borghese 
adescata dapprima con lusinghe di immunità, ma sottoposta in 
seguito, quando avesse piantato radici, alle contribuzioni fiscali. 

(1) Arch. stor. civ. Pavese, pacco: Interessati Milanesi. 

(2) Orazione li. 

(3) Salerni — Oraz. citata, p. 73. 

(4) Orazione I. 



- 34 - 

Pavia, prima di ricevere il battesimo della nuova civiltà bor- 
ghese dovrà lottare contro Milano che, vedendo sorgere sul suo 
orizzonte economico un impreveduta minaccia, invocherà il pro- 
tezionismo de' principi per reprimere gli slanci della piccola 
rivale: e Pavia dovrà resistere, fare sacrifìcio de' suoi beni per 
vincere le opposizioni, e in questa prova darà mostra di posse- 
dere ancora esuberanza di energie. 

Nel 1549, anno in cui Pavia con irrequieta avidità di gloria 
comincia a risollevare le memorie del suo passato e ricomporre 
la storia de' suoi fasti per conquistare la palma su Cremona, il 
Comune concepisce il disegno, dietro valorose iniziative private, 
di trasformare la città in un vasto corpo industriale ; di qui 
una diversa politica ne' suoi rapporti con Milano e cogli ebrei: 
coir una assume posizione eli battaglia protestando che il Muni- 
cipio Milanese largheggi in concessioni verso i Pavesi che tra- 
sportano colà i loro Penati (1); cogli altri un contegno meno asso- 
luto e, anziché perseguitarli e insistere per l'espulsione, limita 
l' interesse delle loro prestazioni affinchè i Pavesi li possano tol- 
lerare e ne traggano profìtto, senza metter a cimento i loro capitali. 

Sul principio di queir anno il Comune di Pavia indirizzava un 
memoriale a Carlo V, chiedendo che in considerazione de' danni 
patiti per la Spagna e delle spese straordinarie da cui la città 
era eccessivamente aggravata (specie il dazio sulla macina ed il 
mensuale), desse licenza di esercire tutte le arti industriali e se- 
gnatamente la lavorazione della seta. 

Non è improbabile che l'idea si maturasse già nell'anno 1548 
perchè da questo hanno principio le lagnanze di Pavia contro 
i privilegi che Milano accordava a quelli che vi si trasferivano 
in cerca di lavoro, valido indizio che Pavia presentiva il bisogno 
di possedere una propria classe operaia per impiegarla in indu- 
Btrie prossime a sorgere; e forse non è strano pensare che la 
causa occasionale di quell'idea procedesse dalla famosa contro- 
vrersia di precedenza (Va Pavia e Cremona (2), scoppiata in quel- 

(1; Arch. Btor. ciy. Pavesa, Pacco 'M ( J-2. 

(2) Ezio Levi — Una contesa «li precedenza ira Cremona e Pavia nei secoli 
XVI, XVII e XVIII, in questo Bollettino, Anno IV, fase. I. 



- 35 — 

Tanno e per la quale Pavia si sentì indotta a trasformarsi e 
rinnovarsi per contrapporre alle Spagnolesche vanterie di Cre- 
mona novelle prove di preminenza: a questa ipotesi reca so- 
stegno il latto che in seguito il tentativo Pavese assunse, come 
accenneremo, la forma di una contesa con Cremona e questa fu 
tirata in scena come pomo della discordia, già esistente, fra Pavia 
e Milano. 

Ad ogni modo il fatto è di un'importanza molto delicata, 
importanza politica, oltreché economica, perchè l'aristocrazia che 
dominava incontrastata nel Comune veniva ad introdurre un 
competitore de' poteri pubblici, la classe borghese, e quindi una 
minaccia al suo predominio (1). 

L'imperatore non osò procedere motu-proprio, ma nel 30 
Aprile inviò il memoriale a Ferdinando Gonzaga perchè minuta- 
mente fosse esaminata la petizione in tutte le sue parti e poi 
fosse riferito (2). 

Questo riguardo era dovuto ai mercanti Milanesi che costi- 
tuivano la più solida banca imperiale, ed infatti il governatore 
die' incarico il 5 giugno che la cosa fosse deferita alle parti più 
interessate, ossia ai consoli ed agli abati dell'Università de' tes- 
sitori. 

Non è a dire quanto in seguito a questo fatto fosse allarmata 
Pavia che vedeva i suoi interessi affidati alla parte che le era più 
decisamente avversa, e per bocca de' suoi oratori si affrettò a pro- 
testare in Consiglio Segreto che prima non si ascoltassero le ra- 
gioni che a quell'atto l'avevano mossa. Pavia non stette in ozio e 
diedesi a cercare lettere commendatizie per gli ufficiali fiscali 
e le alte personalità politiche del Municipio Milanese, per infrangere 
contro il diritto di lavoro le opposizioni che bisognava attendersi 
dall' Università dei mercanti di seta. Questi infatti non lasciarono 
intentato alcun mezzo di difesa del loro primato economico e 
mandarono sui primi d' Agosto innanzi ai maestri delle entrate 

(1) Esistono proteste de' nobili della Provvisione, sulla prima metà del 600, 
contro le ingerenze licenziose de' mercanti negli affari governativi, sebbene 
nel 1625 il governatore avesse ufficialmente escluso dal potere chiunque non 
fosse ascritto alla classe de" 1 nobili (Arch. stor. civ. Pavese, pacco 510). 

(2) Ardi. st. civ. Pavese, pacco 509. 



- 30 - 

i loro consoli, che fecero irruenza contro la petizione de' Pavesi 
con argomenti taluni vibrati, altri cavillosi : ricordarono so- 
pratutto il disastro economico che avrebbe patito Milano ove 
20.000 operai erano nutriti da quell'arte; l'espresso divieto de' 
loro statuti che altri potesse introdurre la medesima industria 
fuori di Milano o asportarne maestri, rettori e garzoni; il disordine 
che sarebbe nato perchè le altre città avrebbero ben tosto avan- 
zata la stessa pretesa e il danno per la produzione dei lavori 
in seta ed oro, causa le frodi che altrove, mancando la vigilanza 
e l'organizzazione Milanese, si sarebbero impunemente introdotte; 
si aggiunse infine che le stesse restrizioni erano applicate dalle 
altre maggiori città ci' Italia e eh' essi avrebbero tratti dagli 
archivi i loro privilegi e le ultime conferme degli imperatori 
qualora i Pavesi avessero persistito nella loro richiesta (1). 

Ai Pavesi fu subito trasmessa dal suo oratore, Rolando 
Cinzio, l'impressione gravissima che avevano fatto gli argomenti 
de' mercanti e già si potè prevedere che 1' esito sarebbe stato 
contrario alle loro aspettazioni ; tuttavia il piccolo comune scrisse, 
brigò, inviò patrizi tanto che il Municipio Milanese forse un po' 
troppo seccato, per interrompere quelle pratiche assicurava a 
Luca Berzio, sostenitore della causa per Pavia, che nella relazione 
del Magistrato si sarebbero tolte le difficoltà messe avanti dagli 
abbati delle arti ; ma sulla fine d'Agosto Pavia, non fidando in 
quelle parole, sollecitava il referendario Cesareo Manfredo Ozzino 
a rinnovare i negoziati, prima che la faccenda fosse discussa 
davanti al governatore in Consiglio segreto. 

Per quanto Pavia brigasse, le ragioni dei mercanti prevalsero, 
e sull'appoggio di quelle il 16 Settembre l'ufficio di provvisione 
di Milano negava ai Pavesi (con una lettera che non può certo 
esser testo di lingua! ) la richiesta licenza (2), il che prova ancora 
di qua! potere fossero capaci gli industriali Milanesi. Di nuovo 
In aggiunta una ragione politica, che Pavia avrebbe introdotto 
nella città gran numero di forestieri; una ragione fiscale, che sa- 
rebbero diminuite le entrate per la Camera Regia; una sottile 

(1) Pacco 509 cit. 

(2) V. Appendice, docum. I. 



— 37 — 

punta ironica, che Pavia era incapace di attuare un simile pro- 
li ramina e che l' iniziativa doveva corto partire dagli speculatori 
stranieri. 

11 dominio Spagnuolo temeva il forestiero come V ombra del- 
l' eretico perchè in esso vedeva i germi della rivolta e della 
propaganda Luterana (1), ma certo un pizzico di quel campana- 
lismo che allora corrompeva lo spirito pubblico, aveva insinuato 
il sospetto perchè il disegno di un'impresa industriale usciva 
spontaneo, come vedemmo, dai bisogni economici della vita 
Pavese e perchè i documenti provano . 9ne l' industria serica, 
sorta poco dopo, fu avviata o da Pavesi quivi residenti o da 
Pavesi che quivi tornarono da Milano per invito della stessa 
città ; e perchè infine il disegno di impiantare non solo quella 
speciale industria ma tutte le arti, come nel memoriale era detto, 
è solo conciliabile coli' ipotesi che l'idea fosse indigena e che 
una larga società di persone fosse disposta a metter in circo- 
lazione i loro capitali nel movimento dell' industria. 

Caratteristica nella risposta di Milano è che r ufficio eli prov- 
visione considerava la domanda di Pavia come un ignobile atto 
di irriverenza alla grande città metropolita, anzi come una usur- 
pazione de' diritti di questa ed una brutta voglia di turbare la 
pace ad una città che sempre innocua si era dimostrata verso 
Pavia, cosicché 1' ufficio di provvisione si credette in obbligo di 
richiamare la povera Ticino all'osservanza de' suoi doveri ; carat- 
teristico questo lato poiché fa vedere come il diritto fosse tuttora 
considerato un' emanazione del privilegio e con questo venisse 
quasi a confondersi. 

Ma le ragioni accampate con gran cipiglio dai Milanesi, 
non parvero a Pavia tanto forti da ispirare una condotta remis- 
siva: qualche settimana prima che la risposta fosse arrivata, 
e precisamente il 9 settembre, intravvista la decisione negativa, 
aveva chiesto notizie a Cremona — il tasto era molto delicato 
— per sapere se colà esistevano telai per la fabbrica di pezze 

(1) 1 governatori Spagnoli di Milano emanavano frequenti gride contro le 
maschere per impedire che nello stato entrassero inavvertitamente dei fore- 
stieri o della gente sconosciuta, 



- 38 — 

in seta (1): la risposta non poteva essere contraria alle aspet- 
tazioni dei Pavesi, perchè da tempo a Cremona l'industria serica 
aveva acquistato buon terreno. 

Il Comune Pavese sostenne allora una nobile battaglia in 
nomo della libertà di lavoro e si accinse con vigore a denun- 
ciare la falsità delle ragioni allegate nella lettera di Milano 
inviando il 29 ottobre un' energica protesta : che falsa era 
la forma e il valore annesso dai mercanti ai loro privilegi e 
che, dato pure vi fossero ordini tra loro nell' arte, tali ordini non 
potevano obbligare Pavia; falso ancora che i dazi dovessero patire 
perchè quello che sarebbe tolto a Milano verrebbe risarcito a 
Pavia; falso che solo alle città metropoli si concedesse facoltà 
di esercire l'arte serica poiché molte città minori d'Italia e di 
Lombardia erano occupate in ogni sorta d' arte e nella stessa 
Pavia si esercivano prima delle disastrose guerre di Spagna. 

Rolando di Corte era incaricato di presentare la protesta al 
governatore e di aggiungere il resto a voce. 

Pavia non si fermò a questo punto ma provocò nuove let- 
tere commendatizie perchè insieme colle altre domande prece- 
dentemente fatte di una diminuzione di carichi, tornasse a galla, 
spinta da miglior sorte, quella sull' industria serica. 

Teneva allora piede sicuro negli affari pubblici della Spagna, 
Antonio Perrenot di Granuelle, vescovo di Arras, primo ministro 
di Carlo V e consigliere di Stato: Pavia ricordò ch'egli era ob- 
bligato ad essa per benefìci ottenuti mentre vi studiava e provocò 
da lui nel gennaio 1550 una lettera commendatizia pel governa- 
tole, la quale non poteva essere più supplice ed affettuosa (2). 

I mercanti dal canto loro non lasciavano tempo in mezzo ed 
erettisi con singolare audacia in organo legiferante pubblicavano 
una grida per interdire ad alcuno di piantar telai fuori eli Mi- 
lano e dei Corpi Santi per lavori in oro ed argento sopra seta. 

(1) Pacco 509 cit. 

(2) Vedi Appendice, docum. IL 

Che il Perrenol abbia studiato all'Università Pavese lo si deduce da un 
importante accenno della medesima lettera ; si deduce pure da questa che altre 
volte il Comune erasi raccomandato a lui per la sua autorevolezza presso il 
governo. 



- 39 



Le cose andavano per le lunghe e Pavia vista la -prepotenza 
de' suoi avversari pensò di difendersi colla stessa arma, proce- 
dendo di proprio arbitrio, e senz' altro introdusse nella sua città 
parecchi telai, invitò Pavesi fuorusciti e Milanesi a trasportar 
quivi i loro lavori promettendo immunità e privilegi a tutti quelli 
che si fossero iscritti in queir arte. Mei 1552 il Comune concede 
soluzione per 10 anni dagli oneri personali ad un tal Antonio 
d'Augudio Milanese filatore d'oro ed ai sette suoi garzoni venuti 
con lui per invito de' Pavesi: nell'anno seguente le medesime 
concessioni vengono rilasciate per Giovanni Pietro Cossi, Giulio 
Maraliano, Bonforte Re ed altri ancora che aveva portato telai 
pei lavori in velluto e raso cremisi. 

Crebbero tosto i tessitori, si organizzarono in corporazione 
e Pavia prese la rivincita su Milano vietando l' introduzione 
di drappi forestieri : scoppiò una piccola contesa coi mercanti 
che preferivano le merci milanesi più pregiate, ma 1' Università 
de' tessitori ottenne che fosse esclusa dal mercato la produ- 
zione serica di Milano (1). 

Quando i mercanti Milanesi avanzarono proteste, Pavia ob- 
bligò Cremona a documentare i privilegi cesarei in virtù dei 
quali i Milanesi difendevano l' esercizio di queir arte ; le due 
città dissidenti, Pavia e Cremona inviarono i loro oratori e in- 
nanzi al presidente del Magistrato fu trattata la causa : nacque 
gran rumore, ma ne Cremona potè recidere tutte le obbiezioni 
di Rolando Cinzio, ne questi menò buona ai mercanti Milanesi' 
la grida eh' essi avevano emanato, negando loro alcuna autorità 
sopra Pavia (2). 

Gli ultimi tizzoni della contesa non erano ancora spenti sulla 
fine del 1553, ma Pavia aveva sicura la vittoria, i suoi telai si 
moltiplicavano di giorno in giorno, e ne' primi decenni del se- 
colo XVII F industria serica contava più di cinquanta maestri, 
il che è a dire più di quattrocento operai. 

Lo strepito dei telai costretti a muoversi negli abitati per la 
forma casalinga dell'industria, ruppe i sonni diurni agli studenti 

(1) Pacco 509 cit. 

(2) Ìbidem. 



— 40 



universitari « in potentia tamen (dico il documento) et non in 
actu existentibus (!) », turbò il raccoglimento degli scolaretti 
che sudavano sulle favole di Fedro, e nacquero putiferi e 
litigi : protestarono gli inquilini ancora nuovi a quel fracasso, 
insorsero gli studenti minacciando i tessitori.... e il baccano 
giunse fin in Comune che ai gravi lamenti rispose con una buona 
risata, e ricordando che il bene pubblico non si può posporre 
all'utilità privata, licenziò i piccoli legulei, venuti a schiamazzare, 
con una lezione sapiente di economia politica! (1). 

Ettore Rota. 



APPENDICE 



Molto Magnifici Sig. ri Nostri Osserv. mi (2) 

Havemo inteso quanto de ordine delle molto M. S. V. ne ha re- 
ferto l'egregio "suo secretano M. s Nicolao Oldano circa quello ricer- 
cano da S. M. li agenti della mag. a Comunità de Pavia, spezialmente 
circa la facilità de puotere errigere et essercire in essa città l'ar- 
tificio della seta, sopra il che havessimo de considerare et referirli 
il parere nostro. 

Havemo dunque per l' universale beneficio di questa città fatto 
la debita consideratione et scrutinio sopra tal negotio, quale anchora 
havemo conforto con persone experte et ben' informate della impor- 
tanza de tal particolare, et siamo venuti in commane opinione et 
parere che alli prefati Sig. ri Pavesi non se debia in modo alchuno 
concedere tale facultà de errigere né exercire il sudetto artificio di 
seta, et questo attese maximamente le ragioni et cause infra annotate: 

Primo: Perchè quando questa arte principalmente fue reportata 
da luchesi a questa mag. ca città fue dato ordine che tal artifìcio non 
s'havesse de essercire in alchuna de l'altre città del stato, il che 
se viene a dimonstrare per la longa osservanza et perseveranza 
d'esse città sino in hodierno, la qual osservanza et perseveranza ha 
forza di lege et privilegio. 

(1) Arch. stor. civ. Pavese, pacco 17, docum. in data 7 sett. 1553. 

(2) Archivio Storico Civico, Milano . Lettere Ducali 1547-1552 ff. 48b-50\ 



— 41 — 

Secondo: Perchè sendo questa celebratissima città la metrepoli 
nella quale tal'arte ha havuto principio et agomento, non è conve- 
niente che tal essercicio sia communicato con l'altre città del Stato; 
et questo anchuora se serva in favore delle altre città metropolitane, 
cioè Venetie, Nappoli, Eirenza, Grenua et altre simili. 

Tertio: Questo portarebbe danno grandissimo et evidente mina 
del beneficio pubblico, imperciò che in essa città de Pavia tal ar- 
tificio seu li drappi non si farebeno con quella sincerità et di quella 
bontà se fanno in questa città, nella quale si potriano puoi facil- 
mente introdure robbe fuorastiere contra la expressa forma delli 
ordini. 

Quarto : se tal petitione se concedesse; ne seguirà diminutione 
grandissima de tal arte in questa cita nella quale se trovano più 
de 20 M. persone quali se exerciscono circa tal arte, né hanno altro 
artificio, et per tal causa facilmente verebeno a cascare in grandis- 
sima necessità et miseria et periranno de fame overo seriano sfor- 
zati abandonare questa città et transferirsi ad habitare altrove, del 
che la città nostra restarebbe desolata. 

Quinto: Tolendo'li Sig. ri Pavesi introdurre nella loro città una 
tanta arte, sera necessario valersi de persone fuorastieri fuori dil 
Stato apte in tal exercitio, perchè non le potrebeno havere da questa 
città, per essere contra la mera disposizione delli ordini confìrmati 
dalli Principi. Del che essi fuorastieri non sudditi ne haveranno 
utilità et tutto cederà a danno delli sudditi, cosa la quale non se 
doverebbe in modo alchuno tollerare. 

Sexto: Tal concessione serebbe troppo essemplare alle altre città 
del Stato, alle quale in consequentia non si puotrebbe puoi negare 
la niedema petitione. Per il che questa arte in questa città resta- 
rebbe al tutto destrutta et annichilata. 

Ultimo: la città de Pavia se deverebbe contentare de l'honore et 
utilità quale sente del Studio publico et facultà de dottorare, et 
non doveria pensare de attrahere in sé né appropri;irse le cose par- 
ticolarmente introdutte in questa città. 

Ec si come questa città non ricerca de inquietare né turbare la 
città ae Pavia, medemamente doverebbe fare essa città de Pavia 
verso questa città, et maggiormente sendo cosa notoria che li S. ri 
Pavesi da se stessi non hanno la debita forma né modo di errigere 
uno tanto essercitio. Ma forse ad questo indutti da qualchi extranei 
ricercano una tal indebita concessione. 

Et per questo et molte altre ragioni concludemo che in modo al- 
chuno non se deve concedere tal facultà alli pref.* 1 S. ri Pavesi, per 
essere de dirretto contra il beneficio universale di questa città et 
per essere cosa insolita. 



42 — 



Quanto alla generalità della facultà hanno richiesto detti S. ri Pa- 
vesi de puotere essercire nella loro città tutte l'altre arti et uffitii, 
richiedeino che siano expresse particolarmente et specificamente le 
dette arti et uffitii, acciò che sopra essi possiamo fare le debite in- 
dagationi et dargli le opportune risposte. Altramente le S. ie Vostre 
seranno contente non dare alchuno voto suo sopra tal generalità. 

E questo 1' oppenione et parere nostro il quale fidelmente refe- 
remo alle molto M. ce S. v - alle quali de continuo se raccomandano. 

Ex Offitio provisionum. 

Mediolani Die sextodecimo septembris 1549. 

Signatuin Cattellianus Vicarius, Crispus, Castillionus, (raspar Bi- 
ragus, Frane. Bernardinus Vicecomes, Jacobus Mandellus Comes, 
Jo. Bapta Oribellus, Marcus Augustus Castellettus. 



II. 



III.™ Senor, (1) 

Aunque hene V. Ex. a bien conoscida la affection y devocion al 
servicio de su Mag. (l de la Civdad de Pavia, y que soj' cierto 
que por esto mandara hazer siempre en lo que le tocare toda buena 
obra, y que por consiguiente no es menester otra recomendacion 
para sus cosas, todavia por que de mas desto yo desseo el bien de 
la dicha civdad por lo que me siento obligado des de el tiempo 
que en ella estuve, y el amor que de contino me dura, corno si 
fuesse mi propria patria seqund quo por otras mias lo he significado 
a V. Ex. a no puedo dexar de supplicalle de nuevo sea servido haver 
por muy encoinendada la dicha civdad y que resciba favor y merced 
en lo que so le offresciere que aìlende de los dichos respectos esti- 
mare todo lo que por ella hiziere corno sy lo empleasse en mi proprio 
particular. V. Ex. a cuya Ill. lna persona guarde N. S. y en estado 
acrescimente comò dessea. 

De Besancon a prim. de enero 1550. 

Besa las manos de Vestra Ex. a 
Servidor Perrerot. 



(1) Archivio Storico Civico, Pavese, pacco 17. 



I TEATRI MUSICALI DI PAVIA 



i. 

IL TEATRO FRASCHINI 

(1773 - 1900) 



[Continuazione, vedi: Anno III — Settembre-Dicembre 1903 — Fascili). 



1851 

266. I Masnadieri. Poesia del Cav. A. Maffei da rappresentarsi al 
Teatro del Nobile Condominio in Pavia la Primavera del 1851. Mi- 
lano coi tipi di Francesco Lucca (s. a.) 

Musica di G. Verdi. 

Massimiliano Conte di Maor (Secondo Torre) 

Carlo i (Federico Ruggiero) 

Francesco j fi g lilloli di kli (Francesco Lucchi) 

Amalia, orfana nipote del Conte (Giuseppina Albertari) • 

Arminio, camerlengo (Luigi De Caroli) 

Moser, pastore (Biomiro Pozzesi) 

Rolla (N. N.) 

267. Don Procopio. Melodramma buffo in due atti da rappresen- 
sentarsi al Nobile Teatro Condominio in Pavia, la Primavera del 
1851, Milano, Giovanni Ricordi, MDCCCLI. 

Parole di Carlo Cambiaggio. Musica di Fioravanti. 



44 



Diomiro Pozzeti (Don Andronico) 
Carolina Za m bel li (Donila Eufemia) 
Giuseppina Albertari (Donna Bettina) 
Secondo Torre (Don Ernesto) 
Federigo Ruggero (Odoardo) 
Giuseppe Pozzesi (Don Procopio) 
Luigi de Caroli (Pasquino) 

268. Attila. Dramma lirico in un prologo e tre atti. 

Poesia di Temistocle Solerà. Musica di Verdi. 

269. Linda di Chamonix. 

(5 febbraio, 2 recite). 

Musica di Donizzetti. 

(24 febb.) Beneficiata della l a donna assoluta sig. Eugenia Te- 
baldi con due atti dell' Opera Don Bucefalo diversi altri pezzi, ed 
Atto terzo dell' Opera Gemma di Vergy. 

Musica del Maestro Donizzetti. 



1853 

270. Nabucodònosor. Dramma lirico in quattro parti, Carnevale, 
Teatro Condominio. 

Parole di T. Solerà. Musica di Verdi. 

[Porse non venne pubblicato apposito libretto. NelP Archivio se ne con- 
serva uno ad uso generale, con indicazioni a mano]. 

271. Luisa Miller. Melodramma tragico in tre atti, di Salvatore Cam- 
marano. Primavera 1852, Teatro Condominio. 

[Indicato a mano su un libretto del tempo, conservato nelT Archivio]. 

272. Norma. Tragedia lirica in due atti, da rappresentarsi al Teatro 
del Nobile Condominio in Pavia. La Primavera 1853, Milano, Stab. 
Naz. di G. Ricordi. 

Parole di Felice Romani, Musica di V. Bellini. 



- 45 - 

Ugo Donati (Polliones) 
Tullio Demetrio (Oraveso) 
Rota Gelli Carolina (Norma) 
Lemaire Giuseppina (Adalgisa) 
Sanvito Giuseppina (Clotilde) 
De Caroli Luigi (Flavio) 

273. Il Barbiere di Siviglia. Melodramma buffo in due atti, da rap- 
presentarsi al Teatro del Nobile Condominio in Pavia. La Prima- 
vera 1853, Milano, Stab. Tip. di Gr. Ricordi. 

Parole di Sterbini. Musica di Gioacchino Rossini. 

Devoti Ugo (Il Conte d" Almaviva) 

Merigo Pietro (Bartolo) 

Lemaire Giuseppina (Rosina) 

Padovani Polli (Figaro) 

Celli Demetrio (Basilio) 

Lodetti Prancesco (Fiorello) 

N. N. (Ambrogio) 

Sanvito Giuseppina (Berta) 

De Caroli Luigi (Un ufficiale) 

274. I due Foscari. 

Parole di Piave. Musica di Verdi. 

1854 

275. Poliuto. Tragedia lirica in tre atti, rappresentata al Teatro 
Condominio, Carnevale 1853-54, Milano, coi tipi di Francesco Lucca. 

Parole di Salvadore Cammarano. Musica di G. Donizetti. 

Giuseppe Marra (Severo) 
Luigi Borotti (Felice) 
Temistocle Miserocchi (Poliuto) 
Emilia Cominotti (Paolina) 
Giuseppe Buranelli (Callistene) 
Giuseppe Benzi (Marco) 
Luigi de Caroli (Un cristiano) 

(Alla terza recita lo spettacolo non avendo incontrato favore si chiuse il teatro per or- 
dine superiore, tinche assunse V impegno di proseguire la Stagione la nuova impresa de' Fi- 
larmonici Pavesi). 



— 46 - 

276. I Lombardi alla prima crociata. Dramma lirico, da rappre- 
sentarsi al Teatro del Nobile Condominio in Pavia, il Carnevale 
1853-54, Milano dell'I. R. Stabi]. Naz. Privil. di Tito di Giov. Ri- 
cordi (s. a.) 

Parole di Temistocle Solerà. Musica G. Verdi. 

Pacchierotti Gaetano {Avvino) 
Vecchio Luigi {Pagano) 
Valerio Luigia ( Viclinda) 
Melada Antonietta (Giselda) 
Borotti Luigi (Pirro) 
Giannoni Leonardo (Oronte) 
N. N. (Sofia) 
Delaroli Luigi (Priore) 
Quintani Luigi (Acciano) 

277. Attila. Dramma lirico in un prologo e tre atti rappresentato al 
Teatro Condominio. Carnevale 1854. Ediz. Francesco Lucca. 

Poesia di Temistocle Solerà. Musica di G. Verdi. 

Vecchio Luigi (Attila) 
Marra Giuseppe (Ezio) 
Melada Antonietta (Odabella) 
Giannoni Leonardi (Foresto) 
Pacchiarotti Gaetano (Uldino) 
Borotti Luigi (Leone) 

1855 

278. Il Domino Nero. Opera comica in tre atti da rappresentarsi al 
Nobile Teatro del Condominio in Pavia. Il Carnevale 1854-55. Ediz. 
Ricordi di Milano. 

Parole di Francesco Rubino. Musica di Lauro Rossi. 

Borgognoni Letizia (Estella) 
Settoffer Giuseppa (Vittore D" Esprero) 
Favi-etto Cesare {Butor di Lamale) (1) 
Spellini Luigi (Adolfo di Cuny) 
Freikoffer Fanny (Paquita) 

(l) Unii nota manoscritta cambia il nome in Maurizio Barella. 






- 47 - 
1 854-55 

279. Il Trovatore. Dramma in quattro parti, da rappresentarsi al 
Nobile Teatro del Condominio in Pavia, il Carnevale 1854-55, Mi- 
lano, Stab. Tip. di Griov. Ricordi. 

Poesia di Salvadore Cammarano. Musica di 6. Verdi. 

Spellini Luigi (Il Conte di Luna) 
Anselmi Manetta (Leonora) 
Borgognoni Letizia (Azncena) 
Settoff Giuseppe Carlo (Maurico) 
Sottovia Pietro (Ferrando) 
Freikoffer Fanny (Ines) 
Pacchiarotti Gaetano (Ruiz) 

280. Il Giuramento. Melodramma in tre atti, da rapprerentarsi al 
Nobile Teatro del Condominio in Pavia, il Carnevale 1854-55. Mi- 
lano dall' i. r. Stab. Tip. di Giov. Ricordi. 

Parole di Gaetano Rossi. Musica del maestro S. Mercadante. 

Spellini Luigi (basso) (Manfredo) 
Borgognoni (contralto) (Bianca) 
Anselmi Manetta (sopranaj (Eloisa) 
Settoff Giuseppe (Viscardo) 
Pacchiarotti Gaetano (2° ten.) (Brunara) 
Freikoffer Fanny (Fanny) 

281. 10 Febbraio. Andata in scena dell' Opera II Domino Nero con 
esito infelice ; calata la tela alla scena 3 a dell' atto 1° con urli e 
fischi del Pubblico. — Id. 11 Febb. La sera di poi essendo acca- 
duti nuovi disordini in teatro, questo venne chiuso per ordine del- 
l' autorità. 



282. Rigoletto. Melodramma in tre atti da rappresentarsi al Teatro 
Nobile Condominio in Pavia la Primavera 1855, Milano Stab. Tip. 
di Giov. Ricordi. 

Parole di F. M. Piave. Musica di G. Verdi. 



- 48 — 

Giorgetti Giov. (// Buca di Mantova) 
Mussiani Francesco (Rigoletto) 
Mangini Carolina (Gilda) 
Cervini Benedetto (Spara fucile) 
Chini Teresina (^Maddalena) 
Fiario Linda (Giovanna) 
Manzani Eugenia (Il Conte Monterone) 
Paeehiarotti Francesco (Manilio) 
Cavirani Alessandro (Borsa) 
Decaroli Luigi (Conte Cedrano) 
Fiario Linda (La Contessa) 
Grassi Carlo (Usciere) 
Rossi Angelo (Paggio) 

282. Saffo. Tragedia lirica in tre atti. 

Parole di Salvatore Cammarano. Musica del Maestro G. Pacini. 

(12 Maggio — Beneficiata del Primo Baritono assoluto sig. Mastriani Fran- 
cesco — Opera Saffo — Atto 3° dell' Emani — Un passo a due di mezzo ca- 
rattere ed un altro serio, eseguiti ambedue dai Primi Ballerini — Introito L. 906.75). 

283. Nina pazza per amore — 8 recite. 

1856 

284. Adelia. Melodramma serio in tre atti, da rappresentarsi nel 
Teatro del Nobile Condominio di Pavia il Carnevale 1856, Milano 
coi tipi di Francesco Lucca. 

Parole di Felice Romani, Musica di Gaetano Donizetti. 

Tonini Giovanni {Carlo) 
D" Altavilla Alfonso (Oliviero) 
Lari Ottaviano (Arnaldo) 
Gavetti-Ileggiani Luigia (Adelia) 
Paeehiarotti N. (Camino) 
Fontanesi Angiola iOdetta) 
De Caroli N. (Uno scudiere) 

285. I Masnadieri. Dramma tragico in 4 parti, rappresentato al Tea- 
tro del Nobile Condominio Carnevale. 

Parole di A. Maffei. Musica di G. Verdi. 






- 49 - 

Ottaviano Lari (Massimiliano) 
D' Altavilla Alfonso (Carlo) 
Tonini Giovanni (Francesco) 
Gavetti Luigia (Amalia) 
Pacchiarotti Gaetano (Arminio) 
De Caroli Luigi (Moser) 

286. Stella di Napoli. Dramma lirico in tre parti, da rappresentarsi 
al Teatro del Nobile Condominio in Pavia la Quaresima 1856, Mi- 
lano Tip. di G. Ricordi. 

Parole di Salvatore Cammarano, Musica del maestro G. Pacini. 

Bartolucci Carlo (Gianni) 
Gavetti Reggiani Luigia (Stella) 
Corbaro Luigia (Olimpia) 
Bartolini Remigio (Alberto) 
Fontanesi Angiola (Marta) 
Vinals Vincenzo (Gener, eT Anbigni) 
Pacchiarotti Carlo (Armando) 
De Paoli Luigi (Clodoveo) 

287. Lucrezia Borgia. Melodramma in due atti con prologo, da rap- 
presentarsi al Teatro Condominio, Quaresima, Milano, coi tipi di 
Francesco Lucca. 

Poesia di Felice Romani. Musica di Gaetano Donizetti. 

Carlo Bartolomei (Z)' Alfonso) 
Luigia Govetti (D. Lucrezia Rorgia) 
Remigio [Bertolini] (Gennaro) 
Luigia Corbari (Maffìo Orsini) 
A. Pacchiarotti (Gubetta) 
L. De Paoli (Rusti citello) 

288. Macbeth. Melodramma in quattro parti da rappresentarsi al 
Teatro del Nobile Condominio in Pavia la Primavera 1856, Milano 
Stab. Tip. di Giov. Ricordi. 

Musica del Maestro Giuseppe Verdi. 



- 50 - 

N. N. (Duncano) 

Fabbricatori Squinzio (Macbeth) 
Tovajera Remigio (Banco) 
Ermi ni Elisa (Lady Macbeth) 
Marinelli Rosa (Dama di Lady Macbeth) 
Bertolini Remigio (Macduff) 
Pacehiarotti Gaetano (Malcolen) 

1 856-57 

289. Emani. Dramma lirico in quattro parti da rappresentarsi al 
Teatro del Nobile Condominio in Pavia il Carnevale 1856-57. Milano, 
dal I. R. Stab. Gr. Ricordi. 

Parole di M. Piave. Musica di G. Verdi. 

Giusti Enrico (Emani) 

De Giorgi Carnovali Gaetano (D. Carlo) 

Sautley Carlo (Rey Gomez de Silva) 

De Martini Virginia (Elvira) 

Borghi Giovannina (Giovanna) 

Bien Giuseppe (D. Riccardo) 

Pacehiarotti Gaetano (Jago) 

290. La Traviata. Opera in 3 atti da rappresentarsi nel Teatro del 
Nobile Condominio il Carnevale 1856-57. Ediz. Ricordi di Milano. 

Parole di M. Piave. Musica di G. Verdi. 

De Martini Virginia (Violetta Valéry) 
Buzzi Giovannina (Flora Bervoix) 
N. N. (Annina) 

Giusti Enrico (Alfredo Germout) 
Rossi Achille (Germont Giorgio) 
De Caroli Antonio (Gastone) 
Bien Giuseppe (Barone Bouphol) 
N. N. {Marchese D' Obigny) 

Santley Carlo (Dottore Grenvil) 
N. N. (Giuseppe) 

N. N. (Domestico) 

N. N. (Commissario) 



- 51 — 

291. Lamberto Malatesta. Melodramma in tre atti da rappresentarsi 
al Teatro del Nob. Condominio in Pavia, nel Carnevale 1857. Pavia 
Tipografìa dei Fratelli Fusi. 

Parole di N. Casartelli. Musica di Cipriano Pantoglio. 

Carlo Santley {Francesco 11° Medici) 
Virginia De Martini (Bianca Capello) 
Achille Rossi (Lamberto Malatesta) 
Anna Du Barry (Ugolina) 
Enrico Giusti (Dino Brunelleschi) 
Gaetano Pacchiarotti (Leoni) 

[In una noti si legge come la parte di Bianca dovette essere sostenuta 
da Elisa Gambardella, e quella di Ugolina da Virginia De Martini]. 

1857 

292. Norma. Primavera. Tragedia lirica di Felice Romani. 

Musica di V. Bellini. 

293. Roberto il Diavolo. Dramma in 5 parti da rappresentarsi nel 
Teatro del Nobile Condominio in Pavia, nella Primavera del 1857. 
Pavia, Tipografia dei Fratelli Fusi. 

Musica di G. Meyerberg. 

Picinini Giovanni {Roberto) 
Bajlini Gaetano (Bertramo) 
Prette Pietro (Alberto) 
Ferrari Gaetano (Rambaldo) 
Tommasini Angela (Alice) 
Pirola Maddalena (Isabella) 
Ganzi Faustino (Araldo) 

(Una correzione volante avverte che la parte di Alice sarà sostenuta dalla 
Sigrora Pirola Maddalena, e la parte di Isabella dalla Signora Tomasini Angela). 

1857-58 

294. Maria Padilla. Melodramma in tre atti da rappresentarsi al 
Teatro del Nobile Condominio in Pavia, nel Carnevale 1857-58. 

Parole di Gaetano Rossi, Musica di Gaetano Donizetti. 



— 52 — 

Cellini Felice (D. Pedro) 
Gambini Giuseppe (Il Duca Ramiro) 
Ceresa Luigi (Don Ruiz) 
Filippi Francesco (Don Luigi) 
N. N. (0. Alfonso) 

N. N. (Bianca) 

Bertucci Annetta (Maria Padilla) 
Pratesi Ersilia (Ines Padilla) 
Bicchieri Paolina (Francisco) 

295. I due Foscari. Tragedia lirica da rappresentarsi al Teatro del 
Nobile Condominio in "Pavia nel Carnevale del 1857-58. Milano 
I. R. Stab. di Gliov. Ricordi. 

Parole di F. M. Piave. Musica di Giuseppe Verdi. 

Cornia Enrico (Francesco Foscari) 
Viganotti Ignazio (Iacopo Foscari) 
Bertucci Adele (Lucrezia Coniarmi) 
Gambini Giuseppe (Iacopo Loredano) 
N. N. (Barbarigo) 

Bicchieri Paolina (Pisana) 

296. Giovanna d'Arco. Dramma lirico da rappresentarsi al Teatro 
del Nobile Condominio in Pavia, nel Carnevale 1857-58. Milano, 
I. R. Stab. di Gliov. Ricordi. 

Parole di Temistocle Solerà, Musica di G. Verdi. 

Ceresa Luigi (Carlo VII) 

Luigia Govetti-Reggiani (Giovanna) 

Cornia Enrico (Giacomo) 

Pacchiarotti Gaetano (Deli) 

N. N. (Talbot) 

1858 

297. Lucia di Lamermoor. Dramma tragico in due parti da rappre- 
sentarsi nel Teatro Condominio in Quaresima. 

Parole di Salvadore Cammarano. Musica di Gaetano Donizetti. 

Crotti Giuseppe (Lord Enrico Asthon) 
Govetti-Reggiani Luigia (Miss Lucia) 
Ballarmi Emidio (Sir. Edgardo) 
Bertelli Gaetano (Lord Arturo) 
Vecchi Luigi (Raimondo Bidebent) 
Bicchieri Paolina {Alisa) 
Pacchiarotti Gaetano (Normanno) 






— 53 



208. I Lombardi alla Prima Crociata. Dramma lirico in 4 parti. 
Parole di Temistocle Solerà, Musica di G. Verdi. 

Dal 1858 a tutto aprile 1859 il teatro è stato chiuso avendo servito come magazzino 
per 1' armata Austriaca. 

1859 

299. L'Assedio di Leida. Melodramma tragico in un prologo e 3 atti 
da eseguirsi nel Carnevale. 

Parole di Domenico Bolognese. Musica di Errico Petreila. 

Giovanni Scolari {Giovanni Busi) 
Clarice Marini (Eluava) 
Giovanni Boy (Armando Boasot) 
N. N. (Anna) 

Giuseppe Costanti (Valdes) 
G. Torriani (Diego de Guibo) 
G. Pacchiarotti (Inigo) 

1 859-60 

300. Roberto Dèvereux. Melodramma tragico in tre atti da rappre- 
sentarsi al Teatro del Nobile Oomdominio in Pavia, nel Carnevale 
1859-60. Milano, I. R. Stab. di Giov. Ricordi. 

Parole di Salvatore Cammarano. Musica di G. Donizetti 

Marini Clarice (Elisabetta) 
Pellegrini Antonio (Lord Duca) 
Gorelli Sofia (Sara) 
Forti Giuseppe (Roberto Dèvereux) 
Pacchiarotti Gaetano (Lord Cecil) 
N. N. (Sir Gualtiero Raleich) 

1860 

301. Beatrice di Tenda. Tragedia lirica in 2 atti. Carnevale 1860. 

Parole di Felice Romani. Musica di Bellini. 

302. Prassede di Colonia. Dramma lirico in tre atti da rappresen- 
tarsi nel Teatro del Condominio, nella Quaresima 1860. Pavia, Ti- 
pografia dei Fratelli Fusi. 

Parole di Raffaele Ferretti. Musica di Luigi Ferretti. 



— 51 - 

Consoli Teofilo {Enrico IV ) 

Marini Clarice (Prassede) 

Marelli Giuseppe (Raimondo Berenger 111) 

Panizza Gustavo [Gualtiero di Thau) 

Bicchieri Paolina (Marchesa Bice) 

Camera Emilio (Un messo) 

303. Pipelè, ossia II Portinaio di Parigi. Melodramma giocoso in 
tre atti. Primavera 1860. 

Parole di Raffaele Berninzone. Musica di S. A. De-Ferrari. 

1860 61 

304. Vittore Pisani. Melodramma in tre atti da rappresentarsi nel 
Carnevale al Nobile Condominio. 

Parole di M. F. Piave. Musica di Achille Peri. 

Visai Carlo (Vittor Pisani) 
Prattolini Benedetta {Maria) 
Dotti Eugenia (Alba) 
Torriani Eusebio (Andrea Contarmi) 
Cornago Gio. Battista (Antonio Barbo) 
Giuriati Giuseppe (Nicolò Memo) 
Pacchiarotti Gaetano (Messer Grande) 
Zaccometti Giovanni (Pietro) 

Sul libretto dell' archivio manoscritti. 

1861 

305. Tutti in maschera. Commedia in tre atti da rappresentarsi 
nel Teatro del Nobile Condominio nella Primavera 1861. Edizione 
Ricordi di Milano. 

Parole di M. M. Marcello. Musica di Cario Pedrotti. 

Mottino Francesco (Abdalà) 
Astort Federico (Cav. Emilio) 
Fumagalli -De Giorgi Amalia ( Vittoria) 
Papi ni Edoardo {D. Gregorio) 
Repossi Angelina (Borotea) 
Canee va Francesco (Martello) 
N. N. (Lisetta) 



806. Il Birrajo di Preston. Melodramma giocoso in tre atti da rap- 
presentarsi nel Teatro Condominio. Primavera. Milano, coi tipi di 
Francesco Lucca. 

Parole di Francesco Guidi. Musica di Luigi Ricci. 

Papini Edoardo [Davide Robinson) 
N. N. {Giorgio) 

Fumagalli Amalia De Giorgi (Effy) 
Fiottino Francesco {Tobia) 
Astort Federico {Oliviero Jenkius) 
Repossi Angelina {Miss Anna) 
Camera {Murgrave) 
Pacchiarotti {Lovel) 

307. Attila. Dramma lirico in un prologo e tre atti [da rappresentarsi 
nel Teatro Condominio] nella Primavera 1861. 

Parole di Temistocle Solerà. Musica di G. Verdi. 

Vecchi Luigi {Attila) 
Mottino Francesco {Ezio) 
Fabbri Matilde {Adabella) 
Astor Federico {Foresto) 
Pacchiarotti Gaetano {Uldino) 
Camera Emilio {Leone) 

Il libretto non si dice stampato per il teatro del Condominio, ma si può conget- 
turare che lo sia stato, perchè porta i nomi degli artisti. 

Nella copertina sotto il titolo stampato Attila, sta scritto manoscritto, e lo si riporta 
per curiosità : Flagellum Dei, ver V impresa. 

1861-62 

308. L' Ebreo. Melodramma tragico in un prologo e tre atti da rap- 
presentarsi al Teatro del Nobile Condominio in Pavia, nel Carne- 
vale 1861-62. Milano, Reg. Stab. di Gio. Ricordi. 

Musica del maestro Giuseppe Apolloni. 

Brandi ni Felice {Issachar) 
Mangini-Stecchi C. {Leila) 
Camera Emilio {Boab-dil-el-chic) 
Pozzolini Anatasio {Adel-Muza) 
Contedini Nicola {Ferdinando) 
Ferolo Lucia {Isabella) 
Maroni Germano (Gran Giudice) 



— 56 — 

309. Marco Visconti. Melodramma tragico in tre atti da rappresen- 
tarsi al Teatro Condominio. Carnevale. Milano, coi Tipi di Fran- 
cesco Lucca. 

Parole di Domenico Bolognese. Musica di Errico Petrella. 

Felice Brandirli (Marco Visconti) 
Astanasio Pozzolini (Ottorino Visconti) 
Ermano Marcili (Lodrisi Visconti) 
Nicola Contedini (Oldrado del Balzo) 
Corolina Mangi ni-Stecchi (Bice) 
Maria Veralli (Tremacoldo) 
Lucia Ferolo (Laura) 

310. La Favorita. Dramma serio in quattro atti, tradotto dal fran- 
cese, da rappresentarsi al Teatro del Condominio in Pavia, nel Car- 
nevale. Milano, coi Tipi di Francesco Lucca. 

Parole di F. Jannetti. Musica di Gaetano Donizetti. 

Felice Brandirli (Alfonso XI) 
Manetta Veralli (Leonora di Gusman) 
Atanasio Pozzolini (Fernando) 
Nicola Contedini (Baldassarre) 
Germano Moroni (Don Gasparo) 
Lucia Ferolo (Ines) 

1863 

311. L' Elisir d' amore. Melodramma Giocoso in due atti da rap- 
presentarsi al Nobile Teatro del Condominio Primavera 1863. 

Parole di Salvatore Romani. Musica di Gaetano Donizetti. 



312. Luisa Muller. Melodramma tragico in tre atti, da rappresen- 
larsi nel Teatro Condominio in Primavera 1863. 

Parole di Felice Cammarano. Musica di G. Verdi. 



313. Crispino e la Comare. Da rappresentarsi al Teatro Condomi- 
nio, Primavera 1863. 

Parole di Francesco M- Piave. Musica dei fratelli Luigi e Federico Ricci. 



- 57 



314. Il Carnevale di Venezia, ovvero Le Precauzioni. Opera buffa 
in tre atti, da rappresentarsi al Teatro Condominio. Autunno 1863. 

Parole di Marco d' Arienzo. Musica di Errico Petrella. 

Manoscritto, sul libretto 

Mazza Leopoldo (Muzio) 
Prette Antonio (Il Conte Bietola) 
Baroni Carlo (Oreste) 
Baldassari Domenico (Pilade) 
Mazzoni Ferdinando (Cola) 
Calcaterra Elena (Romilla) 
Grossi Benedettina (Albina) 
Grangolina Teresina (Mimosa) 
Accordi Benedetto (Zanni) 
Mora Gaetano (Pasqualino) 

1 863-64 

315. Un ballo in Maschera. Melodramma in tre atti, da rappresen- 
tarsi al Teatro del Nobile Condominio in Pavia il Carnevale 1863- 
64, Milano Stab. Tip. di G. Ricordi. 

Musica di Giuseppe Verdi. 

Baroni Carlo {Riccardo) 
Baldassari Domenico (Renato) 
Ruggero Laura (Amelia) 
De Caroli Lucia (Ulrica) 
Ruggero Adele (Oscar) 
Poggiali Salvatore (Silvano) 
Dal Besio Giuseppe (Samuele) 
Tanini Giovanni (Tom) 

316. Il Pirata. Melodramma in due atti, da rappresentarsi al Nobile 
Teatro del Condominio in Primavera 1864. Ediz. Ricordi in Milano. 

Parole di Felice Romani. Musica di Vincenzo Bellini. 

Lanner Giovanni 
Pavanelli Carina 
Armandi Manetta 
Penso Giuseppe 
Andreef Nicola 
Pantaleoni Adriano 



— 58 — 

317. Fiorina o la fanciulla di Glars. Melodramma semiserio in due 
atti, da rappresentarsi al Condominio. Primavera 1864. Ediz. Ri- 
cordi di Milano. 

Parole di ?, Musica di Carlo Pedrotti. 

(gli stessi attori) 

318. Michele Perrin. Opera comica in tre atti. Teatro Condominio 
Estate 1864 in occasione della fiera e dell' esposizione Agricola. 
Ediz. Ricordi di Milano. 

Parole di NI. Marcello. Musica di Antonio Cagnoni. 

Borella Maurizio (Michele Perrin) 
Pellico Ugo (Giuseppe Fouchè) 
Bolis Luigi (Enrico Bernard) 
Bardoni Domenech L. {Teresa) 
Anselmi Eugenio (Giulio Grussè) 
Moretti Carlo {Ottavio Desonnè) 
Bolis Maria (Gregorio) 
N. N. {Un garzone) 

N. N. (Un usciere) 

1 864-65 

319. Don Bucefalo. Dramma Giacoso in tre parti. 

Musica di Antonio Cagnoni. 

Attori : Pozzi Teresina 
Fu sconi 

Bottero Alessandro 
Albertazzi Dina 
Pozzi Greca 
Altini Giuseppe 
Cornazzani Cesare 

1865-1866 

320. Aroldo. Libretto in quattro atti, da rappresentarsi al Teatro 
del Condominio in Pavia il Carnevale 1865-66 R. Stabilimento di 
Giov. Ricordi, Milano. 

Parole di F. M. Piave. Musica di Giuseppe Verdi. 



- 59 — 

Villa Tommaso (Araldo) 
Vielli Rosina (Mina) 
Baldassari Domenico (Ec/berto) 
Donato Basilio (Brianó) 
Galvano Giuseppe (Godvino) 
Caravali Pietro (Enrico) 
Valtorta Luigia (Elena) 
N. N. (Jorg) 

1 866-67 

321. Il Trovatore. Dramma in quattro atti. Carnevale. 

Poesie di Salvatore Cammarano. Musica di Giuseppe Verdi. 

322. La Vestale. Tragedia lirica in tre atti. Carnevale. 

Parole di Salvatore Cammarano. Musica di Saverio Mercadante 

Attori : Spelliani Luigi 

De Zorzi Manetta 
Ghedini Carolina 
Li vera ni Carlo 
Cicognani Annibale 
Rodda Manetta 
Rodda Giuseppe. 

1868 

323. La Contessa d* Amalfi. Dramma lirico in 4 atti. Autunno. 

Parole di Gio. Peruzzini. Musica di Errico Petrella. 

Attori : Coruzzi 
Bedogni 
Dal Fabbro 
Boracchi 
Moragas 
Bagioli 
Rodda 

1 868-69 

324. Marta. Opera semiseria in 4 atti. Carnevale. 

Musica del Maestro F. De Flotow. 



- 60 — 

Artisti : Ca ruzzi Bedoui 

Giuseppina Gavotti Fiore 
Pietro Cechi 
Antonio Grandi 
Angelo Gavoldelli 
Ignazio Cancelli 

1 869-70 

325. Isabella d'Aragona. Carnevale e Quaresima. 
Musica del Maestro Petrella. 

(Lo spartito costò L. 400 e L. 300 i scenari) 

326. Rigoletto. 

Musica del Maestro G. Verdi. 

(Spartito 350, scenari 250) 

327. Parisina. 

(Spartito 200, scenari 150). 

Musica del Maestro Donizetti. 

Artisti: Rubini Cametta 
Arton Giacomo 
Burlini Guglielmo 
Frini Francesco 
De Giulio Angelo 
Fontanesi Angelo 
Lamor Giovanni 
Gnocchi 
Guerci 

328. Il Trovatore. Autunno. 

Musica del Maestro G. Verdi. 

Prima recita il 12 Novembre del 1870. Vennero date 8 recite. 

Compagnia di Canto 

Fede Davidoff — Gerii (prima donna soprano assoluta) 
Annunziata Gel lini — Azzoni 
Giovanni Parmigini 
Clemente Sacchetti 
G. F. Crolly 



— (il 



829. Il Giuramento. Autunno. 

Musica del Maestro Mercadante. 

La prima recita il 26 Novembre 1870, 8 recite. La quarta avvenne il 3 Dicem- 
bre con la beneficiata della prima donna, che come da scrittura, si ebbe 100 lire. 
L" ultima recita del Giuramento, che fu anche l' ultima della Stagione, fu il 9 
Dicembre 1870. 

1870-7 1 

330. Faust. Dramma lirico in cinque atti, Teatro Fraschini. Carne- 
vale 1870-71, Milano coi tipi di Francesco Lucca, 1870. 

Parole dei Signori J. Barbier e M. Carré Traduzione italiana del Signor 
Achille De Lauzières. Musica di Gounoud. 

Giacomo Artoni (Il Dottor Faust) 

Arcangelo Balderi (Mefistofele) 

Nicola Varvaro ( Valentino) 

Ignazio Bay (Wagner) 

Maria Cardini-Frangini (Margherita) 

Adele Grati (Siebel) 

Angelina Borotti {Marta) (*) 

(*) li Libretto da me veduto appartenne al Cav. Giovanni Fabio che di suo pugno 
scrisse 1' anno in cui il Faust venne rappresentato al Fraschini e il nome dei singoli 
attori. 

331. Un ballo in Maschera. 

Musica di G. Verdi. 

(La stessa Compagnia di Canto) 

332. Le educande di Sorrento. Autunno. 

Musica del Maestro Usiylio 

333. Don Procopio. Fraschini. Autunno. 

Musica del Maestro Fioravanti. 

1871-72 

334. I Vespri Siciliani. Dramma in 5 atti. 

Parole di G. Scribe e C. Duverier. Musica di G. Verdi. 



- (>2 - 

335. I Lombardi alla prima crociata. 

Musica di G. Verdi. 

Attori: Augusto Pifferi 
Enrico Amati 
Luigi Marini 
Alessandro Ponti 
Nazzareno Manni 
Marianna'Pollaci 
Elisa Giorgi 
Enrico Sallemano 
Gustavo Giorgi 

336. Linda di Chamounix. Melodramma in tre atti. Teatro Fra- 
schini di Pavia. Autunno 1872, R. Stab. Ricordi, Milano. 

(3 Novembre 1872 prima rappres.; : nel manifesto prima recita 8 
dicembre, seconda recita 1) dicembre. 

Parole di Gaetano Rossi. Musica di Gaetano Donizetti. 

Miglia ra Francesco {Il Mar dieso di Boisfleury) 
Lendinara Giuseppe {Il Visconte di Sirval) 
Migliara Fiurrino {Il Prefetto) 
Medini Achille {Antonio) 
Dardelli Maria {Pierotto) 
Costa Luigi (L' intendente) 
Guberti Elvira {Maddalena) 
De Sassi Irena {Linda) 

Nel Libretto si legge Gozzolini Giuseppe — Visc. di Sirval 

N. N. — L' intendente 

La lista riportata é tolta dal Manifesto. 

337. Il Carnevale di Venezia ossia Le precauzioni — Opera buffa 
in tre atti. Teatro Fraschini. Carnevale. 

Parole di ? . Musica di Errico Petrella. 

Migliara Francesco {Muzio) 
Migliara Fiumino (// Co: Bietola) 
Marcelli Antonio {Oreste) 
Medini Achille {Pilade) 
Grandello Raffaele {Cola) 
Guberti Elvira (Romilla) 
De Sassi Irena {Albina) 
Dardelli Maria {Mimosa) 
Monti Luigi {Zanni) 
Costa Angelo {Pasqualino) 



(>:* — 



Il Carnevale di Venezia. Opera buffa in tre atti. Musica di 
Errico Petrella ; Duetto per Soprano e Tenore dell' Opera I Masna- 
dieri di G. Verdi (eseguiti dalle signore Irena de Sassi e Giuseppe 
Leudinara) ; romanza per Tenore dell'Opera Marte di Flotow (ese- 
guirà dalLendinara 1 ; romanza dell'Opera Don Sebastiano dol Doni- 
zetti (eseguito dal Baritono Medini). 

7 Dicemb. 1872. A beneficenza dei danneggiati delle inondazioni 
nell' Agro pavese. 

1872-73 

33S. Ruy-Blas. Dramma lirico in quattro atti da rappresentarsi nel 
Civico Teatro Eraschini. Carnevale (l a rappres. 25 Die. 1872). 

Parole di C. D' Ormenville. Musica di Filippo Marchetti. 

Genolini Rosa [Maria de Neubourg) 
Cesari Domenico (Sallustio de Bazan) 
Micheloni Annibale (Fedro de Guevarra) 
Erfi Giovanni (Bernando de Cordova) 
Fiorani Francesco (Don Guritano) 
Guberti Elvira {Giovanna de la Cueva) 
N. N. (Manuele Arias) 

D 1 Antonj Giorgio (Ruy-Blas) 
Stoika Ernestina (Casilda) 

339. Francesca da Rimini. Tragedia lirica in un prologo e tre atti. 
Teatro Fraschini. Carnevale. Edizione Ricordi di Milano. 

Parole di Matteo Benvenuti. Musica di Giuseppe Marcarini. 

Fiorani Franceschi (Guido) 
Cesari Antonio (Lanciotto) 
Monti Giovannina (Francesca) 
Stoika Ernestina (Pigliapesce) 
Guberti Elvira (Elvira) 
D' Antonj (Paolo) 

340. La Favorita del maestro Donizetti. 

1 873-74 

341. I Promessi Sposi. Melodramma in quattro atti. Teatro Fra- 
schini. Carnevale. Edizione G. Ricordi. 

Parole di ? Musica di Amilcare Ponchielii. 



Luigi Magnani 

Stefano Narbis 

N. N. 

Ludmiera Bagononi 

Nino Rebotta ro 

Maria Rebottaro 

Luisa Maria Mayer 

Luigi Gallo 

N. N. 

N. N. 

Angelo Costa 



- 64 — 

Primo Baritono 
Basso Comprimario 
Basso Comprimario 
Primo Mezzo-Soprano 
Primo Basso 
Secondo Soprano 
Primo Soprano 
Primo Tenore 
Secondo Basso 

Secondo Tenore 

(Recite N. 12) 



(Don Rodrigo) 

(U innominato) 

(Il Cardinal Federico) 

(La Signora di Monza) 

(Fra Cristoforo) 

(Agnese) 

(Lucia) 

(Renzo) 

( Griso) 

(Nibbio) 



342. Luisa Muller di G. Verdi (Recite N. 9) 



343. Rigoletto 



id id. N. 12) 

(Gli stessi artisti) 



1874-75 

344. La Muta di Portici. Opera in cinque atti. Teatro Fraschini 
Carnevale. Edizione Gr. Ricordi. 

Parole di Scribe e Germano Delavigne tradotta da Calisto Bassi. 
Musica di F. Auber. 



Ceresa Luigi 
Cherubini Carolina 
Gemma Gonella 
Petrovich Riccardo 
Prot Cesare 
Avietti Giovanni 
N. N. 

Milanesi Enrico 
N. N. 



Primo Tenore 
Primo Soprano 
Mima 

Primo Tenore ; 
Basso profondo 
Secondo Basso 
Secondo Tenore 
Secondo Basso 
Seconda Donna 



(Alfonso) 

(Elvira) 

(Fenella) 

(Masaniello) 

(Pietro) 

(Borella) 

(Lorenzo) 

(Selva) 

(Emma) (*) 



(•) Libretto con note manoscritte. 



345. Un Ballo in Maschera. Melodramma in 
schini. Carnevale 1875. Edizione Gk Ricordi. 



tre atti. Teatro Fra- 



Parole di ? Musica di Giuseppe Verdi 



— (55 — 



Petrovich Riccardo 

Fallica Nicolò 

Ieny Bay 

Della Rocca Brusa Clementina 

Frattini Virginia 

N. N. 

Salvarmi Giuseppe 

Prò Cesare 



Primo Tcrnore 
Primo Baritono 
Primo Saprano 
Primo Contralto 
Primo Soprano 
Secondo Basso 
Primo Basso 



(Riccardo) 

(Renato) 

(Amelia) 

( Ulrica) 

( Oscar) 

(Silvano) 

(Samuel) 



Basso Comprimario (Tom) 



346. I Masnadieri del Maestro Verdi. 

(Gli stessi artisti) 

1875 

347. Isabella Orsini. Tragedia lirica in tre atti e un prologo. Teatro 
Fraschini. Primavera. Pavia, Tipografia Popolare. 

Parole di Domenico Pianaroli. Musica di Isidoro Rossi. 

Domenico Belardi (Paolo Giordano Orsini) 
Clementina Arnaldi (Isabella Orsini) 
Ernesto Baldanza (Troilo Orsini) 
Teresina Weber (Lelio Torelli) 
Luigia Marconi (Maria) 
Giovanni Boschi (Titta) 

(N. 8 recite) 

348. Norma, di V. Bellini. 

349. Jone. Autunno, 8 recite. 

Musica del Maestro Petrella. 

Compagnia di Canto 
Morandini Teresa l a donna 
Gasparini Luisa l / 2 soprano 
Franco Antonio Tenore 
Putò Antonio Baritono 
Puzzi Gaetano Basso 

350. Il Guarany. Opera-ballo in quattro atti. Teatro Fraschini. 

Poesia di ? Musica di Carlo Gomes. 



— 66 — 

Villani Giovanni {Don Antonio de Martz) 

Matilde Ricci {Cecilia) 

D'Antoni Giorgio {Pery) 

Serra Giacinto {Don Alvaro) 

Giulio Santiaci {Gonzales) 

Costa Angelo {Ruy-Bento) 

Erfi Giovanni (Alonso) 

Benferreri Davide {Il Cacico) 

N. N. (Pedro) {*) 

(*) Libretto appartenente al Cav. Fabio dove si trovano i nomi degli attori segnati di 
suo pugno. 

1875-1876 

351. La Forza del Destino. Opera in quattro atti. Teatro Fraschini 
Carnevale, dicembre 1875, Milano Stab. Ricordi (1). 
Parole di F. M. Piave. Musica di Giuseppe Verdi. 



Jacopo Pietro 
Carina Macoroa 
G. Valcheri 
G. Carion 
Eva Razzani 
G. Sampieri 
E. Cazzola 
Cristina Calvi 
N. N. 
G. Marino 
N. N. 



Secondo Basso 
Primo Soprano 
Primo Baritono 
Primo Tenore 
Mezzo Soprano 
Primo Basso 
Baritono brillante 
Seconda Donna 
Secondo Basso 
Tenore comprimario 
Secondo basso 



{Il marchese di Calalrava) 

[Donna Leonora) 

{Don Carlo di Vargas) 

{Don Alvaro) 

(Pr e zio zilla) 

{Padre Guardiano) 

(Fra Melitone) 

(Curra) 

{ Un Alcade) 

(Maestro Trabuco) 

( Un Chirurgo) 



(1) Libr. appartenente al Cav. Giovanni Fabio. 



1876 



352. Lucrezia Borgia. 5 Febbraio. 
Musica del Maestro Donizetti. 

Cantanti: G. Valchieri 

C. Mocoroa 
G. Carrion 

E. Razzani 
A. Costa 

F. Coggiola 

D. Baldi 



— 67 — 

858. Un' Avventura di Scaramuccia. Autunno, 11 recite. 
Musica del Maestro Ricci. 

354. Don Procopio. 

Musica del Maestro Fioravante. 

Cantanti: Chiarina De Sanctis 
Davasini Mirta 
Parmisini Giovanni 
Massera Carlo 
Bai Ferdinando 



1* donna soprano assoluto 

l a donna contralto assoluto 

1° tenore assoluto 

1° Baritono 

1° Basso comico 



1876-77 

355. Salvator Rosa. Carnevale. 

Musica del Maestro A. Gomez. 

356. Diana di Chaverny. 

Musica del Maestro F. Sangiorgi. 

(Essendo stata protestata V Opera Diana venne sostituito coli 1 opera Emani 
del Maestro G. Verdi). 

Cantanti: Sternini de Witten l a Donna soprano assoluto 

Carnieli Maria l a Donna soprano 

Santinelli Domenico Tenore 

De Pasqualis Vincenzo Baritono 

Del Fabbro Gio. Batt. 1° Basso 



1877 

357. L'Ebrea del maestro Halevy. 8 Settembre (Recite N. 16). 

Cantanti: A. Contari ni 
A. Bonner 
T, Villa 
R. Ramini 
A. Finto 
C, Reduzzi 

Lunedi 26 Sett. 1877. Gran Serata di Gala coli' intervento delle LL. AA. RR. il Prin- 
pe Umberto e la Principessa Margherita.lw tale occasione oltre l'opera, venne eseguito 



68 - 



il jjran Inno Corale con accompagnamento d'orchestra, parole del prof. Piero Corbel- 
lini. Musica del maestro Isidoro Rossi, dedicato alle loro Altezze Reali. 

In questa circostanza venne rinnovato il sipario e posto il comodino, e il vecchio 
sipario dipinto dal Sanquirjci venne ceduto all'Accademia di Brera di Milano. Venne 
pure per quest'occasione restaurata la sala con una spesa a carico dei Palchettisti di 
Lire 133SU come da riparto della Commissione appositamente nominata. 



1877-78 



Bassi assoluti 



358. Guarany. Carnevale 10 recite. 

Musica del Maestro C. Gomez. 

359. Ruy-Blas. 14 recite. 

Musica del Maestro Marchetti. 

360. Traviata. 15 recite. 

Musica del Maestro G. Verdi. 

Artisti : Matilde Ricci l a Donna assoluta 

Giuseppina Zeppilli 

Santini Giulio 1° Baritono assoluta 

Enrico Baroselli 1° Tenore assoluto 
Davide Benferreri 
Giovanni Villani 

1878-79 

361. Dinorah. Carnevale 16 recite. 

Musica del Maestro Meyerber. 

362. Contessa d'Amalfi. 11 recite. 

Musica del Maestro Errico Petrella. 

363. I Lombardi alla prima crociata. 11 recite. 

Musica di G. Verdi. 

Attori : Carolina Buglione di Monale 
Emma Rome Idi 
Rosina Roccatagliati 
Caterina Chiusi 
Elisa Benigni 
Enrico Scarabelli 
Armando Frassini 
Edoardo Omani 
Lorenzo Valenti 






— 69 - 

1879-80 

364. Don Carlos. 16 recite. 

Musica del Maestro G- Verdi. 

365. Marin Faliero. Carnevale. 11 recite 

Musica del Maestro Donizzetti. 

366. Lucia di Lamermoor. 11 recite. 

Artisti: Filippo Corizzi 
Eugenio Mozzi 
Carmine Faurone 
Pessina Francesco 
Rosa Reduzzi 
Lina Ferrari 
Annetta Ball 
Angela Donati. 

367. Barbiere di Siviglia. Quaresima. 

Musica del Maestro Rossini. 

368. Sonnambula. 

Musica del Maestro Bellini. 

Carolina B 
Giuseppina Arpidella 
Pietro Petragni (per l' Opera 11 Barbiere) 
Enrico De Caprile (Id. La Sonnambula) 
Vincenzo Greco 
Antonio Bugaggiolo 
Orazio Bonasons 

18 Febbraio. Serata a beneficio del Maestro Direttore Sig. Enrico 
Riboldi coli' Opera Dinorah del Maestro Meyerbeer ; Cantata in 
omaggio a Benedetto Cairoli. Composizione del Maestro Riboldi. 

369. Rigoletto. Primavera. 8 recite. 

Musica del Maestro Q. Verdi. 



- 70 — 



370. Linda di Chamonix. 9 recite. 

Musica del Maestro Donizetti. 

Artisti ; Carolina di Buglione di Monale 
Giuseppina Arpidella 
Enrico Giordani 
Alberto Navary 
Leone Abulcher 
Cesare Bellincioni 

371. Attila. 28, 29 e 30 Agosto. 

Musica del Maestro Verdi. 

(Recite straordinarie che dovevano avvenire al Teatro Guidi, ma che forse per intem- 
perie, non poterono essere continuate al Guidi, si che la Giunta concesse per tre sere 
l'uso del Fraschini pagando un canone di L. 20, più le spese del personale addetto al 
Teatro). 



1 880-8 1 



372. Faust. Carnevale, 15 recite. 

Musica del Maestro 6. Gounod. 

373. Saffo, 6 recite. 

Musica del Maestro Pacinì. 

374. Favorita, 12 recite. 

Musica del Maestro Donizetti. 



Artisti: Emilio Bettini 
Celeste Siccardi 
Vincenzo Tambini 
Antonio Gottardi 
Giov. Batt. Avieti 
Beatrice Cosmelli 
Fanny Visconti 
Candida Pedroli 
Ester Beguini 



375. La Figlia del Reggimento. Quaresima 15 recite, 
Musica del Maestro Donizetti. 



- 71 - 

876. Cicco e Cola, 3 recite. 

Musica del Maestro Bonomi. 

877. I due Ciabattini, 1 recita. 

Musica del Maestro Ruggì. 

Artisti : Giuseppe Lusso 
Adelina Ferretti 
Guglielmo Jenuschi 
Giuseppe Eebol 
Aristide Frinci 
Alberto Capurro 
Cristina Sprugnoli 
Daniele Vigoni 

378. Lucia di Lammermoor, 19 Novembre 9 recite. 

Musica del Maestro Donizetti. 

379. Linda di Chamonix, 5 recite. 

Musica del Maestro Donizetti. 

Artisti: Granville Boni 

Guglielmo Camoletti 
Federico Lucatelli 
Giovanni Pesci 
Giovanni Bonivento 
Giovagnoli Ciampi 

1881-82 

380. La Forza del Destino. Carnevale. 

Musica del Maestro Verdi. 

381. La Vestale. 

Musica del Maestro Mercadante. 

Artisti: Giovanni Benivento 
Carolina Castiglioni 
Armando Venturini 
Giovanni Gamier 
Laura Lari ni 
Giovanni Fagioli 
Pietro Fontana 
Giuseppina Launer 
Luigi Sanguinetti 



— JZ — 

1 882-83 

382. La Traviata. Carnevale. 

Musica del Maestro G. Verdi. 

383. Rigoletto. 

Musica del Maestro G. Verdi. 

384. Jone. 

Musica del Maestro Petrella. 

Artisti: Elisa Bassi 

Elvira Pirelli 
T. Moreschi-Rocchi 
Ulderico Jorapan 
Carlo Ziliani 
Eugenio Coletti 
Antonio Maestri 
Francesco Fontana 
Francesco Lungarelli 

385. Emani. Quaresima. 

Musica del Maestro Giuseppe Verdi. 

386. Adello. 

Musica del Maestro Logheder. 

Artisti : Enrico Craveri 
Mansueto Astari 
Luigi Bello 
Margherita Martin 
Achille Spreafico 
Nina Bonal 
Pia Ognibene 
Angelo Costa 
Giov. Batta Avietti. 

1883-84 

387. Traviata. Carnevale. 

Musica del Maestro G. Verdi. 



— 73 — 

388. Poliuto. 

Musica del Maestro Donizetti. 

389. Marta. 

Musica del Maestro Flotow. 

Artisti: Elisa Bassi 

Giovaunina Fellini 
Amalia Kuubel 
Ignazio Warmut 
Pipo Luigi Solier 
Domenico Leonardi 
Carlo Ziliani 

1 884-85 

390. L' Ebrea. Carnevale. 

Musica del Maestro Halevy. 

391. Alanna di Lentieri, episodio della guerra del Vespro Siciliano 
Dramma in 5 atti. Carnevale. 

Parole di Bagatta conte Francesco. Musica del Maestro Bottagisio Dottor 
Angelo. 

392. Un Ballo in Maschera. 

Musica del Maestro Verdi 

393. Lucrezia Borgia. 

Musica del Maestro Donizetti. 

Artisti: Matilde Herz 

Maria Fornarini 
Tilde Bodrini 
Maria Melly 
Marziale Panella 
Federico Lucatelli 
Amedeo del Bosco 
Tullio Campello 

394. Barbiere di Siviglia. Quaresima. 

Musica del Maestro Gioac. Rossini. 



— 74 - 

395. Linda di Chamunix. 

Musica del Maestro Donizetti. 

396. La Traviata. Autunno, 17 Ottobre. 

Musica del Maestro Verdi. 

Artisti: Carolina di Monale 

Alessandro Passetti (Tenore) 
Ugo Franceschi (Baritono) 

F. Fontana 
P. Benedetti 

G. Cortelibera 
G. Avietti 

F. Milanesi 

397. Sonnambula. 

Musica del Maestro Vincenzo Bellini. 

Alice Meyma (che venne poi sostituita da 

da Elisa Scampo) 
Emma Savini (Tenore) 
Achille Sthelle (sostituito per malattia da 

Luigi Maurelli) 
A. Martellini 
Elisa Marucco 
G. Cortelibera 
G. Avietti 

1885-86 

398. Ruy-Blas. Carnevale. 

Musica del Maestro Filippo Marchetti. 

399. Forza del Destino. 

Musica del Maestro Verdi. 

Artisti: Anna Creny 

Carlo. Bellegrandi (Baritono sostituito con 

Vittorio Calvi) 
Angelo Costa 
Giovan Avietti 
Achille Gautiero 



- 75 — 

Luigia Ciampi 
Giuseppe Turcotti 
Ida Stueci Astorri 
Giuseppina Catelaui 

400. Faust. Quaresima. 

Musica del Maestro F. Gounocl. 

Artisti : Francesco De Angelis 
Abramo Abramoff 
Ernesto Miotti 
Giovanni Avietti 
Margherita Giollini 
Maria Antona 
Luigia Ciampi 

1 886-87 

401. L' Africana. Carnevale, 20 recite. 

Musica del Maestro Meyerbeer. 

402. Isabella d'Aragona, 10 recite. 

Musica del Maestro Pedrotti. 

Cantanti: Coriolano Jorio 
Luigi Avietti 
Lucia Korty 
Costanzo Bianco 
Angelo Fiorentini 
Augusto Parboni 
Cristina Sprugnoli 
Ida Zeffirini 
Paolo Coggiola 
Angelo Costa 

403. Emani. Primavera, 2 recite. 

Musica del Maestro Verdi. 

Artisti : Ernesto Pu maria 
Adriano Acconci 
Leopoldo Cromberg 
Carola Carolli 
Felicita Fumagalli 
Angelo Costa 
Giovanni Avietti 



- 76 — 

404. Fra Diavolo. Settembre (spettacolo in occasione del Congresso 
Medico) 8 recite. 

Musica del Maestro Auber. 

Artisti : Gore (Prima donna) 
. Camarotta (Tenore) 

Pini Corsi (Basso Comico) 

Greco 

Rosa 

Rosina Marucco 

Augusta Fiano 

Angelo Caldi 

Amilcare Remondini 

1887-88 

405. Faust, 11 recite. 

Musica del Maestro 6. Gounod. 

406. Aida, 18 recite. 

Musica del Maestro G. Verdi. 

Aetisti: Natalia Carafa 
Alessandro Lidi 
Amos Cioci 
Ettore Gandolfi 
Gerardo Perez 
Giacomo Rapagnani 
Mila Niccolini 
Enrico Serbolini 

1 889-90 



407. Machbet. Carnevale, 13 recite. 



Musica del Maestro G. Verdi. 

408. Aida, 11 recite. 

Musica del Maestro G. Verdi. 



- 77 — 

Artisti: Enrico B l'Oggi Muttini 
Carlo Lopez 
Riccardo Petrovich 
Lodovico Gianuzzi 
Manale Panella (Tenore 

sostituito con il signor 

Ciocci) 

409. Gli Ugonotti, Autunno, 15 recite. 

Musica del Maestro Meyerbeer. 

1891-92 

410. Cavalleria Rusticana. Carnevale, 26 recite. 

Musica del Maestro Mascagni. 

411. Faust, 8 recite. 

Musica del Maestro Gounod. 

412. Barbiere di Siviglia. 2 recite. 

Musica del Maestro Rossini. 

413. La partita a scacchi. 

Musica del Maestro Abbà Cornaglia. 

1 894-95 

414. Manon Lescaut, 23 recite. 

Musica del Maestro Puccini. 

415. I Promessi Sposi, 4 recite. 

Musica del Maestro Petrella 

416. La Forza del Destino, 7 recite. 

Musica del Maestro Verdi. 

Artisti: Schubert (l a donna) 

Pietro Ferreri d' Alba- 
redo (Tenore) 



- 78 - 

417. Carmen. Autunno, 9 Novembre 15 recite. 

Musica del Maestro Bizet. 

418. Pater. Dramma lirico in un atto. 4 recite. 

Parole di Vittorio Bianchi. Musica del Maestro Gastaldon. 
(Non ebbe esito felice) 

Artisti: Margherita Vassallo (Rosa Marello) 
Carlo Lanfredi (Giacomo Lorenzo) 
Alfredo Bini (Un abate) 
Clotilde Verdi (Zelia) 

1896-97 

419. Dinorah, 13 recite. 

Musica del Maestro Meyerbeer. 

420. Bohème, 24 recite. 

Musica del Maestro Giacomo Puccini. 

Maria Cavallini l a donna soprano 
Maria Passeri l a donna soprano 
Pini Corsi Tenore 
Anceschi, Baritono 
Bartolomasi, Baritono 

1 897-98 

Carnevale 

Si costituisce in Pavia una Società Filarmonica sotto il nome 
Alessandro Rolla: la direzione teatrale ha concesso il Teatro a que- 
st'impresa per la stagione di Cani. 1897-98 coli' obbligo che nel corso 
di detta stagione venissero date le seguenti due opere. 

421. Lohengrin. 26 recite. 

Musica del Maestro Riccardo Wagner. 

422. Papà Martin, 9 recite. 

Musica del Maestro A. Cagnoni. 



— 7!) - 

Faleonis (ì. della Porla 

Giù ssani A. 

Grassi M. 

Cai-bonetti F. 

Canepa G. 

Dani C. 

Fiorini A. 

Granados Francesco, baritono 

Mugnoz L. 

Rebonato G. 

1 898-99 

423. Mefistofele. 

Parole e Musica di Arrigo Boito. 

Luigi Lucenti, basso {Mefistofele) 
Luigi Ceccarelli (Faust) 
Gina Per fu mi [Margherita) 
Tina Garutti {Marta) 
Giuseppe Cappella {Wagner) 

424. Le Villi, Opera ballo, in due atti divisa in tre parti. (14 Gen- 
naio 1899). 

Parole di F. Fontana. Musica di Giacomo Puccini. 

Luigi Lucenti {Guglielmo Vulf) 
Gina Perfumi {Anna) 
Luigi Ceccarelli {Roberto) 

425. Dopo V Ave Maria, (24 Gennaio 1899). Dramma in un atto. 

Parole di Giovanni Arrighi. Musica di Alfredo Donizetti. 

Luigi Lucenti {Padron Marziale) 
Bacchetta Cesare {Beppe Guardacaccia) 
Ceccarelli Luigi {Gianni contadino) 
Bida Aida (Rita) 
Garutti Zina {Nena) 

1899 

426. Bohème. Opera in tre quadri. Quaresima, (l a rapp. 25 febb. 1899). 

Parole di G. Giacosa e L. illica. Musica di Giacomo Puccini. 



- 80 - 

Corti Maria (Mimi) 
Grenzy Elisa (Musetta) 
Fiorelli E. (Rodolfo) 
Aldobrandi F. (Marcello) 
Pietra R. (Schaunard) 
Niccoletti Korman (Colline) 
Capurro A. (Benoit-Alcindoro) 
Cassini V. (Parpignal) 

Il tenore Fiorelli, venne sostituito il 4 marzo col tenore Oreste Mieli. 

1 899-900 

427. Manon. Carnevale. 

428. Andrea Chenier, idem. 

Rambaldi Giovanni 1° tenore 
Ida Borghi l a donna assoluto 
Lombard Gina l a donna 1 j 2 soprano 
Novelli Giovanni l a Baritano 
Cristalli Carlo 2° baritono 
D" Arrigo Giuseppe 1° Basso 
Bonesni Roberto 2° tenore 
Abbiati Angelo 2° basso 



Prof. Guido Bustico. 



VERDESIACUM 



In una carta del 1170, conservata nell'Archivio di Stato di 
Milano, già imperfettamente trascritta dal Giulini nelle sue 
« Memorie della città e della campagna di Milano nei secoli 
bassi » (1), ed oggi restituita a genuina lezione dall' illustre e 
compianto Conte Malaguzzi Valeri, direttore di quell'Archivio, è 
fatta menzione di una chiesa dei santi Faustino e Giovita, si- 
tuata fra Albairate e Cixilliano (Cisliano) e di un antico luogo 
ad essa preesistente chiamato Verdezago. 

Altre carte, ancora più antiche, dello stesso archivio, recen- 
temente ritrovate dall' egregio d. r Bonelli e che pubblichiamo in 
appendice a questa breve memoria, perchè interessanti anche 
dal lato della loro grafia arcaica, fanno risalire a più di un se- 
colo prima l' esistenza di quella cappella e confermano la suppo- 
sizione espressa dal Giulini stesso, e mutata ormai in certezza, 
che il nome originario del pago fosse Verdesiacum. Rimaneva 
ad accertarsi se l'attuale cascina detta la Faustina, da molli 
secoli proprietà dei monaci di San Vittore al Corpo di Milano, 
posta in territorio di Albairate e precisamente nel punto inter- 
medio fra questo villaggio e quello di Cisliano, e che possiede 
un oratorio intitolato ai santi martiri bresciani Faustino e Gio- 
vita nonché avanzi medioevali fra i quali una torre mozzata, 
sorgesse dov'era la chiesola del mille e l'antico casale romano. 

Come di solito avviene neh" archeologia sperimentale, il caso 
ajutò la ricerca: difatti, nell'aprile del 1903, mentre l'autore di 
questo scritto stava dirigendo lo scavo di una necropoli a due 
stratificazioni, una preromana, l'altra romana, nel podere Mi- 
schia, pure in territorio di Albairate, fu avvertito dai fittabili 

(1) Parte VI, pag. 538 — Milano. Bianchi. 



— 82 — 

della vicina Faustina, che-, nello spianamento di ima campagna 
ai prati di Sant'Agostino {recte, San Faustino) la marra aveva 
dato in una grossa pietra di gneiss lavoralo. 

In quei prati, era leggenda fra i contadini che apparissero, 
la notte, fiammelle vaganti, tantoché con riluttanza li attraver- 
savano, e che i buoi e la così detta sciloria (aratro) vi si arre- 
stassero spesso contro invisibili ostacoli, quasiché i morti, ivi 
seppelliti, volessero difendere la loro pace. In varie epochre si era 
anche estratto da quei prati molto rottame di fabbrica nonché 




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Fio. 1. — Tipi di tombe della necropoli di Verdesiacum. 

ferri consunti dalla ruggine, e persino una moneta d' oro che 
il vecchio fìttabile signor Luigi Magnaghi portava alla catena 
del suo orologio e che si ravvisò poi di Anastasio I (491-518). 

Toltasi la lastra segnalata, larga m. 2 per m. 0,67, si tro- 
varono, sotto, quattro pilastrini in mattoni e, sotto ancora, im- 
mersi nella ghiaja, due scheletri, uno relativamente ben conser- 
vato e che dalle ossa più esili si ritenne di femmina, 1' altro in 
fascio e, con ogni probabilità, di maschio, sepolto anteriormente 
alla donna che poi lo raggiunse a scompigliarlo. 

Continuando l'indagine, si scopersero altre tombe bisomc, 



83 — 



sempre a forma di vasca e in mattoni raccogliticci e a secco, 
alcune coperte di pietra, altre scoperchiate e sfalle (Tav. I lèti 
B. C. D. E.) con scheletri o resti di scheletro, senza oggetti però 
tranne qualche coccio di vaso verniciato medioevàle o di pietra 
oliare ed una fibbia barbarica in bronzo dorato. I cadaveri erano 
tutti deposti secondo il rito cristiano, colla fronte verso levante. 
Più nel mezzo del prato (e ciò alla ripresa dello scavo av- 
venuto nello stesso anno 1903) si trovarono altre 8 arche bar- 
bariche individuali ad inumazione, con traccie di essere state 




Fig. 2. - Vasi di vetro della necropoli di Verdesiacum. 



coperte da tumuli in terra e ciottoli (Tav. I, numeri dal I al- 
l' Vili). Anche in esse, assoluta mancanza di suppellettile fu- 
nebre, salvo nel n. Ili, che conteneva una cuspide di ferro da 
freccia, e, pure in ferro, la lama di un coltello, e una chiave. 
Tre avelli, il II, il IV e l' VII [avevano le misure i due primi 
per un corpo da fanciullo, l'ultimo per uno da bimbo. In que- 
st'ultimo, che si potè integralmente asportare, serviva di capez- 
zale pel morticino un pezzo di mattone. 

S'incontrarono pure, nei punti F della Tav. I, vari mucchi 



— 84 



di ossa e teschi inumati rinfusamente e senza onore di tomba 
<> ne] mezzo del campo cimiteriale, apparvero le fondamenta, 
l'atte in gran parte di frantumi di embrici romani, grossi ciot- 
toli, e pezzi (T olla, di una chiesetta absidale e perfettamente 
orientata (Tav. I lett. A). Le sue misure, raffrontate con quelle 
dell'oratorio della vicina cascina, distante circa 370 metri, risul- 
tarono identiche, cosicché parve logico concludere che si trat- 





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Fio. 3. — Oggetti di terrò della necropoli di Verdesiacum. 



tasse della primitiva chiesa dei santi Faustino e Giovita, citata 
nelle carte del 1054, 1060 e 1170 (doc. I, II e III) e riedificata poi 
nel XVIII secolo (doc. IX, X) benché in forma quadrata, e in 
direzione ritualmente errata, nella cascina Faustina. 

Nel terrapieno, presso la parete di sinistra della antica chie- 
setta si rinvenne coi piedi verso l'altare uno scheletro. 

Fu anche scoperto, dietro la chiesa e a m. 6,50 distante, un 



— 85 — 

pozzo medioevale (Tav. I, lett. G) del diametro di 0,75 oltre il muro 
di 0,25, dal quale si cominciarono ad estrarre materiali laterizi 

romani e barbarici, frammenti di grossi mattoni semicircolari 
da pozzo, uno dei quali reca graffito il noto gioco della tavola 
a uit< lino* una cioè delle tante forme dell' antica netreia dei greci 
e degli orientali (1), senonchè il muro del pozzo franò, e si do- 
vette rimandare lo scavo a più opportuna stagione. 

Non lontano dal pozzo e dietro la chiesa si rinvenne anche 
il fondamento massiccio (Tav. I, lettera H) di un edifìcio, che, 
sempre per la carta del 1170, potrebbe avere appartenuto alla 
casa del monaco custode, in essa carta citato. 

La quantità non indifferente del laterizio romano che diedero 
le su dette tombe e fondazioni, fece naturalmente pensare che 
provenissero dal preesistente villaggio eli Verdesiaco. Il villaggio 
(almeno quello dei vivi) non s' è ancora trovato, salvochè il suo 
nucleo fosse nell' area della stessa cascina Faustina ; ma proce- 
dendo nella escavazione dinanzi alla chiesa e al camposanto cri- 
stiano, si entrò in una necropoli che è senza dubbio quella di 
Verdesiaco. 

Essa fu diligentemente frugata e rilevata, e ne descriviamo 
sommariamente, qui sotto, le tombe e gli oggetti contrassegnan- 
doli coi numeri o lettere che figurano nelle annesse tavole. 

Tutti gli oggetti nonché qualche tipo di tomba che si riuscì 
a trasportare e l'istaurare, si trovano oggi riuniti a Corbetta in 
casa Pisani-Dossi. 

N. 1. — (Tavola I). Tomba ad 8 embrici, oltre due fram- 
menti alla estremità e 4 coppi, sopra, che li rilegano : senza pa- 
vimento di coccio, ma con ghiaretta sottostante nella quale si 
rinvennero ossa malcombuste e disfatte dall'umidità. Misura 
m. 1,45 X 0,49. (fìg. 1, in alto). Conteneva due vasi di terra cotta 
Potrebbe chiamarsi una tomba di transizione fra il rito della 
incenerazione che domina in tutta la necropoli e quello della 
inumazione che appare a soli quattro metri di distanza nel 
campo cristiano. 

(1) Becq de Foulquieres. — Les jeux des auciens. Paris. Didier et C, 1873, 
Ch. XV1U. 



86 



Presso il 11. 1 si raccolsero un pezzo di barra di l'erro arrugginito 
e un piccolo bronzo di Costantino Magno (306-307 d. C.)~ che come 
gli altri, che in seguito descriveremo, fu letto dal chiar.mo 
ronim. Francesco Gnocchi, la cui singolare dottrina numismatica 
è vinta solo dalla cortesia : 

d) dn. constantinvs avg — Testa. 

r) soli invicto comiti — Il Sole stante. 

N. 2. — Frammenti di piccola tomba a due embrici. Vi si 
trovò im'ollotta (v. fìg. 1, in mezzo, a destra). 

N. 3. — Pezzi di embrice di una sepoltura devastata. 

N. 4. — Altra tomba di embrici, sfasciata. Una olletta. Fram- 
menti di due olle, di piatto e di ciotoletta rossa, imitazione 
aretina. Pezzo di ferro. Grosso mattone da pozzo. 

Sparse a flore di terra, scheggie di vasi di pietra oliare, 
striati. 

N. .3. — Tomba sfasciata. Frammenti di anfora, adoperata 
come ossuario, di grossi vasi ed altri fittili e vetri. Fondo gros- 
solano di vaso con l' impronta figulina del piede. Un chiodo. 
Carboni. 

N. G. — Tomba come sopra. Pezzi di talco. Falce di ferro. 
Un' olletta. 

N. 7. — Vaso di terra verniciato mancante d'ansa e collo. 

N. 8-9. — Tombe sfasciate. Idria ansata con graffìtovi cnx 
(Sex) e altro vaso verniciato. Ampolline di vetro bianco. Cioto- 
letta rossa, imitazione aretina. Un chiodo. Altri fittili rossi. 

N. 10. — Tomba come sopra. Punta di lancia in ferro. La- 
crimano di vetro. Frammenti di olle medie e piccole, e di vasi 
rossi ad uso aretino. 

N. 11. — Tomba sempre ad embrici, come sopra. Tre grossi 
chiodi torti di ferro. Ciotoletta aretina col bollo mvr. Olletta. 
Numerosi frammenti di vasi grandi e piccoli (idrie, ecc.) 

N. 12. — Tonilia sfasciata. Ampolline integre di vetro, ed 
altri vetri semifusi per l'azione del rogo. Frammenti di una lu- 
cernetta di terra cotta. Due braccialetti di bronzo a tortiglione. 
Ciotole di terra cotta. 9 grossi chiodi. Lama forse di rasoio si- 



S7 — 



mile ad altre 4 trovate nelle lombo al n. li e 48. Frammenti di 
vasi rossi, ad imitazione aretina, e di vasetti finissimi a bozze, 

di terra bigia. Fondo di patera rossa con inscrittovi l.ati. Car- 
boni. 

N. 13. — Tomba ad ombrici, sfasciata. Molto carbone. Fram- 
menti di vasi grandi e piccoli. Chiodi. Moneta di medio bronzo, 
non riconoscibile. Lucerna fittile con rappresentazione oscena. 

N. 14-15. — Altre tombe devastate. Pezzi di grosse anfore 
e di idrie ansate. Grosso chiodo. Lama di ferro simile a quella 
del n. 12 e 48. Ampolline e frammenti di vetro. Frammento di 
fondo di vaso rosso con le lettere vir. Traccie di oggetti in bronzo. 
A queste tombe è probabile appartengano tre vasetti e un grano 
di collana di vetro e una bottiglia barbarica di terra cotta rac- 
colti nel campo dai bifolchi prima dello scavo (fig. 2, lett. a, b, d, 
e Tav. Il, f). 

N. 16-17-18. — Traccia di tombe. Grossa idria ansata, in- 
tatta. Chiodi, punte di coltello, frammenti di fìttili. Olla media. 
Lucernetta di terra cotta, anepigrafe. Medio bronzo di Domiziano. 

N. 19-20. — Tombe sfasciate e confusesi. Ossa malcombuste. 
Frammenti eli anfore. Chiodi. Punte di coltello. Lacrimari, alcuni 
de' quali subirono Fazione del fuoco. Specchietto quadrato, di 
bronzo argentato. Eleganti olpi rosse (Tav. II, lett. d). Lucernetta 
con uomo e quadrupede correnti. Frammenti di patere e vasi 
aretini. 

a l.gel: sotto, graffito, tiirtvl 
b : sotto, RTVLI 

- C GELLi: SOttO, TERTVLI. 

Una daga romana in ferro (cent. 37) senza impugnatura, 
(fig. 3, nel mezzo). Fibula da cinturone in bronzo. Coltello e 
manico di bronzo, forse del medesimo. Punte di coltello. La- 
crimario di vetro azzurro. Ago crinale di vetro colorato. Moneta 
di Tiberio Claudio (41-54). 

d) ti. clavdivs caesar - pm. tr.p. imp. — Testa. 
r) ceres avgvsta — Cerere seduta. 



88 — 



La presenza della spada romana, la moneta di Tiberio, e i 
frammenti aretini col nome tre volte graffito di Tertulius, evo- 
cano involontariamente il ricordo di qualche veterano romano, 
regalato di terre dall' imperatore e sepolto in Verdesiaco coi 
primi coloni del luogo. 

N. 21. — Tomba sfasciata. Chiodi. Frammenti di olle. Mo- 
neta illeggibile di bronzo. 

N. 22-22. bis - Tomba ad embrici, sfasciata. Parecchio olle. 
Una idria verniciata in giallo, in forma di zucca, mancante eli 
ansa (Tav. II, lett. li). Chiodi di cui alcuni contorti. Coltelli, e 
lame di ferro. Frammento di fìbbia di bronzo. Braccialetto in 
bronzo. Braccialetto in ferro. Frammento in ferro di bocchetta 
di serratura (?). 

N. 23-23. bis — Resti di embrici. Olla. Carboni. Grosso mat- 
tone puteale. Ferro d' ignoto uso (fig. 3, angolo inf. sin.). Fram- 
menti fìttili di piatti e ciotole. Moneta di bronzo di Antonino Pio 
(138-161 d. C.) Altra moneta indecifrabile. 

Bai n. 24 al n. 30, gli oggetti sono notati, non per tomba, 
non essendosi trovati in posto i relativi embrici, ma giusta la 
materiale progressione dello scavo. 

N. 24. — Moneta di bronzo illeggibile. 

N. 2\P i8 — Moneta di bronzo illeggibile. 

N 25. — Frantumi di olle e ollette. Lama di coltello, con- 
torta. Chiodi. Anello in ferro. Frammento di fìbula in bronzo. 

N. 20. — Idria verniciata. 

N. 21. — Chiodo. Frammenti di fìttili. 

N. 28. — Lucernetta col bollo fortis. Lama di coltello. 

N. 20. — Fusajola di terra cotta con accenno ad iscrizione: 

W AB {ve ab) 

N. 30. — Ossa. Vaso in forma di scaldino. Braccialetto in 
('(Mio. Medio bronzo di Domiziano (81-90 d. C). 

X. 31. — Tomba sfasciala. Chiodi, Frammenti di fìttili, grandi 
e piccoli, e di vasi rossi, non aretini. 

N. 32-33. — Rottami di fittili. Ago di bronzo con cruna. 
Pezzi di vetro. Fondo e collo di bottiglia di terra cotta. Chiodi 
di ferro. Moneta illeggibile di bronzo. 



Tav. i. 



04 • 56 * 37 * 5 1 



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Pianta della necropoli di Verdesiacu 



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N. 34. - Olletta. 

.V. 35. — Frammenti di piccole olle, e di vasi rossi non 
aretini. 

N. 36. — Medio bronzo di Augusto. 

N. 37. — Duo idrie ansate, una delle quali in terra cotta 
verniciata. Fittili. 

N. 38. — Chiodi lunghi infìssi in pezzi di legno (resti di pa- 
lafitte o di casse ?). Pezzo di ferro ornamentale che parrebbe 
parte di lettera gotica. 

N. 39. — Frammenti di vasi verniciati. Pezzi di chiodo. Pic- 
colo bronzo di Crispo figlio di Costantino (350 circa d. C). 

N. 40. -— Due ollette. 

N. 41. — Pezzi eli un grosso vaso di vetro verdognolo, se- 
mifuso, di forma quadrata. Frammenti di fìttili. 

N. 42. — Frammenti di fìttili. Anello grande di ferro. Anello 
aperto di bronzo. Medio bronzo indecifrabile. 

N. 43. — Monetina di bronzo illeggibile trovata a fior di solco. 

N. 44. — Avanzi di grossa olla. Piccola olla. Grosso ciottolo 
posto a guisa di termine. Olletta. 

N. 45. — Idria mancante d'ansa dell'età barbarica. Altra 
più grossa mancante del labbro e dell'ansa. 

N. 46. — Grosso anello di ferro. Due anelli di bronzo a 
suggello. SulP uno è inciso un uomo armato di bastone : sul- 
P altro, quadrupede con corna, corrente. 

N. 41. — Medio bronzo di Alessandro Severo (222-235 d. C). 

d) imp. avr. sev. Alexander, avg. — Testa. 
r) virtvs avgvsti - s. e. — Guerriero stante, appog- 
giato alla lancia e allo scudo. 

Medio bronzo di Caracalla (211-217 d. C.) Gran bronzo in- 
decifrabile. 

N. 48. — Tomba quadrata a 16 embrici, disposti in due 

piani (fìg. 1, in basso, a sin.) di difficile scavo essendo immersa 

i per due terzi nelF acqua. Il primo piano vuoto : il secondo, cioè 

j l' inferiore, pieno di carbone. Vi si raccolsero un lacrimano di 

vetro sottilissimo e un vaso, pure di vetro, quasi quadrato a grandi 



— 90 



bozze: nonché una lama di coltello del tipo 12 e 48 con fram- 
mento del suo manico in bronzo (fig. 2, loft, e e fig. 3, presso ' 
l'impugnatura della daga . 

N. 19. — Moneta di bronzo indecifrabile. 
X.. 50. — Due monete di bronzo indecifrabili. 
X. 51. — Piccola olla. 

.V. 52. — Gran bronzo di Crispina Augusta, moglie di Com- 
modo (180-192 (?) d. C.) 

d) crispina avo vst a — Testa. 

r) Do /dici seduta colla cornucopia. 

Altre monete indecifrabili. 

N. 53. — Olla media e frantumi di altri grossi vasi. 

N. 53. Hs - Tre ollette. 

N. 54. — Fondo di olla grossa. 

N. 5.3. — Gran bronzo di Antonino Pio (138-161 d. C). 

N. 56. — Tomba sfasciata a due embrici (fig. 1, in mezzo, a 
sinistra). Un'olla. 

N. 51. — Altra tomba, come sopra. Grosso ciottolo posto a 
guisa di cippo. 

N. 58. — Embrici. Avanzi di tombe. 

Sparsi nel campo, anche a fior di solco, molti rottami di fìt- 
tili romani e barbarici, frammenti di ferro, una forbice, moltis- 
simi chiodi in parte ritorti, pezzi di marmi calcinati e di stucchi 
bianchi, un pezzo di marmo forse di croce, cuspidi e scheggio 
di palafitte e via via — traccie tutte di violazione di tombe, di 
saccheggi romani e cristiani, di furti campestri e di curiosità 
archeologica. 



Alberto Pisani Dossi. 



91 — 



ELENCO DEI DOCUMENTI 



I. a. 1054, VII marzo, 9. — Milano nel monastero di S. Vittore 
al Corpo. 

Gotofredo di Aicardo da Barate dona al convento di S. Vittore 
tutti i suoi beni di Albairate, Verdezago e Barate e i diritti sulla 
cappella di S. Faustino costrutta in Verdezago. 

Milano, archivio di Stato. Museo diplomatico. Atti pagensi. 

II. a. 1060, ind. XIII marzo 23 (decimo kalendas aprilis) Milano. 

— Ragimbado e Baatrice, padre e figlia milanesi, vedova costei di 
(.Landolfo q. Aicardo da Barate, rinunciano in favore di Guglielmo 
detto Marchese da Abbiate alla metà loro spettante nelle posses- 
sioni dei luoghi di Barate, Albairate e Verdeiaco, come pure alla loro 
metà dei diritti sulla capella dei ss. Faustino e Giovita del detto 
luogo di Verdeiaco, possessioni e diritti uua volta del fu Aicardo 
sopranominato. 

Milano, archivio di Stato. Museo diplomatico. Atti pagensi. 

III. a. 1170, kalendas augusti, Ind. III, luglio 30. Milano. — Sen- 
tenza di Oberto Arciprete di Monza e suddiacono della Santa Chiesa 
Romana, delegato dall'Arcivescovo Galdino in una causa fra il Prete 
della Chiesa di Cisliano e l'Abate di S. Vittore di Milano, circa la 
Chiesa dei santi Faustino e Griovita que est sita inter Albairate et 
Cixilianum, ubi quondam dicebatur Verdezagum. 

Milano, Archivio di Stato. Arcivescovo di Milano. 

IV. a. 1223, XII, novembre 29 (secundo die ante kalendas decembris) 
mercoledì. Milano. — Don Giovanni, abate di San Vittore al Corpo 
di Milano, a nome del convento, cede ad Anfurlato Lampugnani 
« petiam unam prati jacentem in territorio loci de Albairate ibi ut 
dicitur ad trebias de Vertezago cui est a mane et a meridie Ami- 
zonis de Petrasancta, a sero flumen, a monte ecclesiae s. Georgii in 
Palazo et est per mensuram pertico quatuor et tabule octo et dimidia 

— e ne riceve in cambio un'altro sito ut dicitur ad banculas sive 



— 92 — 

ad morticium di pertiche 3 e tavole 14 e la somma di 15 soldi e 5 
denari di terzioli — Mainfredo di Uberto da Landenara — notajo. 
Milano, Arch. di Stato F. R. Milano S. Vittore al Corpo. 

V. a. 1564, maggio 9. — S.Faustino campo) eandem prati noncu- 
patam de Santo Faustino. 

Milano, Arch. di Stato, F. R. Conventi — Milano S. Vittore 
Grande m. 813. 

a. 1566 novembre 12 

S. Faustino — prati 

u Nota de li beni quali anno li reverendi padri de Santo Vitore 
de Milano nel locho et teritorio de Albairà, plebe di Corbette ». 
Vi si legge fra l'altro « il pratto de la cascina de S. Faustino delli 

bene in suso di detti reverendi padri pert. 9, tav. 7 piedi 10. — 

Item li prati della cassina di S. Favostino pert. 5, tav. 18 p. 3, 
oncie 3, una coherenze del campo dell'orto è la strada che va alla 
cassina detta di S. Faustino de li detti reverendi padri. 

Milano, Arch. di Stato F. R. Convento — Milano, S. Vittore 
Grande m. 813. 

VI. a. 1593 VI, martedì, aprile 6. — Istromento di retrovendita 
fatta dai Cantù al monastero di S. Vittore di Milano u de posses- 
sione et bonis sitis in territorio de Albairate, plebis Corbete: ut 
dicitur ad capsinam S. Faustini n. 

Milano, Arch. di Stato, F. R. Conventi — Milano S. Vittore 
Grande, m. 813. 

VII. a. 1594, febbrajo 12 Milano. — I Cantù retrovendono al con- 
vento di S. Vittore gli altri beni della cascina di S. Faustino in 
territorio d' Albairate. 

Milano, 'Arch. di Stato. F. R. Conventi — Milano S. Vittore 
Grande, m. 813. 

Vili. a. 1617, novembre 29. Milano. — Francesco Grossoni è il 
fittabile dei beni di Santa Faustina sive del Casone del territorio 
di Albairato per parte del Convento di S. Vittore di Milano. 

Milano, Arch. di Stato F. R. Conventi — Milano S. Vittore 
Grande, m. 813. 



- 93 — 

IX. a. 17-41, 2 giugno. — Il cardinale Carlo Gaetano (Sforza) ar- 
civescovo di Milano concede l'autorizzazione di fabbricare un ora- 
torio pubblico nel territorio della chiesa parochiale di Albairate. 

Milano, Arch. di Stato F.R. Confraternite — Comuni Al. Amm. 1256. 

X. a. 1742, 3-19 settembre. — Avendo l'abate e monaco di San 
Vittore al Corpo di Milano della Congregazione olivetana fatto in- 
nalzare un nuovo oratorio nel luogo detto la Faustina (territorio di 
Albairate, pieve di Corbetta) a norma del disegno già esibito ed 
approvato dalla Curia arcivescovile e avendolo ridotto a perfezione, 
supplica l'Arcivescovo perchè deleghi persona capace di benedire 
il detto oratorio e dia poi il permesso di celebrarvi la s. messa per 
comodo di quella gente lontana dalla parrocchiale quasi due miglia. 

L'Arcivescovo delega a ciò il P. Paolo Ripa, paroco foraneo di 
Corbetta che attesta come la messa si possa celebrare vite nel nuovo 
oratorio, e finalmente accorda la definitiva autorizzazione, il 18 set- 
tembre 1742 con suo decreto indirizzato al m. r. don Cosmo Palla- 
vicino abbate dei Monaci della Congregazione olivetana del monastero 
di S. Vittore al Corpo di Milano. 

Milano, Arch. di Stato F. R. Confraternite — Comuni Al An. 1256. 

XI. a. 1807, aprile 30. — Nella Tabella per le notificazioni delle 
chiese delle diocesi di Milano, si scrive: la seguente chiesa è indi- 
cata come uno degli otto oratori pubblici situati entro il circon- 
dario della parochia di Albairate e precisamente come : 

VI 

alla Faustina 

titolo dei ss. Faustino 

e Giovi ta 

di casa Scotti (?). 

Milano, Arch. di Stato — Culti, Chiese, comuni, Albairate, 302. 



94 



DOCUME1TTI 



Documenti e notizie del luogo di Verdezago e sulla Cappella de- 
dicata ai SS. Faustino e Giovita — raccolti dal dott. Giuseppe Bonelli. 



a. 1054, VII, marzo 9, Milano, nel monastero di S. Vittore al 
Corpo. — Gotofredo di Aicardo da Barate dona al convento di San 
Vittore al Corpo tutti i suoi beni di Albairate, Verdezago e Barate 
e i diritti sulla cappella di S. Faustino costrutta in Verdezago. (orig.) 

Giovanni, notaio e giudice del Sacro Palazzo. 
Milano, Archivio di Stato : Museo diplomatico, atti pagensi. 

In Christi nomine. Secundus Heinricus gratia Dei imperator Au- 
gustus; anno imperii eius octavo, nono die mensis martii, indictione 
septima. 

Monasterio beati Christi martiris Victoris, ubi eius quiescit corpus, 
que (sic) est constrnctum foris et prope civitatem Mediolani, ego in 
Dei nomine Gotefredus filius bone memorie Aicardi qui fuit de loco 
Barate, qui profeso sum lege vivere salicha, presens presentibus 
dixi : Quisquis in sanctis hac (sic) vencrabilibus locis ex suis aliquit 
contullerit rebus iusta (1) auctoris vocem centuplum accipiet et in- 
super, quod melius est, vitam possidebit eternam ; et ideo ego 
qui supra Gotefredus do et offero seu per hunc meum iudicatum 
confirmo, ut mea porcio de casis et omnibus rebus, territoriis illis 
iuris mei que habere viso sum in locis et fu[ndis Alba]riate et Ver- 
desiaco seu in Barate vel eorum territoriis infra castris de eisdem 
locis et foris seu et mea porcio de capella una, que est edificata in 
eodem loco et fundo Verdesiaco in honore s. Faustini consecrata 
cum dote que ad ipsa mea porcio de ipsa capella pertinent (sic), 
quod sunt; ipsis rebus per nominative sediminas cum edifitiis, areis, 

(1) pei' « iuxta ». 



— 95 - 

curti finis, clausuris, campis, pratis, pascuis, vineis et silvis roboreis 
et stallareis, cum areis suarum coltis et incoltis, divisis et in- 
divisis, usibus aquarum aquarumque ductibus in eanalibus et con- 
oelibas locas omnia et in omnibus qnantiscnmqne de meo iure in 
eisdem locis et fundis Albariade et Verdesiaco seu in Barate et in 
eorum territoriis infra ipsis castris et foris inventis fuerint una cum 
eadem capella et dote que inde pertinent usque ad ipsa mea porcio 
in integrum, cum superioribus et inferioribus cumfinibus et acces- 
sionebus (sic) suorum una cum eadem capella et dote que inde per- 
tinent in integrum, iamdicta mea porcio de predictis casis et rebus, 
territoriis et eadem capella a parte ipsius monasterio s. Victoris 
proprietario nomine eo ordine habendum confirmo, ita ut fatiant 
abbas et monachi qui mine et in perpetuimi in ipso monasterio hor- 
dinati et consti tati fuerint de fruges et censum seu vinum et re- 
ditum qaibus ex predicta mea porcio ex predictis casis et rebus, 
territoriis seu eadem capella annue dominus dederit ad eorum victuin 
vel indamentum quod voluerint promea et suprascripto quondam 
Aicardi genitori meo et genitrice mea seceterorum (1) ommium paren- 
toruin meorum animas mercedem; et insuper fatio ego qui supra 
i Gotefredus per cultellum, festucum nodatum, vuantonem, vuasonem 
terre et frondas arborum, fatio ego qui supra Gotefredus a parte 
ipsius ecclesie et monasterio s. Victoris de predicta mea porcio ex 
predictis rebus territoriis et eadem capella legiptimam et corporalem 
braditionem seu vestituram et de meo iure in proprietatem ipsius 
tnonasterii transfero potestatem et me exinde foris vuarpisco et ab- 
5axito fatio (2) et ad proprietatem ipsius monasterii relinquo abendum 
3t tenendnm seu fatiendum exinde iure proprietario nomine sine mea 
vel de meos heredes ac proheredes contradicione vel repetitionem. Si 
luis vero, quod futurum esse non credo, si ego ipse Gotefredus, 
[uod abxit, aut ullus de heredibus ac proheredibus meis seu quis- 
ibet nostra opposi ta persona quandoque contra banc cartulam ofer- 
ionis ire aut eam infrangere quesierimus, tunc in dublum iamdicta 
ìea porcio ex predictis casis et rebus seu de eadem capella a parte 

(1) per « seu ceterorum ». 

(2) « Absacitum facere » — possessionem exuere, abdicare. 



— 96 — 

ipsius rnonasterii in eisdem locis restituamus, sicut prò tempore me- 
lioratis fuerint aut valuerint ; insuper inferamus a parte ipsius mo- 
nasteri! eomponere multa, quod est pena auro optimo untias decem 
et argenti ponderas vigiliti et quod repetierimus vindicarenonvaleamus, 
set presens ac cartula indicati dioturnis temporibus firma et inconvulsa 
et inviolabiliter hec ofersio permaneat cum stipulatione subnixa; et hoc 
volo et iudico seu statuo atque per liane meam offersionis car- 
tulam confirmo, ut nulluni quam in tempore abbas ipsius rnonasterii 
non abeat licentiam ipsis casis et rebus territoriis et eadem capella 
de potestatem monahis (sic ipsius rnonasterii per nullam invasionem 
tollere, et si in alia parte per benefitium vel per libellum vel per 
qualecunque invasionem dare presumpserit in alia parte, sit anathema, 
maranatha et cum Inda proditor sit damnatus. Et pergamina cum 
actramentario de terra levavi, Johanni notarius et iudex sacri pa- 
latii dedi et scribere rogavi, in qua subtus confìrmans testibus que 
obtullit roborandam; et hec cartula ofYersionis secundum ordina- 
tione ipsius Gotefredi facta est a tempore domini Arderici abbas 
ipsius rnonasterii per laudationem eius. Actum suprascripto mo- 
nasterio. 

Signum manus suprascripto Gotefredi, qui ac cartula offersionis 
et iudicati ut supra fieri rogavit et ei relecto est. 

Signum manibus Einrici et Aldoni germanis de suprascripta ci- 
vitate seu Adelardi de suprascripto loco Abiate, lege viventes sa- 
licha; testes. 

Signum manibus Widoni et Gunzoni pater et filio seu Nanterii 
atque Aistulfi et Anselmi de Abiate, testes. 

Ego qui supra Johannes notarius et iudex sacri palatii scripsi, 
post tradita compievi et dedi. 



II. 



a. 1000, XIII, marzo 23 (« decimo kalendas aprilis »)• Milano. — 
Ragimbado e Beatrice, padre e figlia milanesi, vedova costei di Gan- 
dolfo q. Aicardo da Barate, rinunciano in favore di Guglielmo detto 
Marchese da Abbiate alla metà loro spettante delle possessioni dei 



9? 



luoghi di Barate, Albairate e Verdezago, come pure alla loro metà di 
diritti sulla cappella dei SS. Faustino e GHovita del dotto luogo di 
Verdezago, possessioni e diritti una volta del fu Aicardo soprano- 
minato. 

Pietro detto Gesone, notaio e giudice del Sacro Palazzo. 

Milano, Arch. di Stato: Museo diplomatico, atti pagensi. 

Anno ab incarnatione Domini Nostri Jhesu Christi milleximo se- 
xageximo, decimo kalendas aprilis, indictione tertia decima. Tibi 
Vuilielmo qui et Markisi filius Anselmi de loco Abiate largente pre- 
dicto Anselmo ex sua voluntate promittimus atque expondimus nos 
Eugimbado et Beatrice pater et filia de civitate Mediolani et [r. q.] 
Gandulfi f. q. Aikardi de loco Barate, qui professi sumus ex natione 
nostra lege langobardorum vivere consenciente [milii (?)] que supra 
Beatrice predicto Ragimbaldo, genitor et mundoaldo meo, et subter 
confinnante, presens presentibus dixi : Eo tinore qualiter ic supter 
continuerit ita ut a modo in antea nullumquam in tempore non sit 
nobis eorum supra B.agimbadi et Beatrice, pater et filia, nec ad 
nostros heredes per nos nec perfnostra submissa] persona per nullum 
vis ingenium nullamque occasionem quod fieri potest licentiam nec 
potestatem agere nec causare vel contradicere contra te qui supra 
Vuilielmo qui et Makise (sic) nec contra tuos heredes nec contra 
cui vos dederitis nominative de medietatem de omnibus casis et 
rebus territoris illis iuris nostris in licis et fundis Barate et Alba- 
riate seu in Verteiaco et medietatem de nostra portionem de ca- 
pella una que est edificata in suprascripto loco et fundo Vertezaco 
in onore sancti Faustini ed Jubite consecrata, cum omnibus rebus ad 
eadem capella pertinentibus usque ad suprascripta medietate de no- 
stra portione pertinentibus in integrum, tam sediminibus cum edif- 
ficiis, clausuris, campis, pratis, passcuis, vineis, silvis ac stallareis, 
ripis, rupinis ac patullibus, coltis et incoltis, divisis et indivisis, 
usibus aquarum aquarumqueductibus comunibus et in canalibus seu 
concillabas locas, omnia et ex omnibus quantiscumque fuerunt de 
iure suprascripto quondam Aikardi, qui per successionem in pre- 
dicto q. Gandulfo qui fuit vir meus qui supra Beatrice advenit et a 
predicto quondam Gandulfo nobis pervenit aut advenit sive per do- 

7 



98 



natio ne m propter nuptias aut per tradationem vel per qualecuiiique 
modo nobis qui supra pater et filia pertinet, preter anteponinius 
quod in nostrani reservamus potestatem campo pecia una in supra- 
scripto loco et fundo Albariate reiacente et mihi qui supra Beatrice 
advenit da parte Daiberti presbiteri, et est per mensura perticas 
sex; nam aliis omnibus casis et rebus, territoriis usque ad predicta 
medietatem omnibus in integrum dicendum quod nobis qui supra 
Raimbadi et Beatrice pater et filia exinde aliquit pertineat vel per- 
tinere debet de predicta medietas de omnibus casis et rebus, terri- 
toriis sicut supra legitur, set omnis tempore in tua qui supra Vui- 
lielmi qui et Markise et de tuis heredibus seu cui vos dederitis 
maneant et persistant potestatem fatiendum exinde propietario (sic) 
iure quicquid volueritis sine omni nostro et herednm nostrorum con- 
tradicione. Quot si a modo aliquando tempore nos eorum supra pater 
et filia, aut nostros heredes vel nostra sumitentes personas contra 
te qui supra Vuilielmo qui et Markise aut contra tuos heredes vel 
contra cui vos dederitis ex predicta medietate de predictis omnibus 
casis et rebus, territoriis una cura eadem capella et rebus que ad 
ipsa capella pertinentibus sicut superius legitur agere aut causare 
presumserimus, vel si de nostro eorum supra Raimbadi et Beatrice 
pater et filia exinde in alia pars aparuerit ullum datum aut factum 
cui nos dedissemus aut fecissemus et dare factum fuerit, tunc com- 
ponainus vobis pena nomine argenti denarios bonos libras quinqua- 
ginta, et insuper taciti et comtempti exinde omni tempore perma- 
neamus. Quia in tali tinore sicut superius legitur et ad anc adfir- 
mandam promissionem accepimus qui supra Ragimbado et Beatrice 
pater et filia ex promisso tuo Àlkerio exinde launechild croxna 
una, quia sic inter nobis convenit. 

Actum suprascripta civitate Mediolani feliciter. 

Signum manibus suprascriptorum Raimbadi et Beatrice, pater et 
filia, qui ac cartula promissionis ut supra fieri rogaverunt et supra- 
scripto launechild acceperunt et ipse Raimbado qui eidem filia et 
mundoalda sua consensit ut supra. 

Signum manibus Johanni et Ottoni seu Petri atque Magimfredi 
de suprascripta civitate testes. 



<)<) — 



Petrus qui et Gezo notarius et iudex sacrii palatii scripsi, post 
tradita compievi et dedit (1). 

(1) Da Barate 

Aicardo (nel 1054 già f) 

I — ~~l 

Gotofredo Gandolfo (nel 1060 già f) 

in. Beatrice di Ragimbado da Milano. 

La presente derivazione genealogica si desume dai documenti 
a. 1054, a. 1060; dai quali s'induce pure che la proprietà di Verde- 
zago, secondo ogni verosimiglianza, passò al convento di S. Vittore 
al Corpo in Milano, per una metà direttamente in forza della dona- 
zione del suddetto Gotofredo l'a. 1054, e per l'altra metà in tempo 
posteriore al 1060, in forza di alienazione stata fatta, è probabile, 
da Guglielmo detto Marchese di Abbiate o da un suo erede, quando 
già non si voglia vedere nel Marchese una supposita persona, un pro- 
curatore del monastero. 

Noi qui si pensa dunque che le medietates delle quali parlano i 
documenti, non siano da intendere come metà dei diritti dei rispet- 
tivi donatori, ma le intere loro porzioni della proprietà paterna in 
quei luoghi (Albairate, Barate, Verdezago), la quale sarebbe stata 
divisa in due, due appunto essendo i figli. 

Nell'interesse diplomatico dei documenti appena occorre rilevare: 

a) quanto alla datazione del primo, che l'Enrico II del quale 
è indicato l'anno dell'impero è l'Arrigo comunemente detto III im- 
peratore e re d'Italia. 

b) l'arcaicità naturale del lessico, che in ispecial modo appare 
dalla scorrettezza della grafia; dalle espressioni u me exinde foris 
vuarpisco et absaxito fatio »; dall'assenza quasi completa delle con- 
cordanze grammaticali; e dalla menzione del launechildo. 

e) l'importantissima formola finale « et pergamina cum actra- 
mentario de terra levavi, Johanni notarius et iudex sacri palatii 
dedi et scribere rogavi ». 

III. 

a. 1170, III, luglio 30 {tertio kalendas augusti). — Milano, nel pa- 
lazzo arcivescovile. — Oberto arciprete di Monza, per mandato del- 
l'arcivescovo di Milano, decide la controversia tra il convento di 
S. Vittore al Corpo in Milano e la Chiesa di Corbetta per il pos- 



— 100 - 

sesso della Chiesa dei SS. Faustino e Giovita nel luogo già detto 
Verdezago. 

Algisio, cancelliere arcivescovile di Milano. 

Milano, Archivio di Stato : Arcivescovi di Milano. 

In nomine Domini nostri Ihesu Christi. Coratn donino Galdino 
sancte mediolanensis ecclesie archiepiscopo apostolice sedis legato, 
int'er domnuin Ambrosium ecclesie et monasterij sancii Victoris ad 
Corpus abbatem, et domnum Johannem ecclesie de Cyxillano pre- 
sbiterutn ex mandato et consensu domini Madii ecclesie de Corio- 
,picta prepositi, huiusmodi agitabatur controversia. Proponebat si 
quidem ipse Johannes presbiter ecclesiam sanctorum Faustini et Jo- 
vitte, que est sita inter Albairate et Cyxillanum ubi quondam di- 
cebatur Verdezagum cum omni suo iure et pertinentia, suam esse 
et ad se pertinere; sedimen quoque, quod iuxta eandem situm est 
ecclesiam quia ipsius ecclesie esse proponebatur ad se pertinere di- 
cebat allegans quod cum ipsa ecclesia infra fines et terminos sue 
plebis et parrochie sita sit eam longo tempore quiete possedit et 
in festo eiusdem ecclesie absque ipso abbate vel eius nuntio seu an- 
tecessorum eius, ipse et antecessores sui divina celebraverunt of- 
ficia; et super hoc huiusmodi produxit testes: 

Xuganappo iurato dixit: ego vidi in festo sancti Faustini venire 
ad ipsam ecclesiam Anselmum presbiterum de Albairate et Johannem 
presbiterum de Cyxillano et Aribertum presbiterum et Paganum dia- 
conum et Folcum de Mayrora et dominos de Landriano [et] do- 
minos [et] dominas de Albairate et Cyxillano nec fuit ibi aliquis mo- 
nachus vel nuntius abbatis et hoc fuit a xl [III annis] infra et XXIIII 
supra. Interrogatus quotiens hoc viderit, dixit quatuor aut amplius, 
et vidi quod dominus Guifredus [quij donavit sedimen ecclesie in 
quo quidam pauper edificavit ibi prope domunculam et dixit quod 
terra ipsa vel ecclesia de confinio est de Cyxillano. 

Henricus Carexani iurato idem dixit quod Xuganappo. Inter- 
rogatus quotiens viderit dixit septies aut amplius. 

Petrus Capellus iurato idem quod Xuganappo excepto quod non 
vidit ibi Paganum diaconum. Interrogatus quotiens hoc vidit dixit 
ter, aut amplius et quod ecclesia sit de confinio de Cyxillano et 
de terra quam dedit prefatus Guifredus. idem. 



— 101 — 

E contra vero supradictus abbas se longissimam eiusdem ecclesie 
quietanti habuisse possessionem affirmabat, et de interrupta sibi 
possessione conquerebatur. Bona quoque et res eiusdem ecclesie se 
semper habuisse et quiete possedisse monstrabat, ad quod pro- 
li •indura, suppositos testes induxit. 

Obertus de sancto Victore dixit: ego scio et vidi quod monachi 
sancti Victoria per istos XXX annos et plus quiete et sine contra- 
dictione possederunt ecclesiam sancti Faustini et sancti Desiderii 
de Albairate et ego multociens ivi cum monachis ad faciendum fe- 
stum in expensis nostris nullo contradicente ; et scio et vidi quod 
nullus serviebat ibi, nisi per abbatem, et rebus illius ecclesie ita ute- 
bantur monachi sicut snis propriis sine contradictione. Et dixit de 
Johanne sacerdote monacho qui stetit ibi per monachos et egomet 
portavi illuc campanam ex parte monasteri!. 

Discus dixit idem et dixit quod multotiens portavit prefato sacer- 
doti qui serviebat ibi farinam et oleum et panem et alia cibaria ex 
parte abbatis, nec umquam audivi quod alius haberet aliquid facere 
in illis ecclesiis nisi abbas. 

Pubblica quoque instrumenta exhibuit idem abbas, que de tradi- 
tone seu donatione fundatorum eiusdem ecclesie in prefatum mona- 
sterium beati Victoris facta fuerant. Privilegium etiam Eugenij pape 
felicis memorie quod id ipsum confirmabat ostendit. Hiis igitur et 
aliis auditis et visis dominus Obertus sancte romane Ecclesie subdia- 
conus et modoeciensis archipresbiter, ex mandato domini archiepiscopi 
etconsciiiofratrum ac sapientum suorum, suam promulgavitsententiam, 
ut si prememoratus abbas per suum advocatum iurare vellet sepe- 
dictam ecclesiam sanctorum Faustini et Yovitte ita sopradicti mo- 
nasteri sancti Victoris esse quod ad ecclesiam de Coriopicta non 
pertineret ab ipsius presbiteri Johannis petitione esset assolutus. 
Quod ipse per suum iuravic advocatum. Et sic finita est causa. Actum 
in palatio Mediolani, anno a nativitate Domini millesimo centesimo 
septuagesimo, III kalendas augusti, indictione III; interfuerunt An- 
se' uius de Orto, Joannes Bastardus, Petrus et Enricus de Marliano, 
Guercius de Hostiolo, Arnaldus Mainerius, Guilielmus et Algisus 
Mantegacij, Lafrancus Gratarossa, Ardicius Mantegacius, Gregorius 
Cagainarca, Heriprandus iudex, Johanardus Canis, Rogerius de Sa- 



102 



driano, Capellus et Gargarotus de Mairora, Henricus Serloterii et 
Leonardus Sigezonis et Bonabellus et plures alij. 

^ Ego Wifredus ex mandato domini mei Galdini mediolanensis 
archiepiscopi subscripsi. 

f Ego Beatus ex mandato domini Milonis mediolanensis archi- 
presbiteri subscripsi. 

£g Ego Hubertus mediolanensis archidiaconus subscripsi. 

>J( Ego magister Rolandus sancte mediolanensis ecclesie diaconus. 

(s. d. e.) f Ego Algisius mediolanensis ecclesie cimiliarca et can- 
cellarius et suscripsi. 

f Ego Philipus diaconus subscripsi. 

^ Ego Wiscardus diaconus subscripsi. 

yfa Ego Oberfcus subdiaconus et modoetiensis ecclesie minister 
subscripsi. 

^ Ego Albericus subdiaconus subscripsi. 

Ego Adobadus ex mandato domini Ugonis diaconi subscripsi. 

Data per manum domini Algisii sancte mediolanensis ecclesie 
cymiliarce et cancellarii. Ego Adobadus ex mandato eius hanc sen- 
tentiam scripsi. 



SPIEGAZIONE DELLE TAVOLE 



Tavola I. — Pianta dello scavo nei prati di S. Agostino {ree te 
San Faustino). 

A — Fondamenta della cappella dell' XI secolo dedicata ai santi 
Faustino e Giovita. 

B-C — Tombe bisome ad inumazione dell'età barbarica. 

D-E — Avanzi di tombe come sopra. 

F — Ossa ammucchiate in fosse comuni. 

G — Pozzo medioevale, riempiuto di rottami fra i quali, embrici 
della necropoli romana. 

// — Resti di palafitte. 

/ — Fondamento di edificio. 

Dal I all' Vili. Tombe barbariche ad inumazione. 

Dal I al 58.* Tombe a cremazione della necrop oli romana di Ver- 
desiaco. 

Tavola II. — Alcuni vasi di terracotta raccolti nello scavo. 



Intorno al significato del vocabolo storico " Regisole „ 

Lettera al Prof. P. PAVESI 
Caro Pavesi, 

Grazie dell'opuscolo (1). Il nome di « Regisole » dato alla fa- 
mosa statua, della quale tu scrivi, e che un dì adornò una delle 
nostre piazze, mi fa risovvenire, intorno al nome stesso, certa con- 
gettura etimologica, che mi è sorta nella mente parecchio tempo fa, 
e che ardisco comunicarti, visto e considerato, che l'argomento non 
è parso indegno di ricerche a persone, che con tanto amore e studio 
si occupano della storia locale. 

E tu, per l'appunto, scrivi fra altro: u Fatto è, che il 

primo campanone della torre di città ed i sigilli comunali recavano 
la sua effigie (del Regisole), severa e calma nelle fortune e nelle 
sventure, con la destra alzata in atto di pacificazione, equestre, sul 
destriero arrestato dal cagnetto, tutto di fulvo oro rilucente, riflet- 
tente i raggi dell'astro massimo, donde il nomignolo di Raggia-sole 
o Regisole passato nella storia ». 

Orbene: per tacere di altre ipotesi etimologiche, credi tu proprio 
che il nome Regisole sia venuto da Raggia-sole, cioè a dire dall' irra- 
diare, che la statua u di fulvo oro rilucente » doveva fare intorno 
della luce solare, che le pioveva sopra: o non sospetteresti piuttosto 
che da qualche altro fatto o cagione, forse men facile a rintracciarsi, 
ma non perciò men ragionevole, possa il nome stesso avere avuta la 
origine sua? 

Perchè, vedi, io pensando anche a quella u destra alzata in atto 
di pacificazione » la quale, insieme col resto, tanto ricorda quel 
Marco Aurelio, che si ammira là sul piazzale del Campidoglio in 
Roma, e inoltre ricordando, che « i sigilli comunali (non che il 
primo campanone della torre di città), recavano la effigie di questo 
Regisole » sono stato condotto a credere , che tal nome altro 
non sia, per avventura, che la traduzione, o, come si esprimono 
i filologi, la forma dotta di un antico vocabolo dialettale , che 
presso noi risponde al moderno Regio (2), che è quanto dire reggi- 

(1) Prof. P. Pavesi. — Il Regisole. In: Regisole — Gazzettino Pavese del 
29 Maggio 1898. Estratto. 

(2) C. Gambini. — Vocabolario Pavese-Italiano. Pavia 1879. (Trascrivo i vo- 
caboli nella forma precisa data dagli A. che cito, se pure tal forma non sembri 
del tutto corretta). 



— 104 - 

tore della casa, o della famiglia; vocabolo, che, secondo il Biondellì (1), 
suona Razdór e Rezdór presso Piacentini e Reggiani; Resgiò, secondo 
il Cherubini (2), presso i Milanesi ; Regiòo, secondo Pietro Monti (3), 
presso i Comaschi ; ecc. ecc. 

Dubbia non mi pare la provenienza di tal vocabolo dal lat. Re- 
gitor o Rector, né a creder ciò contrasta il fatto, che presso noi Regio 
suonò già, e suona tuttora, anche nella forma di Arzado (4), dap- 
poiché nel dialetto pavese qui non si tratti, evidentemente, che di 
un metatetico Razadò o Recedo, che vale reggitore senz'altro. 

La statua, trasportata da Ravenna a Pavia quale trofeo di 
guerra (?), deve avere avuto certamente altro nome, che non era 
quello di Regisole datole posteriormente. E la evoluzione del vocabolo 
dialettale in questo Regisole, che trova ancora il suo corrispondente, 
se io non erro, nel moderno francese Régisseur, (amministratore, di- 
rettore) deve essersi compiuta in modo abbastanza semplice. 

Innalzata la statua nella piazza in quell' atteggiamento, che tu, 
Pavesi, così bene descrivi; portatane l'immagine nei sigilli comu- 
nali, negli affissi, nelle pubbliche grida; incisane l'effigie nel cam- 
panone della torre maggiore, per stabilirne la proprietà del Comune, 
la statua stessa divenne l'emblema di questo, « cel razadò ced eh » 
per eccellenza: ma il nome suo, uscendo dall'uso comune, per acqui- 
stare un significato proprio, impose istintivamente al popolo, anche 
per il rispetto dovuto all'immagine che rappresentava, una forma 
dotta, che dovette evolvere da Regitor al volgare Regisòr, (fr. Ré- 
gisseur), donde il finale Regisole. 

Né quest'ultima trasformazione può far meraviglia. Si conoscono 
infatti (a prescindere dall'influenza, inavvertita dal volgo, ma assai 
comune, che ha il fatto dell'essere la r dei dialetti mutata in l nel 
parlar dotto — e basti per tutti gli esempi, che si potrebbero addurre, 
quello di scara in scala — ) si conoscono infatti, ripeto, molti esempi 
di etimologie così dette popolari, a cui si può riportare questa di 
Regisole, composta, così com'è, di due voci {Regisole) quasi fatte ap- 
posta per influire sul volgo. 

(1) B. Biondellì. — Saggio sui dialetti gallo-italici — Milano, 1853. 

(2) F. Cherubini. — Vocabolario Milanese-Italiano — Milano, 1814. 

(3) P. Monti. — Vocabolario dei dialetti della Città e Diocesi di Como — Mi- 
lano, 1845. 

(4) In : C. Gambini, citato. 



- 105 — 

Per es., chi potrebbe far crederò al popolo, che Bellagio non è 
da Beli' agio, piuttosto che da bis-lago (Risificio in vecchi documenti)? 
e che Baldo, il pittoresco monte, elio si specchia nel Garda, non è 
che monte Bardo (cfr. Bardolino) ? 

Ma un esempio, che anche più calza al caso nostro, è questo del 
nome console, dato al cursore comunale (coni' io udii spesso a Bre- 
gnano di Como, mio villaggio nativo), da un precedente cónsor cer- 
tamente: onde mi par proprio, caro Pavesi, che l'ipotesi mia non 
contrasti neppure alle leggi evolutive, fonetiche e morfologiche, del 
linguaggio. 

Tutto l'atteggiamento del Regisole era di uomo, che comanda alle 
turbe, che amministra la giustizia. E forse, poiché non diverso è 
l'atteggiamento del Marco Aurelio, vollero i Romani eretta la statua 
di lui nel piazzale del Campidoglio. E, forse ancora, la distruzione 
del nostro- Regisole, dovuta a furor di popolo, rappresentò un di 
quei momenti di protesta, più o meno inconscia, che in vari tempi 
condussero le turbe a sfogare i loro sentimenti di ribellione contro i de- 
tentori o i rappresentanti, sia pure in effigie di bronzo o di rame, del 
pubblico potere. Ma io mi confesso incompetente affatto a chiarir 
questi dubbi e volontieri ne lascio la cura agli storici, se pure tai 
dubbi hanno un qualsiasi valore. 

Qui m'avvedo, caro Pavesi, che ormai vo prendendo troppo sul 
serio questa mia, come chiamarla?... quisquiglia etimologica, epperò 
non voglio rubare maggior tempo ai tuoi studi ben altrimenti impor- 
tanti ; faccio punto e cordialmente ti saluto. 

Pavia 29 gennaio 1904. Tuo sempre aff.mo 

R. Rampoldi. 

Questo scrivevo un anno fa all'amico Prof. P. Pavesi, al quale 
pareva, che la mia congettura etimologica colpisse nel segno. Né di 
contrario avviso fu l'illustre cultore della filologia, Prof. F. D'Ovidio, 
il quale, da me interpellato per mezzo d'un amico, rispondeva a questo 
più tardi « parergli che in quel vocabolo [Regisole] possa proprio 
annidarsi régisseur, visto quell' ambiente dialettale ». Perciò mi sono 
indotto, dopo qualche esitanza, a pubblicare questo breve scritto, 
nella speranza, che esso non sia del tutto inutile a chi voglia pro- 
varsi a dire l'ultima parola intorno al significato del vocabolo storico 
« Regisole ». 

Pavia, febbraio 1905. 



RECENSIONI 



Horace K. Mann. - The lives of the Popes in the early Middle 
Ages. Voi. I. (in two parts) The Popes under the lombard rule, St. 
Gregory I (the Great) to Leo III. Part I (590-657;. Part, II (657-795). 
London, Kegan, Pani, Trench, Trùbner, and Co. in -8, 1902 pp. XII- 
432 e 1903 pp. 507. 

Nel 1900 il Prof. Romano deplorando « l' abbandono in cui erano 
lasciati (in Italia) molti argomenti che pure avrebbero dovuto presen- 
tare un altissimo interesse scientifico n aggiungeva : u noi abbiamo 
in Italia il papato, la cui storia s' intreccia con tutte le vicende della 
vita nazionale e non abbiamo, non dico una storia, ma neppure un 
serio tentativo di storia del Papato (1) ». Quest'amara constatazione 
risponde pur troppo tuttora alla realtà, malgrado qualche serio la- 
voro recentemente comparso; e ci torna sempre al pensiero ogni volta 
che dall'estero, e principalmente dalla Germania e dalla Francia, ci 
vengono annunciate opere serie e vaste su questo argomento ; questa 
che ci sta ora dinanzi ci viene dall'Inghilterra, dove da tempo si 
nota un grande risveglio in simili studj (2). L'A., che è un sacerdote 
cattolico della diocesi di Newcastle, si propone di scrivere la storia dei 
papi da S. Gregorio Magno a Martino V (dal 590 al 1417) ossia sino 
al punto da cui prende le mosse il Pastor con la sua Geschichte der 
Pcipste; e sinora egli ne ha pubblicato la prima parte in due volumi 
che trattano dei papi durante il periodo longobardo. Posta però la 
sua trattazione nei limiti cronologici suddetti, non comprendiamo 
come sia giustificato quell'aggettivo early messo nel titolo di tutta 
l'opera; tanto più che il Mann trascura di esporre la vita dei 17 
Pontefici che stanno tra la caduta dell'impero d' occid. e Gre- 
gorio Magno (590-604) sia perchè gli sembrano poco importanti, sia 
perchè crede giusto riaffermare (pref. IX) doversi il M. E. più esat- 

(1) Rivista Filosofica, Voi. Ili (1900) p. 329. 

(2) Un' altra recentissima opera inglese sn questo argomento degna di 
nota, sopratutto perchè ben documentata è quella di W. Barry, The papal mo- 
narchi/ from St. Gregory the great to Boni face Vili. London, Unwin, 1904. 



107 



tamente far cominciare con la data dell' invasione longobarda (508); 
ad ogni modo resta sempre ben certo che qnando egli sarà giunto 
al 1417, come si propone, avrà trattato dei Papi non solamente del 
primo, ma di quasi tutto il M. E. 

Sue fonti principali, per questa pi ima parte pubblicata, sono il 
Liber Pontificalis (ed. L. Duchesne), i Regesta Pontijicum Rom. (ed. 
Jaffó) e i Mon. Germaniae Ilistorica (sez. 1 Epistolae e Scriptores). 

Ma su esse assai debole è la critica ch'egli esercita; e ciò di- 
pende specialmente dal fatto ch'egli per sistema trascura quasi tutta 
la letteratura straniera (lì, anche quella che è (come buona parte 
della tedesca) assolutamente indispensabile e frutto di lunga e seria 
tradizione di studj e d'indagini. 

Questa deficienza ci è in parte spiegata dall' intonazione generale 
dell'opera, in cui risaltano troppo evidenti le preoccupazioni apolo- 
getiche e gli eccessivi entusiasmi per tutto quanto è emanazione 
della politica cattolica ; ma ha fatto sì che un lavoro il quale (per 
usare una frase ormai troppo sciupata) avrebbe potuto colmare una 
vera lacuna, sia invece riuscito non completamente rispondente alla 
necessaria serietà scientifica. Molti lati della trattazione che il M. 
viene svolgendo sono talvolta a bello studio lasciati da parte perchè 
inutili alla tesi da lui propostasi, più spesso perchè contrarj : ma 
tal' altra gli sfuggono anche totalmente per quel comune fenomeno 
psicologico che toglie a una mente offuscata da preconcetti la intera 
visione degli avvenimenti. Tutto questo ha tuttavia una lieve scusa 
nella venerazione illimitata che per il Cattolicismo e per la sua 
storia sente l'A, il quale nella testata dell' opera si professa « de 
gente Anglorum, qui maxime familiares Apostolicae Sedis semper 
existunt >• (2); e perciò non sorrideremo quand'egli chiama i papi 
the great upholders of liberty of conscience (parte II, p. 497) e della 
ingenuità di altre simili affermazioni spesseggianti in tutto il lavoro. 

Certo che il M. avrebbe fatto assai meglio a meditare su quanto 
il Pertz scrisse nel 1823 e che sovente è verissimo : die beste Ver- 
theidigung der Pdpste ist die JÉnthullung ihres u Seins » ; la sua opera 

(1) Non ha potuto naturalmente trascurare l'Héféle, il Grisar e il Grego- 
rovius, eh' egli cita però assai raramente e sempre da traduzioni. Avverto 
inoltre di passaggio che molti nomi proprj sono deformati da meri errori tipo- 
grafici. 

(2) Gesù Abb. Fontan. in M. G. H. (SS) II, 289. 



- 108 — 

sarebbe riuscita di maggiore robustezza scientifica, la sua causa, 
anche in mezzo alla piena dimostrazione che gli errori e le debolezze 
sono comuni a tutti gli uomini, ne avrebbe ricevuto un appoggio 
più efficace e convincente. 

* 
* * 

A non poche questioni trattate in questa prima parte è legato 
il nome di Pavia. E con il Sinodo di Pavia che finì lo scisma di 
Aquileja scoppiato sotto S. Gregorio Magno e durato più di cento 
anni. Ben ventun pontefici ebbero a lottare perchè la concordia 
tornasse e usare di tutta la loro autorità perchè la chiesa cessasse 
di essere turbata da simili dissenzioni; ma soltanto sotto S. Sergio 
(687-701) e principalmente per l'intervento del re longobardo Cuni- 
berto (688-700) la pace potè assere ristabilita appunto nel Sinodo da 
questi convocato nella nostra città verso la fine dell' Vili secolo (1). E 
questa una delle questioni più oscure della storia ecclesiastica al 
tempo dei longobardi; il M. se ne sbriga con pochi periodi, osser- 
vando che il Pontefice fece abbruciare tutte le opere polemiche che 
su questo argomento s' erano venute scrivendo u lest the new con- 
verts might be again troubled with the same evil doctrines » (II, 95). 
Ma è certo che l' accomodamento non dev' essere intervenuto tanto 
pacificamente quanto il M. vorrebbe farci credere: non si disputa 
con tanta vivacità e con tanta ostinazione per più di un secolo, per 
rinunciare poi a ogni pretesa senza compensi adeguati e amidst tears 
of joy (II, id.); tanto più che gli stessi vescovi convocati in Pavia 
da Cuniberto si erano l'anno prima riuniti in Sinodo ad Aquileja 
per discutere sullo scima e lo avevano pienamente riconfermato. 

(1) La data precisa non è ancora ben certa; lo stesso Mann in un punto 
del suo lavoro (parte I, p. 38) è per il 698 e in un' altro (p. II, p. 95) per 
il 700; la prima data però sembra più probabile. Cfr. Libar P., v. Sergii, 15; 
P. Diacono, de g. Longob. VI. 14; Bede, de sex aetat. ad an. 708. Per il 
Carmen de Synodo Ticinensi 'ed. in M. G. SS Longob. 190) manca an- 
cora uno studio esauriente di carattere storico. E superfluo rammentare ai 
nostri lettori che la ritmica di questo poemetto forma V oggetto di una re- 
cente memoria pubblicata dal prof. Giovanni Ferrara (Rendic. Ist. Lomb. di 
Scienze e Lettere, serie II, voi. XXXV11, 1904), giacché ne fu dato conto anche 
nel nostro Bollettino (voi. IV, 1904, p. 296). Di grande importanza per la que- 
stione generale è lo studio di W. Meyer-Speier, Die Spaltung des Patriarca. 
Aquil. (in Abh. d, K. Ges. d. Wiss. in Gòttingen, 1898). 



109 



Il M. basandosi poi sopra un passo del L. P. (1) fissa (p. II, p. 407) 
nell'autunno del 773 la data del principio dell'assedio di Pavia per 
opera di Carlo Magno. Questi, deciso a prendere la città per fame, le 
fece scavare attorno linee di fosse ininterrotte in un blocco ferreo. 
Mentre 1' assedio durava da sei mesi egli, desideroso da tempo di re- 
carsi ad limino, Apostolorum profittò della ricorrenza prossima della 
Pasqua e partì per Roma, dove arrivò il sabato santo (2 Aprile 774), 
Ma l'assedio non fu per questo sospeso ; divenuto più rigido al ri- 
torno di Carlo Magno (id. p. 422) Pavia fu costretta ad arrendersi 
nel Giugno, dell'anno seguente, dopo nove mesi di resistenza; e con 
la sua caduta fu chiuso il periodo di dominazione longobarda in 
Italia. In Pavia Carlo ricevette poco dopo gli omaggi di quei Duchi 
Longobardi che non ancora gli si erano sottomessi e che, appena 
appresa la notizia della rovina di Desiderio, erano accorsi per giurare 
fedeltà al nuovo signore; ma richiamato ben presto in Francia da 
molteplici ragioni, egli ripassò le Alpi, lasciando in Pavia un pre- 
sidio franco e traendo seco prigioniera parte della famiglia reale Lon- 
gobarda, del cui ricco tesoro privato s' era già impadronito (2). 



* * 



Su moltissime questioni controverse il M. sorvola brevemente, 
talvolta evita di trattarne. Così egli afferma che Gregorio Magno fosse 
benedettino (p. I, p. 17) senz'avvertire ed eventualmente confutare 
le opinioni contrarie ; con poche parole si sbriga della questione di 
Onorio (id. p. 304). Tratta invece (p. II, p. 498) con sufficiente am- 



(1) in vita Hadriani, XXXV e sgg.; cfr. Mììhlbacher, Regesta imperli. I Bd. 
Die Regesten des Kaiserreichs unter den Karolingem, 751 — 918. Nach J. F. 
Bohmer neu bearbeitet. Innsbruck, li. Afl. Karl d. Grosse, passim e L. M. Hart- 
mann, Geschichte ltaliens ita Mittelalter ; II. Bd., II t Hàlfte, Gotha, 1903 
p. 268 sg. 

(2) Questa bella pagina della Storia di Pavia non ha ancora avuto uno studio 
diligente e completo, quantunque numerose fonti ne parlino anche con una 
certa diffusione; il Manu non se ne occupa naturalmente di proposito, giacché 
a lui preme insistere piuttosto sul viaggio di Carlo Magno a Roma, per la 
prima volta visitata da un re franco. Per l'elenco completo delle fonti e della 
letteratura rimandiamolo studioso al iMùhlbacher, ed. cit ; 158, f - h,i 103, a - b 
165, 166, 167 e 16S. ; e ali 1 Hartmann, 1. e. 



— 110 - 

piezza Y autenticità di due lettere di Gregorio II a Leone III, da 
lui sostenuta contro l'avviso opposto dell' Hodgkin (1). 

Noi ci auguriamo che l'A., continuando l'opera sua, si attenga a 
una maggiore serenità e ad un maggiore scrupolo scientifico''; ad ogni 
modo è dovere riconoscere che la parte pubblicata, per la grande 
quantità di materiale raccolto, non manca di pregi e dovrà essere 
consultata da chiunque vorrà in avvenire occuparsi di questo pe- 
riodo storico. 

P. ClAPESSONI. 



Atti del Congresso Internazionale di Scienze Storiche. — 

(Roma, Aprile 1903) Voi. VI. (Atti della Sezione IV). Numismatica. — 
Roma, Tip. d. R. Accad. dei Lincei, 1904, in 8, pag. XX — 262. 

I congressi in generale non rappresentano l' indice del grado di 
sviluppo di un dato ramo scientifico o letterario, ma servono piut- 
tosto d' occasione per lo scambio reciproco, tra i dotti che vi con- 
vengono, di idee e di opinioni, le quali maturano talvolta la solu- 
zione di problemi controversi ; per stringere o rinsaldare legami di 
conoscenza o d'amicizia ; e per offrire alla grande famiglia degli stu- 
diosi di qualsiasi nazionalità alcuni giorni di comunanza forse 

non sempre fraterna. Non ci proporremo quindi di ricavare dal 
volume che ci sta dinanzi il giudizio sul cammino percorso dalla 
Numismatica in questi ultimi tempi, tanto più che tutti abbiamo for- 
tunatamente ragioni bastevoli per conservare un' opinione che è 
meno sconfortante di quella che risulterebbe da un esame fatto con 
uno intendimento simile. Non che questo volume VI degli Alti non 
contenga pagine di un valore indiscusso e nomi che tengono un posto 
d'onore in questo ramo della scienza storica; talune questioni, anche 
puramente storiche, sono anzi non poco lumeggiate in certi punti ri- 
masti sinora controversi e talune altre, della massima importanza e 
sin qui trascurate, vengono ora nettamente poste, ciò che almeno 
costituisce un buon passo per avviarle sulla via della soluzione; ma 
ciò non ostante queste 262 pagine sono assai poco in confronto di 
quanto avevamo il diritto di aspettarci e costituiscono una raccolta 

(1) Italy and Iter ìnvad. Voi. VI. The lombard Kìngdom, Oxford, 1895, 
p. 502. 






— Ili — 

troppo sconnessa di memorie e di comunicazioni, mentre altri volumi 
già usciti di questi Atti formano un insieme molto più omogeneo ed 
organico. 

* * 

Oggidì vien giustamente rimproverato alla gran maggioranza dei 
Numismatici la mancanza di metodo scientifico : va quindi lodato il 
Congresso per aver discusso alcune questioni pratiche opportunissime, 
come quella dell' ordinamento delle collezioni di monete italiane, medio- 
evali e moderne (p. 9, rei. S. Ricci) per cui fu riconosciuta la neces- 
sità di un criterio geografico e storico in sostituzione dell' attale em- 
pirismo alfabetico ; quella dell' ordinamento delle zecche italiane medio- 
evali e moderne (p. 15, rei. id.) che si desidera più corrispondente ai 
fini voluti dal moderno progresso delle scienze ; e quella infine in- 
torno all' uso delle linyue nazionali negli scritti di numismatica : ve- 
dremo però se i voti del Congresso affinchè i Numismatici usino il 
latino per le descrizioni e i cataloghi di monete classiche e la pro- 
posta di usare una delle quattro lingue mie più note (Tedesco, In- 
glese, Italiano, Francese) per le altre, avranno un effetto concreto 
Altre questioni di metodologia e di teorica della numismatica sono 
accennate qua e là nelle comunicazioni ; alcune di queste ne trat- 
tano anzi espressamente, come quella di Ettore Gabrici sul valore dei 
tipi monetali, nei problemi storici etnografici e religiosi (pag. 55) una 
certamente delle migliori e delle più interessanti. L'A. che considera 
superiore ad ogni altro il sussidio offertoci dalle monete nelle ri- 
cerche storiche e nel guidare alla conoscenza della prima civiltà, delle 
vicende politiche e delle credenze religiose di un popolo esamina bre- 
vemente in rapporto a questi concetti la numismatica della Magna 
Grecia e della Sicilia; e in base ad essa riconferma pienamente la 
relazione della cività antica di queste regioni con la civiltà micenea 
e dell'Asia Minore. Una comunicazioue del prof. Luschin von Eben- 
greuth tratta del metodo da osservarsi nella descrizione dei ripostigli di 
monete del M. E., per trarne il maggior profitto scientifico (p. 129) e 
rileva la necessità di seguire certe norme fisse, nello studiare questi 
ripostigli, come la numerazione anche dei generi monetali, il peso, 
ecc. La comunicazione di Michele Caruso-Lanza sullo studio delle 
monete greche nei rapporti con la storia, con la mitologia e con la 
scienza delle religioni comparate, ripete la necessità che lo studio 



- 112 — 

delle monete non sia posto unicamente a servizio della geografia, 
della metrologia e dell' arte, ma tenda a portare quanto più è possi- 
bile un vigoroso contributo alla storia. Ogni moneta porta impressa 
una pagina di storia che noi dobbiamo interpretare ; tutte quelle rap- 
presentazioni, alcune delle quali a noi riescono mute, parlavano al popolo 
della sua gloria e del suo passato, dicevano 1' omaggio del suo spirito 
a' suoi Dei tutelari ; su esse noi potremmo afferrare i principj che 
ressero l'evoluzinne dei miti nelle epoche antiche, con esse noi po- 
tremmo formare quella Geografia mitica che, come dimostrano anche 
recenti pubblicazioni del Pais, dell'Holm e d'altri, tanta luce gette- 
rebbe sul periodo più oscuro della storia. L'A. accenna a' suoi pros- 
simi studj condotti con questi criteri sulle monete greche della sua 
patria, Agrigento, studj che infatti vediamo pubblicati con tavole 
illustrative negli ultimi fascicoli della Riv. It. di Num. Della 'Numi- 
smatica neW insegnamento, tratta una comunicazione di S. Ricci (p. 167) 
il quale riafferma l'opportunità che simile disciplina non sia più 
esclusa dalle nostre scuole superiori e dalla cultura degli insegnanti. 

* * 

Fr. G-necchi comunica (p. 37] una sua interessante memoria su 
le personificazioni allegoriche sulle monete imperiali Romane: interes- 
sante perchè può aprire una serie di studj più vasti e completi su 
questo argomento assai poco illustrato, mentre potrebbe darci un non 
lieve contributo nel campo della Religione e dell'arte nell'età im- 
periale. Queste personificazioni la cui rappresentazione sulle monete 
fu iniziata sotto Tiberio e continuata circa sino a Costantino (1) co- 
stituiscono la più vasta caratteristica di tutta la monetazione Ro- 
mana; non s'incontrano mai sulle monete dei greci, i quali rappre- 
sentano bensì Dei ed Eroi, ma non mai Divinità astratte, come Ju- 
stitia, Libertas, Pudicitia, Concordia, Fides, etc. Ora il ricercare 
l'origine di queste allegoriche personificazioni e il loro significato 
contemporaneo, l'osservare come e con quali simboli ciascun tipo 
sia raffigurato, quale Imperatore pel primo l'abbia adottato, quali e 
quanti principi ne abbiano continuato la riproduzione nelle loro mo- 

(1) Se ne trovano alcune anche in monete medioevali. Lo studio del Gnecchi 
lui molte relazioni ed integra qua e là il lavoro del Griman : Inschriften ùnd 
Darstelluìigen liti ni. Kaiser niunzen con Augustus bis Dloctetian. 



— 113 - 

nete, mentre altri la esclusero, quanto il procedere ari altre numerose 
indagini, deve portare a risultati dei quali a nessuno può sfuggire 
la seria utilità. Il Gnocchi presenta un elenco di quaranta Personi- 
ficazioni e un quadro sinottico dove è indicato quali di esse furono 
usate o introdotte dai varj imperatori, non facendo però nessuna 
delle ricerche suaccennate. Le relazioni di Roma con l'Africa al 
tempo di Settimio Severo e di Caracalla rimangono ancora alquanto 
oscure malgrado gli studj in proposito dell' Hòfner del De Ceuleneer 
e d'altri; l'illustre numismatico francese Ernesto Babelon ci arreca 
sull'argomento nuovi importanti documenti con la sua comunicazione 
su les monnaies de Septime Sevère, de Caracalla et de Gela relative.? 
a VAfrique (pag. 79); egli lumeggia la serie di beneficj di cui il 
primo imperatore africano colmò la propria terra d' origine, tra i 
quali notevolissimi 1' esenzione dalle tasse concessa ai Cartaginesi, 
affinchè potessero pagarti la costruzione dell'acquedotto dal Mons 
Zeugitanus a Cartagine : e la concessione del diritto di cittadinanza 
a questa città, a Utica e a Leptis magna, patria di Settimio Severo. 
Una comunicazione dell'Ambrosoli su le cosidette restituzioni di Gal- 
lieno o di Filippo (pag. 95) tende a portare a dodici gl'jimperatori di- 
vinizzati ivi effigiati, attribuendo a Trajano Decio alcune che por- 
tano il nome di Trajano ; egli opina anche che la serie sia stata 
emessa durante il Regno di Triboniano Gallo, ma queste afferma- 
zioni abbisognano certamente di prove maggiori prima d' essere accet- 
tate. Le cosidette restituzioni o consecrazioni provocarono una numerosa 
letteratura in proposito, le cui varie tendenze non sono riuscite tut- 
tora a trovare una conclusione definitiva; l'Autore propende per l'i- 
potesi emessa dal Pellerin (1) sin dal 1763. Hadrien Planchet, di Pa- 
rigi, esamina alcune monete portanti il cognome Palikanus (pag. 101), 
eh' egli vuole sia un edile curule che fece battere dette monete in 
ricordo dei fatti del 708 (46 av. Cr.) quando Cesare, celebrando il 
suo trionfo fece distribuire olio e frumento ai cittadini. Il Planchet 
per provare questo stabilisce che in una moneta già pubblicata dal 
Borghesi (2) e portante il cognome citato sono impressi un congius 
(misura pei liquidi e quindi anche per 1' olio) e una tessera frumen- 
taria e inette in relazione con questa moneta e con gli avvenimenti 
del 708 le altre monete che formano la serie in questione. 

(-1) Recueil de mèdailles de Peuples et de Ville.s, Paris, 1763, tome 111. 
(2) Borghesi. — Oeuvres completes, tome I, p. 35, pi. II, \2. 

s 



114 



Una comu aio-azione di singolare importanza e che avrà fatto piacere 
agli studiosi di tutto il mondo è quella del numismatico tedesco E. I. 
Haeberlin, il quale vi annuncia la prossima pubblicazione da parte 
sua del Corpus nitmorum aeris gravis (pag. 141). La questione del- 
l' aes grave è una delle più oscure e delle più importanti di tutta la 
monetazione artica; ora, se si consideri che il lavoro fatto dall' Hae- 
berlin visitando tutti i principali Musei d'Europa ed eseguendo per- 
sonalmente dei calchi sugli originali gli permette di pubblicare 
tutto il materiale autentico finora esistente, riuscirà facile il prevedere 
quanti quesiti si potranno finalmente risolvere e quanto sieno giusti- 
ficati gli applausi con cui tutti i congressisti accolsero la parola del 
dotto tedesco (1). La comunicazione di Luigi Correrà (pag. 159) con- 
ferma con una moneta l'esistenza del culto di Heracles in Neapolis, già 
attestato da alcune epigrafi. Giulio De Petra fìssa nel 474 la coniazione 
di uno statere di Cuma, già appartenuto al Duca di Luynes ; i Cumani, 
in occasione dell' ajuto prestato loro in quell'anno da Siracusa fe- 
cero imprimere sulla detta moneta i quattro delfini Siracusani attorno 
al loro emblema (una conchiglia). Lo stesso De Petra fissa nel 424 
(pace di Gela) la data della coniazione del didrachma di Napoli ri- 
pubblicato nel 1902 dal Correrà (Rend. Acc. Arch. Nap., p. 99) : il 
toro natante, emblema di Gela, e il ramoscello di olivo accennante 
ad un avvenimento pacifico rendono infatti assai probabile l' ipotesi 
del De Petra. 

G. Dattari combatte (p. 201) l' opinione di coloro che classificano 
nella categoria delle monete romane con la leggenda votti soluta de- 
cennalium, tutte quelle con la leggenda IIEPIO/ìOG e vuole invece 
che alcune di queste, appartenenti alla numismatica Alessandrina ed 
emesse sotto Marco Aurelio e successori, sieno ascritte nella cate- 
goria di quelle che portano la leggenda vota suscepta ; prende poi oc- 
casione per dimostrare che Commodo fu innalzato alla dignità di 
Augusto durante le feste di trionfo dell'anno 177 d. Cr. Un compie- 
mento agli studj di Otto Seeck (2) è la memoria di Maurice Jules su 

(1) Di capitale importanza per la storia del nostro paese é l'opera di cui 
Arthur Sambon ha recentemente iniziato la pubblicazione e che promette riu- 
scire un vero e proprio Corpus di tutta l'antica nostra monetazione: Les mon- 
naies antiques de V Italie, Voi. I. Paris, Bureau du Musée, 1904. Il Corpus 
numorum promessoci sin dal 1888 dall' Acc. di Berlino rimane ancora un desi- 
derio. 

(2) Die Zeitfolge des Gesetzes Constantins (in Zeitschrift f. Fechtsgeschichte, 
X, p. 226-231). 



115 



l'atelier monetaire de Sirmium pendant la periode constantinienne 
(pag. 231). Questa zecca fu aperta rie] 320 a Sirmio (nella Pannonia 
inferiore, passata a Costantino dopo elio questi nel 314 ebbe vinto 
Licinio) e fu e chiusa nel 326 dopo la morte di Orispo e Fausta; le 
sue emissioni, contemporanee a quelle di numerose altre zecche di 
Costantino, furono due. La vittoria riportata nel 320 da Crispo sui 
Franchi, praeter caeteros duces, e sugli Alamannici (1) ; quella di Co- 
stantino sui Sarmati (322) e i ludi che la celebrarono, i consolati di 
Costantino, di Crispo, di Costanzo II, le cifre dei vota degli impera- 
tori regnanti, la scomparsa di Licinio, l'adozione del diadema da 
parte di Costantino (dopo il 324) e altri fatti importanti che cadono 
tra il 320 e il 326 vengono validamente lumeggiati da queste monete; 
le quali però forse non sono che medaglie commemorative. Di numi- 
smatica antica trattano altre comunicazioni di minore importanza, 
come quelle del Prof. Pick sulle statue di Apollo riprodotte su monete 
Greche e Romane (pag. 135), di Alberto Simonetti sui tipi delle an- 
ticJie monete greche (pag. 117) e di M. Bahrfeldt sopra la Chi orto- 
logie der Miinzen des Marcus Antonius (pag. 187). 

* * 

La numismatica medioevale e moderna non ha in questo volume 
molte comunicazioni che la riguardino al paragone di quelle de- 
dicate alla numismatica classica; però qualcuna è di forte impor- 
tanza e compensa in parte questa scarsità. Nicolò Papadopoli pub- 
blica la tariffa veneta del 1543, che la Serenissima fu costretta a sta- 
bilire dalle condizioni finanziarie al tempo della lega di Cambray; 
e ne presenta un facsimile che è la riproduzione della stampa pub- 
blicata dai provveditori della zecca (pag. 137j. Sulla monetazione 
veneziana presentò una comunicazione anche Luigi Rizzoli jun. che 
vi illustra alcune monete della Repubblica le quali attualmente fanno 
parte della celebre raccolta Bottacin, annessa al Museo civico di 
Padova (pag. 250). 11 Prof. H. Bresslau annuncia la prossima pub- 
blicazione delle sue ricerche sopra la storia monetaria d'Italia nei 
secoli X, e XI e XII, e per ora comunica un suo studio notevole sui 
denari imperiali di Federico I. (pag. 31). Vinta la Lombardia e Mi- 
lano, Federico I, inaugurò anche una nuova politica monetaria intesa 

(1) In questa forma è usato Y aggettivo nelle leggende sulle monete in parola. 



— 116 - 

a dare a tutto il Regno italiano una moneta principale, un caput mo- 
netae, come dicono le fonti, politica cui si oppose Venezia, la quale 
come protesta cominciò a far mettere il nome dei dogi sulle sue mo- 
nete, mentre prima usava quello degl' imperatori occidentali. E dal 
1162 comincia appunto la coniazione del denarius imperialis, con 
cui fu stabilito anche un ragguaglio fisso e legale per le altre mo- 
nete d'Italia (1). Ora di questi denarii imperiales non fu possibile 
trovare sinora un esemplare, ma non è credibile che più accurate 
ricerche restino infruttuose ; forse essi portavano da un lato il nome 
e il ritratto di Federico, dall'altro un'immagine di città e la leg- 
genda u Roma caput mundi regit orbis frena rotundi ». Federico Mar- 
chisio comunica alcuni studj sulla numismatica di Casa Savoja (p. 219) 
pubblicando alcuni pezzi della sua raccolta; Arturo Spingardi par- 
lando delle medaglie del Risorgimento Italiano (pag. 257) augura il 
sorgere di una Rivista Medaglistica che si occupi del riordinamento 
e dello studio di tutto l'abbondante materiale medaglistico del no- 
stro Risorgimento, per poterlo mettere efficacemente a sussidio di 
chi scriverà la nostra storia più recente. L'illustre de Witte tratta 
le relations monetaires entre V Italie et les provinces belges au moyen 
àye et a V epoque moderne (pag. 207). Egli però studia la questione 
solamente dal punto di vista belga e riafferma la influenza sulla mo- 
netazione delle provincie belghe degli artisti modellatori italiani, 
designati col nome generico di Lombards, tra cui nota principalmente 
Gianpaolo Poggini. In fine la storia della moneta pontificia negli ul- 
timi anni del secolo XIII, ha un contributo nella memoria di Giu- 
seppe Castellani, che unisce anche una tabella di confronto tra il 
corso dolle monete pontificie fissato da editti emanati in Romagna 
e quello fissato in alcune città delle Marche. 

* * 

Il prossimo congresso internazionale di Numismatica, che sarà il 
quarto della serie iniziata a Bruxelles nel 1891, si terrà nel 1906 in 
Berlino, in occasione del Congresso internazionale di Scienze sto- 
riche; auguriamo che per l'interesse della Scienza e per il decoro 
della Patria, gli studiosi nostri sappiano fare in modo che l'Italia 
vi possa essere degnamente rappresentata. 

Piero Ciapessoni. 

(1) Un denarius imperialis valeva, ad es., due Cremonesi o due Pavesi e 
mezzo o due Nuovi Milanesi, ecc. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



Gaetano De Sanctis. — La 

guerra e la pace nell'antichità. 
Torino, G. B. Paravia e C.° 1905, 
in-8, pag. 26. 

E il discorso letto per l'inau- 
gurazione dell' anno accademico 
1904-05 e tende a dimostrare 
che mentre la pace lìa favorito, 
presso i Greci e i Romani, un 
processo di disgregazione, la 
guerra con la sua rude scuola 
ha insegnato a coordinare tutte 
l'energie e a sfruttarle per la 
salute pubblica. Con ciò però 
l'A. non vuole attribuire alla 
guerra una influenza sociale 
più elevata di quella eserci- 
tata dalla pace ; questa anzi 
procacciò ai popoli benessere 
economico e progresso intel- 
lettuale, mentre la guerra fu 
causa anche di sciagure irrepa- 
rabili, come la schiavitù, la cui 
rovinosa efficacia si manifestò 
pienamente allorquando essa 
giunse a un forte grado di svi- 
luppo ; ma in complesso, secondo 
il De Sanctis, la pace ebbe una 
influenza assai più deleteria. 
Una tesi simile, del resto non 
nuova, va certo accettata con 
riserva, giacché, e presso gli 
stessi Greci e Romani, e, tanto 
meglio, nell'Antichità tutta, si 
potrebbero facilmente trovare ar- 
gomenti per dubitarne. L'A. ha 
giustamente riaffermata l'impor- 
tanza grandiosa che la guerra 



persiana ebbe per la storia della 
cultura europea; non ci sembra 
però che con il concetto di un 
processo di livellamento che in- 
terviene sempre tra due popoli 
di cultura differente venuti a 
contatto, resti sufficientemente 
spiegata la decadenza della Grecia 
dopo la conquista Romana. Più 
che alla forza e alla rozzezza 
dei Romani la Grecia dovette 
la sua fine alla configurazione 
geografica , assolutamente con- 
traria alla costituzione di un 
pieno organismo politico che le 
assicurasse il libero sviluppo di 
tutte le sue energie, contro la 
violenza assorbitrice dei grandi 
stati che le si erano venuti for- 
mando attorno. 

Preziose doti di tutta 1' espo- 
sizione sono la chiarezza e l'or- 
dine, cosicché il pensiero dell'A. 
può essere seguito facilmente. 

Giovanni Gorrini. — U in* 

cendio della R. Biblioteca Nazio- 
nale di Torino, con prefazione 
di Pasquale Villari. Torino-Ge- 
nova, Renzo Streglio e C, 1905, 
in-8, pag. 292. L. 5. 

L'A., che è segretario dell'Uni- 
versità di Torino e che fece 
parte delle varie commissioni 
nominate per la ricostituzione 
della Biblioteca Nazionale dopo 
1' incendio avvenuto nella notte 
dal 25 al 26 Gennaio 1904, ci 



— 118 - 



presenta con questa pubblica- 
zione la storia di quel disastro 
e l'elenco dei codici perduti o 
salvati , aggiungendo numerosi 
particolari descrittivi. 

Su circa 4500 mss. si riuscì a 
a salvarne 1500, in uno stato 
più o meno buono di conser- 
vazione e tra questi trovansi 
59 codici del fondo dell' antica 
Abbazia di Bobbio che sono per 
i nostri lettori particolare inte- 
resse. E noto che i codici bob- 
biesi erano stati catalogati dal- 
l' Ottino e che erano 70 anziché 
71, giacché egli vi aveva erro- 
neamente compreso il n. XXX. 
Ora di tutti questi andarono com- 
pletamente perduti quelli segnati 
in quel catalogo (Torino, 1890) 
coi nn. 1, 2, 3, 44, 45, 64, 66, 67, 
68, 69, 70 e 71. 

Tra le perdite notevoli sono 
quelle dei palinsesti del Codice 
Teodosiano (n. 1) e il testo evan- 
gelico illustrato dal compianto B. 
Peyron (n.44). Dei cinquantanove 
conservati il Gorrini ci dà in 
appendice al suo libro (p. 273 e 
segg.) un elenco tolto dall' In- 
ventario dei codici superstiti greci 
e latini antichi della Biblioteca 
N. di T. (pubblicato nella Ri- 
vista di Filologia e d' Istruzione 
classica diretta da Ettore Stam- 
pini, Torino, Casa Ed. E. Loe- 
scher, 1904, da p. 436 a p. 456). 
Subirono maggiori danni il Sa- 
crameli tari nm (Ottino n. 27) il 
Brev.arium monasticum (Ott. 
n. 28) V Antiphonarium (Ott. n. 29), 
il Tracfatus adv. haereses etc. di 
S. Agostino (Ott, n. 55) e il 



Tractatus de restitutionibus di S. 
Bernardino da Siena (Ott. n. 60). 
C è la speranza che, nella veri- 
fica dei frammenti, qualche altro 
codice bobbiese possa essere 
rinvenuto ; va inoltre notato che 
tanto dei codici danneggiati, 
quanto dei perduti erano state 
ricavate prima dell' incendio al- 
cune fotografie, che vedranno a 
suo tempo la luce. 

Assai da deplorarsi è la per- 
dita del famoso Livre d' Heures, 
miniato forse dal van Eyck e la 
quasi totale distruzione dei co- 
dici degli Scriptores Historiae Au- 
gustae e dell' Historia Nataralis 
di Plinio. 

Gli studiosi vorranno certo 
fare acquisto di questa utilis- 
sima pubblicazione, anche per- 
chè è a beneficio della Biblio- 
teca Nazionale di Torino, uno 
dei più gloriosi centri di cultura 
in Italia. 

G. Pasciucco. — Elagabalo. 
Contributo agli studj sugli Scrip- 
tores Historiae Augustae. Feltre, 
1905, in -8 pp. 69. 

Tra le più dibattute questioni 
della tarda storiografia romana 
havvi certo quella degli Scrip- 
tores Historiae Augustae, la nota 
collezione comprendente le vite 
degli imperatori da Adriano a Nu- 
meriano (117-284). La presente 
monografia tratta di una di que- 
ste vite e precisamente di quella 
di Vario Avito Bassiano, sopran- 
nominato Elagabalo (204? - 222) 
attribuita a Aelius Lampridius; 
ma nulla aggiunge di nuovo a 



— 119 — 



quanto già conosciamo dai nume- 
rosi e diffusi lavori in proposito 
del Peter e del Tropea. L'A. si 
è limitato a darci brevemente una 
biografia di Elagabalo, desumen- 
dola dalla fonte suddetta e utiliz- 
zando qua e là anche Dione, Eu- 
tropio, Erodiano, Vittore, ecc. ; 
ma al noto disordine della sua 
fonte principale egli ne sosti- 
tuisce un altro pieno di ripe- 
tizioni e di ingenuità e ancor 
più grave, giacché non è nep- 
pure sorretto da quei numerosi 
punti di efficace espressione che 
ci rendono talvolta anche dilet- 
tevole la lettura di Lampridio. 
Il Pasciucco non è evidentemente 
ben preparato a studj di questa 
natura ; e perciò a lui, come son 
mancati lo spirito critico e l'at- 
titudine a ricostruirci l'ambiente 
in cui si mosse questa figura 
d'imperatore quindicenne, è an- 
che sfuggita completamente l'im- 
portanza storica dell' argomento 
che ha avvicinato. Inoltre troppo 
facilmente egli conclude sullo 
scarso valore della biografia in 
questione; giacché, malgrado le 
tinte assai vivaci, essa rimane 
sempre, sotto varj aspetti, una 
fonte storica preziosa. Ci piace 
però constatare che l'A. ha ri- 
corso non di rado al sussidio nu- 
mismatico ; al quale proposito no- 
tiamo tuttavia che sarebbe stata 
doverosa una più diffusa men- 
zione sulla crisi monetaria che 
al tempo di Elagabalo va già 
assumendo forme disastrose, e a 
cui invece è appena lievemente 
accennato. p. e. 



Ferdinando Gabotto. - Uh 
pronostico di Ad tomo <V InghiU 
terra pel 1464 [Estratto dalla 
Biblioteca delle Scuole Italiane 
A. X. N. 20). 

Tra lo manifestazioni letterarie 
che l'ideale di un'unità politica 
italiana prese nei vari secoli 
della età moderna, meritano ri- 
lievo maggiore i pronostici, a] 
di sopra del sonetto o della can- 
zone, perchè la loro forma popo- 
lare, in quanto si rivolgono al- 
l' opinione pubblica con intento 
di divulgazione, è indice sicuro 
di avanzato sviluppo di quello 
stesso concetto eh' essi vogliono 
illustrare. 

Significante è la profezia di 
Antonio d'Inghilterra elaborata 
nell' anno 1463, quando, al ter- 
mine della guerra napoletana tra 
Ferdinando d'Aragona e Giovanni 
d'Angiò, le vittorie del primo fa- 
cevano sperare in una grande 
impresa sforzesca, che per esser 
condotta innanzi dalle forze isra- 
gonesi dovesse iniziare 1' uni- 
ficazione d' Italia. 

Secondo il profeta un grande 
guerriero sarebbe salito dal mez- 
zodì (Ferdinando d'Aragona o Ja- 
copo Piccinino) e, menata strage 
immensa nelle città settentrio- 
nali, esclusione fatta di Milano 
e Pavia ;i dominii dello Sforza), 
avrebbe apparecchiato il regno 
d' Italia al re dei Lombardi (Fran- 
cesco Sforza). 

Il Gabotto analizza e spiega 
parti tamente, con sottile acume, 
i molti accenni singolari del pro- 
nostico (tratto dall' Archivio di 



120 



Stato in Torino) , ma dichiara 
oscura un'allusione al nuovo re 
de' Lombardi : u Duo sorores cum 
obproprìo efficientur concubine ipsi 
Regi n. 

Non sembra al critico illustre 
che qui si voglia alludere alla 
caduta delle due città marittime 
Genova e Venezia, le nemiche 
maggiori dello Sforza ? 

Cum obproprio, dice Antonio, 
per ingigantire la vittoria dello 
Sforza, concubine efficientur, a si- 
gnificare la loro totale dedizione 
al grande capitano di ventura. 

Carlo Cipolla. — Il Conte Loi- 
sio di S. Bonifacio podestà di Pia- 
cenza nel 1277, Venezia 1904, 
Atti del Reale Istituto Veneto di 
scienze, lettere ed arti, Tomo LXIV 
parte II). 

Nobile figura di combattente è 
quella del Conte Loisio, figlio di 
nizzardo da S. Bonifacio, di cui 
1' A. intesse una breve biografia. 

Capo del partito guelfo, tenne 
fronte ai Ghibellini, nella Marca, 
in Lombardia e nell'Emilia, sem- 
pre energicamente attivo, o sui 
campo di battaglia o ne' palazzi 
de' Comuni quale podestà, e sem- 
pre fedele al suo partito in pa- 
tria ed in esilio. 

V. Lieutaud. — Le Registre 
de Louis III, Conte de Provence, 
voi de Sicilie, et son itinéraire 
(1422-1434). — Sisteron, 1905. 

Il ms. 768 della Biblioteca Mé- 
janes d'Aix contiene, fra V altro, 
un seguito di lettere e disposi- 
zioni di Luigi III Conte di Pro- 
venza, ed abbracciano il periodo 



dal 3 maggio 1422 al 20 ottobre 
1434. Il Lieutaud dà un resoconto 
sommario d' alcune di esse e 
sulla loro scorta ricostruisce l'iti- 
nerario del re compreso nello 
stesso periodo di anni. 

Da quel poco che i brevi cenni 
dell'A. lasciano intravedere, quelle 
lettere sono di notevole impor- 
tanza perchè talune si riferiscono 
alla vita politica del tempo, altre 
alla vita economica: ma noi avrem- 
mo desiderato che il Lieutand ci 
avesse stesa una più ampia e sod- 
disfacente relazione del loro con 
tenuto : il dirci, ad es., che una 
lettera o un editto si rivolge ai 
mercanti veneti d'Avignone, sen- 
za aggiungere gli ordini in questo 
atto espressi è fare opera pres- 
soché inutile od utile solo per 
metà. 

Alessandro Colombo. — Lu- 
dovico il Moro e la Francia se- 
condo un frammento di cronaca 
contemporanea fin Bollettino Sto- 
rico-Bibliografico Subalpino J. 

Torse il titolo promette più 
che il lavoro non contenga. 

Bernardino de' Carnevarii, cit- 
tadino pavese, dottore in legge 
ed iscritto al collegio de' giuristi 
nella sua città, lasciò una fram- 
mentaria narrazione, inedita, su 
alcuni fatti accaduti in Italia 
dalla fine del 1494 a quella del 
1499, e più specialmente nella 
spedizione di Carlo Vili. 

L' A. pubblica la cronachetta 
premettendovi un resoconto cri- 
tico sulle notizie, in vero, di non 
soverchia importanza. e. r. 



NOTIZIE ED APPUNTI 



Tombe romane di età tarda furono scoperte in Pavia inizian- 
dosi i lavori per la costruzione della nuova clinica psichiatrica, alle 
spalle del Palazzo Botta. In depositi antichissimi di ghiaia con terre 
di riporto apparvero inumazioni poverissime, non accompagnate da 
corredo funebre, o in fossa semplice, o protette da tegoloni, tra i 
quali non se ne riconobbe alcuno munito di bollo né di altro segno. Un 
piccolo gruppo di sepolture era più vicino alla via Ariberto, qualche 
altra alla via Palestro, ed una isolata, verso l'orto ex Botta. Fu 
anche osservata qualche anfora puntuta contenente ossa di bam- 
bini, secondo il rito detto dai Greci ey%VTQio l uó<; , che era pure 
comune ai Fenici e perdurava in età romana. Nessuna traccia di 
cremazione; potei invece osservare nella sezione del terreno gli 
avanzi di uno scheletro che giaceva bocconi sopra un letto di calce. 
La forma delle anfore e dei tegoloni è romana. Degli oggetti trovati 
sparsi, i più, come frammenti di ceramiche del rinascimento a vernice 
verde e a disegni, una monetina spagnuola consunta, uno stiletto di 
ferro ecc., appartengono agli strati superiori e nulla hanno da fare 
con le tombe romane. Una data approssimativa per queste ultime 
fornisce forse una moneta di bronzo assai consunta, riferibile a Cara- 
calla, che fu rinvenuta fra le terre presso le inumazioni e conse- 
gnata al Gabinetto Archeologico della R. Università. 

G. Patroni 



NECROLOGIO 



Profondamente addolorati dobbiamo annunciare la gravissima 
perdita del nostro socio dott. Alfredo Gotthold Meyer, rapito alla 
scienza ed agli studi dell' arte nella più florida età. Professore nella 



— 122 — 

Reale Scuola Tecnica Superiore di Berlino, agli studi severi della 
scienza che gli acquistarono altissima fama, unì amore profondo agli 
studii dell' arte nei quali riuscì a raggiungere un posto fra i più 
insigni critici. Rimarranno di lui imperituri i suoi volumi sulla scul- 
tura campionese e sulle opere di Bramante, di Amadeo e degli artisti 
della prima Rinascenza in Lombardia, e sarà anche ricordato con 
onore il dilìgente suo studio sulle opere di Antonio Canova. Alla 
memoria dello studioso geniale, che si rese in modo particolarissimo 
benemerito della storia artistica lombarda, mandiamo il nostro dove- 
roso tributo di rimpianto e di riconoscenza. 



ATTI DELLA SOCIETÀ 



Verbale dell' adunanza generale ordinaria della Società Pavese di Storia Patria 

del 29 Gennaio 1905 



Giusta la circolare di invito 20 di questo mese, stata spedita a 
tutti i soci, si sono radunati nell'Aula II della R. Università e sotto 
la presidenza del chiar.mo Prof. G. Romano Presidente della Società 
Storica, i signori Prof. M. Mariani, Prof. R. Malocchi, Ing. A. Cam- 
pari, R. Borgognoni, Ing. F. Griggi, Prof. V. Rossi, Prof. E. Gorra, 
Ing. E. Sassi, Prof. T. Taramelli, Prof. G. Patroni., Notajo Dott. G. 
Parona, Prof. V. Bellio, Ing. G. S. Manzi, Prof. G. Niccolini, Prof. 
G. Mondaini, Prof. G. Beccalli, Ing. U. Pavesi e E. Gerardo. Non es- 
sendo altri comparso si è dovuto attendere le ore quindici, battute 
le quali il Presidente dichiara aperta la seduta e comincia la sua re- 
lazione intorno alla vita del Sodalizio per 1' anno 1904. 

In special modo si occupa dei socii deceduti durante 1' anno e 
delle importanti pubblicazioni fatte dal Bollettino Storico. Da ultimo 
accenna alla recente pubblicazione del primo volume del Codice Di- 
plomatico dell' Università. 

Dopo di lui V economo cassiere Prof. M. Mariani legge il rendi- 
conto dell'azienda finanziaria dell' anno che si chiude: quindi il Pre- 



123 



siderite apre la discussione e nessuno avendo chiesto la parola in- 
vita l'assemblea ad approvare il rendiconto nelle sue risultanze di 
L. 3741,08 per la parto attiva, e di L. 321)7,24 per la parte passiva, 
con un avanzo di attività di L. 443,85. L'assemblea approva. 

Successivamente si legge il conto di previsione, predisposto dal- 
l'ufficio, che è pure senza, discussione approvato nelle somme di 
L. 3759 per la parte attiva, e di L. 3300 per la parte passiva. E ap- 
provato. 

Si passa alla elezione delle cariche e risultano eletti a Vice-Pre- 
sidente il Prof. Senatore Carlo Cantoni con voti 18; a consigliere il 
Prof. V. Rossi con voti 17 ; a segretario il Prof. R. Maiocchi con 
voti 18; a vice-segretario il Prof. G. Mondaini con voti 16. 

Finalmente si mette in trattazione la proposta di affidare l'ordi- 
namento e la custodia della Biblioteca della Società ad apposito in- 
caricato. Dimostratasi dal Presidente tutta la convenienza di tale pro- 
posta, è accettata dall'assemblea all'unanimità e si fìssa quale ri- 
compensa a tale incaricato la somma di Lire cento (L. 100) da pa- 
garsi in due rate semestrali posticipate. 

Il Presidente scioglie 1' adunanza alle ore sedici. 

Il Presidente 
G. ROMANO 



Il Segretario 
R. Majocchi. 



ELENCO DEI SOCI 



CONSIGLIO DI PRESIDENZA 

Presidente: Romano Dott. Giacinto Prof. Ord. di Storia moderna nella 

R. Univ. di Pavia. 
Vice Presidenti: Cavagna Sangiuliani Conte Comm. Antonio. — Cantoni 
Coram. Carlo Senatore del Regno e Prof, nella 
R/. Univ. di Pavia. 
Consiglieri: Bellio Cav. Vittore Prof, nella R. Univ. di Pavia. 
» Rossi Dott. Vittorio » » » 

» Schiappoli Dott. Domenico Prof, nella R. Univ. di Pavia. 

n Campari Cav. Ing. Alessandro — Pavia. 

» Pavesi Ing. Urbano — Pavia. 

Segretario : Majocchi Sac. dott. Rodolfo — Pavia. 
Vice Segretario : Mondaini dott. Gennaro — Pavia. 
Bibliotecario : Salveraglio Dott. Filippo, Bibliotecario della R. Univ. 

di Pavia. 
Economo-Cassiere: Mariani Cav. Uff. Mariano, Prof, nella R. Univ. 
di Pavia. 

Agabiti Prof. Cav. Ferdinando — Pavia. 
Albanese Prof. Manfredi della R. Univ. di Pavia. 
Albertario Cav. Avv. Ferdinando, Presidente della Deputazione Pro- 
vinciale di Pavia. 
Ancona Dott. Margherita — R. Ginnasio Beccaria in Milano. 
Arbasino Prof. Eligio, Preside del R. Liceo-Ginnasio di Voghera. 
Aschieri Prof. Cav. Ferdinando, della R. Univ. di Pavia. 
Associazione degli Impiegati Civili — Pavia. 
Attendolo Bolognini Conte Ercole — Pavia. 

Bariola Dott. Giulio, Ispettore nella R. Galleria Estense — Modena. 
Baratta Dott. Mario — Voghera. 
Bastari Prof. Pietro, del R. Ginnasio di Pavia. 

Bernucci Nob. Dott. Carlo, Direttore della segreteria universitaria 
di Pavia. 



12fì 



Beccalli Prof. Camillo, del R. Liceo di Pavia. 

Belletti Dott. Giandomenico, Preside del R. Liceo di Pavia. 

Belli Comm. Avv. Carlo — Pavia. 

Bellio Cav. Vittore, Prof, nella 11. Univ. di Pavia. 

Benini Prof. Rodolfo, della R. Univ. di Pavia. 

Beretta Avv. Paride — Pavia. 

Bergonzoli Dott. Gaspare, Vice-direttore del Manicomio Provinciale 
di Voghera. 

Bertolasio Sac. D. Salvatore, Prevosto della R. Basilica di S. Mi- 
chele — Pavia. 

Bianchi Dott. Adelaide, della R. Scuola Normale di Teramo. 

Biblioteca della R. Università di Pavia. 

Biblioteca Nazionale di S. Marco — Venezia. 

Biblioteca Civica di Novara. 

Boffalossi Sac. Don Angelo, Rettore dell' Orfanotrofio Maschile di 
Pavia. 

Bofi Dott. Angelo direttore del Ginnasio di Mortara. 

Boni Sac. Dott. Giuseppe, Canonico della Cattedrale di Pavia. 

Borgognoni Romeo, Pittore — Pavia. 

Bozzi Avv. Italo — Pavia. 

Buugnatelli Prof. Luigi, della R. Università di Pavia. 
Succhia Comm. Augusto, Maggior Generale a riposo — Vicenza. 

Bustico Dott. Guido, della R. Scuola tecnica di Salò. 

Butti Dott. Attilio, Prof, nel R. Liceo Beccaria di Milano. 

Cairoli S. E. Contessa Sizzo Elena — Roma. 

Calcagni Antonio — Pavia. 

Campagnoli Dote. Alessandrina, della R. Scuola Tecnica di Pavia. 

Campari Cav. Ing. Alessandro — Pavia. 

Cantoni Prof. Comm. Carlo, Senatore del Regno — Pavia. 

Capasso Prof. Carlo, del R. Liceo di Bergamo. 

Capocasale Dott. Domenico, del R. Ginnasio di Monteleone Calabria. 

Capsoni Rag. Camillo, Presidente della P. Casa d' Industria - - Pavia. 

Carabellese Prof. Francesco, della R. Scuola Superiore di Commercio 
di Bari. 

Carena Conte Gian Giuseppe — Milano. Via Cappuccio 21. 

Carotti Dott. Giulio, Segretario della R. Accademia di B. A. — 
Milano. 

Casali Ing. Cav. Stefano — Pavia. 

Cavagna Sangiuliani Conte Comm. Antonio. 



126 



Ciapessoni Piero — Collegio Ghislieri — Pavia. 

Civardi Sac. Don Antonio, Canonico della Cattedrale di Bobbio. 

Civoli Cav. Prof. Cesare della R. Università di Pavia. 

Codara Prof. Antonio, del R. Liceo di Bergamo. 

Colombo Prof. Alessandro, del R. Ginnasio di Pinerolo — Via del 
Pino 16. 

Comune di Pavia. 

Corbellini Prof. Alberto, del R. Ginnasio di Pavia. 

Cornalba Mons. D. Leopoldo, Prevosto dei SS. Primo e Feliciano — 
Pavia. 

Cortellini Prof. Nereo, del R. Ginnasio di Parma. 

Compagnoni Prof. Filonilla, della R. Scuola Normale di Pavia. 

Costanzi Prof. Vincenzo, della R. Univ. di Pisa. 

Croce Prof. Benedetto — Via Atri 23, Napoli. 

Dapelli Avv. Cav. Giuseppe, Segretario del R. Collegio Ghislieri — 
Pavia. 

Damiani Avv. Andrea — Brescia. 

Dagna Dott. Pietro, K. Subeconomo — Pavia. 

Dal Verme Conte Generale Luchino, Deputato al Parlamento — Roma. 

Danione Comm. Tito Generale d' Artiglieria — Roma. 

Danioni Cav. Prof. Emilio — Pavia. 

De Benedetti Dott. Alessandro R. Ginnasio — Pavia 

De Dominicis Cav. Prof. Saverio, della R. Univ. di Pavia. 

Della Croce Avv. Ambrogio, Deputato Provinciale — Vigevano. 

De-Magistris Nob. Maria-Letizia Ved. Franzini — Pavia. 

De-Marchi Prof. Cav. Luigi della R. Università di Padova. 

De-Silvestri Avv. Ludovico — Pavia. 

De-Ghislanzoni Barone Ernesto , Consigliere Provinciale — Mon- 
tebello. 

Devoto Prof. Luigi, della R, Univ. di Pavia — Via Mazzini 3. 

Drovanti Sac. Don Luigi — Vignarello (Vigevano). 

Faggi Prof. Adolfo, della R. Univ. di Pavia — Via Volta 24. 

Fava Prof. Francesco, del R. Ginnasio di Reggio Calabria. 

Ferrara Prof. Giovanni, del R. Ginnasio di Pavia. 

Ferrari Comm. Avv. Carlo, Prefetto della Provincia di Pavia. 

Fichi Mons. Cari. Dott. Carlo, Provicario della diocesi di Pavia. 

Filomusi-Guelfi Prof. GhoELK, della R. Univ. di Pavia. 

Fiocchi Dott. Pietro, Segretario del R. Economato dei B. V. di Lom- 
bardia — Milano, Corso Porta Vitt. 12. 



— 127 - 

Fjocchini Dott. Lino — Corteolona. 

Formenti Prof. Cauta), della R. Univ. di Pavia. 

Fossati Prof. Cav. Ercole — Pavia. 

Franchi Avv. Giacomo, Segretario Generale della Congregazione di 

Carità — Pavia. 
Friso Prof. Cav. Luigi, Rettore del R. Collegio Ghislieri — Pavia. 
Gadaleta Prof. Antonio del R. Ginnasio di Teramo. 
Galletti Prof. Alfredo, del R. Liceo di Voghera. 
Galli Prof. Ettore, del R. Liceo di Cremona. 
Ganassini Ing. Gaetano — Milano. 
Gandolfi Nob. Alessandro Ferruccio, Cancelliere del R. Tribunale 

di Pavia. 
Gerardo Enrico, Industriale — Pavia. 
Ghisio Rag. Dionigi, Industriale — Pavia. 
Giulietti Dott. Davide, Presidente della Congregazione di Carità — 

Pavia. 
Gnocchi Guido, Commerciante — Pavia. 

Golgi Comm. Prof. Camillo, Senatore del Regno, Rettore della R. Uni- 
versità di Pavia. 
Gorra Prof. Egidio, della R. Univ. di Pavia. 
Griffini Ing. Cav. Angelo — Pavia. 
Griggi Ing. Francesco — Pavia. 
Guarneri Cav. Aristide, Industriale — Pavia. 
Guarnerio Prof. Pio Enea, della R. Univ. di Pavia. — Milano, Foro 

Bona parte 43. 
Hoepli Comm. Ulrico, Editore — Milano. 
Invernizzi dott. Carlo — Bergamo Alta. 
Isimbardi Marchese Luigi — Milano — Via Monforte 35. 
Labate Prof. Valentino, del R. Liceo di Messina. 
Lanzoni Ing. Angelo, Presidente della Camera di Commercio — 

Pavia. 
Legè Sac. Don Vincenzo, Canonico della Cattedrale di Tortona. 
Liceo Foscolo di Pavia. 
Locati Prof. Sebastiano Giuseppe, della R. Univ. di Pavia. Via Fateben. 

15, Milano. 
Longo Prof. Carlo, della R. Univ. di Pavia. 
Lorlni Comm. Prof. Eteocle, della R. Univ. di Pavia. 
Maffi S. E. Mons. Dott. Pietro, Arcivescovo Primate di Pisa. 
Maiocchi Ferdinando — Cascina Grande di Torre d'Isola. 



- 128 - 

Majocchi Sac. Dott. Rodolfo — Pavia. 

Magrone Prof. Dott. Domenico — Molfetta. 

Manfredi Prof. Silio, del Ginnasio di Monza* 

Mantovani Prof. Giuseppe — Pavia. 

Manzi Gaetano Salvatore, Ingegnere — Pavia. 

Marcacci Prof. Akturo, della R. Università di Pavia. 

Mariani Cav. Uff. Mariano, Prof, nella R. Univ. di Pavia. 

Mariani Mons. Don Francesco, Prevosto di S. M. del Carmine — 

Pavia. 
Marozzi Carlo — Milano. 

Martinazzi Comm. Giovanni, Maggior Generale a riposo — Pavia. 
Martinelli Prof. Ulrico, del R. Ginnasio di Sondrio. 
Meani Prof. Filippo, del Ginnasio di Lodi. 
Menghini Dott. Evelina — Alessandria. 
Meriggi Ing. Prof. Luigi, del R. Istituto Tecnico di Pavia. 
Meriggi Notaio Aureliano — Pavia. 
Minguzzi Prof. Livio, della R. Università di Pavia. 
Mondaini Dott. Gennaro — Pavia. 
Montemartini Prof. Giovanni, Direttore dell' Ufficio del Lavoro — 

Roma. 
Monti Prof. Achille, della R. Univ. di Pavia. 
Monti Nob. Avv. Enrico — Pavia. 

Monterisi Prof. Donato, della R. Scuola tecnica di Bari. 
Morandotti Notaio Tito — Pavia. 
Mori Cav. Colonn. Valerio — Pavia. 
Museo Civico di Storia Patria — Pavia. 
Muzio Pietro Maestro — Pavia. 

Nascimbene Dott. Tekesa, dell'Istituto Roncalli — Vigevano. 
Natali Prof. Guido, del R. Istituto tecnico — Pavia. 
Niccolini Prof. Giovanni, della R.* Univ. di Pavia. 
Orlandi Avv. Camillo, Conservatore dell' Archivio Notarile di Pavia. 
Orlandi Avv. Luigi — Pavia. 
Paroma Cav. Dott. Giovanni, Notaio — Pavia. 
Patroni Prof. Giovanni, della R. Univ. di Pavia. 
Pavesi Grand' Uff. Pietro, Prof, nella R. Univ. di Pavia. 
Pavesi Ing. Urbano — Pavia. 
Pellegrini Antonio — Pavia. 
Pellegrini Ing. Pino — Pavia. 
Peroni Prof. Baldo, del R. Ginnasio di Sondrio. 



- 121) — 

Pietrx Coinm Ing. Pio, Presidente «lei P. I. Sordo-Muti — Pavia. 
Pignattari Dott. Pietro Capitano 9° Artiglieria, Via S. Fermo n.5 — 

Pavia. 
Pisani Dossi Nob. Coirmi. Alberto, Ministro Plenipotenziario a riposo 

— Ponte Chiasso. 
Porro Alberto, Capitano nel 9" Artiglieria — Pavia. 
Pozzi Cav. Ing. Lauro — Milano. 
Provini Rag. Silvestro — Pavia. 
Pravedoni Can. Prof. Giovanni, Rettore del Collegio S. Agostino — 

Pavia. 
Predieri Prof. Dott. Alessandro, dell' Università di Pavia. 
Predieri Aw. Enrico — Pavia. 

Provenzal Prof. Elisa, della R. Scuola Normale di Firenze. 
Quintavalle Dott. Feukuccio, Prof, nel R. Liceo Beccaria — Milano. 
Quirici Cav. Quirino, Sindaco di Pavia. 
Radice Avv. Gerolamo — Milano V. Conservatorio 13. 
Rampoldi Prof. Roberto, Deputato al Parlamento — Pavia. 
Rasi Cav. Prof. Pietro della R. Univ. di Pavia. 
Re Nob Comm. Carlo, R. Prefetto di Sassari. 
Redaelli Prof. Angelo, del R. Ginnasio di Siena. 
Ricci Prof. Serafino, del R. Gabinetto Numismatico di Brera, Milano. 
Ricci Prof. Carlo, del R. Ginnasio di Viterbo. 
Rillosi Prof. Attilio, del R. Ginnasio di Mortara. 
Rodolfi Sac. Prof. Ferdinando, del Seminario di Pavia. 
Romano Dott. Giacinto, Prof. Ord. di Storia moderna nella R. Univ. 

di Pavia. 
Rossi Case Prof. Luigi, del R. Liceo di Vigevano. 
Rossi Dott. Vittorio, Prof, nella R. Univ. di Pavia. 
Rota Ettore, studente Collegio Ghislieri, Pavia. 
Sabbia Luigi, Ingegnere — Pavia. 
Sacchetti Prof. Armida, della R. Scuola Normale di S. Pietro al Na- 

tisone. 
Saglio Cav. Ing. Pietro — Broni. 

Sala Contarini Prof. Giuseppe, del R. Ginnasio di Pavia. 
Salvemini Prof. Gaetano, della R. Univ. di Messina. 
Salveraglio Dott. Filippo, Bibliotecario della R. Univ. di Pavia. 
Sanna Prof. Giovanni, della R. Scuola Normale Maschile di Napoli. 
Sartirana Nob. Comm. Galeazzo, Maggior Generale di Cavalleria — 

Milano. 



- 130 - 

Sassi Cav. Uff. Edoardo, Ing. Capo del Genio Civile — Pavia. 
Savoldi Prof. Arch. Angelo, Ispettore degli scavi e monumenti per 

la Provincia di Pavia — Milano. 
Scaglioni Dott. Luigi, Medico Comunale — Pavia. 
Schiappoli Dott. Domenico, Prof, nella R. Univ. di Pavia. 
Scuri Cav. Prof. Ernesto, Direttore del P. I. Sordo Muti — Napoli. 
Seassaro Ing. Gio. Batt., Direttore della Società Ital. del Gaz — ■ 

Pavia. 
Spalla Dott. chimico Luigi — Pavia. 
Speirani Prof. Carlo, del Ginnasio di Varallo Sesia. 
Spizzi Avv. Giovanni, Sindaco di Marzano — Castel Lambro. 
Squadrelli Avv. Angelo — Milano, Moscova 18. 
Strada Avv. Giovanni — Pavia. 
Scardi Dott. Carlo — Iesi. 
Supino Prof. Camillo, della R. Univ. di Pavia. — Milano, Piazza 

Castello 20. 
Taramelli Cav. Uff, Torquato, Prof, nella R. Univ. di Pavia. 
Tulio Prof. Silvio, della Scuola tecnica di Pavia. 
Torriani Dott. Luciano — Milano. 

Venco Avv. Cav. Gì >vanni. Deputato Provinciale — Pavia. 
Vidari Avv. Cav. Uff. Ercole, Senatore dei Regno e Prof, nella 

R. Univ. di Pavia. 
Vidari Prof. Giovanni, della R. Univ. di Pavia. 
Vico Dott. Francesco, Notaio — Pavia. 
Volta Nob. Cav. Avv. Z^nino, Segretario della R. Univ. di Pavia 

Corso Cairoli 42. 
Zambelli Ing. Spirito — Corteolona. 



PERIODICI CHE PERVENGONO IN CAMBIO ALLA SOCIETÀ 



Ànalecta Bollandiana — Bruxelles. 
Annales de Bretagnc — Rennes. 
Archivio Storico Italiano — Firenze. 
Archivio Storico Lombardo — Milano. 
Archivio Storico Messinese — Messina. 

Archivio Storico per la Città e Comuni del Circondario di Lodi — Lodi. 
Archivio Storico per le Provincie Napoletane — Napoli. 
Archivio Storico Siciliano — Palermo. 
Arehivio Storico per la Sicilia Orientale — Catania. 
Archivio della Società Romana di Storia Patria — Roma. 
Atti dell' Ateneo di Bergamo — Bergamo. 
Atti della R. Accademia delle Scienze — Torino. 
Atti della Società Ligure di Storia Patria — Genova. 
Atti della R. Accademia di Scienze Lettere ed Arti di Lucca — Lucca. 
Atti della R. Accademia Peloritana — Messina. 

Atti della I. R. Accademia di Scienze Lettere ed Ani degli Agiati — Rovereto. 
Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria — Modena. 
Atti della R. Deputazione di Storia Patria per le Romagne — Bologna, 
Bollettino Storico della Svizzera Italiana — Bellinzona 
Bollettino Storico Bibliografico Subalpino — Torino. 

Bollettino della R. Deputazione di Storia Patria per V Umbria — Perugia. 
Bullettin de la Società Scientiftque et Littèraire des Basses Alpes — Digne. 
Bulletin de la Società d' Ètudes des Nantes Alpes — Gap. 
Ballettino dell' Istituto storico Italiano — Roma. 

Ballettino della Commissione Arclieologica Comunale di Roma — Roma. 
Ballettino Senese di Storia Patria — Siena. 
Commissione Provinciale di Archeologia e di Storia — Bari. 
Compte-Rendu des Sèances de la Comm?ssio?i Royale d' Histoire — Bruxelles. 
Commentarii dell' Ateneo di Brescia — Brescia. 
Giornale Araldico Genealogico Diplomatico — Bari. 

Giornale Storico e Letterario della Liguria — Genova Corso Mentana 43-12. 
Jahrbuch fùr Schweizerische Geschichte — Berna. 

Mémoires et Documents publiés par la Societé Savoisienne d' Histoire et d' Ar- 
cheologie — Chambéry. 
Periodico della Società Storica Comense — Como. 



— 132 — 

Qitellen und Forschungen ans italienischen Archìven und Bibliotkeken herau- 

sgegeben von K. Preussichen Historischen lnstitut in Rom. — Roma. 
Rassegna Pugliese di Scienze Lettere ed Arti — Trani-Bari. 
Rendiconti della R. Accademia dei Lincei — Roma. 

Rendiconti del R. Istituto Lombardo di Scienze Lettere ed Arti — Milano. 
Revue d' Hi sto ire Ecclesiastiqne — Louvain (Belgio). 
Rivista Storica Italiana — Torino. 
Rivista Ligure di Scienze Lettere ed Arti — Genova. 
Rivista di Storia Antica — Padova. 

Rivista Abruzzese di Scienze Lettere ed Arti — Teramo. 
Rivista Archeologica Lombarda, Milano. 

Rivista di Storia Arte Archeologia della Provincia di Alessandria — Alessandria 
Rivista Storica Calabrese — Reggio Calabria. 
Rivista Storica Salentina — Lecce. 
Rivista di Scienze Storiche — Pavia. 
Studi e Documenti di Storia e Diritto — Roma. 
Studi Storici — Pisa. 

Vierteljahrschrift fììr Social — und Wirtschaftsgeschichte — Lipsia. 
Miscellanea Storica della Val d" Elsa — Castel Fiorentino. 
Bollettino della, Società Storica Tortonese — Tortona. 



Prof. GIACINTO ROMANO Direttore Responsabile. 
Pavia, Prem. Tip. Succ. Frat. Fusi. — Largo di Via Roma, 7. 



I 



/ b 



. 



DOCUMENTI TORINESI Ili Li STORIA DELIE RELAZiON 

FRA MONFERRATO E PAVIA 



Non è molto che il prof. Rodolfo Majocchi ha pubblicalo, 
illustrandolo, un documento molto importante per a storia delle 
relazioni fra il Comune di Pavia ed i marchesi di Monferrato: 
alludo, cioè, air atto del 18 luglio 1207 con cui Guglielmo VI 
di Monferrato vendette a Pavia il luogo di Valenza; atto già 
accennato dal San Giorgio (1) e dal Robolini (2), e da lui ora 
recato integralmente alla luce da una pergamena del Museo Ci- 
vico pavese (3). 

A proposito del documento 18 luglio 1207, il Majocchi fu 
tratto a discorrere anche di un' altra convenzione fra il marchese 
Guglielmo VI ed il Comune di Pavia, del 6 aprile 1216, a lui 
nota soltanto per le parole del San Giorgio (4): « L'anno Mille- 
simo duecentesimo sestodecimo, nella quarta indizione, il Merco- 
ledì, alti sei d'Aprile, i Pavesi richiedettero il Marchese Gu- 
glielmo, che per osservanza delle promesse fatte per lui, nel 
tempo che gli diedero in pegno il Borgo e Castello di Valenza, 
lo dovesse rimettere in mani loro ; il che si contentò di fare, 
con le riserve però, convenzioni e patti che si contengono in uno 
stromento rogato da Alberto notaio palatino, alla presenza di 
messer Assaglito di Santo Nazario, Rainerio di Corte, Guglielmo 



(1) Cron. di Monferr., 53, ed, Vernazza, Torino, 1780 (R. 1. S., XXIII, 372). 

(2) Not. apparten. alla st. della sua patria, IV, i, 76 seg., Pavia, 1830. 

(3) In Ardi. star, lomb.^ XXIX, 361 spgg., 

(4) Loco cit., 53 (373;. 



— 134 - 

rio" Negri. Ruffino Arduino et Ferrario di Valenza ». Bene os- 
serva il Majocchi che « la notizia è molto compendiosa, e i troppi 
sottintesi a cui dà luogo non permettono di completamente spie- 
garla », ma va tropp'oltre quando soggiunge: « Però possiamo 
con fondamento supporre che in questo strumento del 1216, 
mentre Guglielmo accondiscendeva in genere alla domanda dei 
suoi amici Pavesi, ponesse quella restrizione alla cessione di Va- 
lenza, che non aveva potuto mettere, stretto dal bisogno, nel- 
l' istromento del 1207 », cioè « la clausola di rivendicazione del 
possesso di Valenza, non appena gli fosse stato possibile costi- 
tuire ai Pavesi le quattromila lire avute per quella vendita ». 

Ho ritrovata nelF Archivio di Stato di Torino, e la publico 
integralmente qui appresso (1), la carta originale del 6 aprile 
1210, e dice tutt' altro di quanto le hanno fatto dire Benvenuto 
San Giorgio e, specialmente, il Majocchi. 

L' atto del aprile 1210 è stipulato nel palazzo del Comune 
di Pavia alla presenza dei testi indicati dal San Giorgio, con- 
traenti il podestà pavese Manuello d' Oria ed il marchese Gu- 
glielmo [Vi] eli Monferrato. Promette questi di procurare, avanti 
il 1 gennaio prossimo, che tutti gli uomini di Valenza, dai quin- 
dici anni in su, giurino fedeltà al Comune di Pavia contro ogni 
persona e s' impegnino a far esercito e cavalcata per esso, a ri- 
chiesta dei rettori del medesimo Comune, partecipando ad ogni 
sua guerra e pace, guardandone gli uomini sul proprio territorio, 
non levando alcun pedaggio sopra di loro, e pagando 50 lire di 
fodro a Pavia quante volte ivi sia imposto. Valenza non avrebbe 
più dovuto tèrre in avvenire altro podestà, fuorché di Pavia, ma 
non mai contro la volontà del Marchese, e rinnovare ogni cinque 
anni il giuramento predetto, rimettendosi senza contesa in mano 
dei Pavesi ad ogni lora richiesta, munita o sguernita che fosse. 
Guglielmo assicurava inoltre il podestà D r Oria di non far nulla 
che ostacolasse questi patti. In compenso, promettevano i Pavesi, 
compiute tutte le cose suddette, d' investire di Valenza il Mar- 



(1) Documento I. 



— 138 — 

chese in fondo rotto, gentile od onorabile, per so e snoi eredi 
legittimi maschi e femmine, con ogni distretto e banno, eccet- 
tuato quello di Pavia: non avrebbero perù facoltà, nò egli, né i 
suoi eredi, di vendere il luogo, infeudarlo od alienarlo comeches- 

sia, in tutto od in parte, e dovrebbero tenerlo sempre giuran- 
done fedeltà ai Pavesi. Ma il podestà di Pavia s' impegna contem- 
poraneamente a non dar podestà a Valenza senza il consenso del 
Marchese, ed a non far patto col Comune o con persona di quel 
luogo, che possa venir contro la convenzione contenuta in detto atto. 

Questo, e non altro, il tenore del documento 6 aprile 1216, 
che dimostra come, dopo la vendita del 1207, Valenza fosse ri- 
masta o tornata in potere del Monferrino, e come nel 121(3 si 
trattasse di risolvere ogni differenza fra questo e Pavia, lasciando 
all'uno il possesso effettivo, ma assicurando all'altra la signoria 
della terra in questione. 

E tale soluzione appare tanto più logica e necessaria quando 
si richiami al pensiero la situazione politica del momento. Milano 
ed Asti, con molte altre città lombarde e subalpine seguivano 
ancora le insegne di Ottone IV . di Braunsveig, mentre Pavia ed 
il marchese di Monferrato erano ugualmente per Federico II, e 
Piacenza, sebbene costretta fin dal dicembre 1215 a riconoscere 
quest' ultimo, non perciò si era distaccata da Milano, con cui 
combatteva contro Parma, Cremona e Pavia (1). Si capisce come 
in queste condizioni un' intesa cordiale fosse indispensabile fra 
il Monferrino ed i Pavesi, e che per render possibile ed efficace 
1' accordo contro i nemici comuni occorresse dirimere la princi- 
pale vertenza fra le parti, cioè appunto la questione di Valenza. 



Nello stesso .Archivio di Stato di Torino è un altro documento 



(I) Muratori, Ann. d' lt., anni 1215-1216; Giulini, Meni, stor.dì MìL, IV, 
230 segg., Milano, 18r>5,- Affò, St„ di Paì-ma, III, 86, Parma, 1793; Boselli, Storie 
piacentine, I, 133, Piacenza, 1793; Robolini, Op. cit., IV, 1,90 seg.; Bertano, 
Storia di Cuneo, I, 106, Cuneo, 1898. 



— 136 — 

notevole per le relazioni fra Monferrato e Pavia. Esso non ci è 
giunto nell'originale, ma solo in copia posteriore di due anni, o, 
piuttosto, noi abbiamo l'originalo di un atto del 25 aprile 1254 
con cui Giovanni di Donna Maria ed Alberto Bigerto, Chiavari eli 
Chivasso e vicari ed assessori del giudice, coli' autorità della con- 
tessa di Monferrato, in presenza di vari testi, fanno autenticare 
il trattato conchiuso fra il Comune pavese ed il marchese Boni- 
facio li [o IV] il 13 dicembre 1252. 

Il trattato del 13 dicembre 1252 fu stretto da Bonifacio di 
Monferrato col Comune di Pavia quando era podestà di quest'ul- 
timo Michele della Trota, sotto la supremazia del marchese 
Oberto Pelavicino, che estendeva la sua autorità anche su altri 
luoghi sottomessi al re Corrado IV, figlio e successore di Fede- 
rico II. A tale documento già fece allusione il diligente Benve- 
nuto San Giorgio scrivendo che « l' anno MCCL essendo venuto a 
morte Federico II imperatore, Conrado suo figliuolo, re di Apulia, 
per la discordia de' principi della Germania occupò P imperio, 
onde in Lombardia tra i fautori di esso Conrado e le opposite 
parti si suscitarono gravissime discordie e guerre. E gli Alessan- 
drini con un marchese Lanza scorsero il Monferrato, inferendo 
grandi danni nelle terre del marchese Bonifacio, e presero i ca- 
stelli e luoghi di Paciliano, Terrugia, Conzano, San Giorgio, Sar- 
mazia, Torcello, Cuniolio dirocato (sic) , il ponte di Cuniolio e 
altre terre del predetto marchesato. Perlocchè il memorato Boni- 
facio 1' anno MCCLII, del mese di dicembre, fece unione coi Pa- 
vesi a distruzione degli Alessandrini, i quali poi insieme con il 
Lanza furono pubblicati per ribelli del sacro impero e necessitati 
a restituire li predetti castelli e terre al marchese Bonifacio (1) ». 
Sulle traccie del San Giorgio procedettero indi il Ghilini (2), il 
Robolini (3), l' Irico (4) ed il Mandelli (5), che meglio ritarda 



(1) Op. cit., 65, 

(2) Ann. di Aless., I, 575, Milano, 1666 (nuova ediz. in corso di stampa). 

(3) Op. cit., IV, i, 146. 

(4) Rerum patriae, 93, Milano, 1745. 

(5) TI Comune di Vercelli nel Medio Evo, I, 315 segg., Vercelli, 1857. 



— 137 - 

lo occupazioni alessandrine a danno del marchese di Monferrato 
dal 1250 al 1251, mentre a dirittura al 1252, nell'estate, le as- 
segna il Merkel (1). Tale questione cronologica si riattacca ad 
tra punio notevole di storia generale, e merita perciò qualche di- 
lucida/ione. 

Secondo il Merkel citato (2), Obcrto Pelavicino sarebbe stato 
creato vicario di Corrado IV il 22 febbraio 1252, non 1253; e 
certo la rimozione di Manfredi II Lancia dal Vicariato e la sur- 
rogazione del Pelavicino devono aver preceduto l' unione del 
Lancia colla guelfa Alessandria. Ma sebbene 1' attribuzione del 
diploma corradiano istituente vicario il Pelavicino al febbraio 
1252 sia molto attraente, mi sembra costituire contro di essa una 
grave difficoltà la mancanza di quella qualifica nel trattato del 13 
dicembre 1252, £ d' altronde il Merkel stesso ha già notato che 
la rimozione del Lancia può aver preceduto — e forse di parec- 
chio — la nomina del Pelavicino. Qui però non è posto il nodo 
della questione, la quale concerne piuttosto il tempo e le ragioni 
del distacco di Manfredi li dalla parte regia. Pel Merkel, esso è 
una conseguenza, non della privazione del vicariato, ma della 
disgrazia in cui Corrado pose i parenti del Lancia nella Puglia 
per sospetto del giovine bastardo di Federico II e di Bianca 
Lancia; disgrazia anteriore all' aprile-maggio 1252, ma non però di 
molto. Ora noi ignoriamo quando precisamente abbia avuto luogo 
F unione di Manfredi II con Alessandria, ma si deve notare che 
dal tenore dell' atto 13 dicembre 1252 è chiaro che la lotta fra 
Bonifacio di Monferrato e gli Alessandrini prese inizio anterior- 
mente a quella fra Alessandria e Pavia, entrata in lizza soltanto 
in aiuto del Monferrino. Ammettiamo pure che solamente nuove 
e gravi perdite — la più parte o tutte quelle accennate dal 
San Giorgio in base al trattato del 13 dicembre 1252 — abbiano 
indotto Bonifacio ad assentire finalmente alle onerose condizioni 



(1) Manfredi I e Manfredi li Lancia, 33, Torino, 1886. Cfr. Un quarto 
di secolo di vita comun. e le orig. della domìnaz. ang. in Piem., 67, Torino, 
1890. 

(2) Manfredi, 130 seg. 



— 138 — 

impostegli da Pavia, por averne l'appoggio in tanta distretta; 
ma è innegabile che le pratiche dovevano essere incominciate da 
molti mesi, avanti il marzo di queir anno 1252, perchè negli ac- 
cordi di Brescia dell' 8 di detto mese (1) si scorge chiaramente, 
come già rilevarono il Giulini [2\ il Robolini (3) ed il Man- 
delli (4) T intenzione dei Pavesi di combattere gli Alessandrini, 
sebbene la guerra non sembri fosse per anco scoppiata fra essi. 
Giunti a questo punto, potremmo metter innanzi la circostanza 
che nel trattato del 13 dicembre 1252 è detto espressamente che 
i Pavesi non dovranno far pace o tregua o guerra rimessa col 
marchese Lancia e cogli uomini di Alessandria « donec sibi re- 
stituant » Paciliano e le altre terre del marchese di Monfer- 
rato (5), dalla quale espressione parrebbe potersi inferire che la 
occupazione di tali luoghi fosse stata compiuta insieme dagli 
Alessandrini e dal Lancia; ma a rigore tale conchiusione non è 
necessaria, e neanche giustificata, in quanto Manfredi II teneva 
bensì allora le predette terre castella insieme cogli Alessandrini, 
ma solo a nome di questi, cosichè le medesime avrebbero po- 
tuto benissimo esser state tolte a Bonifacio in tempo anteriore 
al reggimento del Lancia in Alessandria. Così se per questo ri- 
spetto rimane sempre più assodato che l' inizio della lotta fra 
Alessandria ed il Monferrino è anteriore al 1252 ed ha carattere 
locale (6), non viene di qui maggior lume per la cognizione 
delle ragioni e del tempo dell' unione del Lancia con un Comune 
guelfo. È invece rilevante sotto questo punto di vista la circo- 
stanza che il cronista Nicolò di Iamsilla, gran fautore della Casa 
Lancia, scrive che Corrado IV cacciò dal regno di Sicilia « con 
finti pretesti » i parenti di Manfredi II e del giovanetto Man- 



(t) In Muratori, Antiqait. ital., IV, 487 segg. 

(2) Op. cit. t IV, 486. 

(3) Op. cit., IV, i, 146. 

(4) Op. cit., I, 318. 

(5) DoCUMEiNTO II. 

(6) Cfr. la mia opera Asti e la politica sabauda in Piemonte al tempo di 
G. Ventura, 28, n. 1, Pinerolo, 1904 (voi. XVIII Bibl. Soc. Stor. Subalp.). 



- 139 - 

frodi, di lui nipote, — non però quest'ultimo (1), — mentre in una 

lettera più larda di Corrado stesso ai Cremonesi si legge che 
« ilio proditore nefario Marcinone vocato Lancea damnato flna- 
liter et in conditione publica forbannito, missisque in exilium 
suis omnibus qui morabantur in regno », il Re ha stabilito 
per vicario il suo fedele Oberto marchese Pelavicino, al quale 
li esorta ad obbedire (2). 

Da tutto ciò emerge che 1* ordine degli- avvenimenti dev'esser 
slato questo. Prima del 1252 s 1 inizia una delle solite guerre lo- 
cali fra Alessandria ed il marchese di Monferrato, che si rivolge 
per aiuto a Pavia. Questo Comune minaccia d' intervenire contro 
gli Alessandrini fin dal principio, almeno, di marzo del 1252. 
Intanto Corrado IV toglie il vicariato al Lancia, che accetta un 
invito rivoltogli da Alessandria, probabilmente sotto la paura dei 
Pavesi, ed allora il Re ne trae occasione o pretesto a persegui- 
tarne i parenti, lui dichiarando traditore. La guerra prosegue fra 
Bonifacio II e gli Alessandrini, che, insieme col Lancia, loro 
reggitore, gli tolgono via via nuove terre, tantoché egli, il 
13 dicembre, si adatta a stipulare coi Pavesi il trattato che qui 
si publica. Allora Pavia, pacificatasi in quel torno appunto con 
Piacenza, dove comincia pure a dominare il Pelavicino (3), entra 
a sua volta in guerra aperta con Alessandria, venendo così a 
nuove ostilità anche con Milano, che dal 1 gennaio 1253 prende 
per suo podestà Manfredi Lancia (4). 

Il trattato del 13 dicembre è dunque molto importante, ed il 
suo interesse cresce ancora più per alcune intrinseche circostanze. 
Non soltanto il Monferrino cede a Pavia i castelli eli Pomaro e di 
San Salvatore, li deposita in mano di due cittadini pavesi e con- 
sente a riaverli poi soltanto alla pace ed in feudo ; non soltanto 
si determina il soccorso pavese in 100 militi, con due cavalli, e 
25 balestrieri, con uno, all' anno, e la prosecuzione delle ostilità 



(1) In Muratori, R. 1. S., Vili, 505 seg. 

(2) A pud Merkel, Manfr., 131. 

(3) Boselli, Op. cit., I, 167 seg. 

(4) Merkel, Manfr., 134. 



— 140 — 

fino a reintegrazione del marchese Bonifacio nelle sue terre, o 
la ripartizione per metà dei nuovi acquisti che non spettino già 
in diritto a Monferrato, a Pavia, od a Tortona, o finalmente la 
facoltà al Pelavicino di porre un suo podestà nel paese monfer- 
rino; ma a quest'ultimo riguardo Bonifacio stesso stipula anche 
per conto del marchese di Saluzzo, suo pupillo, e ne sottopone 
le terre al podestà predetto. Circostanza gravissima, poi, è il 
proposito più volte ripetuto nel documento di distruggere Ales- 
sandria, porla « per casalos ». Di fronte a ciò, le altre condi- 
zioni stabilite nel trattato appaiono secondarie, e solo importa 
ancora rilevare che la guerra è pur diretta contro Casal Sant'Eva- 
sa», mentre Toltomi appare alleata con Monferrato e Pavia contro 
Alessandria. Infine, l'elenco dei testi giova alla storia di alcune 
fra le più notevoli famiglie pavesi. 

Rimarrebbero ad indagare le ragioni della trascrizione di 
questo trattato nell'atto dell'aprile 1254 che ce lo ha conservato, 
ma a questo riguardo non si può dir nulla di sicuro. Bonifacio 
era morto, lasciando fanciullo il figlio Guglielmo VII sotto la 
tutela della moglie Margherita di Savoia ( l ), la « contessa » per 
autorità di cui è fatto 1' atto ; e fra Milano e Pavia la pace era 
stata ristabilita un' altra volta <;2). Forse anche un trattato fu con- 
chiuso fra Pavia ed Alessandria (3), e la trascrizione dei patti 
del 13 dicembre 1252 venne eseguita per invocare dai Pavesi 
P esecuzione delle clausole stabilite in esso per la fine della 
guerra, cioè specialmente la restituzione di Pomaro e di San 
Salvatore e la cessazione del podestà pelaviciniano nel Mon- 
ferrato. 

Ferdinando Gabotto. 



(1) B. San Giorgio, 65. 

(2) Giulini, Op. cit., IV, 488. 

(3) Ghilini, Op. cit., 574 seg. 



- — 111 — 



// marchese Guglielmo f'7] di Monferrato conviene coi Pavesi ri- 
guardo all'occupazione di Valenza (6 aprile 1216). 

Fonti. — A. Orig. in Ardi. SU Tor., Monferr, Due, mazzi da or- 
dinare, I bis, 

(S. T.) Anno dominice. Jncarnationis. M° CC° XVI. Jnditione IIII. 
,Tn nomine domini die Mercurij. VI mensis Aprilis. Jn palacio co- 
munis papié talis fuit concordia inter dominum Manuellum de aurea 
papiensium potestatem . nomine comunis papié ex una parte . et ex 
altera dominum Willelmum. Marchionem Montisferrati uidelicet quod 
promissit et conuenit ipse dominus Marchio eidem domino Manuello 
papiensium . potestati nomine comunis papié recipienti . quod faciet 
bona fide et operam dabit usque ad kalend.iS . Januarii . proximas . ut 
omnes homines valencie . a lxx annis infra . et XV. supra . iurent et 
promittent . fidelitatem rectori vel rectoribus comunis papié recipienti 
nomine eiusdem comunis et eidem comuni papiensium . contra omnes 
personas . Et ut iurent et promittent facere exercitum et exercitus . 
caualcatam et caualcatas . Comuni papiensium . et prò eodem comuni . 
quociens et quando placuerifc rectori uel rectoribus comunis papien- 
sium . et eis denunciatum fuerit per nuncios uel per nuncium comunis 
papiensium . nomine eiusdem comunis . et facere pacem et guerram 
omnibus hominibus et specialiter Alexandrinis et eorum comuni . ad 
uoluntatem comunis papiensium . et rectorum uel rectoris papiensum . 
qui prò tempore fuerint omni tempore ; Et ut iurent et promittent 
saluare et custodire omnes homines papié . et terre papiensium . in 
personis et rebus ubique per totam eorum forciam et districtum ; Et 
ut iurent et promittent quod nullum pedagium accipient ab homini- 
bus papié nec terre papiensium . in toto posse valencie uel districtu(m) 
eius per aquam nec per terram . prò comuni nec per diuisum ; Et ut 
iurent et promittent quod in quolibet anno quo ciuitas papié posuerit 
et collegerit fodrum in ciuitate quod dabunt comuni papiensium li- 
bras L. papiensium nomine fodri; Et ut iurent et promittent quod 
ipsi non accipient aliquam potestatem nisi de papia . et quod eam 



— 142 — 

non accipient contra uoluntatem Marchionis . et ut predicta omnia ut 
Bupra legitur et determinatimi est promittent et iurent supra sancta 
dei euangelia atendere et obseruare et non contrauenire. Et quod 
semper omni quinquenio predicta sacramenta et fidelitatem et omnia 
predicta facient ipsi homines valencie a XV . annis usque ad LXX . 
annos comuni papiensium . si a rectore uel rectoribus nel eorum nun- 
ciis nel nuncio denunciatimi et requisitum fuerit ; Et ut iurent et pro- 
mittent quod locum valencie dabunt guarnitum et scaritum comuni 
papiensium . et quod non uetabunt ipsum locum comuni papiensium . 
quarnitum nec scaritum (comuni papiensium) ; Et omnia predicta ut 
superius legitur . et sunt determinata . dictus Marcino iurabit (sic) et 
promisit iamdicto potestati nomine comunis papiensium . facere at- 
tendi . et obseruari et adimpleri . bona fide sine fraude. Et quod ipse 
Marchio per se nec per alium aliquod pactum uel conuentum . uel 
concordi am non faciet nec consenciet usque ad dictum terminum 
cum comuni valencie uel aliquo de Valencia neque cum aliqua alia 
persona quod huic pacto aliquod prestet inpedimentum . nec aliquod 
aliud pactum inde nisi ut superius continetur . Et ut iurent quod 
predictis completis et peractis facient (1) fidelitatem ipsi Marchioni 
tempore Jnuestiture et omni quinquenio . si a Marchione uel eius he- 
redibus eis requixitum fuerit per se uel per suum nuncium . saluis 
pactis predictis et fidelitatibus comunis papiensum . Versa uice domi- 
nus Manuellus papiensium . potestas promisit et iurabit (sic) ad sancta 
dei euangelia predicto domino Willelmo Marchioni quod predictis 
omnibus ut supra legitur factis et completis . Jnuestituram nomine 
recti et gentilis feudi et honorabilis .faciet iamdicto Marchioni . in se 
et suos heredes legitimos descendentes masculos et feminas que fo- 
rent Comitisse montisferrati et que tenerent ipsam Marcham . de loco 
valencie cum omni honore et posse et districtu . et bannis et fodris . 
excepto ilio comunis papiensium . et de rebus vassalatis et inuassa- 
latis.et aliis rebus sicut comune papiensium habebat et habere de- 
bebat . uel habere uidebatur ex venditione secundam quod in instru- 
mento inde facto continetur ; Jta quod ipsi Marchioni nec sui here- 
dibus predictis non liceat dictum locum valencie . alteri infeudare . 
nec aliquo modo alienare . in toto uel parte . nec in aliquo. nec aliquid 
de rebus unde predictus Marchio fuerit inuestitus . set semper rema- 



(1) corretto su faciant 



143 



neai in eodem Marchione oi su is prediotis heredibus quicumque fue- 
rint ut supra legitur . iurantibus ipso Marchione et Lpsis heredibus 
fidelitatem comuni papiensium . sicut uasallus facil domino suo ; Con- 

seruatis et resernaiis et retinentibus et habilis a comuni papiensium . 
et eidem comuni omnibus predictis ut supra Legitur . omni tempore. 
sic quod occasione ipsius inuestiture predicta reseruata non trans- 
ferantur in ipso Marcinone et heredibus suis . et resernaiis Jnstru- 
nientis aquisti valencie . in comuni papiensium . Et insuper promisit 
ipse potestas nomine comunis papiensium . eidem Marchioni quod non 
dabit potestatem de papia nec de terra papiensium valencie nec con- 
senciet habere aliunde contra uoluntatem Marcliionis . Et quod non 
faciet pactum.uel concordiam . nel conuentum per se nec per alium 
nomine comunis papiensium . nec consenciet cum comuni valencie . 
nec cum aliquo de Valencia . neque cum alia persona que prestet im- 
pedimentum huic confcractui . nec aliquod aliud pactum nisi ut supe- 
rius continetur usque ad predi ctum terminum . Kalendarum . Januarii . 
proximi . si deus illos ambo adiuuet et illa sancta dei euangelia ; Jn- 
terfuerunt testes ; Dominus Assallitus de sancto Nacario ; Raineirus 
de curte ; W[illelmus] niger ; Rofinus arduinus ; Eerrarius de Va- 
lencia ; 

Ego Albertus palatinus notarius rogatus Jnterfui et scripsi ; 



II. 



I vicari del giudice di Chivasso fanno autenticare il trattato con- 
chiuso il 13 dicembre 1252 dal marchese Bonifacio [II o IV] di Mon- 
ferrato col Comune di Pavia 25 aprile 1254]. 

Fonti. — A. Orig. in Arch. St. Tor., Monferr. Due, mazzi da ordi- 
nare, I bis. 

Osservaz. Il 26 aprile 1254 era di domenica, non di sabato. Il no- 
taio, dunque, non computò il giorno delle calende. 

f Anno domini Millesimo Ducentesimo quinquagesimo quarto die 
Sabbati VJ. Ante Kalendas Madij. XIJ Jndicione . Jn presencia domini 
Maynfredi de abbate Judicis et bertolotti notarii et Johannis de do- 
mina Sucia et Nicholay fantini et Aliorum testium . Johannes de do- 



— 144 — 

mina Maria et Obertus bigertus Clauarij Comunis Clauaxij et vicarij 
Judiois et Assessores propter illius absenciam eiusdem Mandato et auc- 
toritate Jllnstris domine Comitisse montisferrati ut per suas patebat 
litteras sigillatas precepit mi hi notario infrascripto quatenus quod- 
dam scriptum tractum et exemplatum A protocollo siue instrumento 
pactorum seu conuentionum factorum Jnter Jllustrem dominum Boni- 
facium felicis memorie condam montisferrati nobilem marchionem ex 
una parte . et dominum vbertum pelauicinum Marchionem et domi- 
num Michaelem de la trota potestatem papié nomine ipsius comunis ex 
altera . Cuius tenor talis est. Anno domini MCC.LIJ . Jndicione . X. 
die veneris xiij Jntrantis decembris in villa triclini . T[es t e s]. domi- 
nus Ofbertus] . malaspina marchio . et Alexander de allio . dominus . 
Gremarius de la trota miles potfestatis] papié . et Rolandus de abbatis 
notarius comunis papié . et Papa de fontanella . hec sunt pacta et con- 
uentiones tractata et Jurata et firmata Jnter dominum vbertum pela- 
uicinum et dominum Michahelem de la trota potestatem papié nomine 
ipsius comunis ex una parte et dominum B[o n if a cium], marchionem 
montisferrati prò suis hominibus ex alia . in primis . quod castrum po- 
marij reddatur et consignetur duobus Ciuibus papié . et Castrum sancti 
Saluatoris in commanda nomine dicti Marchionis montisferrati . et dicti 
comunis cuilibet unum castrum quos Ciues dictus marchio voluerit . 
qui dieta castra custodiant . nomine dicti marchionis et dicti comunis. 
et quando venerint ad fcempus pacis nel quod Alexandria posita fuerit 
per Casalos Aut fuerit in aliqua quiete cnm comuni papié . quod dieta 
Castra reddi debeant Jn Manus dicti Marchionis sicut de sua fuerit 
voluntate et inde marchio ipsa Castra tenere debet in pheudum A 
dicto comuni.de facto sancti Saluatoris non tenetur marchio ponere 
in commando nisi bona fide et suo posse . hoc addito . quod si comune 
papié faceret pacem aut concordiam seu treugam aut pax recrectam 
sic) cum alexandria et marchio lancea sine voluntate dicti marchionis . 
quod isti qui cuslodiunt dieta castra, reddere teneantur dieta castra 
dicto domino marcliioni . simili ter si dictus marchio simile faceret. 
quod ipsi similiter reddere teneantur dieta Castra comuni papié . Jtem. 
quod comune papié duro fceneatur dicto marchioni omni anno dum 
guerra durabit Milites . C . quilibet cum equis duobus . et balistarios 
XXV. Cum equo uno . donec alexandria posita fuerit per casalos . nel 
uenerit ad mandatum dicti comunis . et dicti marchionis . et pons Cu- 
niolij captus fuerit uel concordatus . quos milites et balistarios Co- 
mune papié dare tenetur dicto marchioni infra unum mensem post 






— 145 — 

requisitionem suam uel sui nuncij per cartam testatam . uel soldos 
prò militibus et balistariis predictis . et si in hoc comune papié de- 
ficeret . qui custodiunt dieta castra reddere teneantur dieta Castra 
dicto domino marchioni . et dominus Marchio sit absolutus a predictis 
pactis et Juramento. Jtem quod Comune papié non faciet pacem treu- 
gam aut guerram recrectam cum marchione lancea nec cum hominibus 
Alexandrie donec Sibi restituant pacilianum. Turrugia (sic). Genzanum . 
Turcellum at Cuniolum deroccatum et Castrum sancti georgij . sar- 
maciam et Carpenetum et aliam terram suam . nec post sine uoluntate 
dicti Marchionis . Jtem . quod omnes vsure et guidardona debeant re- 
mitti marchioni predicto de omnibus debitis de quibus tenetur uersus 
aliquem uel aliquos papienses . Jtem . quod dictum Comune tenere 
debet fortem dictum marchionem circa castrum zenzani . donec illud 
habuerit in sua forcia et virtute et idem marchio illud tenebit in 
pheudum A dicto comuni . Jtem . quod tota terra que deuinceretur ultra 
padum sque in via tauctas (sic) Janue et terdone que non sit dicti 
Marchionis . nec dicti comunis papié nec terdone. sit medietas dicti 
marchionis . et alia medietas comunis papié et maxime intelligatur 
de terra alexandrie et casalis sancti eùasij. Jtem si aliquis aut aliqua 
pars dictorum militum aut balistariorum dicto marchioni defuerit . 
quod comune papié dare et soluere tenetur ipsi marchioni prò quo- 
libet equo solidos . iiij . prò eo tempore quo defuerit . Jtem . quod do- 
minus Marchio pelauicinus ad uoluntatem suam ponere debet hoc 
anno presenti potestatem in terris marchionis predicti in montefer- 
rato et in hospicio saluciarum . que potestas debeat inponere equos 
et arma videlicet usquo in quadringentos milites . et tantum plus . 
quantum poterit comode, et guerriare omnes rebelles regis Conradi . 
et maxime homines Alexandrie et marchionem lanceam et habere prò 
suo salario libras septingentas papiensium . et terciam partem omnium 
bannorum impositorum occasione predicte impositionis equorum et ar- 
morum et occasione exercituum et caualcatarum. Jtem quod A presenti 
anno ultra predictus dominus v[bertus] debet ponere potestatem in 
predictis terris omni anno usque dictus marchio voluerit A comuni 
papié . C. milites et balistarios XXV. forma predicta et modo . Jtem. 
quod dominus Marchio toto suo posse debet guerriare omnes rebel- 
tes regis Cunradi et inimicos comunis papié . et inimicos ipsius co- 
munis tenere prò inimicis et succurrere comuni papié quociens opus 
fuerit.Jtem. Si dictus Marchio haberet a dicto domino rege conrado 
seu a parte fidelium lonbardie . C. milites et XXV. balistarios seu 



— 146 — 

solidos prò ipsis . quod comune papié . sit exhoneratum a prestatione 
dietorum militimi et balistariorum prò tanto tempore prò quanto ha- 
buerit dictos milites et balistarios seu solidos A domino rege con- 
rado seu a partibus fìdelium . Jtem quod omnes illi qui captiui de 
papia et eius districtu tenentur in forcia alicuius montisferrati seu 
alicuius de terris et districtu dicti Marchionis et omnes illi qui de 
districtu marchionis . qui in papia seu in eius districtu detinentur 
captiui liberati a carceribus relaxentur et remictantur . Jtem presens 
potestas . tenetur facere iurare uenturam potestatem . quod omnia pre- 
dicta integre adtendantur . Hij sunt qui iurauerunt omnia predicta 
attendere et attendi facere. Jn primis dominus vbertus marchio pela- 
uicinus . dominus Michahel de la trocta potestas papié . Comes Rayne- 
rius de nicoruo . Carrocius de sistis [sic) . Rogerius de Jorzijs. Sallimben 
de mezabarba. Agaza de strata . guillizonus de bretoldo (sic). Petrus 
coabella. Gilius de binasco. Opicius zacius. Canalea sclaffeno. Gui- 
][elm us] ysembardus . Ja[cobus] . carbonus . Jorgius maior . Guil[7e]l- 
[m] inus ysembardus . Galina . bertramus de na zano . Otonus de canaua 
noua . bergundus rogna . Marcoaldus ysembardus . Murruellus Jorgius . 
Zauagerius de strata . Detesalue boccus . Man[fredus] scannatus. faua 
ysembardus. Osa de canauanoua. Obertus aduocatus. Jacobus de lisina . 
bertoldus de braya . Jorcius coabella . Carrocius Marracius . Saylzuca . 
Alinus . Matheus de sancta tegla . brochus de curte Cremona . Corradus 
marracius. Et ego guillelmus grismoresius Jmperialis notarius huius 
autentici exemplum nidi et legi et sicut in ilio continebatur ita et 
in isto scripsi nichil addens uel minùens preter litteram sillabamue 
et me subscripsi (S. T.) 

Actum Jn clauaxio in ecclesia sancti Michahelis presentibus testibus 
supradictis. 



ME 



NEI SECOLI XVI, XVII E XVIII 



(Continuazione e fine) 
LE ORAZIONI DI GIULIO SALERNO 

In questi giorni vedevano la luce le tre orazioni di Giulio Sa- 
lerno in risposta a quelle del Vescovo d'Alba. 

Il Salerno aveva allora ventisei anni, ma già aveva raggiunto 
una larga e bella fama come letterato e come giurista. Egli ebbe 
ingegno aperto e precoce: a 23 anni era salito in cattedra nello 
Studio della sua patria, sollevando tra gli studenti e tra i pro- 
fessori tal grido, che nel 1551, « fama Ingenti rogatus s>, ot- 
tenne la cattedra di Diritto Civile nello studio di Padova, in so- 
stituzione di Tobia Noni perugino. 

Lo stesso anno moriva; era appena trentenne (1). 

Partenia Gallarata amica di letterati e di artisti, fin dal 1549, 
l'aveva voluto nel novero dei suoi corrispondenti, e nel Codice 
Ponzoniano della corrispondenza epistolare dell' umanista Cre- 
monese ci rimangono molte lettere di lui (2). Anche Francesco 
Zava letterato cremonese ne pianse la morte e ne ricordò le 
virtù in una lettera a Sigismondo Brumano (3). 

(1) Cfr. Corradi. Memorie dell' Univ. di Pavia, a. a. , e il Facciolati 
Fasti Gymnasii Patavini, III, 135, 

Il Facciolati assegna la chiamata a Padova e la morte del Salerno al 1553; 
ma il Salerno nel 1554 interviene ancora nella nostra contesa. Cfr. anche Te- 
renzio, Vita di Bernardo Sacco Pavese, p. 14 e 30. 

(2) F(rancesco) N(ovati). Partenia Mainoldi Gal/arati, in Giornale d'Eru- 
dizione, A. Il (1890), p. 72-73. 

(3) Francesco Zava. Opera omnia. Car.nina l.b. IV. Epistulae, orationes ad 
Decuriones. 1575. 



— 148 — 

Il Salerno intrapreso la redazione di queste orazioni contro 
Cremona nel Luglio del 1550. quando, apparse le orazioni del 
Aida. le passioni suscitate da questa lite tra gli oratori ferve- 
vano piò che mai ardenti negli animi. Così il 15 Giugno 1550 
al Salerno scrivevano gli abbati alla precedenza* affidandogli 
la difesa di Pavia : 

Molto m. e0 S. r come Fratello honor. 

n V. S. forsi debbe haver inteso come già più giorni et mesi è 
ii sta nostra controversia per la città di Cremona contro questa città 
ii di Pavia circa la precedentia et sopra questo negotio hano ambe 
n le parti dedutto in scritto alcune ragioni et hora, appropinquan- 
» dosi il termine che S. Ecc. debbe vedere le raggioni d' ambe le 
ii parti et detterminare quanto li parerà esser conveniente et rag- 
ii gionevole, et sapendo che la S. ria V. è amorevole della sua Repu- 
-i publica et che anchor lei non gli increscerà pigliare un poco di 
ii fatica insieme con molti altri delli dottori del M. co Collegio nostro, 
ii et de altri coniuncti bon compatriota in vedere quello che in questo 
ii negotio è agitato et poi fatto sopra ciò quella considerazione che 
ii con ogni suo ingenio et studio potrà fare, (in margine corno spe- 
ii riamo farà) soccorrendoli alcuna cosa degna da potere aggiongere 
ii et allegare in favore di questa nostra città, sarà contenta metterlo 
ii in scritto, e il tutto conferì col S. r Rolando de Curte orator di 
ii questa M. ca Comunità qual' è ivi in Milano, acciò che tutti si pos- 
n sino ventilar et bene diffendere le raggioni della comune nostra 
ii patria (in margine et acciò che V. S. possi veder quello è agi- 
n tato gli mandiamo qua aligate le copie del tutto). Et così renden- 
ti dosi certi che V. S. per huinanità sua non mancarà, gli ne resta- 
ii remo con obligo; et alla predetta S. V. di core vi raccomandiamo 
ii et offeremo (1) ». 

« Pavia alli 15 di Giugno 1550. 

AliCANGELUS A13BAS (2) 
TlI EODORO DE MEDA 

(l ) Archivio <]<■! Museo, Pavia, Pacco 554. A tergo: Al molto M." Iurecon- 
sulto il S. r ! u lio Salerno come Fratello hon. 
2 Arcangelo Beccaria. 






- 149 



A questa lettera il Salerno rispose accettando l' incarico e 
rendendo conto dei suoi primi lavori : 

Alli molto mag. ci et hon. miei S. ri gli S. ri Abbati 
della M. ca Comunità di Pavia 

Molto Magd. S/ì 

» Poi che per le lettere della S. V. conobbi il desiderio suo, ch'io 
n ritrovassi alcuna cosa che fosse a utile et honore della nostra città, 
n ringratiai con 1' animo l' umanità loro, come adesso faccio con 
» queste lettere (1), che mostrassero d' aver tale opinione di me, 
» stimandomi buono a servire in qualche parte la nostra Città ». 

» Ben mi dolsi e tuttavia mi doglio d'esser colto all'improviso, es- 
» sendo occupatissimo, trattandosi di cosa sì importante quanto è l'onor 
» della città, non si potendo in poco tempo ne ricordarsi di molte 
» cose, né rivoltare gran copia de' buoni scrittori, né con bone pa- 
» rollo e buon stil ornarle. Il che forse si sarebbe potato far con un 
» poco più di tempo, e celebrar con maggior lodi la città nostra e 
» più compitamente soddisfare al desiderio delle S. V., del. che an- 
n cora a me ne saria seguito maggior contentezza. Pure non ho 
» potuto mancare ch'io non abbi usato tutta quella diligentia che, 
il e per la brevità del tempo e per 1' occupationi mie, ho potuto usare 
» maggiore. E raccolte queste poche cose, oltre alle molte già state 
» dalle S. V. dedutte, non mi essendo curato di metterle in miglior 
» stile, cosi per la fretta del tempo, come ancora perchè mi parrebbe 
» che non potesse riuscire molto bona cosa, se fosse in diverso modo 
» da varie persone fatta. Le S. V. adonque le vederanno e trovandomi 
» cosa che gli paia a proposito, faranno dal autor del resto aggiun- 
» gervi*quello che le parerà di buono. Né altro mi occorrendo fuori 
» che offerirmi a' suoi servigi Le bascio humilmente le mani ». 

Da Milano alli 18 di Giugno 1550. 

Dalle S. V. servidore 
Iuuo Salerno 

(1) Non già con queste lettere, poiché altre lettere che questa non trovai 
nelle carte della precedenza, e perché sarebbe ridicolo che al Salerno fossero oc- 
corse due o tre epistole per manifestare le sue grazie; si deve intendere: con 
queste parole, con queste righe, con queste espressioni. 

io 



150 



Le tre ora/ioni del Salerno non furono mai pubblicato: ma 
sono abbastanza diffuso, manoscritte, per le biblioteche lombarde. 

l'orlano il titolo « J. C. lulii Salerni, Patricii Ticinensis ac in patrio 
Patavinoque Gypnasio Juris Civilis interpretis, orationes tres prò Tici- 
nensibus in controversia principati^. Mense Junio MDLI » (1). 

La prima orazione ha il titolo speciale « De jure possessionis » 
ed enumera tutti gli argomenti per cui si può affermare Pavia 
superiore a Cremona : V intitolazione delle Carte Ducali, gli stemmi 
dèi sepolcro di Giangaleazzo alla Certosa, il racconto dei funerali 
di (bau Galeazzo fatto da Bernardino Corio, le lettere di Gian Ga- 
leazzo e di Ludovico Sforza, che attestano il loro affetto per Pavia, 
le lettere di Ludovico il Moro a Massimiliano Re dei Romani 
per raccomandargli gli ambasciatori Pavesi, il testo del trattato 
di Bologna in cui le terre Pavesi non vengono comprese nel 
territorio del Ducato di Milano, la testimonianza di Gravelio Pa- 
ìvnatti, il quale afferma che i Pavesi furono un giorno introdotti 
per i primi in udienza da Carlo V. 

La seconda orazione è intitolata « De antiquitatis, nobilitatis, 
praestantiae jure »; incomincia ricordando la festosa famigliarità 
con cui i giovani Cremonesi sono accolti all' Università di Pavia, 
e fa osservare che i Cremonesi ripagano di cattiva moneta, poiché 
hanno fatto stampare e diffondere per omnes Europae partes il 
Jibricciuolo del Vescovo d'Alba. Male incolse però all'autore di 
esso ; perchè i Pavesi, infiammati di giusto risentimento, chiesero 
al Viceré di poter vendicare l' ingiuria col sangue, e di impu- 
gnare Ir armi. Il Viceré per evitare più scrii guai fece abbruciare 
per manum carnifteis il libello famoso (2). 

E continua il vanto di Pavia Pavia è 1' antica Ticino, prediletta 
da Teodorico e da Carlomagno, i.l quale le diede un fìorentissimo 
Studio, prediletta ancora dagli altri imperatori che la fecero contea: 
Cremona benché abbia molti Conli tra le sue mura, non è contea. 

La terza orazione, « De presenti statu », esalta la magri ifi- 

1 Min mio lo partano noi manoscritto 537 della Bibi. Univer. di Pavia. 

11 TERENZIO. ( Vita di Bernardo Sacco, p. 30) dico elio lo ora/ioni dot Sa- 
lerno dell" Ambrosiana di Milano sono autografe. 

2 Fol. 24 del MS. 40 delia Univ. di Pavia. 



- 151 - 

cenza della città, P eccellenza dei cittadini Pavesi. I Cremonesi, 
prosegue, hanno nelle cose guerresche una fama innegabile, ma 
è Cremonese quel Varo, che fece pèrdere lauto legioni ad Au- 
gusto. Pavesi sono invece i guerrieri Aurelio Bottigella, Matteo 
Beccaria, Benedetto Corti, Paolo Lonati, Ottaviano Isimbardi. Pavia 
quantunque abbia sentito per le sue vie le zampe scalpitanti dei 
cavalli del Lautrec, ed abbia avuto il ferro ed il fuoco nelle sue 
case, conserva i segni dell' antico splendore : ha lo Studio, il 
ponte, il Regisole. 

Cremona vanta i proprii poeti; ma alla fin fine non ha che il 
Vida. Che dire invece di Battista Oppizoni, di Matteo Corti, eli Am- 
brogio Bozolo, di Cristoforo Pescari, di Catone Sacco, di Gero- 
lamo Bottigella, di Francesco Sannazzaro ? 

Per ultimo l'autore si sottoscrive : « Iulius Salernus cum vige- 
simum sextum aetatis annum expleret mense Iunio 1551 (1) ». 

Le tre orazioni non hanno, a parer mio, grandi meriti let- 
terarii. 

Fiacco e prolisso è il periodo, e il disegno generale di esse 
è ricalcato troppo servilmente sopra il libro di Marco Girolamo 
Vida. Le pagine si susseguono uguali e monotone; più che la 
forza di un ingegno ravvivatore delle notizie erudite, ci si sente 
il minuto e paziente lavorio del raccoglitore: un greco direbbe 
che queste orazioni sanno di lucerna. Tuttavia una grande dili- 
genza nella discussione delle testimonianze arrecate, una non 
ispregevole erudizione storica fu già notata in quest'opera del 
Salerno (2); e di tra le pagine spira un singolare alito di gioventù 
ed un grande calore di convinzione. 

Anche Ludovico Antonio Muratori, che per Pavia e per i Pa- 
vesi non era certo troppo tenero, dopo aver esaminato all'Am- 
brosiana le orazioni del Salerno, così ne scriveva a Francesco 
Arisi : « Le orazioni del Salerno sono scritte in latino con sin- 
« golare facondia et erudizione. Senza dubbio io il credo Pavese 
« nominando quegli per suoi i cittadini di quella città, avvegnacchè 
« non mai usi il nome di patria in mentovando Pavia. Questo 

(1) Nel MS. 537, della B bl. Univ. di Pavia. 

(?) Cafsoni, Memorie iatoviche della città di Pavia. Voi. 11, pp. XI1I-X1V. 



— 152 - 

certo non esser egli Cremonese ; poteva egli essere di 

« costi oriondo, se si volessero fare i conti assai strettamente. 
« al più al più. Di ventisei anni moia Tanno 1551. Del resto 
« egli modestamente combattè, e se io avessi la di lei profonda 
« erudizione, saprei forse dirle se con ragione (1) ». 

Per tulio questo anche ad Apostolo Zeno esse parvero in- 
degne della dimenticanza dei concittadini, e meritevoli di uscire 
alla luce « per opera di qualche pavese amante dell' onor della 
Pati'ia » (2). Spinto dagli eccitamenti di Apostolo Zeno, Siro Comi 
nel sec. XVIII avrebbe voluto stampare queste orazioni premet- 
tendovi anche uno studio sulla vita e sulle opere del Salerno : 
« Sintagma de vita, fastis ac fide historica Iutii Salemi » 
e, credo, aggiungendo un copioso indice, e molti documenti ri- 
guardanti la controversia ; ma il disegno dell'erudito Pavese, non 
so perchè, andò a vuoto. 

Alquanti decennii dopo, nel 1818, allorché il Card. Giambat- 
tista Venturi scriveva di aver l'intenzione eli dare alle stampe le 
opere del Vida aggiungendovi le lettere inedite e le « Cremo- 
nensium orationes tres », il Lancetti saggiamente lo consigliava 
a pubblicare insieme colle orazioni del Vida, anche quelle del 
Salerno (3). 

Pur questo progetto disgraziatamente naufragò ; e dopo di 
questo il i>o vero Salerno andò per sempre dimenticato. 



* 
# * 

Dopo le orazioni di Giulio Salerno la contesa perde di vigore 
e di forza. Allontanate le occasioni al conflitto, scomparso lo 
scopo prossimo della lotta, essa fini col languire nella memoria 
e nella coscienza del popolo e divenne solo un puro esercizio 
retorico e letterario di avvocati e eli latinisti. Ancora due dcli- 

I) Muratori, Epistolario. Voi. I, p. 220. (Ed. Càmpori, 1901) Lettera 23 
Marzo 1007. 

C2j Apostolo Zeno, Giorn. dei Lell. oV India. Tomo XXIII pag. 402. 

'■'>) Lancetti, Memorie sulla vita e sugli scrini di M. G. Vida, p. 74. 
Altre notizie sul Salerno cir. qui avanti a na<r. 154 e segg. 



- 15;$ — 

berazioni dei Commissari e poi le carte taceranno per un pezzo. 

Il 28 Luglio i Commissarii, annunciata la partenza di Gerolamo 
Sacco per la guerra (1), gli sostituivano Giov. Battista Bottigella; 
in caso di impegni o di impedimenti di G. B. Bottigella, Gero- 
lamo Bottigella. 

Tra gli oratori (lolla causa, al posto di Francesco Mezzabarba, 
eleggevano il sempre infaticabile Politonio Mezzabarba, perchè 
cogli altri tre commissarii specialmente delegati, si prendesse cura 
delle allegazioni e andasse a Milano quando credesse opportuno 
e necessario. 

Nel 1554 Carlo V diede a Filippo II l' investitura del Ducato 
e P 11 d'ottobre i Decurioni interpellavano Gian Francesco Bec- 
caria oratore a Milano, se fosse più conveniente inviare amba- 
sciatori speciali a Corte oppure servirsi degli ordinari « per la 
congratulazione al Serenissimo Re » (2). Annunciatosi intanto 
che Cremona inviava in Inghilterra il suo Anselmo Tinti, Pavia 
subito decideva di inviarvi Agostino Isimbardi. 

Il 22 Ottobre giungeva a Milano Don Aloisio di Cordova de- 
legato da Filippo a prendere il giuramento delle varie città ed 
a prender possesso del Ducato. Si mossero gli oratori, intrigarono 
i diplomatici e, coni' era naturale, scoppiò di nuovo la vecchia 
contesa tra Cremona e Pavia. 1 Decurioni di Pavia chiesero 
prima a Politonio Mezzabarba, poi a Giacomo Antonio Bosco, se 
volessero assumersi l' incarico di scrivere un' orazione in difesa 
dei diritti dei concittadini; ma così il Bosco come il Mezzabarba 
rifiutarono, ed allora si pensò a Giulio Salerno, cui si fece par- 
lare dall' Oratore a Milano. 

Questi « senza spendere molta parola » (2) fece sì che il Sa- 

(1) Povero Gerolamo Sacco ! E questa 1' ultima volta che è ricordato nelle 
nostre deliberazioni e forse a questo punto egli lasciò Pavia per non più ri- 
vederla. Sopragiunta la guerra, nel 1556 egli comandava la piazza di Novara; usci- 
tone con 10 insegne e 3 pezzi d' artiglieria per battere il castello di Gattinara, 
fu sorpreso e rotto dal Birago « con poca nota di esso Sacco. E' 1 Sacco hebbe 
una archibugiata, onde ne morse ». Gaspare Bugati, Historia Universale, 
libro VII, pag. 995. 

(2) Archivio del Museo di Stor. Patria di Pavia, Lettere di oratori, 1554. 



- 154 - 

Ionio accettasse V incarico e si ponesse in viaggio per Pavia. 
Giulio Salerno scrisse dunque una quarta orazione? Oltre le note 
tre orazioni in risposta a Gerolamo Vida, io non ho potuto tro- 
varne altre che portassero il nome del giovane giureconsulto ; e 
tra il cumulo delle allega:- ioni e delle produzioni di diritti 
anonime < 4 senza data, cercare quella del Salerno francamente 
mi parve affare disperato. Però una orazione anonima, che vidi 
in due manoscritti della Biblioteca Universitaria di Pavia, mi 
sembrò verosimilmente quella del Salerno. 

L' orazione non ha titolo, ma ha solo una specie di didascalia 
apj tostavi posteriormente (forse da Siro Comi), in cui essa vien 
detta nuova elaborazione della Responsio Ticinensium del 1550. 
Essa è inserita nel T. II. delle Ticinensia, il cui raccoglitore, 
nel piccolo indice in fronte al volume, le attribuisce, senza 
alcun fondamento, la data 1549. Come rimanipolazione della Re- 
sjjonsio Ticinensium del 1550, essa è riportata anche nel MS. 40 
della Biblioteca Universitaria, in cui sono le tre orazioni del 
Salerno di mano di Siro Comi. 

I meriti letterari di questa misteriosa orazione sono quasi 
nulli. Vi sono le solite tiritere sullo Studio, sul Regisole, siili' an- 
tichità di Ticinum, sui Levi e sui Marici. Da alcuni accenni 
ironici al vanto dei Cremonesi de literis, hoc est de clarissirnis 
jureconsultis, de medicis excellentissimis et de philosophis, che 
il Vida aveva fatto nella seconda delle sue Cremon. Orationes 
tres contra Papienses, da quello quasi sforzato contrapposto 
del Regisole alle statue di Zani no e di Bertazzola, mi sembra 
scorgere che all' autore non fossero sconosciute le orazioni del 
Vescovo d' Alba. 

Quindi l'orazione mi pare posteriore al 1550; ma una più 
precisa determinazione cronologica ci porge la perorazione. 

» Prseterea gratus eius (scilicet Csesaris) animus et officiorum 
» memor non patietur maxiinoruin laborum, quibus prò eo functi 
v sumus, oblivisci, sed efficiet ut, quemadinodum saepe nos suis verbis 
ìi erexit, et ut superioribus diebus, cuni viruni clarissimum civem 
» nostrum in Senatorum ordinem cooptari voluit, pollicitationibus in 
» magnain spem adduxit, nunc re adiuvet. 






- 155 - 

Ora dopo il 1548 in cui fu eletto senatore Giovan Paolo Berzio, 
io non vedo nella lista dei Senatori Pavesi (in Tiri ne usiti II, 2) 
un ciris clarissimus che sia fatto senatore se non nel 1554. 

Nel 1554 fu fatto Senatore Politonio Mezzabarba. E poiché nei 
documenti e nelle carte del 1554 non si trova accennata che 
una sola orazione, quella del Salerno, e la nostra orazione è del 
1554, perchè questa non potrebbe essere del giovane giurista 
Pavese ? 



Forse per evitare altri scandali e litigi Don Luigi di Cordova 
pensava di prender separatamente il giuramento di fedeltà dai 
delegati di Pavia e di Cremona: da quelli di Cremona a Milano 
insieme coi delegati delle altre città del Ducato — da quelli di 
Pavia a Pavia stessa, dove egli avrebbe preso possesso della 
Contea. Questa era una bella ecl inaspettata vittoria per i Pavesi 
che avevan sempre sostenuto Pavia indipendente dal Ducato di 
Milano, dd inalberato contro le pretese di quei « parvenus » 
della politica del '500 che erano i Cremonesi, i loro vecchi diritti 
Comitali. 

Il 27 Novembre, con grande solennità, in casa del Conte 
Alessandro Beccaria « in vicinici sancii Felicis », alla presenza 
del Vescovo di Vigevano Monsignor Maurizio de Petra, dei fun- 
zionari e dei Senatori, Rolando Corti, Andrea Zerbi, il Marchese 
Ottaviano Malaspina, Benedetto Corti, Bartolomeo Beccaria, Ti- 
moteo Mezzabarba, il conte Scaramuzza Visconti, il conte Ludovico 
Alessandro Beccaria e molti altri giurarono a nome della città 
ossequio e fedeltà a Don Luigi procuratore di Re Filippo (1). 

Le cose volgevano maluccio per i Cremonesi ; e P opera pa- 
ziente di cinque anni di lotta andava all' aria, se i Commissarii 
della precedenza non v' avesser posto riparo. E perciò essi sup- 
plicavano che « per alcuno atto fatto o da farsi cercha al 
giuramento o possesso di alcuna città, così quanto sia per il. 

(1) Archivio del Museo Pavia. Paceo 554, 



— 156 - 

loco, quanto por il tempo, non s' intenda esser fatto preiuditio 
ad essa città et ragioni sue et alla precedenza, quale pre- 
tende. » Nuovi contrasti suscitò tra quegli eterni cavillatori che 
erano i delegati delle Città, la formula del giuramento al nuovo So- 
vrano. Alfine si stabilì che la forma del giuramento di tutte le città, 
meno, s'intènde, Pavia, dovesse esser simile a quella del 1535 e 
del 1530 dopo la morte di Francesco Sforza « mutata solo la 
persona del Principe ». Stabiliti così in precedenza i riti, gli atti, 
\r parole, le modalità del giuramento, il 3 di Novembre l'amba- 
sceria di Cremona, composta di un Giureconsulto e di tre dele- 
gati, entrava nella casa del Principe d' Ascoli e perveniva alla 
presenza di Don Luigi di Cordova. 

Prima che si venisse al giuramento u disse il dottore al M c0 . si- 
li gnor don Aloiggi che esendo la soa Città in controversia con altre 
n Città di precedentia, pregava Soa Signoria Illustr. ma fosse servita 
n de dechiarare che per nessuno atto che havesse fatto intorno a 
n questo particolare, non intendeva di havere causato pregiuditào al 
n cuno alle ragioni della soa Città; et soa Signoria disse che così 
n era et lui voltossi al signor Mosio secretario et disse che ne fosse 
» rogato. Et poi soggiunse il Dottore: u Et così noi protestiamo di 
n giurar adesso senza pregiuditio come di sopra » et all' hora 1' II- 
ii lustrissimo Taverna disse: u Giurate absque giuditio nec loci nec 
n lemporis ». Et così giurarono nella medesima forma delle altre n (1). 

Non poca era la soddisfazione dei Pavesi per la piega presa 
dalle cose: gli addetti all'ufficio di Provvigione chiedevano tutti rin- 
galluzziti e sorridenti ad Orlando Corti tutti gli atti del giuramento 
di Cremona da mandarsi ad Agostino Isimbardi perchè questi li 
potesse rinfacciare ad Anselmo Tinti, se nascesse contesa di 
precedenza anche in Inghilterra, ed esclamavano: 

« Sono hora le cose della precedentia in meglior termine che non 
n erano al tempo dello Ill, m0 signor Don Ferrando si per haver f or- 
li tificato et aperto molto meglio le raggioni nostre questo atto della 

(1) Archivio Municip. Pavia. Lettere di Oratori— 1554. Lett. 3 Novembre. 



— 157 — 

n separata apronsione predetta, fatta por il Precipuo et IU. mo signor 
n Don Alo} r sio, quanto per che non si debbo più haver in conside- 
ri razione essendo hora sotto altro Principe, quello precedere alter- 
n natamente, quale par che volea introdurre esso Ill. mo S. Don Fer- 
ri rande (1) ti. 

E Michele de' Gerardi e Gian Maria Corti il 28 dicembre scrì- 
vevano ad Augusto Isimbardi, che, in viaggio per l' Inghilterra, era 
giunto a Bruxelles presso l' Imperatore : (2) 

n Accusamola, sì come ancora già li n' habbiamo scripto, che di 
» poi che 1' Ill. m0 S. re Aloysio Cordila pigliò separatamente il pos- 
n sesso della nostra città, lo 111. 1110 General Canzellerio Taverna disse 
» pubblicamente al predetto S. r Aloigi che la città nostra dopo Milano 
» era la prima in ordine et la più fidele de 1' altre n. 

Nonostante le esortazioni e le raccomandazioni degli abbati 
di Pavia, e le vittorie strappate ad Aloisio di Cordova, sembra 
che a Bruxelles, forse per estrazione a sorte, nelle udienze e nei 
ricevimenti la precedenza toccasse all' oratore di Cremona. Dopo 
tanti bollori era una terribile doccia fredda ed appena saputosi 
questo a Pavia, per incarico della commissione della precedenza, 
il Girardi ed. il Corti mandavano all' Isimbardi un lungo rabbuffo. 

» Non li pottiamo, scrivono, exprimere il dispiacere eh' havemo 
» preso parendoci che quello che tanto tenevamo a petto e li have- 
n vamo sopra ogni altra cosa ricomandato, di tener il loco et il grado 
» de la nostra città, non èssi exeguito, non certo per colpa di V. S.... n. 

E più oltre : « L' oratore non polle preterire quello che dato 
sia in comissione da la sua città, la quale non polle credere la 
mente di S. M. sii di volere preiudicare alle ragioni nostre...... 

« V. S. circa di questa precedenza ha da critare, dolersi et 
« massime del torto fatomi a Milano (l), mostrare a tutti quelli 
« Illustrissimi signori le ragioni nostre et che pertiene a Sua 

(1) ibidem, Lett. 29 Novembre 1554. 

(2) Archivio Municip. Pavia, Provvisioni del 1554. 



i 



- 158 — 

« Reverenzia conservarsi il titolo del Principato... », cioè il 
« titolo di Conte di Pavia. 

A questa lettera rispondeva assai risentitamente PIsimbardì 

da Londra, il 23 Febbraio 1555. 

Afferma che egli aveva fatto il possibile con « travaglio inef- 
fabile et inexpressibille a lingua lmmana»; se è stato « colto alla 
trappola due o tre volte », la colpa non è sua. « E non vadano 
a pensare che le raggioni di Pavia sono belle e juste, dove Cre- 
mona ha un sacco di fondamenti in suo favore e tra tanto non 
ne vuole cedere il suo possesso ». 

Dopo gli ineffabili travagli del povero Agostino pare che la 
contesa abbia fine : solo la commissione e V Isimbardi continuano 
la loro corrispondenza, intermediarii il Corti ed il Gerardi, e nei 
documenti resta il dolente strascico dei debiti e dei pagamenti (1). 



Nel 1557 Cremona a sostegno dei suoi diritti di precedenza 
faceva una presentazione di lettere imperiali ; i Pavesi s' accin- 
gevano a fare una contropresentazione. E poi tutto tacque di 
nuovo fino al 1559. 

V anno 1559 passò per la Lombardia tutto pieno di feste e , 
di funerali : adobbi per le vie, processioni, gran rimbombi di ! 
cannonate e suoni di campane, di pifferi e di trombe per la pace 
di Cateau-Cambrésis. per le nozze di Margherita di Francia con 
Emmanuele Filiberto e di Isabella con Filippo II; corrotti pubblici, 
solenni uffici religiosi per le morti di Paolo IV, di Maria d' In- 
ghilterra, prima moglie di Filippo, e di Carlo V. 

Specialmente solenni i funerali dell' Imperatore a Milano : in 
Duomo s'eressero tribune, scalinate, piramidi, croci, trofei e 
s' accesero infiniti u torcioni di tre o più libre », « tutto di bel- 
lissimo disegno » (2). 

(1) Archivio Museo di S. P. Pavia Pacco 555. 

(2) Gaspare Bucati, //istoria Universale, pag\ 1029. 






— 150 — 

Splendido il catafalco opera di Vincenzo Seregno « in ma- 
inerà che nell' bora dei divini uffici] parve elio tutto abbruciasse 
con l'amplissimo tempio parato tutto a bruno d'ogni intorno 
con tre ordini di mille e duecento doppieri di cera bianca ». Tra 
T infinita folla mareggiante delle autorità, degli oratori, dei Se- 
natori, dei « dottori leghisti e fisici », dei nobili tutti « vestiti 
di roba lunga a bruno », mancavano solo gli ambasciatori di 
Pavia. 

Rispuntata la questione della precedenza tra i due oratori di 
Cremona e di Pavia, quale dei due dovesse primo incedere nel 
corteo e chi aver la destra e chi la sinistra, il Senato per la 
ristrettezza del tempo si trovò nell' impossibilità di dare un giu- 
dizio motivato ; ma per queste bagattelle non voleva che ai fu- 
nerali dell' Imperatore e in quelli imminenti di Maria d' Inghil- 
terra nascesse qualcuno di quegli scandali che altri dì avevan 
dato tanto da fare a Ferrante Gonzaga. Perciò il Senato pren- 
deva quesf arguta deliberazione: ogni città inviasse un' amba- 
sceria di due membri, 1' uno giureconsulto, 1' altro di toga più 
breve e si traessero le sorti ; avrebbe ottenuto la precedenza nei 
funerali di Carlo V 1' oratore giureconsulto della città favorita 
dalla fortuna, insieme coli' oratore di toga più breve della città 
soccombente. Nei funerali di Maria d' Inghilterra si tenesse l'or- 
dine inverso. Questo provvedimento s' applicasse alle ambascerie 
delle città di Cremona, Pavia, Lodi, Como, Tortona, Alessandria. 
Il 10 Gennaio furon tratte le sorti innanzi al Senato : ne uscirono 
favorite le città di Cremona, di Lodi e di Alessandria (1). 

Lo stesso giorno furono chiamati gli ambasciatori di Cre- 
mona e di Pavia (per Cremona Bartolomeo Osio e Paolo della 
Fossa) e senza comunicare l'esito dell' estrazione a sorte, si an- 
nunciò loro la deliberazione Senatoria di sciogliere in tal modo 
le loro contese. Agostino Isimbardi, oratore di Pavia, strillò 

(I) Archivio del Museo di S. P. Pavia, Precedenza Cremona-Pavia, 8 e 10 
gennaio 1559. L'Atto del 10 Gennaio porta la nota Eis lectis consultimi fuit 
non esse partibus edendas sed abo 7 endas, da cui apparirebbero anullate le deli- 
berazioni. Ma queste vengon confermate dalle proteste dell' Isimbardi e dal rac- 
conto dell'Anisi, Apologia di M. G. Vida, Ap. I, Cap. 19, MS. della Bibl. 
• Civica di Cremona. 



! 



— ino — 

protestò, disse la sua Città tanto illustre che le si poteva senza 
Lungo giudizio accordare il primato, affermò non consentire che 
iura Papiae quaesunt in tuto, deducanturin dubium. Tutto fu 
invano: il Senato non piegò. E allora gli oratori Pavesi piuttosto 
che acconsentire a tale ordine di cose, si astennero dal parteci- 
pare ai due funerali. 

Popò i clamorosi funerali dei sovrani, le contese tra gli ora- 
tori diradarono e scomparirono a mano a mano : eppure le carte 
della precedenza continuano sino al 1568 a sfilare monotone ed 
uguali innanzi ai nostri occhi. Sono copie di allegazioni, mandati 
di pagamento, elezioni di commissari, pronostici politici dell' ora- 
tore. Ma la contesa era ormai morta nella coscienza dei più. 



* 
* * 



BERNARDO SACCO E LA SUA STORIA DI PAVIA 

Nel 1565 uscì il De italicarum rerum varietate ed elegantia 
di Bernardo Sacco. Bernardo Sacco appartenne alla nobile fa- 
miglia dei Sacchi donde uscirono il famoso giureconsulto Catone, 
ed il nostro infaticabile Gerolamo, capitano di Carlo V e gran 
parte in questa contesa (1). Il padre di Bernardo fu quel Giacomo 
Filippo Sacco che firmò, come presidente del Senato, i primi 
atti della causa di precedenza; madre gli fu Bianca degli Eu- 
stacchi, colta e gentile dama di Pavia. Durante i tumulti guer- 
reschi del 1525 Bernardo Sacco si ritirò alla Mirandola, accolto 
festosamente da Gianfrancesco Pico; fu poi a Cortemaggiore pre- 
cettore dei figli di Luigia Pallavicino, che lo pose a capo del- 
l' amministrazione dei suoi beni. Tornato a Pavia nel 1534 vi 
resse il Vescovado a nome del vescovo Gerolamo Rossi. Nel 1537 
e nel 1539 fu a Roma caro in Vaticano ai cardinali ed al Pon- 
tefice Paolo III; nel 1544 il Cardinale Giovanni Maria del Monte, 

(1) Su Bernardo Sacco vedi notizie non sempre concordi tra loro in A. 
M. Spelta, Historia dei vescovi di ravia, p. 471 ; Enrico Farnesi, Bern. 
Sacci vita nell'Edi*, del 1587 della Ticinensis historia; Pietro Terenzio, 
Notizia della vita, e delle opere di Bernardo Sacco, Pavia, 1857. 



- 161 - 

eletto vescovo di Pavia, gli affidò l'amministrazione dell'epi- 
scopio. Morì ottantenne il 1" Luglio del 1579. 

L'abate Terenzio, ultimo biografo del Sacco, avvertì giusta- 
mente che il « De italicarum rerum varietate » è intima- 
mente collegato colle vicende delle contese tra Cremona e Pavia (1). 
Anzi egli andò più oltre ed affermò che 1' opera non è che 
una risposta alle violente orazioni del Vida; questo gli pare « si 
deduca dall' attenta lettura di essa; oltreché 1' epoca che la co- 
minciò fu appunto il 1550 in Roma, appena cioè potè aver no- 
tizia delle Orazioni del Vida ». Le orazioni del Vida comparvero 
nel Luglio del 1550: nel Gennaio dell' anno appresso il libro del 
Sacco correva già manoscritto per le mani degli oratori Pavesi 
e serviva come arma di battaglia nella guerricciuola contro Cre- 
mona. Il 19 Febbraio si ordinava ad Orlando Corti : « V. S. man- 
« derà il libro del S. or Bernardo Sacco, quale ha dentro li 
« privilegi et ordini delle città (2) ». 

Il 25 al Corti si rimandava da Pavia il manoscritto per mezzo 
di Francesco Beccaria : 

» Essendomi sporta 1' occasione di sì fido et sì honorato apporta- 
ci tore, mi è parso di mandarle il libro del S. or Bernardo Sacco ; et 
ii così glie lo mando per il Mag. co S. or dio. Francesco Beccaria, et 
» desidero che le S. V. M. si degnino di farmi avisare che lo nab- 
li biano ricevuto... ' v 3) 

Il 26 il Corti accusando ricevuta del libro scriveva : 
Molto MagS-ì et Honorati S. r/ 

ii Le mando copia de due lettere che mi diedero in memoriale, 
» et insieme le mando copia di mano del Mag. c0 Cattaneo de le mo- 
li nitioni et proroghe fatte ne la causa de la precedentia. Il S. or Gio. 
?i Francesco Beccaria mi rimandò il libro del S. or Bernardo Sacho, 

(1) Terenzio. Op. cit. p. 15. 

(2) Archivio del Museo di Pavia. Pacco 5j4. 

(3) Ibidem. 



— 162 - 

n quale io invierò a la prima comodità di fidato apportatore, et così 
» con ogni termine di riverenza ine le faccio ricomandato. 
Di Milano a li 2(3 di Febraio 1550 (l). 

Delle S. V. M. Devotiss. servidore 
Rolando di Corte 

La cura gelosa con cui il libro era portato da Pavia a Milano 
por mezzo di fidato ed onorato apportatore, l'insistenza con cui 
il Corti ne chiedeva la ricevuta, ci mostrali come le copie del ma- 
noscritto dovessero essere ancora rarissime. Forse quello che qui 
è ricordato, è lo stesso autografo, che poi il Sacco dal 1551 al 
1559 corresse, limò, rimpinguò, finché non ci diede quel « De 
italicarum rerum varietate » che noi possediamo. 

Il « De italicarum rerum varietate et elegantia » è dedicato a 
Politonio Mezzabarba ; comprende 10 libri e dovrebbe parlare 
delle cose di tutta Italia, ma in realtà si limita alle cose Pavesi. 

Se non scrupolosa esattezza, si può notare in quest' opera una 
grande ricchezza e varietà di notizie. Vi si parla della natura del- 
l' Italia, del suolo, dei venti, del mare; si esaltano i prodotti natu- 
rali della Lomellina e dell'Agro Pavese, si discutono i fasti dei Cre- 
monesi e dei Pavesi nella Storia di Roma, si raccolgon memorie 
degli antichi Liguri, Levi e Marici e si va poi a finire tra i Lon- 
gobardi e tra i Vescovi di Pavia. Il Sacco ha letto le Cremonen- 
sium orationes tres, ne ha notato gli errori, la pretesa malafede j 
nell' interpretazione degli storici antichi ; ritiene quindi suo com- 
pito rifare il racconto delle origini e delle vicende di Cremona 
e di Pavia. 



n Nam Cremonenses scriptores, nullo ascito scriptoris nomine, te- 
li mereque improbata Taciti Cornelii auctoritate, ac detorta pariter 
» Polibi sententia, adstruere sibi Civitatis antiquitatem ante belluin 
» Punicum exorsi sunt; conversis subinde rerum argumentis ? vicinos 
» populos tamquam a Q-allis et Liguribus (ut ipsi aiunt) oriundos ac 
n contemptibiles, risu fere scriptis inferto subsannarunt; quod iure 
5i an iniuria factum sit, ex historiae lege decernere necesse est. ». 

(\ ) Archivio del Museo, Pacco 554. La data 1550 è certamente un lapsus calami 
per 1551 : il confronto colle lettere precedenti non ci permette alcun dubbio. 






— 168 — 

n Magno enim vero labore me levassent, si sua tantum priinordia 
» eulta oratione illustrando, ut decet, in aliena non irrupissent nec 
» reprimere maledictis conati essent ; nani eo-o similiter, Cremonen- 
n sibus rebus omissis, quae mea sunt retulissem quibus semper ab 
» ineunte aetate studili (1) ». 

Innumerevoli sono nel corso del libro altri accenni al Ve- 
scovo d'Alba ed alle sue orazioni: alcuni cortesi, altri così acri 
ed oltraggiosi che buon' anima di Giusto Visconti affermava il 
Sacco « in Vidam fulmen potius et ensem quatti calamum 
tydhibuisse (2) ». 

E con qual disinvoltura il Sacco snocciola i suoi vituperi contro 
il venerando vegliardo Cremonese ! 

Egli non lesina le ingiurie : per lui il Vida è profugo di 
Santa Chiesa (p. 173-174 Ed. 1587), fautore degli eretici impe- 
ratori (p. 197-198), dimentico dei benefici (p. 220), mendace, igno- 
rante, invidioso e chi più ne ha più ne metta. 

Lo scopo del libro è dunque tutto polemico : il Sacco prima 
si propone di provare più nobile 1' origine dei Pavesi che quella 
dei Cremonesi : « quo dignitatis discrimine transpadani populi 
ab ipsis tutti Cremonensibus colonis fuerint distinguendo »; 
poi si industria a dimostrare i Longobardi buoni e legittimi do- 
minatori, ed enumera le ricchezze del suolo Pavese. 

E furon specialmente i capitoli che il Sacco impiega a magni- 
ficare i prodotti agricoli della sua patria, che diedero appiglio ad 
ironiche critiche e che stuzzicarono le risa degli scrittori Cremo- 
nesi. Lo Zava (3) esaltando 1' eloquenza di Paolo Ala dice che 
questi dinanzi al Senato di Milano « non medius fidius tunc de 
ag forum ubertate, non de fungis et Laumellìnae asparagis 
et moris disseruit, sed de populi utriusque solida, vera ger- 
mana excellentia», alludendo al Capo IV del Sacco: « De Lau- 
mellìnae fructibus — De Asparago ». 

(1) Bernardo Sacco, De Italie, rerum var. Ed. 1587 p. 54. 

(2) G. P. Mazzuccheltj, Mediolanum secunda Roma. Raccolta del Calogerà 
Serie I. Voi. Vili. p. 430. 

(3) Zava, Opera omnia: Oratio III ad Deeurioues Cremonae. 



? 



— uy — 

Il Canneti nella sua lettera all'Arisi. l'Arisi nel? Estratto delle 
considerazioni a favor di G. Val a. e nelle due Apologie del 
Vescovo d' Alba, il Lancetti nelle sue Memorie sul Vida, tutti] 
dopo essersi scagliati contro il Sacco per il modo irriverente con 
cui egli trattò il poeta della Cristiade, si soffermano a fare un 
risolino sulle sue argomentazioni intorno ai funghi, le fragole, i 
fagioli, i rapanelli, le rape e le zucche della sua città. 

Riassumendo le critiche dei Cremonesi, Axiopisto Philophilo 
afferma che, se lungo e pomposo è il titolo del libro del Sacco, 
ad esso si conviene il verso : 

Tres carthas, septem titulos, inania mille. 

Coni' è naturale, giudizii tanto aspri non raccolse Bernardi 
Sacco tra gli scrittori della sua patria o del partito della sua 
patria in questa contesa. Il Mazzucchelli si scioglie assai di fre- 
quente in inni al Sacco, quo nemo in rebus patriis magis per- 
spicax et acutus (1); il Capsoni gli riconosce non poco merito 
nel raccogliere e nel vagliare le antiche testimonianze di storia 
ticinese (2). E se noi pensiamo alle difficoltà delle ricerche, 
air ambiente ristretto e un po' medievale in cui crebbe il Sacco, 
agli intenti polemici che vennero ad offuscare la purezza del rac- 
conto storico, noi potremo, se non ammirare, almeno stimare 
per quel che vale il suo libro. 

Del resto, quantunque i dieci libri ci appaiano puerilmente 
pensati e intessuti, specialmente se li confrontiamo colle pagine 
dei grandi storici che il Sacco ebbe contemporanei, a riscattare 
il De Italicarum rerum varietale et elegantia nella nostra 
estinzione basterebbe la sua fortuna. Il Capsoni ne annovera 
quattro edizioni : la prima uscì apitd Bartholum, 15G5; la seconda 
sempre presso il Bartoli nel 1587 a spese pubbliche (3), e questa 

(1) Mazzucchelli, Mediolanum secunda Roma. Calogeri, Vili, 431. 

(2) Capsoni, Op cit. voi. Il pag. XIII-XIV. 

(3) Insieme alla Storia del Sacco furon stampati a speso pubbliche, forse per 
la nostra contesa, il Santuario del Gualla e Liutprando Ticinese, cfr. G. Bossi 
Storia di Pavia a. a. 1580. (MS. della Bibl. Univ. Pavia); G. Vidari Frammenti 
Cronistorici delV Agro Ticinese 2. Ed. Ili, 30. — Dell' edizione di Liutprando il 
PoTTHAST (Bibl. histor. M. Arci 1, 742) non sa nulla: segno ch'essa non fu con- 
dotta a termina. 



— 165 — 

fu curata da Enrico Farnesi di Liegi nelle Fiandre, detto perciò 
Eburone; la terza edizione comparvo a Francoforte nel 1600 nella 
Italia Illusi rata di A. Scotto; la quarta nella parte seconda del 
terzo tomo del Thesaur. Antiquit. et Historiae Italiae del Grevio. 



* 
* * 



Dopo la penosa prigionia semestrale, il 24 Luglio 1568 mo- 
riva Don Carlos principe di Spagna, ed a Milano nell' Ottobre si 
ripeterono i soliti solenni uffici nel Duomo a suon di musica 
« tragica o vero funebre » e alla presenza di infinita folla di 
autorità. E come air Escuriale il corteo funebre era stato scom- 
pigliato da una lite di precedenza tra due personaggi, così vio- 
lenta che lo stesso Imperatore fu costretto ad intervenire (1), 
anche a Milano i funerali dell' infelice principe furono turbati 
dalle nostre contese. 

Rispuntava anche in questa occasione 1' eventualità di una 
nuova estrazione a sorte; ma sì Cremona come Pavia combatte- 
vano questa proposta, temendo l' esito di un simile giudizio. Cre- 
mona adduceva a suffragio del proprio diritto il « giuditio di- 
vino » che P aveva favorita nelle « ballotattioni » del 1554 a 
Bruxelles e del 1559 a Milano ed inviava presso il senato il No- 
bile Sforza Picenarcli « con gran numero di gente » piena 
d'intenzioni bellicose e turbolente. 

Il Presidente del Senato ne prendeva grande spavento e Ge- 
rolamo Beccaria si rifugiava dal Cardinale Borromeo, che con 
un sospiretto gli soffiava nelle orecchie: Fiet ius in armis (2). 

Pavia, che per tutto questo sentiva la propria causa assai male 
in gambe, sentì il dovere di presentare un lungo Memoriale 
a sostegno della sua dignità. Questo memoriale fu presentato 
F8 Ottobre 1568, e incomincia: 

(1) Captivité et mort de Don Carlos par. M. Gachakd Bullet. de VAcad. 
Royale de Bruxelles . Voi. VII. 

(2) Archivio del Museo di Pavia. P. 555. 



! 



— lGd — 

" Occorrendo che alla preseli tia di S. Ecc. e altrove nascesse alcuna 
n controversia overo occasione de dire summariamente alcune ragioni 
n evidenti per demostrar che la città de Pavia habbia il suo loco 
5i dopo Milano et preceda 1' altre città di questo Stato, per adesso si 
» potrà per brevità dedurre le raggioni infrascritte per essere tutte 
n più che notorie et che non hanno bisogno d' altre prove (1). » 

Queste evidenti « raggioni » sono undici e sono le solite che 
i Decurioni ci hanno travasato di allegazione in allegazione dal 
1549 in poi. Quanto all' estrazione a sorte sentiamo che cosa ci 
dice il Memoriale : 

u Se allegassero li Cremonesi esser stato dall'Ili. D. Ferrante 

55 Gonzaga allora di S. M. locotenente, fatto gettar la sorte con dadi 

r> chi doveva precedere acciò che poi alternamente una città et l'altra 

55 volta 1' altra preceda, si pò respondere che l' oratore di Pavia 

55 non accettò tal partito, né poteva con ragione accettarlo, non 

55 avendo lui né autorità né comissioni di esponere alla sorte de' dadi 

55 1' honore et dignità della sua città, et quando pur sia vero sia stata 

51 getata tal sorte, questo fu violenza che così volse far il predetto 

55 Ferrando di propria sua autorità et non con alcuna raggione né 

55 con saputa né con consenso di questa città di Pavia 55. 

Ma il Senato non badò al duplice giudizio divino invocato dai 
Cremonesi nò alle undici ragioni dei Pavesi e decise di cavare 
a sorte i nomi delle città, salvis, s' intende, partium iuribus 
clini in petitorio tum in possessòrio, e il 9 d' Ottobre il Viceré, 
il duca d'Abuquerque, ad Anselmo Tinti, che ancora strillava, or- 
dinò « che si faccia, come nelle esequie dell'Imperatore, cioè si 
cavino le sorti e che si eseguiscano per modo di provisionc e 
questo una volta tanto ». 

Il 12 Ottobre « commissis corani ipso Senatu in pileum 
no minibus ni riusque civitatis et a puero casu ibi reperto ex- 
tractis, /) ri, a a ni exiit nomea Cremonae » (2). 

ri; Archivio del M. di S. P. Pavia, Atti della Preced. ; Cfr. Pacco 555. 
(2) Archivio del Museo di S. P. Pavia — e concordemente Arisi, Prece- 
denza Cremona — Pavia, MS. Bibl. di Cremona. 



- 167 — 

I Pavesi pieni di sdegno, annunciarono che si sarebbero nuo- 
vamente astenuti dal corteo funebre; e allora il Senato ricon- 
fermando le proprie deliberazioni intimava eia 4 il decreto del 12 
Ottobre si eseguisse sotto pena di 500 scudi « a costo delli am- 
basciatori, che se se n' andranno e non si ritroveranno in osso e 
se non haverano beni di che pagarli, che stcssino prigioni sino 
che la Città li paghi e questo s' intenda senza prehidicio delle 
sue ragioni così nel possessorio come nel petitorio ». 

Non ci fu verso: i Pavesi persistevano nelle loro decisioni. 
E lo stesso 12 Ottobre, « Inter horam decimam tertiam et de- 
ci mani quartam », in casa del Presidente del Senato era chia- 
mato sotto pena dei cinquecento scudi 1' oratore di Pavia, Dome- 
nico Antonio Mario dei Cani. 

II Cani se la sbrigò affermando la controversia eccedere i 
limiti delle proprie mansioni e fece un lungo discorso « presen- 
tando i diritti di Pavia ». Compiutisi i funerali di Don Carlos colla 
solita assenza de' Pavesi, la controversia dormicchiò un poco, fino 
al Dicembre, in cui si celebrarono le esequie della Regina Isabella 
di Spagna. Ancora gli oratori Cremonesi, il Nob. Gaspare Osio 
ed Anselmo Tinti, tentarono di opporsi a nuove estrazioni a sorte 
cercando di mantenere il cerimoniale dell'Ottobre (1): ma lotta 
vera non ci fu. Il Senato quietamente, senza scomporsi, cambiò 
date e nomi al decreto del 12 Ottobre e lo ripresentò agli oratori. 

Di principi, grazia a Dio, ormai non ne morranno fino al 1581 ; 
e fino al 1581 di nuovo tutto è messo in tacere. Riecheggia di 
tratto in tratto tra le carte il suono delle vecchie contese ; sono 
ancora provvedimenti per 1' estinzione dei debiti, per la custodia 
delle carte e delle pergamene. Ma del resto tutto è assopito. 

E però del 1570 la « Istoria della antichità, nobiltà et delle 
cose notabili della Città di Pavia » di Stefano Breventano, com- 

(1) Si riferisce forse a queste contese lo scritto senza d. « Informatione per 
mostrare che la Città di Pavia non puole più rivocare in dubbioso stato la 
precedenza in cui si ritrova la città di Cremona, la quale, come ha preceduto 
nelli altri funerali, così dee precedere in questi » che V Arisi dice riferirsi ai 
funer. della Reg. Isabella, e che con qualche variante cita anche il Morbio, Stor. 
dei Municipi hai. IV - Pavia. 



- 108 - 

pinta, lo dico il titolo stosso, coir intento di magnificare i pregi 
storici di Pavia, intorno ai quali causa la precedenza, si spen- 
devano assai parole nel volgere di quegli anni. 

E che la Istoria del Breventano sia proprio nata per la con- 
tesa dei suoi coi Cremonesi, lo dice qualche accenno sparso per 
il libro, lo dice l'ultimo periodo, che ne è la conclusione : 

« In tutto questo picciol volume da me raccolto, nello studio 
eh' io ho fatto di diversi buoni autori antichi e moderni, si può 
agevolmente comprendere e confermare la città di Pavia e di 
nobiltà e di dignità e di religione quanto veramente sia antica, di 
quanti supremi gradi sia stata ornata e come sia stato manifesto 
esempio di Christiana e santa religione, laonde mima altra città 
d' Italia, fuor che Roma (con la quale sovente contrastò), può con 
verità a pena agguagliarla non che in verun modo precederla ». 

La Istoria del Breventano è divisa in quattro libri e riassume 
con assai meno divagazioni l'opera del Sacco; anche essa uscì 
dalle officine tipografiche di Gerolamo Bartoli nelle case di 
S. Pietro in Ciel d' Oro. Pochissimi cenni biografici del Breventano 
posso raccogliere dalla sua storia : nel 1500 era già fanciullo 
poiché ricorda d' aver veduto il bagno dei Duchi nel Giardino 
del Castello, bagno che andò distrutto quando fu fatto prigio- 
niero Ludovico il Moro (p. 12); suo nonno materno era Messer 
Cristoforo Reina detto Spinolo capitano del Parco sotto Francesco, 
Galeazzo e Ludovico Sforza (p. 12). Ebbe moglie fin dal 1545 
poiché ella in quest' anno entrava in S. Giovanni in Borgo e non 
ritraeva eia questa visita quei malanni che una paurosa leggenda 
voleva capitassero alle donne (p. 67). Egli conosceva, oltre il 
latino, il francese e lo spaglinolo, da cui stava compiendo delle 
traduzioni quando s' accinse a scrivere la sua Storia (prefaz. a 
Giuseppe Salimbcne). Il Breventano è homo novus in questa 
nostra controversia : mai nò ambasceria nò commissione l'ebbe 
nel suo seno; e si capisce. Egli non fu nò nobile nò giurecon- 
sulto; nipote di Ser Cristoforo Reina detto lo Spinolo capitano 
del Parco, egli non riuscì che v< un umile, ma venerando bidello 
dell' Accademia degli Affidati » (1). 

(1; Siro Comi, Ricerche Storielle siili' Accademia, degli Affidati; Cassoni 
op. cit. II, XV. 






— 169 - 

Filippo II seppellì tre mogli. Ai funerali della terza, Anna 
d'Austria, nel Settembre del 1581, gli oratori di Cremona e 
di Pavia trovarono modo di accapigliarsi, risuscitando le antiche 
gare di precedenza tra le loro città. Fino dal 21 Agosto a Cre- 
mona s' erano delegati per assistere alla funzione solenne Fran- 
cesco Tinti giureconsulto e Carlo Schinchinclli (1) con questo 
speciali istruzioni : « Se si propongha il remedio di gettare le 
sorti, come altre volte fu servato, facino li sig. Eletti ogni resi- 
stenza perchè non si venghi alle sorti » e qualora la sorte fosse 
contraria « facino come i Pavesi ai funerali nel 1568 ». 

Il 29 di Agosto si disponeva che i due oratori partissero 
« vestiti con veste lugubre » come la circostanza voleva. La 
mattina del 6 Settembre in veste lugubre vediamo lo Schinchi- 
nelli ed il Tinti presentarsi nelP anticamera del Viceré, trepi- 
danti tutti del destino loro riserbato nelle imminenti solennità (2). 
Pavia aveva deliberato di inviare a Milano Daniele P>eccaria ed 
il giureconsulto Gallina ; ma tra la folla degli invitati e degli 
oratori in veste bruna a lutto, che si stipava nelP anticamera del 
Viceré, essi soli mancavano. 

1 Cremonesi si sentiron sollevati e chiesero, come il solito, 
che « fusse omessa P estrazione della sorte, come più non ne- 
cessaria »; ma P 8 di Settembre, giorno delle esequie in Duomo, 
« il molto illustrissimo » Lonati, fiscale del governo, fece cavare 
le sorti. I Pavesi anche per quel giorno non si fecero vivi. 



Dal 1581 possiamo varcare i confini del secolo e portarci nel 
1621 prima che la gloria del Cielo riabbia un sovrano di Spagna 
e le nostre contese di precedenza riabbiano faville e fiamma 



(1) Arisi, Crem Lit. II, 350. 

(2) Arisi, Preced. Crem. e Pavia cap. II. 



— 170 - 

intorno alla bara di un re defunto (1). Morto il re Filippo III, 
il 7 Giugno 1621, dovevan rinnovarsi isoliti funerali nel Duomo 
di Milano: nelle anticamere, negli uffici, nei corridoi era un 
affannoso armeggiare degli oratori delle due parti, che si con- 
tendevano la dritta ed il passo nel corteo delle autorità. 

11 5 Giugno Orazio Provena, Segretario del Duca di Feria, 
aveva chiamalo Pavesi e Cremonesi dinanzi a sé. L'oratore Pa- 
vese gli aveva già presentato dal 20 Maggio il suo memoriale a 

(1) Episodi importanti non se ne ricordano più dal 1581 al 1621; ma la con- 
tesa vivacchiò ancora sebben tisicuzza. La commissione per la precedenza sedeva 
anche in questi anni e nel 1583 teneva un interessante carteggio con Aldo Ma- 
nuzio il giovane. Si legge nel Cod. 334 della Bibl. Univ. di Pavia (doc. 14) : 
« 5 Gennaio 1583. In un convocato de Sig. li Eletti dal Cons. Generale sopra 
« la pendenza tra la città e quella di Cremona per causa della precedenza, a ri- 
« chiesta del Sig. Aldo Manuzio nobile veneziano, scrittore di historie, perchè 
« si mandasse: 

Il disegno a penna della città di Pavia in forma piccola per metterlo in 
un libro con stampa di rame. 

Della statua di Regisole come sta, ma in forma picciola. 

Del Capo di Giasone I. C. 

Così dell' Alciato, 
» del Ripa, 
» del Curtio, 

» di Federico Barbarossa da capo a piedi con i colori, ma in forma pic- 
ciola. 

Così di Bernardino da Feltre come si potrà cavare. 

Così di M. er Francesco Petrarca con i colori, secondo V immagine sua che è 
nel Castello. 

Così della statua di Laccialcollo. 

La copia in scritto del libro del Taegio De obsidione Papiensi dell' anno 
1524-25. 

Et il disegno ancora della Torre di Boetio. 

Et copia di diversi capitoli che io ho in casa in un libro a penna, che sono 
in favore ed in honore della Città di Pavia. 

Il disegno della Darsena come stava avanti la rovina. 

« E stato ordinato il tutto a spese della città li sia somministrato. 

« In altro convocato del li 16 Gen. detto Anno per la spedizione d' un man- 
« dato di L. 00 in capo del Sig. Alfonso Beccaria per V esecuzione della sud- 
« detta ordinazione resta annotato al piede il pagamento fatto della detta 
« somma al sig. Guarnerio Beretta, che ha terminato li sopraenunziati disegni ». 









- 171 - 

stampa « supplicandolo a voler comandare che Y oratore di Pavia 
nell'occasione di questi funerali ed in ogni altra preceda tutti 
gli altri oratori, il elio spera »; al che Giov. Batt. Bonetti cremo- 
uesc aveva risposto: « Si supplica dunque V. E. ordinare che 
nell'occasione delli narrali funerali sia, conservata la città di 
Cremona nel suo possesso (lei luogo sopra Pavia, non permet- 
tendo ([nelle novità che senza fondamento si procurano (1) ». 

Fu inutile : per ordine del Duca di Feria furono tratte le 
sorti, e rimase soccombente Pavia. 

L' indomani dei funerali il Gran Maestro delle Cerimonie po- 
teva rilasciare ai Cremonesi questa curiosa dichiarazione : 

Faccio fede io, Pietro Giorgio Visconte, Maestro delle Cerimonie 
di S. E., come in occasione delli funerali fatti il dì 7 di questo mese 
alla M.ta del Re Filippo III, Hisp. niae Sig.^ ? i n Duomo di Milano, la 
città di Cremona hebbe il primo luogo doppo a quello di Milano e 
precede a quello di Pavia. Così nel metter le Statue al Cathafalcho, 
come fu ancliora ne' funerali de Ser. ma Regina Margher. d'Austria, 
come costa dalle mie scritture, come nel vedere delli ordini in Cancel- 
leria. Sopra detta precedenza fra d. ta città di Cremona fu tirata la 
sorte d'ordine di S. E., quale fu favorevole alla Città di Cremona e 
in fede mi sono sottoscritto. 
Questo dì 9 Giugno 1621. 

Io P. Giorgio Visconte, Maestro delle Ceremonie di S. E., affermo 
come sopra. 

(Segue l'autenticazione della firma) 

Nonostante questa chiara affermazione del Visconti, pare che 
nella relazione ufficiale dei funerali non si sia abbastanza insi- 
sistito sul punto della precedenza degli oratoli e delle statue di 
Cremona. 11 fatto è che il 18 Giugno 1' oratore di Cremona tro- 
vava modo di scaraventare addosso ai relatori e al Viceré una 
lettera a stampa in cui protestava per la « violazione di così 
notoria verità » e per 1' offesa ai « decoro pubblico della città di 
Cremona contro la santa mente di V. E. e il giusto giudicio di 
Dio, anteponendo Pavia in ordine a Cremona, dando alla statua 

(1) Arisi. Apologia prima, Capo XIX. 



- 172 - 

di questa epiteti disconvenevoli e levandoli V ornamento del corno 
copia e il Leone a piedi con quali fu sempre rappresentata ». 
Senza por tempo in mezzo il Viceré dichiarava: 

.... che 1' errore seguito nel libro dove sono descritti gli ap- 
parati funerali di Sua Maestà, non possa pregiudicare alla città di 
Cremona, la quale si doveva descrivere prima di quella di Pavia per 
essergli toccata la preced. nelle sorti gettate tra le dette due città 
per ordine di S. E. e che nelle copie dei libri che s' haveranno da 
ristampare si descriva il negotio per verità e s' aggiunghino le circo- 
stanze della statua come fu representata nel Duomo (1) ». 

La contesa riprendeva fuoco : il Senato fu di nuovo costretto 
ad intervenire. 

Il 24 Giugno gli oratori di Pavia e di Cremona erano invi- 
tati a dichiarare entro quattro giorni sopra quali Senatori cadesse 
la loro suspicione, affinché si potesse eleggere un relatore della 
causa imparziale e senza sospetti. 

L'invito suscitò tempeste e contrasti. Si presentarono memo- 
riali per escludere i Senatori Pavesi, e per escludere quelli di 
Cremona, e l' elezione dovette esser differita fino all' autunno. 
Alla fine fu eletto il Senatore Prinzivalle Monti. Il Monti, annun- 
ciando alle due città la sua nomina, ammoniva che « non oc- 
corrono più dispute, né scandali veruni » e dava venti giorni 
alla presentazione degli atti della causa (2). 



LE ORAZIONI DI CESARE CREMONINO E DI JACOPO ANTONIO MARTA 

A Cremona si pensava a trovare un degno successore di Ge- 
rolamo Vida nella difesa dei diritti cittadini ; e per mezzo di 
Giorgio Manara e dell'oratore Bonetti lo si andava cercando tra 
i dottori dello Studio di Padova. Su due professori specialmente 






(1) Arisi, Preced. Crem. a Pavia; Allegaz. a stampa. 

(2) Archivio del Museo di Pavia, Pacco 555. 






- 173 - 

posarono gli occhi i Decurioni di Cremona: su Iacopo Antonio Marta, 
che passava per il maggior avvocalo dei suoi tempi, o su Cesare 
Crémonino, il principe dei filosofi di allora, « philosophorum sua 
aetate maximus ». Il Manara parlò al .Maria e questi con quel- 
l'entusiasmo che distingue i meridionali, prontamente accettava 
l'incarico e scriveva il 7 Settembre 1621 ringraziando i signori 
deputati della Precedenza di Cremona (1). 

Iacopo Antonio Marta fu uomo strano « capriccioso, fiero, in- 
costante (2) » ; non volle mai prendere laurea regolare, ma esi- 
geva che ognuno lo dicesse e lo chiamasse Dottore. Ingegno fer- 
vido ed esuberante ottenne presto gran fama, sì che le Uni- 
versità se lo disputarono a lungo; fu a Roma alla Sapienza, a 
Pavia, e infine a Padova, dove dal 1611 al 1617 insegnò diritto 
canonico, e dal' 17 al' 23 diritto civile. . 

Era nativo di Napoli; morì a Padova nel 1623, lasciando molte 
opere assai pregiate; specialmente notevole il trattato « De Clau- 
sulis ». Sembra però che negli scritti egli abbia fermato il ca- 
rattere singolare del suo temperamento ; il Papadopoli lo dice 
« scriptor in iure eruditionis immensae sed et audax et sen- 
tentiarum suarum usque ad ìnfamiam tenax, lutulentae locu- 
tionis ac styli piane subrustici atque mendosi (3) ». 

Il 24 Settembre Brocarclo Persico e Oliviero Schinchinelli, de- 
putati particolarmente alla causa della precedenza, esprimevano i 
ringraziamenti della città al Marta, il quale « con abbondanza 
d'animo grandissima » aveva offerto T opera sua nella causa (4). 

E Pll Novembre il Marta recandosi allo Studio di Pavia 
per la prima lettura, si fermava a Cremona all' osteria del Cap- 
pello, e riceveva dal Cancelliere del Comune tutte le carte e le 
scritture che gli sarebbero abbisognate nella compilazione della 
sua difesa di Cremona. Tra queste in prima fila figura il libretto 
del Vescovo d'Alba. (5). 

(1) V. Appendice. 

(2) Tiraboschi. Storia della leti. it. Vili, Lib. II. cap. IV. 

(3) Papadopoli. Hist. Gymn. Patavini, II, p. 268; Il Facciolati {Fasti 
Gymnas. patav. Ili, 94) dice che mori nel 1621. 

(4) V. Appendice. 

(5) Arisi. Apol. I. capo XIX. 



— 174 - 

Al Cremonino intanto aveva parlato Alessandro Bonetti a 
nome anche della commissione della precedenza: e il Cremonino, 
eh' 4 si considerava oriundo Cremonese, a così dolci insistenze 
non seppe opporre un rifiuto. 

Cesare Cremonino nacque a Cento nel Ferrarese da famiglia, 
pare, originaria di Cremona, intorno al 1540. Spiegò per 17 anni 
Aristotele nell'Università di Padova, assicurandosi una fama che 
varcò i confini dell 1 Italia e dei suoi tempi. Nel 1591 egli, gran 
nemico dei Gesuiti, fece parte della commissione dei professori 
Padovani che andava a chiedere al governo della Serenissima la 
soppressione delle scuole della Compagnia di Gesù (1). 

Mori nel 1031 ucciso dalla peste, lasciando una grande quan- 
tità di libri e di scritti, che sono ancora un bel monumento di 
vasta dottrina e di altissimo intelletto (2). 

Ai « deputati per Cremona contro le pretensioni di Pavia » 
scrisse una prima lettera di ringraziamento il 2 Ottobre 1621; di 
Padova il 20 novembre cosi riscriveva ad Alessandro Bonetti 
accusando ricevuta delle scritture che gli avevano inviato i 
Cremonesi. 

MJo IU.tre e t Ecc.ssirdo SS mio ossJ' 10 

n Ho ricevuto le scritture mandatemi e, per lo poco tempo eli' hora 
51 posso havere rispetto all' occupazioni dello Studio, ho trascorso 
ti qualche cosa; credo che occorrerà qualche informazione intorno a 
» quello che dice il Salerno di quelle prime nominanze e di que'marmi, 
n ma se occorerà aviserò a suo tempo. Hora è necessario eh' io sia 
» tutto nello Studio; vedrò a questa prima vacanza. Mi pare ch'hora 
n s' insista solo nel possesso et a questo attenderemo. Mi perdonino 
» cotesti S. S. Ill. rni se loro non scrivo, che non v' è occasione di no- 
55 iarli con lettera. 11 tempo mi manca ; faccio loro riverenza e per 
51 quello ch'occorrerà scriverò sempre a V. S. che sarà il mezano 

(1) A. Favaro, Galileo Galilei e lo sludio di Padova, Firenze, 1883, I. 80 

(2) Sul Cremonino aveva preparato appunti l'Arisi — ma essi andaron bruciati 
nell' incendo di casa Arisi del 1717. V. però Crem. hit. Ili, 41 ; Papadopolì 
Hist. Gymn. /'>><'. Ili, XXVIII; (\. I 1 . Borsetti Historia almi fevrariensis Gym\ 
nasii i». 2"! ; F. I. Salomoni, Agri patavini Inscripliones p. 190,- Hoefer, Noti- 
vellebiogr. gènèr. citata, XII, 410 e segg. e tutte le opere, specialmente, filoso] 
figlie, acni il Hoefer rimanda; Favaro, op. cit, voi. II pp. 2 ( J e segg. 






— 175 — 

• por non multiplicar gli ufìci indarno. Farò quanto saprò e la causa 
» nti par buona sì che si può sperare esito felice Le bacio le inani. 
Di Padova il 26 Novembre 1621. 

Di V. S. !//.■"« et Ecc.™ Serv. aff t mo 
Cesare Oremonino (1) 

L'orazione del grande filosofo Padovano è intitolata Orai io 
habita super praecedentiam Cremonae urbi Ticinensi ed è 
conservata, secondo il Lancetti (2), in imo zibaldone di cose della 
precedenza di proprietà della famiglia Pallavicino : Fragmenta 
aliquot originalia III. et Rev. Episcopi Vidae in formatione 
Actionum ecc. ac nonnulla alia spectantia ad urbern Cremonae 
iiì causa praecedentiae cum Papia et praesertim oratio Cae- 
saris Cremonini viri clarissimi. 



Prinzi valle Monti aveva, durante questo tempo, continuato la 
discussione della causa ed invitato nuovamente le parti « ad 
probandum, deducendum et producendum quidquid volunt et 
intendimi in causa vertente ». 

1 Pavesi continuavano a prendersi a cuore la causa della 
loro città e ad attendervi con grande cura e diligenza; ma, 
poveretti, chi mai potevano opporre al geniale Dottore napole- 
tano e al più ingegnoso degli avversari di Galileo? 

Nel Settembre del 1622 i Deputati alla precedenza, eleggevano 
Avvocati della causa il giureconsulto Pietro Cantone ed il Nova- 
rese Giov. Batt. ("accia, abitanti in Milano, Flavio Torti, il Marchese 
Salerno, il Capitano Giovanni Durone Bott igeila, i quali dove- 
vano recarsi a Milano ad ogni chiamata dell' oratore (3). 

Formiche contro giganti. 

Gli armeggìi e gli apparecchi dei Cremonesi turbavano in- 
tanto, e si capisce, i sonni dei nostri oratori. Il 17 Settembre il 
Dottor Pietra è chiamato in gran fretta a Pavia perchè con altri 
avvocati si rechi a Milano a sventarvi le trame di Cremona (4). 

(1) Arisi. Apologia, I, capo XIX. 

(2) Sulla vita e sulle opere di M. G. Vida, p. 104. 

(3) In questi giorni le spese della causa della precedenza si ingoiavano 441 
lire ed 11 soldi, cui poco dopo s'aggiungevano 214 lire, 1 soldo e 6 denari. 

(4) Archivio del Museo di Pavia, Pacco 554. 



- 176 - 

Il 7 Ottobre comparve inanzi al Monti l'oratore di Cremona 
Bonetti : a lui seguì Carlo Antonio Maestri, il quale riprodu- 
cendo l'antica allegazione dell' 11 Febraìo 1549, chiese per lo 
solite ragioni storiche e giuridiche, e col solito formulario di 
frasi fatte, clic a Pavia fosse mantenuto il diritto di precedenza (1). 
La causa nel novembre si trascinava ancora ; si fece muovere 
lo stosso imperatore il quale personalmente ordinò ai due oratori 
di finirla una buona volta; ma quando era in giuoco Vhonore, era 
inutile anche la parola del Sovrano : gli oratori continuarono 
come e peggio "di prima. 

Male infatti s' apporrebbe chi col Lane-etti e con Giovanni 
Vi (lari (2) credesse sepolte per sempre queste noiose guerriglie 
municipali dopo il 1622. 

Erano bizze piccine di oratori : il gran pubblico, il buon po- 
polo d' Italia che si lasciava tosare e non strillava mai, se ne 
disinteressava del tutto; ma nelle città c'erano pur sempre ì 
pochi nobili, i giureconsulti e gli eruditi che se la prendevano 
a cuore. 

Non tutti gli eruditi : lo Spelta, per esempio, non cita mai 
questa nostra eterna contesa, e scrisse anzi dei versi per sedare 
questi futili malumori municipali. 

Scombiccherando nel 1604 un elogio di Iacopo Mainoldi Gal- 
larati (3), presidente del Senato e nipote di Partenia Gallarata, 
lo Spelta chiama oltre le Muse, anche Milano e Pavia a cantare 
le lodi di Cremona, madre del grande Mainoldi. Pavia si rivolge 
alla sorella Cremona (ricorda il lettore 1' antico « Quid certare 
juvat, geminaeque radiatae sorores ì ») et humanissime cum 
Cremona agit, enumerando gli eroi ed i poeti Cremonesi. Poi 
rivolgendosi al Mainoldi, Pavia canta : 

Odisti bella et rixas. Pater esque : quietis 
Gloria et haec de te fama superstes erit. 

Gaudete, Insubres ; tanto sub judice lites 
Cessabunt tristes , flebile dissidium. 

Urbs, o ter felix, felix generosa Cremona 

(1) E a stampa nel MS. 541 della Hibliot. Univ. di Pavia, e nel Pacco 555 
neir Archivio del Museo, in cui se ne trova anche una copia manoscritta. 

(2) Vidari. Frammenti cronistorici dell Agro Ticinese. (2. Ediz.) III. 22. 

(3) A. Al. Spelta, Elogium I. Mainoldi Gallarati (Ticinensia, voi. XII, n. \). 






— 177 - 

e più avanti : 

...Felices o nos (s. Papienses) igitur qui (anta Cremona 

Commoda suseipimus federa amici tiae. 
Tu Papiae, Mainolde, piae pia vota secundes, 

Quae te cura Patria tempus in orane colet ! 

Con buona pace di Antonio Maria Spelta di flebile dissidium 
e di tristes lites ne avremo per un pochette ancora. 

Nel Maggio del 1623 Pavia offriva la sua difesa ad un certo 
Dottor Negri ed al Dottor Berlingeri Provena; due Cameadi che 
dovevano fronteggiare Iacopo Antonio Marta e Cesare Cremonino. 
Il Negri ringraziando assicurava che avrebbe dato tutta la sua 
opera alla causa della patria « per cui con ambizione, soggiun- 
geva, spargerei tutto il sangue ». Ma il Monti, delegato alla 
causa, proprio ora che si attendeva la sentenza, moriva. Nuova- 
mente si richiede agli oratori quali Senatori vogliono escludere 
dalla causa, e i Pavesi s' affrettano a dichiarare di non diffidare 
di altri che dei Senatori di Cremona. 

In un altro atto, invocato V auspicio della Individua Trinità 
e della Deipara Vergine, i Pavesi chiedono si astengano dal voto 
i Senatori eli Cremona e di Pavia. Si discute, si armeggia ancora 
per qualche tempo, poi è eletto il Senatore Grassi; ma fatto 
il Grassi podestà di Cremona, gli si sostituiva Niccolò Leizaldo. 

11 Leizaldo si mise di gran lena all' opera e continuò la causa 
fino al 1624. In questo anno 1' oratore di Pavia informava che 
i Senatori più propensi alla parte di Pavia erano Corio, Visconti, 
Vignati, Pallavicino Laguna (l). 

Nel 1627 la lite non era sbollita; e siccome la sentenza del 
Senato non era ancora venuta, il Vicario di Provvigione, i conser- 
vatori del Patrimonio, gli aggiunti del Consiglio Generale della 
città di Milano proponevano un modus vivendi « fintanto che 
non segua la dichiarazione sopra la lite della precedenza quale 
i hora pende in Senato » ; chiamati i due oratori alla Congregazione 
i dello Stato, « si mettine ambidue li nomi in bussola ; et al primo 
che uscirà sia lecito eleggersi il luogo a suo gusto ». All' altro 

(1) Archivio del Museo di Pavia — Pacco 554. 



! 



- 178 

assegnerà il posto il Vicario dichiarando « in ampia forma che 
ambidue li luochi siano pari ». 

Nello scritturo e nella votazione quello che la sorto avrà fatte 
soccombente, avrà invece il primo posto. Nelle seguenti Congre- 
gazioni il luogo preminente toccherà alternativamente al vinto 
ed al vincitore di questo giudizio della sorte (1). 

Agli oratori questo modus ri rendi non andò "a genio, ed essi 
non ne vollero sapere. Perciò il ( .) Aprile Don Gonzalo Fernandez 
di Cordova, visto che non si poteva risolvere la causa in via 
pacifica, ordinava al Senato che si procedesse « in via di giu- 
stizia (1) ». 



Il G Ottobre 1644 morì la regina di Spagna, moglie di Fi- 
lippo IV, ed i funerali in Duomo diedero occasione al rifiorire 
della controversia. • 

Il 13 Dicembre 1' Imperatore stesso volle per mezzo del Vi- 
ceré avvisare gli oratori che « el 22 d' està se celebra los fu- 
nerales de la Reyna nuestra segnava, que sta en celo, enlo 
domo d* esa ciudad » e il 20 Dicembre si annunciava agli am- 
basciatori che chi di loro fosse mancato alla cerimonia, sarebbe 
stato multato di 500 scudi (2). Francesco Redenaschi, oratore di 
Cremona, senza por tempo in mezzo, il giorno dopo si recava 
dal Senatore Marc' Antonio Platoni a chiedere che Cremona fosse 
mantenuta in quella preminenza che la sorte le aveva concesso 
nel 1622. 

La sera del 21 si trovò pure in Cancelleria 1' oratore Pavese, 
e presentò una protesta in iscritto; ma già si ora deciso di ca- 
vale le sorti e Marcantonio Platoni « mescolati li boletini » ne 
cslrasse uno: Cremona, al solito, fu la favorita. Il 22 nel Duomo, 
parato a lutto e gremito di gran numero di magistrati, di fun- 
zionarli, di Senatori, di militari, entrarono gli oratori e le Stalin 4 

(1) Archivio del Musco di Pavia — Pacco 554. 

(2) Arisi. MS. Prcced. Cremona a Pavia, e. 21-2?. 



— 179 - 

di Cremona e si posero in prima Ala accanto al grande ca- 
tafalco (1). 

Due anni più tardi, nel Gennaio del 1647, noli 1 imminenza 
dei funerali di Filippo IV nel Duomo, a Milano, vediamo nuova- 
mente il Hedenaxchi e gli oratori Cremonesi e Pavesi intrigare 
ed accapigliarsi per questa sempre sognala precedenza nei cortei. 

Marc' Antonio Platoni, ormai pratico assai di queste cose, 
decreta il 10 Gennaio una nuova « estrazione di bollettini » ; il 
17 tra le proteste in coro degli oratori, Marc' Antonio, che ha 
una paura matta di nuovi scandali nel corteo in eimclo et in 
sedendo, butta all' aria i suoi cartoncini e ne dispiega uno : è 
ancora quello di Cremona (2). 

L' indomani avvennero colla usuale pompa le solite esequie 
in Duomo ; ed il buon Platoni tra le carte che gli uomini hanno 
gualcito e il tempo ha ingiallito, racconta a noi lontani posteri 
curiosi, come quel giorno il Redenaschi e il suo ambasciatore 
Cremonese si assisero nella prima banca vicino al Catafalco 
« a man dritta venendo giù dai primi scalini nanti all' altare » 
ed erano per il luogo eminenti. 

Venivano poi Carlo Rebona e Carlo Mezzabarba oratori di 
Pavia, e poi giù, giù gli oratori di Novara, gli ambasciatori di 
Como, di Vigevano e di tutte le terre del Ducato. Tortona sol- 
tanto mancò. 

Forte di questi continui ed insperati trionfi de' suoi Cremo- 
nesi, nel Dicembre del 1(353, il padre Ansaldo Cotta inaugurando 
gli studi nel Ginnasio Gesuita di S. Marcellino proclamava so- 
lennemente ai concittadini ed ai discepoli l' eccellenza di Cre- 
mona in ogni cosa e spezzava qualche lancia contro gli scrittori 
Pavesi (3). 

Le contese per tutta la seconda metà del XVII secolo si sus- 
seguono frequentemente. 

(1) Lo attesta in una sua dichiarazione del 5 Gennaio 1645 il Mastro delle 
Cerimonie Giuseppe Cicogna. 

(2) Arisi. Preced Cremona a Pavia — e. 26. 

(3) Omnia Cremonae stimma, Creino, lae apud lo. Petrum. de Zannis 1653. 



— 180 - 

Nel 1653, a Brescia, gli oratori si accapigliano per il bacia- 
mano alla Regina di Spagna : sempre per i ricevimenti alle 
udienze della Serenissima Regina li troviamo alle prese al Fi- 
nale nel 1666, e poi ancora nel 1667. 

Al giuramento di fedeltà a Carlo li le liti si rifanno più vive 
che mai ; e il procuratore del nuovo Re deve venire a Pavia a 
prender separatamente possesso della città e giuramento di os- 
sequio. 11 16 Marzo 1686 il Marchese Francesco Redenaschi si 
faceva mandare da Cremona « forse per motivo di qualche 
altra novità fi) » la lista di tutti i giudizii di Dio favorevoli alla 
sua città, e mostrava al Senato come essi dal 1559 al 1622 
fossero sei, ai funerali di mezza dozzina di Sacri Romani Impe- 
ratori ed Imperatrici. 

Ed a questo punto le scritture della controversia non si 
contano più. 

Il Canneti e l' Arisi incominciano a raccogliere i primi docu- 
menti su di essa, il Mazzucchelli sta preparando il Mediolanum 
secunda Roma ed il Pro Bernardino Corio Mediolanensi Ri- 
storico. Siro Giuseppe Castelli carmelitano scalzo abbozzava un 
"Prodromo Ticinese in 12 discorsi [2); nel 1699 usciva il Flavia 
Papia Sacra di Romualdo (Gtìisoni) da S. Maria, il quale alle 
notizie sui vescovi e sulle pie e religiose istituzioni di Pavia 
volle premettere alcuni versi di Pietro Ercole Belloi accademico 
Gelato, non tralasciando di chiosarli e di condirli con ingiurie 
ed invettive contro gli scrittori Cremonesi e specialmente contro 
il Vescovo d'Alba (p. 16-24). 






(1) Arisi. Apol. 1. eap. XIX. 

(2) Capsoni. op. cit. II,}). XIX. Il settimo di questi Discorsi era intitolato Apo- 
logia del legittimo regno dei Longobardi contro G. V. II G. V. probabilmente non 
è altri che Gerolamo Vida, il quale nella terza orazione contro i Pavesi disse 
i Re Longobardi illegittimi sovrani. Le carte del Castelli erano nel Monastero 
di S. Pietro in Gessate donde parte passarono a Pontida, parte andarono disperse. 

Ho visto ripetuto che anche il Ghilini, l'annalista Alessandrino, si occupò della 
controversia dichiarando nel terzo volume del suo Teatro d'anonimi letterati 
che Pavia ne rimase vincitrice. Ma il Ghilini non diede alle stampe che un solo 
volume del suo Teatro, al quale seguì poi un .secondo come continuazione. Di un 
terzo volume al tempo dell' Argelati non restavano che abbozzi e schizzi a \ e- 
nezia, presso Pietro Gradenigo. Cfr. Predari Bibliografìa Milanese p. 346; Mu- 
ratori, Epistolario. Ed. Cam pori, 1901. 1,281-5. 



- 181 - 

Né la contesa infiammò petti e cervelli solo tra lo munì di 
Pavia ed intorno al Torrazzo. Anche fuori se ne parlò, e se ne 
volle immischiare anche il grande Muratori. Ludovico Antonio 
Muratori ebbe tra i primi suoi corrispondenti ed amici il nostro 
Francesco Arisi ; e fu forse questi che gli accese in cuore un 
grande e vivissimo affetto per Cremona e per le cose Cremonesi. 

Così il Muratori all' Arisi scriveva fin dal Febbraio del 1696 : 
« Non occorre che si metta in difesa per la patria, poiché, per 
consenso d' un grand' autore, eh' è il p. Meldola, cotesta è l'Africa 
dell'Italia (1) ». 

E poco più tardi affermava di morir della voglia di « ricono- 
scere una città sì bella qual'è Cremona » (2). Quando, l'anno 
appresso, nel 1697, l'Arisi scese in campo contro Pavia, fu il 
Muratori che gli affilò le armi migliori, ed esaminò per lui le 
orazioni del Salerno alla biblioteca Ambrosiana di Milano (3). 11 
24 Luglio 1697 così scrive ai suoi amici di Cremona, all'Arisi, 
al Porri, ed al Gatti con grande scandalo del Yiclari : (4). 

« Io sapea qual nemistà e concorrenza di gloria passa fra codesta 
città e Pavia, ond'io, che per vostra cagione son mezzo Cremonese, 
ho preso la spada contro dei Pavesi, e mi credo d' aver provato che 
il lor vescovo sia stato anticamente suffraganeo di questa metropoli. 
Come potete immaginarvi, non è lor piaciuto il ballo, e si stimano 
ingiuriati eh' io abbia nominato quella città, con 1* autorità di S. En- 
nodio lor vescovo, angustia oppiai ticinensis, e parimenti quel vescovo 
episcopns vulgarìs ; onde vo tutto giorno ben guardingo per Milano 
con un materazzo su le spalle per difendermi da qualche grandine 
di bastonate in caso di bisogno. Potrebb' essere ancora che i Pavesi 
non reggessero a questo colpo, e che conducessero un' armata per 
vendicarsi di questo supposto affronto. Perciò pregovi instantemente 
a tener pronte le vostre legioni in diffesa mia e della nostra città: 



(1) Muratori, Epistolario. Ed. Campori, Modena 1901, 1. 136. 

(2) Ibidem, 1. 213. 

(3) Ibi. 1.226. 

(4) Giov. Vidari, Frammenti Cronistorici cit. III. 59-60. 



18: 



e se giunge mai nuova che qualche buon pavese abbia impreso la 
penna per farmi paura, preparate dei pomi che faran di bisogno (1). 

Povera vecchia Pavia ! Dopo le invettive del Vida, dopo « li 
undici giudittii divini >> e le « balottationi » invocate dai Cremo- 
nesi, non ci mancavano, ultimo scherno sanguinoso, che i pomi 
fradici di Ludovico Antonio Muratori ! 



Ai funerali dell' ultimo Asburgo di Spagna riebbe vita la se- 
colare contesa tra gli oratori delle due città; ma ormai l'indif- 
ferenza era generale e chi più prestava orecchio alle loro pro- 
teste ? 

Il 3 Novembre 1700 Giov. Antonio Serpenti Segretario del 
Senato invitava l'oratore di Cremona Camillo Agossi ad assistere 
alla nuova estrazione delle sorti nella Cancelleria Segreta insieme 
coli' oratore Pavese. I funerali avvennero il 28 Dicembre, e questa 
volta forse furon vittoriosi i Pavesi. 

I funerali passarono, ma specialmente tra i dotti e gli acca- 
demici la memoria di queste contese cittadine non si spense. 
Pochi mesi dopo, nel Luglio 1701, passava peregrino pede per 
Cremona quel cervello balzano di Pietro Ercole Belloi non più 
accademico Gelato, ma Infaticabile tra i Faticosi (2) e i Cremo- 



(1) Muratori. Epistolario, Modena, 1901, voi. 1.245. E il 7 Agosto 1697 ; 
il Muratori ritorna nuovamente alla carica: 

« Vi ringrazio (all' Arisi) poi delle truppe ausiliarie promessemi in occasione 
che i Pavesi tentassero contro di me alcuna impresa guerriera. Per quanto però 
veggio, essi si tireran la coda tra le gambe, e passerà loro la collera. A pro- 
posito di questo, ho osservato nelP Albicante, che descrive 1* entrata in Milano 
di Carlo V, che Cremona nelle iscrizioni pubbliche vien posta dopo Milano e 
avanti Pavia ». 

(2) Pietro Ercole Belloi compose quegli esametri sulla Storia o sulle cose 
Pavesi, che sono nel Flavia Papia Sacra di Padre Romualdo: di lui conosco 
anche un singolarissimo Exuvium leonis in quo lllustriss. et Reverendiss. D. Petri 
Bargeliui Patricii Bononiensis Thébarum Archiepiscopi, "pontificii nwper apud 
Cìiristianiss. llegem Nuncii, praecipua praelaturae munera ecc. ecc. descri- 



— 183 - 

nesi gli si fecero incontro chiedendogli il suo giudizio sulla 
strana controversia. 
Egli rispose (1) : 

Tantum Ticinum dìstabit ab Urbe Cremona 

Quantum Ticino distat ab amne Padus 

Cremona — peregrino pedo 

Quarto mense Quintili 

MDCCI. 

Mezzo secolo dopo, nel 1751, ai funerali di Elisabetta « Cri- 
stiana Madre di Sua Maestà » presero fuoco le antiche liti cit- 
tadine. Di nuovo per gli atrii e le sale silenziose dei Palazzi 
Pubblici si aggirò la Discordia: 



■r- 1 



Di citatorie piene e di libelli 
d'esamino e di carte di procure 
avea le mani e il seno, e gran fastelli 
di chiose, di consigli e di letture... 
Aveva dietro e dinanzi, e d' ambi i lati 
notaj, procuratori ed avvocati. 

{Ori. Far. XIV, 84). 

Il Governo agli oratori tutti affaccendati e scalmanati per 
questa lite ormai decrepita ripropose 1' estrazione a sorte ma 

bebat Petrus Hercules de Belloìs 1.^ V. D. Bononiensis, Ferrame, apud. J. 
Bulzonum Li liti na, 1673; Cfr. Muratori, Epist. 1. 223; II. 59!. 

(1) Cremona L'iterata, I. 337. L'Arisi cita questo epigramma polemizzando 
con Romualdo da S. Maria ed afferma che il Belloi volesse con questi versi 
proclamare la superiorità di Cremona. A pensarci un poco, mi pare che l'Arisi 
abbia visto troppo. 

Se Pavia dista tanto da Cremona quanto il Po dal Ticino, è ovvio che nel 
giudizio dell'Infaticabile tra i Faticosi, Pavia la vinceva su Cremona. Ma se si 
consideri che Pavia è sul Ticino, Cremona sul Po e che sarebbe assurdo che in 
questa equazione si volesse con Padus alludere a Pavia e con Amne Ticino a 
Cremona, parrà affermata la preminenza di Cremona. 

Probabimente si tratta di un giuoco di parole, di una sentenza a doppio senso, 
di un giudizio di Pilato, non il primo né 1' ultimo in questa curiosa contesa. 



- 184 — 

ossi facevano capire che, battuti in questo giudizio, si sareb- 
bero astenuti dalla cerimonia. Giuseppe Beccaria informava 
da Milano che « la mente di S. E. si e, che tirata che sia la 
sorte, debbano amendue li Sig. ri oratori di dette due città inter- 
venire col corpo della Rappresentazione dello Stato ad ambedue 
lo funzioni (1) », lo condoglianze al Governatore e l'ufficio 
divino in Duomo. Il 20 Gennaio Don Prospero Beccaria oratore 
Pavese era invitato in Cancelleria « per venire alla sorte ». 

Dopo il 1751 il silenzio ripiomba tra questi atti secolari, fino 
al 1785. 

Nel 1785, la bazzecola di duecento e trentasei anni dall' inizio 
della controversia, assistiamo nuovamente al rifiorire delle nostre 
querele. 

Dell'acqua n'è passata sotto i ponti ! Tutto intorno a noi è cam- 
biato. Non più gli oratori, i Mastri delle cerimonie, il Senato, il 
viceré, i Re Spagnuoli ; siamo in mezzo ad avvocati in spadino, 
a Sindaci, a Ministri e funzionari del nuovo governo, a Serenis- 
sime Altezze di Casa d'Austria; per l'aria s'addensano le nu- 
vole della prossima rivoluzione. 

Nel 1785 entrarono nella congregazione dello Stato i rappre- 
sentanti di Mantova; e in quest'occasione si rimestarono le an- 
tiche questioni del luogo e della dignità degli oratori. Ma il go- 
verno illuminato del Conte del Wilzeck aveva altro da fare 
adesso che badare a queste quisquiglie! Il Wilzeck tagliò corto ' 
ordinando « che senza pregiudicare ai dritti ed alle prerogative 
dei rispettivi pubblici » gli oratori dovessero sedere « in via di 
decananza da desumersi dal tempo, che coprono la carica » e 
che lo stesso si dovesse osservare anche per i Sindaci. 

I nostri cocciuti oratori scrollarono la parrucca ed il codino 
e continuarono da capo, cosichè nelP inverno elei 1792 noi li tro- 
viamo ancora alle prese per questa interminabile causa della 
precedenza. 

II 17 Febbraio Alessandro Schinchinelli primo assessore di 
Cremona ed il Marchese Giuseppe Rovelli, assessore di Como, 

(1) Archivio del Museo di F'avia, Pacco 554. 



- 185 

supplicano la Congregazione dello Sialo perchè voglia decidere 
dei diritti e dolio prerogative degli ambasciatori e dei funzionarti 
delle città dello Stato. Essi non pretendono già di vincerla sui 
Pavesi e sui Lodigiani; vorrebbero' soltanto che la Congregazione 
appigliandosi « a quel prudenziale partito il quale lasciando in- 
tatti i diritti di ciascuno Pubblico conservi la plausibile armonia 
e soddisfazione fra tutti », distribuisca i posti nelle sedute pub- 
bliche in ordine di decananza secondo il decreto del Wilzeck. 
In ordine di decananza, e non in ordine di nomina : perchè in 
tal modo la risoluzione della controversia di precedenza spette- 
rebbe indirettamente al governo, nel quale è la facoltà di nomi- 
nare i funzionari. 

La Congregazione dava copia della supplica agli assessori di 
Lodi e di Pavia e rimetteva la sentenza al Vicario di Provvi- 
gione di Milano, ed agli Assessori di Milano e di Casalmaggiore. 

Il tre Marzo 1' Assessore di Milano scriveva ai Pavesi comu- 
nicando il suo incarico, il quattordici li invitava a presentare le 
loro ragioni, i loro privilegi, e le loro allegazioni: tal quale come 
nel cinquecento. 

Ma la sentenza non fu data ; il turbine della rivoluzione che 
buttò all' aria parrucche, spadini, scettri, corone, travolse anche 
la nostra secolare contesa. 

Ezio Levi. 



- 186 



-^FIFIEIbTIDICE 



Al III»™ et Eccella S.w il Sig. 

D. Ferrando Gonzaga Gonfaloniere di S. ta Chiesa 

Cap. H0 Generale de S. M. in Italia 

Ill, m <> et EccellJ' 10 S. or Patron mio colendissimo, 

La città di Cremona mia patria suole avere alla fiata sin a tre 
Senatori del Stato di Milano, ora apena se ritrova cori uno e pur 
Pavia molto inferior città, qual soleva averne nissuno, de presenti 
hane dua. 

Nostri cittadini hano supplicato che, vacando ora in Senato uno 
luoco, sia dato ad uno de' nostri nominando anco la persona, qual'è 
M. Paulo Alia, gentilhom ben nato e dottore eccell. molto fidele con 
cinque altri suoi fratelli a S. M. tl ' 1 e di V. Eccell. S. ria , giovani tutti 
atti e dati alla militia, cap. ni , alfieri, locotenenti in diverse compa- 
gnie e di grado honorato. Questo medesimo dottore ad una altra va- 
cantia fu proposto dal Senato istesso a S. M. ta senza che lui lo sa- 
pesse. 

Quanto più posso lo raccomando alla Eccell. V. certificandola che < 
non potrebbe collocare quel grado in altro dottore de' nostri che più 
lo meritasse e di sufficienza e di bnontà et che la città l r avesse più 
accetto et la assicuro che in quello collegio avrà posto una pretiosa 
gemma, qual dal canto suo lo farà tutto risplendere. Son pur avisato 
dai miei d'Alba come fin al ultimo del passato mese il cap. 110 For- 
naro non haveva obedito alle seconde letere di V. Eccell. per le quali 
si commetteva che levasse dal Vesc. t0 mio quelli cavalli del Chia- 
chiaro. Non so più dire, eccetto che mi race. umilmente a V. Eccell., 
la qual dio conservi et prosperi. 

In Cremona stili VII di Xmbre MDLI. 
Di v. Eccell.- 1 

Servidor obligatiss." 
Ir> Vesc. d'Alba 

Cr'r. p. 15. Traggo questa lettera dall' Archivio di Stato di Milano (Auto- 
grafi. Cart. XLIII), e la riporto qui, per comodità del lettore, quantunque essa 



- 187 - 

sia già stata edita dal Gabotto (Cinque lettere di Marco Gerolamo Vida, Pi- 
nerolo, 1890, l'or nozze Cipolla-Vittone, lett. III. p. 13-14). In questa come 
Della seguente il Gabotto dice « si risento lo sdegno Cremonese contro Pavia 
e si riconosce Fautore delle famose Oraliones in causa principati! s ». 

Il Gabotto, quando gii furon comunicate queste lettere dell' Archivio di Mi- 
lano, assai giustamente suppose che altre reliquie dell' epistolario del vescovo 
(Y Alba, in Alba stessa potessero rinvenirsi. Ma le sue ricerche rimasero in- 
fruttuose. 

Altre lettere che le sue cinque ci sono infatti, ma non ad Alba, bensì nello 
stesso Archivio di Milano (Autografi — Vescovi d'Alba — Armadio 7, sala di 
studio). 



III.»"* et Ecc.™ S.or Patron mio oss. m <> 

L'amore ch'io porto alla patria mia mi farà forse parere inopor- 
tuno alla Ex. V. alla quale sono costretto raccomandare di novo l'ho- 
nor suo in la elettione del novo Senatore che de presenti se ha da 
fare. Li supp. co che voglia tener conto in tal negotio di tanto hono- 
rata città e farli favore che appresso ' S. M. ta ottenga il luoco il 
Mag. co M. Paulo Alia di Cremona, qual' è stato nominato dal Senato 
insieme con duoi altri dottori Milanesi, con ciò sia che Milano ne 
abbia in quel collegio più di parte, e Cremona, qual vi ne soleva 
aver tre, ora non ne ha più che uno. Consequendo tal suo desi- 
derio questa città per il favore di Quella, sempre meco li resterà 
obligatissima, et avrà onorato un gentiluomo del qual mai si pen- 
tirà, essendo eccellente in la sua professione e digniss. 1110 di tal grado 
et de più con tutti suoi fratelli affettionitiss. 1110 alla Exc. V. In la 
cui buona grada quanto più posso mi race. Iddio conservi S. Ecc. ma 
persona e li dia tutta quella prosperità che essa desidera. 

In Cremona alli XXVIII di Decembre MDLII. 
Di V. Ex. 

Servidor oblìgatiss. m0 
Il Vescovo d' Alba 

Cfr. sempre p. 15. È pure tratta dall'Archivio di Milano ed edita dal Ga- 
jotto nel citato opuscolo (lett. IV — p. 15). A proposito della data di essa il 
jabotto osserva : « 1552 ma realmente 1551, come appare dal contesto. La data 
552 proviene dal fatto che usavasi spesso cominciar l'anno al 25 Dicembre ». 



— 188 — 
A tergo sulla coperta in mezzo foglio : 

Alti III.** SigS* miei Sig:" Oss»" 
li Sig. ri Debilitati per la precedenza di Cremona 

IllJri Sig. ri miei Sìgf* oss. mi 

Io non potevo incontrare negozio di maggior gusto in questo tempo 
che servir 1' Ill. ma Città di Cremona et essere stimato abile col mio 
studio da loro S. S. -Ill. me a questo servizio, come mi ha scritto il 
mio car. mo Sig. r Giorgio Manara, del che li rendo infinite gratie e 
ne li resto obligatiss. perchè 1' honore che mi fanno eccede il mio 
merito. Mi proverò di adoprarmi che 1' openione eh' hanno di me non 
resti defraudata per poche fatiche, supplicandoli ad assicurarsi della 
volontà mia che io ho per esequire quanto mi comanderanno e 
sempre preponerò questo servitio a qualsivoglia mio interesse. 

Fratanto prego N. S. Dio che ne concedi soltanto di soddisfare 
a tanti Sig. ri et a loro conceda la desiderata vittoria della causa, 

Alli quali divotiss. te bagio le mani. 

Di Padova a di 4 di Settembre 1621. 



Di VV. SS. IU. me devotissimo servitore 
Il Dottor Marta 






Cfr. p. 58. Questa lettera non ho potuto leggere nell' originale, ma traggo 
dall' Arisi (Apologia di Marco Girol. Vida, 1. capo XIX, MS. Aa. 3. 25. della 
Bibl. Civica di Cremona). 



Al Sig. Doti. Marta 

M. Ill.tre et Ecc. mo Sig. Oss.™o 

Mentre che aspettavamo con desiderio qualsivoglia significatione 
della volontà sua all' invito che in nome nostro le aveva fatto il Sig. 
Giorgio Manara, ha V. S. con abbondanza d' animo grandissima, e con 
lettera cortesissima offertoci 1' opera e la difesa sua nella causa che 
si tratta. Era la corispondenza della volontà da noi desideratissima 



- 189 — 

e la liberalità dell'animo e dell'offerta gratissima ; quanto più colla 
mode ratio ne dell" animo deprima se medesima, tanto più si certifi- 
chiamo di quello che possiamo sperare dalla forza del suo ingegno 
e de' studi suoi, di cui n' ha la fama molto prima di addesso certi- 
ficato il mondo. Accettiamo il favore e la protetione che ci offerisce ; 
a suo tempo le manderemo gli opportuni ricapiti e l'assicuriamo che 
e noi e questa città tutta se ne starà con obligatione corrispondente 
al valor suo, alla cortesia con che ci offerisce, alla gravità della 
causa che si tratta, che è causa di honore, non di un uomo solo, o 
d'una sola famiglia, ma di una città intiera, e di città che di nessuna 
cosa più si pregia né altra cosa stima che 1' honore. 

Nostro Signore conservi V. S. alla quale affettuosamente baciamo 
le mani. 

Cremona 24 Settembre 1621. 

Br< cardo Persico 
Oliviero Schinchinelli 

Cfr. p. 173. Sempre dall'Ansi, Apol. 1. capo XIX. La riporto qui come saggio 
di lettera ufficiale dei nostri Deputati alla precedenza nel seicento. Essa forse 
non é migliore, ma certamenta per stile e per lingua non è peggiore delle mo- 
derne lettere d' ufficio. 



Mag. ci et prestantes trivi. 

Si civitas nostra perseveraverit more suo, onerando oratorem supra 
vires suas, sequitur aliquod detrimentum Civitati in controversiis 
eius, quia, cura sit solus, non poterit sustinere diversa pondera uno 
et eodein tempore et sine ordine eius servicj imposita. Iuxta vulgatum 
Carmen 

Pluribus intentus minor est ad singula sensus, 

occupatus circa plura distrahétur animo, ut minus sit idoneus ad 
singula; ergo si Civitas more suo (ut dixi et repeto) noluerit subvenire 
necessitati suae in tot causarum motibus collegam addendo prò con- 
troversia quote ; ipsi civitati erit imputandum si detrimentum con- 
tingerit, quod sit dictum a me humiliter- et non ambitiose, et insi- 
stendo renunciationi facte. Nec sufficiet etiam collegam erigere, nisi 

12 



— 190 - 

eligatur vir peritus in iure, et subministrentur impendia litis et scrip- 
turarum extrahendarum; ad quse impendia snbministranda, cura sup- 
plitili t ad versarli opportune et copiose, ut orator monet, turpe est 
civitatem moram facere, expectando calcaria, ut facit, in re magni 
momenti et alicuius dubitationis, ut patet tum ex litteris oratoria 
auxilium implorali tis, quum ex eventu rei judicatae adversus Cre- 
monam et Laudem prò Comitatibus. 

Sed quoniam veretur orator ne idem contingat nostre civitati, 
quod Cremonae et Laudi, respondeo : Vigilantibus jura subveniunt. 
Si ergo civitas nostra resipuerit, inveniet se habere jura longe potiora 
quam fuerint jura Cremonae, quae a me non sunt recensenda, cum 
sim functus annuo labore ; consulat civitas suos stipendiarios. Et 
querat dissimilitudines facti, juris et temporis et opponat oppo- 
nenda quam primum. 

Bernardus Saccus 
obseqaentissìmus. 

Cfr. p. 160. Dal l' Archivio del Museo di S. P. di Pavia, Pacco 555. È 
senza data né indirizzo. Però la « controversia quote » mi lascia suppore che 
siano qui accennate le contese delle città lombarde nel 1549, per V Estimo. 

Sono consigli che Bernardo Sacco dea al Consiglio Generale perchè non so- 
vracarichi di negozi] V oratore a Milano, lo paghi meglio, e gli dia un coadiu- 
tore negli affari più importanti. Pare che il Sacco sia stato oratore, ed abbia 
poi rinunciato alla carica. « Et insistendo renunciationi facte a me », dice in 
questa lettera; e più sotto « que a me non sunt recensenda cum sim functus 
annuo labore ». Il Terenzio, biografo del Sacco (Vita di Bernardo Sacco Pa- 
vese) non ci soccorre d* 1 alcuna notizia in proposito. 



GLI EBREI A PAVIA 



CONTRIBUTO ALLA STORIA DELL'EBRAISMO NEL DUCATO Di MILANO 



(i) 



CAPITOLO I. 
Gli Ebrei a Pavia nel secolo XV. 

Non è molto quanto sappiamo dell' atteggiamento dei Duchi 
di Milano verso gli ebrei abitanti nel loro dominio, ma è pur 
sufflcente perchè si possa venire a qualche conclusione (2). 

Le prime concessioni fatte agli ebrei — dopo che furono 
cacciati da Milano nel 1225 (3) — sono assai probabilmente certi 

(1) Non mancano, anzi sono abbastanza numerosi i lavori parziali che illu- 
strano le condizioni e le vicende degli ebrei nelle varie regioni d" Italia nel 
medio evo e nell'età moderna e si può dire che ogni regione, sotto questo rispetto, 
é stata studiata, ad eccezione però della Lombardia o, per essere più esatti, di 
quella parte di essa che costituiva il ducato di Milano. Eppure nel ducato Mi- 
lanese ci furono ebrei in numero non indifferente ed ebbero una importanza 
non trascurabile, cosi che uno studio intorno ad essi non si può dire inutile. 
— Ora a questo studio il presente lavoro vorrebbe essere, sia pure in piccola 
parte, un contributo. Nel comporre il quale, tranne che per un articolo di 
Emilio Motta e per pochi documenti pubblicati, mi sono valso esclusivamente 
di ricerche personali fatte nell'Archivio Notarile ed in quello del Museo di 
Storia Patria di Pavia. 

Nel licenziare poi il presente lavoro soddisfo con piacere ad un profondo 
bisogno dell' animo, attestando la mia intensa gratitudine al mio Maestro, 
il prof. Giacinto Romano ; così pure ringrazio vivamente 1' egregio prof. Ro- 
dolfo Majocchi che mi fu prezioso aiuto nella fatica delle ricerche. 

(2) Per meglio comprendere la condizione degli ebrei in Pavia nel secolo XV 
•redo opportuno premettere quanto si sa circa V atteggiamento dei Visconti e 
iegli Sforza verso gli ebrei abitanti nel ducato di Milano. 

(3) v. Friedr. Raumer, Geschichte der Hohehstaufen und ihrer Zeìt. voi. V. 
)ag. 361. 



- 192 — 

capitoli accordati dal Conte di Virtù il 5 Novembre 1387. In 
questi capitoli si concedeva a due fratelli Menelmo Isach e Gu- 
glielmo e ad un altro Isach, insieme ad alcuni altri ebrei, facoltà 
di abitare nel ducato a condizioni veramente liberali. Ed in- 
vero questi ebrei venivano dichiarati sotto la protezione del duca 
che assicurava la loro incolumità e prometteva di proteggerli 
da ogni offesa. Con tali assicurazioni potevano valersi dei ca- 
pitoli loro concessi, potevano comperare, vendere, trafficare 
nella stessa guisa degli altri cittadini e prestare denaro alla 
condizione che meglio loro piacesse, senza cioè che norme spe- 
ciali stabilissero l' interesse massimo legale. Avevano propri 
cimiteri e proprie sinagoghe e non dovevano essere molestati 
neir esercizio del loro culto ; quando prestavano giuramento giu- 
ravano sul testo mosaico. Erano poi esenti da gravezze reali, 
personali e miste, eccettuati i dazi e le gabelle, ed erano soggetti 
alle medesime leggi giudiziarie che valevano per gli altri citta- 
dini; anzi a questo riguardo è notevole il fatto che i podestà 
non potevano — se non in caso di flagranza — procedere contro 
gli ebrei, senza aver prima informato il duca delle accuse mosse 
e senza aver da lui ottenuto una speciale autorizzazione a pro- 
cedere. 

Per quanto riguardava la conversione al cattolicismo, i fan- 
ciulli ebrei di età inferiore ai tredici anni non potevano rice- 
vere il battesimo senza consenso dei genitori. Quando qualche 
ebreo lasciava il ducato era provvisto di una scorta e di un 
salvacondotto (1). 

Simili privilegi abbastanza umani, libéralissimi poi se pensiamo 
alle tristi condizioni degli ebrei in altri luoghi, vennero via via 
confermati ogni volta che qualche ebreo si stabiliva nel ducato 
milanese, poiché ivi gli ebrei, assai scarsi da principio, diven- 
gono a poco a poco relativamente numerosi nella seconda metà 
del quattrocento. 



(1) v. Luigi Osio. Documenti diplomatici tratti dagli archivi milanesi. 
Milano 1864, pag. 259-60, e Giuseppe Kezasco Del segno degli Ebrei in Gior- 
nale Ligustico voi. XVI, fase. 1° e 2°, 1889. pag. 47. 



— 193 — 

Però non è a credere che i ducili di Milano concedessero e 
confermassero tali privilegi perchè animati da puri sentimenti 
liberali e di tolleranza; essi a questo contegno erano indotti da 
ingioili ben diverse, e sopratutto perchè gli ebrei, per la mag- 
gior parte proprietari di banchi, prestando il loro denaro (sia 
pure ad interessi, che oggi coi nostri criteri giudicheremmo 
enormi) si rendevano utilissimi ai privati ed alle comunità ed 
allo stato, anzi necessari, poiché attivo era il movimento indu- 
striale e commerciale in Milano già a quel tempo in cui, per con- 
verso, grande era la penuria del capitale mobile (1). 

E di quei privilegi infatti i duchi di Milano si facevano rimu- 
nerare, non solo ricorrendo pei loro bisogni privati e per quelli 
dello stato, alle casse degli ebrei ma sottoponendo questi al paga- 
mento di un annuo censo che andò sempre crescendo, certo 
oltre che per l'avidità del fisco, anche perchè nuovi ebrei venivano 
a porre lor sede nel ducato. 

Nel 1456 Francesco Sforza chiedeva al papa facoltà di tolle- 
rare nel suo dominio gli ebrei e di ricevere da questi un 
annuo tributo quale compenso alla protezione loro accordata ; ed 
il papa acconsentiva, ma a condizione che il duca nei suoi rap- 
porti cogli ebrei, osservasse le norme che a questo riguardo sta- 
biliva il diritto canonico [2). E sappiamo che i privilegi concessi 

(1) « Ma è pur facile spiegare che a concedere privilegi e larghezze agli 
ebrei i Visconti e gli Sforza non erano indotti tanto dal sentimento di fratel- 
lanza cristiana, quanto dalla necessità in cui troppo spesso versavano di dover 
giovarsi d-ir usura ebraica a tacitare i vistosi loro debiti e dall' abilità dei me- 
desimi Israeliti ad accaparrarsi preziose pietre e gomme... La legislazione 
lombarda modellava la sua tolleranza sul quantitativo più o meno lucroso che 
potevano offrire gli Ebrei sparsi nell' alta Italia ». Emilio Motta. Ebrei in 
Como ed in altre città del ducato di Milano, Como 1885 pag. 9. — « Pare 
che gli Ebrei fossero utili ai principi, dannosi ed esosi ai popoli, poiché si 
blandirono sempre dai duchi di Milano con privilegi e franchigie che erano 
confermate di dieci in dieci anni. Francesco Sforza nel 1456 li prese sotto la sua 
protezione e difesa per la fede, prontezza e liberalità nel soccorrere i suoi bi- 
sogni e dello stato, per gratitudine de' servigi prestati e speranza di mag- 
giori ». F. Robolotti. Storia di Cremona in Grande illustrazione del Lom- 
bardo-Veneto di Cesare Cantù. voi. V° pag. 695. 

(2) Da un documento pubblicato da Carlo Canetta in Spigolature d'Ar- 
chivio; v. Archivio Storico Lombardo, A. 1881, voi. Vili, pag. 629 e seg. 



194 



agli ebrei furono por dieci anni confermati da Francesco Sforza 
il 15 settembre 1465 e da Galeazzo Maria il 3 giugno 1466 e 
di nuovo per altri dieci anni il 20 settembre 1473; altre con- 
ferme poi sono del 1 febbraio 1480 e del 4 marzo 1481. — Il 
tributo annuo, che gli ebrei abitanti nel ducato pagavano per i 
privilegi loro concessi, fu nel 1463 di tremila lire imperiali, di 
so i mila poi ancora vivente Francesco Sforza, di settemila quando 
fu creata l'imposta dell' inquinto (1) e più tardi tale censo salì 
a ventimila lire (2). 

Le disposizioni di carattere restrittivo contro gli ebrei nel du- 
cato milanese, più che a spirito di persecuzione appaiono infor- 
mate air intento di impedire — per quanto era possibile — ogni 
contatto morale coi cristiani. 

Così gli ebrei non possono tenere alla loro dipendenza né 
servire i cristiani, con questi non possono né abitare, né con- 
versare — né bagnarsi nello stesso bagno ! — ; i loro medici non 
possono curare ammalati cristiani. Oltre di che, fra gli appar- 
tenenti alle due diverse religioni è proibito il matrimonio, ogni 
commercio fra un ebreo ed una donna cristiana è punito con 
pene rese sempre più gravi. Cosi un decreto ducale del 20 agosto 
1439 comminava agli ebrei « committentes adulterium cum Chri- 
stiana » la pena di cento lire imperiali, oppure nel caso che fos- 
sero insolubili dopo otto giorni, quattro mesi di carcere; ma poi 
(|ii< i sta disposizione, forse perché troppo mite, veniva abrogata e 
nel 1470 si sostituiva per quel reato niente di meno che la pena di 
morte ; la quale pena, sappiamo, fu qualche volta eseguita. (3) 
Altra restrizione, cui è bene accennare, è quella colla quale si 
proibiva ai macellai di vendere agli ebrei animali fatti morire 
con effusione di sangue e chi contravveniva a questa proibizione 
era punito colla multa di lire dieci (4). 

(1) v. Ghinzoni. Archivio Storico Lombardo a. 1884 voi. XI, pag. 499. 

(2) v. Motta op. cit. 

(3) Infatti il Motta in documenti dell'Archivio di Stato di Milano ha tro- 
vato clic pei- simile accusa fu decapitato nel 1480 un ebreo di Parma. — Una 
copia del decreto ducale 20 agosto 1439 si trova in Pacco Ebrei del Museo 
civico Pavese. 

(4) v. « Registrum litterarum ducalium » 15 febbraio 1481 in Arch. del 
Museo civico Pavese. 






195 — 

È poi da notare che l'obbligo, che generalmente si faceva 
agli ebrei di portare un segno distintivo sulle vesti (obbligo san- 
cito per la prima volta da Innocenzo III nel 1215 e poi divenuto 
legge canonica generale nel quarto concilio lateranense) mentre 
nel secolo XIY e nella prima metà del sec. XV fu introdotto in 
molte regioni, rimase assai a lungo senza esecuzione nel ducato 
milanese. Possiamo anzi dire che una grida (1) su questa ma- 
teria di Galeazzo Maria Sforza, in data del 27 agosto 1473, com- 
minante ai contravventori la pena di quattro tratti di corda e di 
mille ducati d' oro a favore della camera ducale, non fu quasi 
certamente mai preceduta da altri simili ordini e ciò è facile 
argomentare e dalla grida stessa e dal fatto che nel 1452 il duca 
scriveva al podestà di Pavia in difesa di un ebreo ivi residente, 
che si voleva costringere a portare quel distintivo d'infamia (2). 

Ed invero in questa lettera ducale del 1452 si parla della 
istituzione del segno infamante, come di cosa affatto estranea; 
e d ? altra parte non possiamo supporre che, sebbene ai singoli 
ebrei si accordassero capitoli speciali che presentano il carattere 
di un vero e proprio contratto, certe concessioni — come quella 
di non portare simile distintivo — si facessero solo ad alcuni 
ebrei e non ad altri. 

Abbiamo da principio accennato come dal Conte di Virtù si 
concedesse agli ebrei eli prestare per qualsiasi interesse. Si- 
mile disposizione non durò sempre nel ducato ; anzi è probabile 
che poco dopo si stabilisse anche per gli ebrei un limite legale 
all' interesse {3 ] . Sappiamo invece con certezza che più tardi 
P interesse legale era determinato ; così nei capitoli concessi a 

CI) v. Carlo Morbio, Codice Visconteo- Sforzesco, pag. 418-9 del voi. VI 
delle Storie dei Municipi Italiani, Milano 1846. 

(2) v. pag. 200. — Certi capitoli concessi ad alcuni ebrei di Vigevano 
nel 1435 non fanno loro obbligo di portare il distintivo, v. Fossati. Gli Ebrei 
a Vigevano nel secolo XV \x\ Archivio Storico Lombardo 1903. pag. 200. 

(3) « Il 3 novembre 1390 Gian Galeazzo Visconti decretò pei mutuanti 
l'interesse del dieci per cento.... » v. Carlo Magenta. / Visconti e gli Sforza 
voi. I. pag. 274. — Il 30 aprile 1483 Giovanni Galeazzo Sforza revocava i privi- 
legi concessi agli usurai « cioè de potere prestare, che fossero atenuti denun- 
ciare li pegni, che potessero prestare suxo qualunqui pegni, che si credesse ai 



— 106 — 

certi ebrei «li Como dal duca nel 1435 è permesso di prestare col- 
l'interesse di denari sei per ogni libra al mese; (lì questo in- 
teresse poi nel 1472 fu alleggerito a nove soldi imperiali per 
fiorino. — Un ordine ducale del 20 settembre 1443 modificava 
i privilegi concessi agli ebrei del ducato per ciò che si riferiva 
all' interesse, affinchè fossero conformi alle disposizioni del di- 
ritto canonico (2). Ma simili notizie sono troppo scarse, perchè 
si possa a questo riguardo trarre qualche conclusione. 

I duchi di Milano però, in mezzo alle loro restrizioni, ci of- 
frono nei loro rapporti cogli ebrei qualche esempio di tolleranza ; 
nonché di vera liberalità; cosi sappiamo che alla corte milanese 
nella seconda meta del secolo XV vi erano medici ebrei (3) e 
ciò nonostante la recisa proibizione fatta ai cristiani dal diritto 
canonico. 

Cosi Lodovico il Moro concesse a Salomone ebreo dottore di 
medicina di abitare nel castello di Pavia, per tradurre in latino 
con suo agio alcuni libri ebraici, desiderando di giovare agli 
studi teologici e filosofici (4) e prima aveva istituito presso l'Uni- 
versità una cattedra di lingua ebraica affidandola a Benedetto 
Ispano ebreo, poi divenuto cristiano (5). 

Anche per queste poche notizie crediamo di non errare affer- 



loro libri.... » v. M. Formentini. Il ducato di Milano, 1877, pag. 199-200. — 
Questa disposizione dovrebbe valere anche nei riguardi degli ebrei ; è però da 
notare che gli ebrei erano obbligati all'osservanza di quanto si diceva nei ca- 
pitoli ad essi concessi e non pare avessero altri obblighi. 

(1) v. Motta, op. ci t. — e Rezasco, op. cit. Il Rezasco dice anche che 
a Como gli ebrei avevano diritto di possedere beni stabili ; ma non indica da 
dove abbia desunta questa notizia; del resto circa il diritto di proprietà im- 
mobiliare concèsso agli ebrei non abbiamo nessuno altro cenno. 

(2) v. lettera ducale del 20 settembre 1443 in Pacco Ebrei dell' Archivio 
del M. C. di Pavia. 

(3) E Motta. Oculisti, dentisti e medici ebrei nella. 2* metà del secolo XV 
in Annali universitari di medicina del prof. Corradi, 1887, pag, 326. 

(4) v. Magenta, op. cit. pag. 577; ivi, in nota, di questa concessione è 
riferito V ordine del Moro al castellano. 

.)) v. Magenta, op. cit. pag. 578; tale insegnamento tu abolito nel 1491 
per il poco frutto che recava e fu ripristinato nel 1521. 



— 197 - 

mando che la politica dei Visconti e degli Sforza verso gli ebrei 
fu relativamente tollerante e liberale e crediamo che questo giu- 
dizio saia meglio giustificato da quanto verremo in appresso 
dicendo. 



Se vogliamo prestare fede alla testimonianza dell' Anonimo 
Ticinese dall'anno 836 fino al tempo in cui egli scrive, fino cioè al 
1330 circa, in Pavia non ci furono ebrei (1). E non ci furono — 
possiamo con quasi certezza aggiungere — fino al 1389, anno 
nel quale i documenti menzionano per la prima volta un ebreo 
di nome Isacco. La permanenza di questo ebreo in Pavia fu au- 
torizzata dal Conte di Virtù con lettera dell' 11 giugno 1389, ma 
dovette presso i pavesi o presso i loro rappresentanti incontrare 
qualche opposizione ; ciò almeno è lecito desumere da alcune 

(1) « Ecclesia sancte Marie veteris.. In qua iacet corpus sancte Honorate 
virginis sororis beati Epyphanij episcopis papiensis. In cuius virginis transla- 
tione inter alia miracula universi Judei qui illic morabantur conversi ad Chri- 
stum et baptizati statim migraverunt ad Dorainum. Et ex hinc nulli fuerunt 
in ci vitate Judei ». v. De laudibus civitatis Ticinensis a cura di R. Maiocchi 
e F. Quintavalle in Rerum Italicarum Scriptores di L. A. Muratori, nuova 
ediz. di G. Carducci e V. Fiorini, tomo XI, parte I, pag. 4-5. 

Il trasporto del corpo di S. Onorata avvenne nell'anno 836, nel qual tempo 
era vescovo di Pavia S. Litifredo. (v. Romualdo da S. Maria (Ghisoni) Flavia 
Papia Sacra. Pavia, 1699, parte I. pag. 33 — v. pure G. Boni e R. Ma- 
jocchi. Il Catalogo Rodoboldino dei Corpi Santi di Pavia. Pavia, 1901, pag 15). 

Il Robolini (Notizie appartenenti alla storia della sua patria, voi. IV, parte 
2 a pag. 116) riportando la testimonianza dell'Anonimo Ticinese scrive : « .... dal 
che si deve inferire che al tempo in cui scriveva il detto Anonimo gli Ebrei 
o seguaci della Religione Israelitica non erano ammessi ad abitare in Pavia ». 

L'Anonimo Ticinese è cronista degno di fede, quindi la sua asserzione, per 
j quanto riguarda il suo tempo, è accettabile. Non siamo però altrettanto sicuri 
che proprio dall'anno della traslazione del corpo di S. Onorata non si trovas- 
sero più ebrei in Pavia. La forma leggendaria della testimonianza sopra rife- 
rita non è tale da eliminare ogni dnbbio su questo punto ; ad ogni modo la- 
sciamo impregiudicata la questione, la quale meriterebbe indagini speciali, per 
rimanere esclusivamente entro i limiti imposti a questo lavoro. 



— 198 — 

lettere ducali al podestà. (1). Di questo ebreo, che faceva il 
merdaiolo, non abbiamo nessuna notizia: sappiamo invece che 
il duca nei primi anni del secolo decimoquinto, per soddisfare 
un vivissimo desiderio dei professori e degli studenti dell'Uni- 
versità, concesse ad un ebreo di tenere in Pavia banco di 
prestiti. 

Questo banchiere ebreo era obbligato a prestare denaro a qua- 
lunque membro dello Studio che a lui si rivolgesse e doveva pre- 
staro ad un interesse non maggiore di quattro denari imperiali 
ogni mesi 1 pei' fiorino; su qualsiasi pegno, dando almeno la meta 
del valore di ciascun pegno; in compenso dei servigi che ren- 
deva era esonerato da ogni tributo verso il comune. Oltre il 
banchiere in questo tempo si trovavano a Pavia molti altri ebrei 
— un documento li dice più di cinquanta — parte dei quali 
subaffiittavano case ai professori ed agli studenti. Ma nei do- 
cumenti del primo quarto del secolo decimoquinto non si trova 
nessuna altra notizia di questi ebrei, cosicché è lecito credere — 
tranne che per il banchiere - che essi qui a Pavia, anche 
perchè non obbligati a portare il segno di riconoscimento, di- 
morassero illegalmente, senza cioè una regolare autorizzazione 
del duca : e che poi fossero costretti a lasciare la città. (2) In 

fi) v. Pacco Ebrei in Musco Civ. Pav. « Volumus quod Isacli hebreo qui 
habitatum vcnit in ch'itati nostra Papié provideri faciatis de una domo magna, 
et sufficienti in qua habitare comode possint tres familie atque sit in loco, 
apto nostre civitatis, in (pio mercantias suas bene valeant exereere . . . ». (1 
giugno 1389). Quest 1 ordine non fu eseguito, perciò il duca i). 26 giugno 
scrisse al podestà chiedendo spiegazioni : « . . . . ex quo (dell' ordine non ese- 
guito j miramur perinde male contenti, nescientes unde tantus contemptus nian- 
datorum nostrorum procedat . . . ». 

(2) E noto come nel 1399, a causa di una pestilenza scoppiata in Pavia, 
l'Università era stata trasferita a Piacenza. I professori e gli studenti furono 
favorevoli a che lo studio venisse ricondotto nella sede primitiva, purché fos- 
sero soddisfatti alcuni desideri, fra questi il provvedere Pavia di un « uxu- 
rarius ». Che questo banchiere fosse ebreo si può desumere più che dai ri- 
gorosi divieti l'atti ai cristiani di dare a prestito e frequentemente rinnovati 
da una supplica dei sapienti di provvisione, dei primi anni del secolo deci 
moquinto, (die si trova indi' Archivio del Museo pavese di storia patria < 
nella quale ira altro è appunto detto: « . . . . illud etiam maxime pe 



199 — 

g .1 modo non abbiamo notizie precise se non a cominciare 
circa dall'anno 1 l-*5<>. Da questo tempo vi sono senza interrirai* 

ebrei in Pavia: ossi però si riducono — ad me di pochi 

altri nomi — ad una famiglia lo cui vicende possiamo seguire, 

nei suoi discendenti, fin verso la fine del secolo decimoquinto. 
Si tratta di una famiglia di banchieri, che — coinè vedremo — 
ha una parte non trascurabile nella storia interna di Pavia in 
quel tempo. 

Il capo di questa famiglia di ebrei è un Averlino di Vicenza. 
qui venuti» poco dopo il 1430, quivi sempre vissuto dando a pre- 

i e quivi morto tra il 1464 ed il 1465 (1). Aveva tre tìgli: 
Manno. Angelo ed Isacco, che alla morte del padre separatisi di 
beni, continuarono, ciascuno per conto proprio e talora in lotta 
fra loro per conflitto di interessi, a tenere banchi di prestiti 
in Pavia. 

Dai documenti appare che Manno ebbe tre figli : Grassino, 
Emanuele. Iacopo ed altrettanti ne ebbe Angelo : Amandolino. 

ne e Madio. Tutti questi rimasero sempre a Pavia e quivi 

citarono la professione appresa dai padri e dall' avo loro : a 
volte uniti di interessi, a volte separati e alcuni di essi lasciarono 
Agli le cui notizie ci portano alla fine del quattrocento. Aver- 
lino venne a stabilirsi a Pavia colla famiglia verso gli ultimi 
_ ni del 1433 od* i primi del 1434 2) ed in queir occasione 
venne pure da Vincenza un Samuele ebreo a tener banco : ma 
di quest' ultimo non si ha poi nessuna notizia. Averlino venne 
qui avendo ottenuto, per intercessione del castellano di porta 

timus quod quantuiucurnque illustri* princeps lioster feeisset quod Iudeus unus 

fenerator in hac urbe privilegiatus esset » — v. in Museo Civ. par. un 

documento del 1402 contenente i capitoli della Università di Piacenza; v. pure 
M. Mariani. V tersitaria pavese nel secolo XV. Pavia. 1899, pag. 35-6. 

1 Dai documenti che lo riguardano vien ricordato l'ultima volta nel 1464 
d Pacco Ebrei «.ina indizione del 1464, dove Averlino appare in unione di 
interessi con Manno ed un documento [v. Archivio Notarile atti di Nicolao 
Campeggi. 3 luglio 1465] ha: « . . . . Mannus filius quondam Averlini ». 

• un memoriale degli ebrei a Filippo Maria ed una lettera duca'e IO 
luglio 1434 in Pacco Ebrei delPArch. Mus. Civ. Pavese. 



— 200 — 

Giovia di Milano e di Gabriele di Capodiferro, un privilegio du- 
cale (31 dicembre 1433), nel quale gli veniva concesso — come 
pure a Samuele — di abitare a Pavia colla sua famiglia, di dare 
a prestito e di tener banco di pegni ; tale privilegio fu poi con- 
fermato con altre lettere ducali, l' ultima delle quali è del 14 
novembre 1460 (1). 

Ma qui oltre la poca buona disposizione del podestà verso di 
lui, Averlino incontrò le opposizioni di un cristiano, Niccolino 
Colleoni, pur egli banchiere, che avendo ottenuto in proprio 
favore dei privilegi ducali , mal sopportava che altri — mas- 
sime un ebreo — gli movesse concorrenza nelP esercizio della 
propria professione ; onde lamentele da parte del banchiere 
cristiano contro il nuovo banchiere ebreo, le quali però riusci- 
rono del tutto vane, poiché il duca nella sua risposta confermò 
i concessi privilegi ed all' uno ed air altro dei contendenti, seri • 
vendo che quanto maggiore era il numero dei prestatori, altret- 
tanto maggiore era 1' utile che derivava alla città. Certamente 
le concessioni ottenute Averlino le dovette pagare, ma quanto 
non sappiamo; sappiamo tuttavia che dava al Comune di Pavia 
lire venticinque annue, secondo i patti convenuti, per esercitare 
P usura (2). 

Finché visse il capo, i membri di questa famiglia di banchieri 
erano uniti nelP esercizio del loro banco, ma quando Averlino 
morì i figli Manno ed Angelo — di Isacco poi non si ha pressoché 
più nessuna notizia — si separarono ed esercitarono il proprio me- 
stiere l'uno indipendentemente dall'altro. I rapporti fra questi due 
fratelli non erano troppo buoni ; il conflitto di interessi, la con- 
correnza che si movevano esercitando la medesima professione, le 
gelosie quindi ehe ne derivavano, prevalevano sui legami di 
sangue, cosicché non é meraviglia, se la loro discordia e le loro 
contese furono tali da indurli ad invocare P intervento del duca. 
Manno era il primogenito ed a lui spettava P esercizio del banco 

(1) v. Motta, op. cit. pag. 40-1. 

(2) v. in Registro di vari documenti esistenti e di libri di Provvisioni e 
delle lettere di diversi anni. Sotto la data del 9 agosto 1435. — Per pa- 
recchi anni gli ebrei pagarono al Comune lire venticinque, e che una tale 
somma pagassero è ricordato nel medesimo registro anche sotto l'anno 1445. 



— 201 — 

paterno; ma Angelo che pure a quel modo voleva guadagnarsi 
da vivere, approfittando di un'assenza del fratello da Pavia, riuscì ad 
ottenere un privilegio ducale per esercitare lui pure nella stessa 
città T usura. Però Manno timoroso di un concorrente, sollevò 
opposizione alla concessione fatta ad Angelo e poiché i due fratelli 
non vennero ad un accordo, rimisero la risoluzione della loro con- 
troversia a tre arbitri. (1) Questi furono Mercadante di Bassano, (2) 
Iacopo ed Anselmo - quest' ultimo certamente di Pavia (3) — essi 
pure ebrei ; ed in seguito alla sentenza da essi pronunciata Angelo 
potò valersi del privilegio concesso a lui dal duca per esercitare 
1' usura in Pavia, ma dovette pagare a Manno venticinque du- 
cati d' oro subito ed obbligarsi a pagare in avvenire al mede- 
simo Manno — od ai suoi eredi — cinquanta ducati d' oro ogni 
anno, in due rate, 1' una al 1° gennaio, al 1° luglio l'altra. Angelo 
inoltre si obbligava, qualora avesse voluto vendere il suo banco, 
a cederlo a Manno od ai suoi eredi per settantacinque ducati 

(1) Nella sentenza pronunciata dai tre arbitri [Arch. Not. atti di Nicola 
Campeggi 3 luglio 1465] è riferita una lettera ducale al podestà « . . . . è 
stato da mi Manno ebreo di Pavia lamentandosi che essendo lui assente dal 
nostro territorio per certe sue fazende, pare che Angelo suo fratello abia ob- 
tenuto certe nostre lettere circha il facto de tenere bancho, le quali, secondo 
dice il dicto Manno, cadono in suo preiudicio non volendo noi che dicto 
Manno non chiamato a dare la sua razone per la sua abstutia et per non re- 
portar danno per tenore delle presenti, suspendemo le concessioni facte al dicto 
Angelo et etiam ve comandemo che admonisse dicto Angelo che nullo modo 
usi del beneficio de le diete nostre lettere, ma volemo che da qui al quinto- 
decimo de zugno proximo che tu con ogni tuo studio te sforzi convida'*e esso 
Angelo con lo dicto Manno et quando pur non podesse in quello caso com- 
menda a tutte le duoe parte che infra tri giorni futuri vengano tuti dui dali 
spectabili del nostro Consilio de iusticia, ali quali avemo commisso che decla- 
rino quod iuris circha predicta, però che nostra intentione non è che sia dero- 
gato dalle concessioni facte al dicto Manno se non in quello modo che lui à 
voluto da te — Mediolani die 28 maij 1465. Joannes ». 

(2) In un docum. è detto [Arch. Not. atti di Nic. Campeggi ottobre 1459]: 

* hebreus de Alamania » figlio di Giuseppe e nelle stesso docum. sono 

ricordati altri due ebrei : Michele e Mathazia. 

(3) È ricordato anche in una indizione del 1463; v. in Pacco Ebrei del- 
VArch. M. C. Pav. 



— 202 — 

di meno che ad altro compratore, accordando al fratello un pe- 
riodo di quattro mesi e mezzo, perchè potesse decidersi o no 
all' acquisto del detto banco. 

Assai scarse sono le notizie che ci danno i documenti in- 
torno ad Angelo. Da essi appare che faceva prestiti e di somme 
non piccole anche fuori di Pavia, a nome anche di Averlino e 
di Manno prima. (1) più tardi soltanto per conto proprio, ma a 
quale interesse non sappiamo, poiché nelle sue numerose rice- 
vute di somme restituite, non è mai indicato il quanto dell' inte- 
resse, ma in proposito si incontrano delle frasi che vengono in 
complesso tutte a significare: « secondo l'interesse convenuto ». 

Del resto è qui opportuno osservare come le notizie riguar- 
danti il quanto di interesse, se anche non mancassero avrebbero 
per noi ben poco valore, poiché non ci porterebbero a delle con- 
clusioni notevoli. Poiché se anche si avessero notizie di capitali 
prestati ad interessi che oggi coi nostri criteri diremmo enormi, 
noi non dovremmo ricercare la spiegazione di tale fatto in ra- 
gioni etniche e religiose, ma nelle condizioni economiche del 
secolo decimoquinto, nella grande penuria di capitali mobili, 
nella mancanza quindi di concorrenza commerciale. 

Dai documenti appare che Angelo nel 1466 fu condannato ad 
una multa di quaranta ducati d' oro per una grave contravven- 
zione daziaria ecl allora ebbe anche sequestrata della merce (2). 
Più tardi poi — nel 1469 — avviò trattative per vendere il suo 
banco ad un Moisè ebreo di Vigevano, senza però che tali trat- 



(lì Ardi. Not. atti di Nic. Campeggi, 17 novembre 1451. 

(2) Gli appaltatori del dazio, rappresentati da Lorenzo Odoni e Giov. Pietro 
Orlandi, per tentativi di contrabbando promossero causa a Manno e ad Angelo; 
questi davanti all' arbitro dottor Giov. Francesco Corti erano rappresentati 
il primo da Giov. Stefano Marcellini, il secondo da un ebreo di nome Jacob 
[Arch. Not. atti di G. Pietro Imodello 10 e 28 novembre 1466]. Qui per 
esattezza è bene notare che mentre nel docum. del 28 novembre si dice che 
procuratore di Angelo ò Jacob, in quello del 10 novembre si dice invece che 
è Simone ebreo. Manno fu assolto dall'accusa. 



— 203 

Stive approdassero a nulla <li positivo; (1) morì certamente 
noi 1476 (2). 

Morendo Angelo non dovette lasciare buona armonia nella 
ha famiglia, poiché sorse una lite assai probabilmente per 
l'anioni di eredità fra la moglie Pasqua (3) ed i figli Àman- 
lolino. Leone e Madio ; lite che fu sottoposta al giudizio di Mar- 
chino ebreo forse di Modena. — Questi tre fratelli sono quasi 
sempre uniti di interessi, poiché le dichiarazioni di restituzioni 
li prestiti sono sempre fatte da uno dei tre fratelli anche a nome 
pgli altri due; una di queste dichiarazioni è per 1' ospedale di 
E Matteo (4). 

Di Amandolino nessuna notizia notevole, se non il nome della 
noglie che si chiamava Anna ; (5) di Madio si sa solo che ebbe 
lei 1481 una contesa violenta, difeso da un David ebreo, con 
un terzo ebreo di nome Guglielmo, tanto che fu fatto imprigio- 
ìare dal podestà e poi fu liberato per grazia del duca; (0) e si 
sa che ebbe un figlio di nome Aronne; (7) Leone non è rieor- 
lato se non per aver prestato, a nome di Madio del fu Grassino 
3breo, una somma a due fratelli pure ebrei, Copino e Vita (8) 

(1) Arch. Not. atti di Giov. Pietro Imodello 1 febbraio 1469. In questo do- 
mili., come del resto in molti altri, è detto che Angelo abitava a porta Pa- 
azzo, in parrocchia S. Zeno. 

(2) Da un atto del notaio Leonardo Buscati appare che in quel tempo An- 
elo era morto ; ma da poco però, giacché in un altro atto delP 8 novembre 1476, 
ogato da Domenico Conti, un Giorgio dei conti di Valperga domanda ad 

Amandolino ebreo figlio ed erede del fu Angelo abitante in parrocchia di 
. Giorgio » la restituzione di alcuni pegni. 

I (3) Arch. Not. atti di Giov. Frane. Gravanago 12 novembre 1481 ; ivi 
asqua appare figlia del fu Benedetto da Bassano. 

(4) Arch. Not. atti di Giov. Pietro Imodello 22 gennaio 1482. È un 
pto dove Amandolino dichiara di aver ricevuto dal vice-ministro delPospe- 
de il pagamento di un credito che Angelo aveva verso il fu Pietro Sedazzi, 
3l quale era stato erede 1' ospedale. 
i (b) Arch. Not. atti di Giov. Frane. Gravenago 25 agosto 1480. 

(6) v. in proposito una lettera ducale al podestà (12 luglio 1481) in Pacco 
\brei dell'Ardi. Museo Civ. Pav. 

(7) Arch. Not. atti di Giov. Frane. Gravenago, 21 luglio 1477. 

(8) Arch. Not. atti di Giov. Doni. Della Torre, 15 luglio 1483. 



— 204 — 

e per aver fatto imprigionare un Consilio ebreo per debiti e per 
esser egli pure stato detenuto nel castello di Pavia per ragione 
ignota (1). 

Quello però che richiama di più la nostra attenzione ed in- 
torno al quale dobbiamo trattenerci alquanto, è Manno, 1' altro 
figlio di Averlino. Egli merita che di lui parliamo meno fugace- 
mente, come facemmo per gli altri suoi correligionari, perchè 
come banchiere ebbe parte notevole nella vita cittadina pei suoi 
rapporti sia coi privati, sia col Comune pavese; ebbe anche a 
subire noie per il torto che aveva di essere ebreo, ma fu poi 
tenuto in buona considerazione per V utile che egli recava alla 
città colla sua professione. A lui furono accordati il 4 maggio 
1450 certi privilegi da Francesco Sforza; (2) privilegi che dove- 
vano essere liberali, poiché due anni dopo ricordandoli il duca 
interviene presso il podestà in favore di Manno, che si voleva 
illegalmente costringere a portare il segno infamante ed al quale 
si voleva impedire di affidare ad una balia cristiana un suo fi- 
gliuolo (3). 

■ 

(1) Arch. Not. atti di Giov. Dom. Della Torre 24 marzo 1483. In queste 
lettere si accenna a lettere ducali del 12 febbraio 1483 e da un atto unito, del; 
4 aprile, appare che Zanotto Giorgi di Pavia fideiussore di Leone ritira la sua 
fideiussione « attento quod est (Leo) detentus in castro magno Papié ». 

(2) Questi privilegi sono in un fascicolo di 12 pagine in fol. con note mar' 
ginali in ebraico, che si trova nelP Archiv.o di Stato di Milano, [v. Motta 
op. cit. pag. 41-2]. 

(3) « Dux Mediolani ..... L'è venuto da noi Manno ebreo in quella nostr; 
città lamentandosi che per Io vicario de ti podestà, e per quella comunità gì 
son facti alcuni stranei sopraventi et tra l'altre cose vole essere astreto a por 
tare certo seguo et gli è inhibito el lactare un suo fìliolo contra el tenor e 
dispos tione di capituli per nui concessi et confermatigli per quella comunit: 
et non obstante la licentia de lactare el puto quale à dal reverendo monsi 
gnore ci Vescovo. Et perchè '1 pare, è stato in quella città deciocto anni et qoi 
gli è facto novità alcuna, non ne pare per questo e per li altri respecti de sopr 
non gli debia essere tormentato. Pertanto ve cometiamo et volemo che al 
cuna cosa contro d'essi sia usato immo revocare ogni novità facta contra < 
lui et di soi per questa casone — d. Mediolani, die XIII aprilis 1457 de 
biati fare observare i dicti capitoli et non tentarli cosa alcuna » — v. Pace 
Ebrei ; di questa lettera ducale fa pure un cenno il Magenta, op. cit. pag. 48( 



- 205 — 

Altra iniquità commessa contro di lui, coinè del resto 
contro gii altri ebrei, fu l'avergli impedito, nel 1 158, di tenere 
aperto il suo banco, — sotto pena di dieci ducati a beneficio 
della Camera ducale. nei giorni festivi ; e ciò contro i capitoli 
dei quali egli godeva (l); e noie ebbe egli pure a subire da 
parte di un medico, da ebreo divenuto cristiano, frate Constanzo 
romano, che lo accusava di far propaganda in Pavia per con- 
vertire cristiani alla propria religione. (2) « Al venerdì santo a 
Pavia era quasi consuetudine di far dimostrazione contro le case 
degli Ebrei. Una volta assalirono la casa di Manno ebreo gua- 
standogli un camino e tentando di sfondargli la porta. Presto 
male gli sarebbe toccato, senza il pronto accorrer dei fanti man- 
dati dal castellano di Pavia conte Bolognino degli Attendoli » (3). 
Tuttavia egli rimase a Pavia fino alla sua morte — avvenuta 
tra il 1477 ed il 1479 (4) — ora subito come un male neces- 
sario, ora apprezzato assai per i grandi servigi che rendeva 
alla città. 

Doveva godere di non poca considerazione anche presso i 
suoi correligionari, perchè egli raccoglieva 1' annuo censo da 
pagarsi al duca in compenso della facoltà accordata agli ebrei 
di abitare nel ducato di Milano (5), e che dal duca più che 

(1) Il tener aperto il banco nei giorni festivi torna « in maximum vili- 
pendili m christianorum et civium Pape quouiam ipsi ludei die sabbati nihil 
facei-ent nec exercitium aliquod fa/'erent ulto modo ut ipsum diem sabbati 
colant et celebrent cum maxima reverentia magis quam faciunt christiani... » 
(v. Registro di Provvisioni fot. 91 e 92 — 13 novembre 1458 in Arch. Mus. Civ. 
Pav.). I capitoli concessi a Manno su tale questione tacevano e questo silenzio da 
una parte Manno, dall'altra la Provvisione voleva interpretare a proprio favore. 

(2) Questo medico Costanzo « judeo et alias reduto a la fede Christiana 
per lo R,. rao cardinal Aretino legato de Bologna », entrava nell" ordine di 
S. Ambrogio frequentando lo studio di Pavia, v. Motta, op. cit. pag. 41. 

(3) v. Motta, op. cit. 

(4) Arch. Not. un atto di Giov. Frane. Gravenago (21 luglio 1477) dice 
« Iacopus hebreus filius Manni » ed uno di Giov. Giacomo Canevari (16 feb- 
braio 1479) ha : « Iacopus hebreus filius quondam Manni ». 

(5) In una lettera ducale (v. in Arch. Not. atti di Tommaso Gravenago) è ri- 
portata con approvazione una supplica di Manno « .... et quia dictus exponens 
(Manuus) stetit per plures dies in hac vestra civitate Mediolani occupatus 
causa recipiendi denarios solvendi censura dominationi vestrae, nomine alio- 
rum ebreorum in dominio vestro commorantium ». 

13 



— 206 — 

tollerato fosse ben visto è lecito argomentare, oltre che dai ca- 
pi ioli e dalle lettere ducali già ricordate, anche da una lettera 
del 1 aprile 1467, nella quale si accorda a Manno una proroga per 
la decisione di una causa giudiziaria, considerando che egli ha 
dovuto rimanere alquanti giorni a Milano, anche per rendere certi 
servigi — quali, è facile immaginare — al duca stesso. E ciò è 
pure lecito argomentare dalla facoltà, che egli ottenne nel 1457 di 
poter disporre a suo talento, dopo tre mesi, dei pegni presso di 
lui depositati ' facoltà che però appare poi limitata dalPobbligo 
di porre air incanto a Pavia e non altrove i pegni non riscat- 
tati dopo i tredici mesi e di restituire ai pignoratari il di più ot- 
tenuto nelP incanto (1). Scora osserviamo la clientela di Manno 
possiamo dire che ad essa appartenevano persone d' ogni ordine 
di cittadini: dai più miserabili che, pur di ottenere un piccolo 
prestito, portavano al banco dell' ebreo gii ultimi loro oggetti di 
un qualche valore, ai nobili, dai prelati agii studenti dell' Uni- 
versità. Sono questi ultimi — e si comprende ! — i clienti 
relativamente più numerosi ed assidui del nostro banchiere e 
sono essi che, citati da lui per debiti innanzi al podestà, non esi- 
tano a rimunerarlo degli epiteti meno lusinghieri, come un Barto- 
lomeo da B asseto studente, che chiama Manno mentitore e ca- 
lunniatore. (2) Ma in Pavia non si può fare a meno di lui; 
tanto che nobili come i Morbio ed i Beccaria, pur di ottenere 

(1) Da una lettera ducale (v. Pacco Ebrei) e da un'altra in « Registrimi 
litterarum ducalium » del 1455 fol. 26-7. Questa medesima facoltà appare ac- 
cordata nel 1477 anche agli ebrei Amandolino e Grassino. 

(2) Manno aveva promosso causa contro questo studente per mancato pa- 
gamento di un debito ed era arbitro il dottor Cristoforo Pescari. Bartolo- 
meo sostiene la nullità della querela pel fatto che Manno «... non voluit 
iurare ad sancti Dei Evangelia » e fra gli altri documenti presenta un qua- 
derno di deposizioni contro Manno. Del resto non era obbligo agli ebrei, 
nelle cause giudiziarie, di giurare sui testi sacri cristiani, ma dovevano giu- 
rare su quelli ebraici ; infatti l'ebreo Amandolino [v. inArch. Not. atti di Dome- 
nico Conti 8 novembre 1470] giura « tactis scripturis ebraicis ». Ciò che si rife- 
risce alla lite sorta tra Manno e Bartolomeo da Busseto si desume da un 
atto di Giov. Pietro Imodello del 14 gennaio 1467. 



— 207 — 

dei prestiti, portano al suo banco pegni preziosi (1) e cosi 
{'anno anche alti prelati, come il vescovo di Novara, (2). 

Manno oltre che prestare i suoi servigi — con quale com- 
penso non sappiamo bone, poiché ci mancano notizie in propo- 
sito (3) -- ai privati cittadini, li presta anche e con molta Wv- 
quenza al Comune, anzi possiamo dire che del Comune è il ban- 
chiere ufficiale. Se anche non si sapesse in altro modo, dai 
documenti dai quali veniamo desumendo queste notizie si ve- 
drebbero assai bene, le tristi condizioni finanziarie, in cui versava 
il Comune di Pavia nella seconda metà del quattrocento. 

Esso ricorre assai spesso al banchiere ebreo per pagare, ad 
esempio al duca contributi straordinari — come quello per 
la costruzione del castello di Milano — ai quali è soggetto e pur 
di ottenere il prestito che chiede, si adatta a ricevere mercanzie 
in luogo di danaro, perdendo cosi una somma non piccola (4), 



(1) Arch. Not. atti di Giov. Ant. Belcredi 8 gennaio 1457. 

(2) Il D'Adda in Ricerche sulla biblioteca Sforzesca, Milano 1875 pag. 1 13, 
riferisce una lettera che il duca scriveva a Manno, affinchè si recasse subito 
in città e restituisse il libro detto Ducato della libreria, avuto in pegno dal 
vescovo di Novara. 

(3) 11 suo banco era posto presso porta S. Pietro, in parrocchia di S. Giorgio 
(Arch. Not. in atti di G. P. Imodello 1 luglio 1472). Quanto agli interessi si 
ha notizia di un prestito fatto da Manno ad un G aerino Maggi di novanta 
ducati per tre mesi, coli' interesse di un grosso al mese per ducato. (Arch. 
Not. G. P. [modello 2 settembre 1472;. 

(4) v. in Registro di Provvisioni sotto la data del 13 marzo 14" 4. Per la 
costruzione del castello di Milano tutti i Comuni dovevano contribuire con 
operai, carri e cavalli e così fece anche Pavia (v. R. Majocchi, Ticinensia 
pag. 25 seg.); ma poi non ebbe più modo di pagare le spese di questa contri- 
buzione. Allora l'ingegner Filippo Scozioli, colui che nel 1457 fu arrestato per 
malversazioni nell'amministrare gli assegni del castello, (v. L. Beltrami. Il ca- 
stello di Milano, Hoepli, 1894 pag. 71 e seg.), ottenne che il contributo di Pavia 
fosse prestato da Manno. Questi però fece il prestito non in denaro, ma in mer- 
canzia cosi che 1' ingegnere ebbe trecento lire di meno di quanto gli spettava, 
le quali trecento lire perdette naturalmente il Comune, che sopra un prestito 
di mille e cinquecento lire pagò anche un interesse, non sappiamo per quanto 
tetn^o, di duecento lire. Si dice poi che questo debito sarà pagato con una ad- 
dizione alla tassa delle imbottature od alla tassa daziaria. 



— 208 - 

e per mandare aiuti di uomini e di munizioni al campo di Fran- 
cesco Sforza (lì o per poter compiere lavori di pubblica utilità 
quali certe riparazioni agli argini del Ticino (2) e ciò si com- 
prende, poiché si tratta di prestiti abbastanza rilevanti. Ma cosa 
strana, si è che il Comune, avendo le casse affatto vuote, ri- 
corre all' ebreo per il prestito di pochi ducati necessari a pagare 
certi suoi salariati, come guardie alle porte della città (3), trom- 
bettieri nella processione del Corpus Domini (4) ; vi ricorre 
anche per dare il proprio obolo in onore di San Siro (5) : per 
offrire un dono del valore di nove ducati alla moglie del duca 

(1) Il prestito contratto dal Comune con Manno in questa occasione fu 
precisamente di duecento ducati, dietro pegno di seicento oncie d" argento la- 
vorato, offerto da un membro della Provvisione; coli' obbligo di restituzione 
dopo un mese e coli' interesse di danari otto per fiorino [v. in Arch. Museo 
Pav. atti di Provvisione 27 novembre 1448]. 

(2) Per questa spesa il Comune decise [v. Registro di Provvisioni 13 maggio 
1457], di prendere a prestito duemila lire imperiali « annuo interesse debito » 
da Manno, purché « habeantur litterae ducales opportunae ». Quanto i servigi 
di Manno fossero necessari al Comune appare facilmente da questa motiva- 
zione del deliberato della Provvisione « animadvertentes necessitatem 

pecuniarum recuperavi debentium de praesenti prò finiendo laborerium rupti 
incepti flumine Ticini et non adsit via nec modus per quem possint recu- 
perar! pecuniae ipsae nisi Mannus ebreus vellit . . . ». Sotto la data 27 maggio 
si dice che V interesse stabilito per il prestito è di cinquanta lire, ma non si 
dice per quanto tempo. 

(5) Essendo scoppiata la peste a Montebello ed a Caselle e dovendosi 
porre delle guardie alle porte della città, poiché mancavano i danari pel salario 
gli Abbati della Provvisione « censentes aliam viam non esse circa hanc recu- 
perationem nisi per viam subsidii Manni ebrei ideo providerunt quod a Manno 
ebreo mutuentur floreni 25 restituendi sibi ex addicione salis anni praesentis ». 
Dal Registro di Provvisioni, 3 giugno 1458. 

(4) Registro di Provvisioni, 3 giugno 1458. 

(5) Si tratta di una oblazione di quaranta fiorini [v. Registro di Provvi- 
sioni, 13 novembre 1458], Si ricorre a Manno « quia haec comunitas caret pe- 

cuniis nisi mediante subsidio Manni ». Fino dal principio del secolo de- 

cimoprimo il Comune ai 9 dicembre d' ogni anno offriva un cero a S. Siro 
(v. Prelini, S. Siro ecc. voi. II. 1890 pag. 112, 140, 149-53] « con suvvi le 
insegne e la immagine del B. Siro. .. o del signore della citta o del podestà » 
(Anonimo Ticinese). 



->w.) 



in occasiono di un parto (1) e per offrire un altro dono ad un 
pavese consigliere ducale (2). 

Ma se il Comune era così sollecito a ricorrere al banchiere 
ebreo non pare l'osse altrettanto scrupoloso nel rispettare i patti 
convenuti ed altrettanto sollecito a pagare i suoi debiti e pare 
che perciò non godesse fiducia eccessiva da parte di Manno, 
se questo una volta rifiutò certo prestito, perche il Comune 
non aveva offerto un pegno adeguato (3). Se i sentimenti del 
nostro banchiere erano di diffidenza, quelli del Comune verso 
di lui dovevano essere certo di gratitudine per i servigi preziosi 
che ne riceveva, così che vediamo gli abbati della Provvisione 
condonare parte di una multa ad un Giuseppe ebreo di Broni, 
un famigliare di Manno, quasi a compensare le benemerenze di 
quesf ultimo verso il Comune e li vediamo pure condonare 
un' altra multa ad un Adamo ebreo eli Arena Po, poiché per lui 
ha interceduto l'amico Averlino (4). 

Dei figli di Manno; (5) di Grassino, di Iacopo e di Ema- 

(1) v. Registro di Provvisioni 31 maggio 1458. 

(2) v. Registro di Provvisioni 26 febbraio 1463. 11 pavese consigliere del 
duca è Albrigo Maletta. 

(3) In Registro di Provvisioni, sotto il 31 maggio 1458 è detto come Manno 
abbia chiesto invano più volte di esser pagato di un suo credito di nove du- 
cati e sotto il 16 maggio 1457 appare che Manno rifiuta di prestare al Comune 
centoventicinque lire senza pegno ; allora vien data in pegno « bacilla cum 
bronzino de argento ». 

(4) v. Registro di Provvisioni 9 febbraio 1463. Il consiglio di Provvisione 
diminuisce della metà la multa inflitta all' ebreo Giuseppe « quod Mannus ebreus, 
cuius est familius ipse Ioseph, semper fuit prumptus in serviendo de pecuniis 
necessariis huic comunitati absque interesse cuius occasione meretur ipse 
Mannus aliquod commodum suscipere ab hac comunitate, igitur, propter sua 
benemerita illata huic comunitati ut in futurum melius valeat servire dictae 
comunitati ... » e diminuisce la multa inflitta ad Abramo in considerazione 
di Averlino « qui prò eo (Àbramo) intercedit et propter benemerita dicti Aver- 
lini illata huic comunitati in serviendo de pecuniis dictae comunitati absque 
uxuris et praecipue in anno praeterito in serviendo de ducatis decem datis 
oratoribus qui venerunt Mediolanum .... ». 

(5) Manno, oltre che dai figli, era aiutato noli" esercizio del suo banco da 
un Samuele ebreo che in un documento [Arch. Not. atti di Giov. Baracani 4 



- 210 — 

nuele non sappiamo nulla di notinole: ossi rimangono a Pavia 
esercitando la professione del padre, uniti fra loro di interessi, 
almeno Grassino ed Iacopo (1). 

Nei documenti si incontrano alcuni altri nomi di ebrei che 
vivevano a Pavia nella seconda metà del secolo decimoquinto; 
sono questi, fra gli altri, un Simone che appare procuratore di 

ottobre 1469] è dotto appunto « negotiorum gestor elicti Manni ». Teneva il suo 
banco preisso porta s. Pietro, in parrocchia di S. Giorgio. — Nel Registro di 
Provvisioni del 1458 si parla di una querela presentata dai frati di S. Apolli- 
nare, lamentanti che Manno abbia affittato un orto « existentem per medium 
monasterium » da un Adriano Oliari « quod videtur nimis absurdissimum quod 
dicti fratres observantiae habere debeant vicinos hebreos . . . . » ; «.... hanc 
investituram fore et esse factara centra . divinum cultura et contra honestatem 
et iustitiam quia non debent christiani cura ludaeis conversare ... ». 

La Provvisione (8 maggio 1458) deliberava di far pratiche presso Manno 
per indurlo, con un compenso di cinquanta fiorini, a cedere ai frati questo pezzo 
di terra ; anche perchè di ciò « dictus Adrianus est contentissimi^ quoniam 
videtur ipsuni Adriauura esse exeoraunicatum nisi praedicta revocet ». Un ro- 
gito di Nicolao Campeggi (11 dicembre 1455) ci mostra Manno debitore per 
cento ducati verso l'ebreo Abramo, figlio di Samuele di .Piacenza. 

(lì Uno studente. Antonio Ferrari, prese a prestito da Grassino, il 18 
novembre 1470, nove lire dandogli in pegno un libro ; restituì i nove ducati il 
27 settembre 1471 [Arch. Not. atti di Giov. P. Imodello], pagando per interesse 
quattordici soldi. Grassino ebbe nel 1480. una lite giudiziaria — siili' origine 
e sull'esito della quale nulla sappiamo — con un Paolo Pelizari [Archivio 
Not. atti di Giov. Fr. Gravenago 26 febbraio 1480}. Àrbitro in questa causa fu 
eerto Giov. Fr. Brigati. Nella sentenza del 9 luglio 1481 si accenna a lettere 
(lucali del 4 luglio del medesimo anno, ina il dispositivo della sentenza non sap- 
piamo, poiché a questo punto il documento è indecifrabile. Grassino teneva il suo 
banco presso porta Marenga, in parrocchia di S. Giovanni. Fino al 1479 i tre 
traudii furono uniti di interessi e di ciò ò prova una ricevuta di queir anno 
per lire millecentoquaranta ai nobili fratelli Giorgi di Pavia [Arch. Not. Giov. 
Giac. Canevari, 16 febbraio 1479], rilasciata da Iacopo a nome anche di Gras- 
sino e di Emanuele. Nelle ricevute posteriori appaiono uniti di interessi Gras- 
sino ed Iacopo soltanto. Iacopo, con lettera ducale del luglio 1481, fu gra- 
ziato di una multa cui era stato condannato per gioco alle carte (v. in Re- 
gistro di lettere ducali i481-2)\ fu anche condannato per offese al culto 
cristiano [v. Magenta op. cit. pag. 480. «D'altra parte allorché Giacomo figlio 
• li Manno offese la religione cristiana, venne dal duca punito»]. Nel 148o era 
già morto. 



211 



Allevio oella causa contro cosini promossa dagli appaltatori de] 
dazio ed alla quale abbiamo già accennato (v. pag. 202); un Zac- 
caria, egli puro procuratore del medesimo Angelo; Samuele im- 
piegato presso il banco di Manno; e Falcone incaricato da Gras- 
si no di alcuno esazioni (1). Questo ebreo teneva osteria e 
lettere ducali del 7 agosto del 1479 gli avevano concesso che 
nella sua bettola gli ebrei potessero giocare alle carte ; non però 
i cristiani, sotto pena per Falcone di pagare cinquanta ducati di 
multa. (2) Di questo tempo una donna di Pavia, pure ebrea, per 



(1) v. in Arch. Not. atti di G. Pi Imodello del 23 aprile 1472 e di Giov. Fr. 
Gravenago del 27 novembre 1483; questo ebreo abitava in parrocchia di S. Gio- 
vanni. 

(2) v. Motta, op. cit. Oltre gli ebrei già ricordati abitavano a Pavia: 
(jiiiffono e Benedetto. E forse il medesimo ricordato in un atto di Provvi- 
sione del 20 giugno 1510, ove si invita appunto, sotto pena di venticinque 
ducati d* oro, « Benedicto ebreo ut velit hodie per totani diem vacuasse do- 
mimi cum apotheca existente super plathea magna in qua habitat », poiché 
in quella casa si vuole porre un magazzeno di vettovaglie pei soldati, [v. 
Ardi. Not. Giov. P. Imodello, 20 gennaio 1474]; Bona [Archivio Notarile 
atti di Dom. Conti, 26 novembre 1477 ; abitava in parrocchia di S. Damiano]; 
Copino [Arch. Not. Dom. Conti, 4 settembre 1478; ivi Copino elegge suoi pro- 
curatori per essere difeso in una lite avanti il Rettore dell" Università contro 
lo studente Alessandro di Firenze] e Vita suo fratello [Arch. Not. atti di 
Giov. Dom. Della Torre 15 luglio 1483]; Michaela [Arch. Not. G. P. Imodello 
'il agosto I486]; Aronne [Arch. Not. Giov. Gravenago, 29 agosto 1480]; Giu- 
seppe [Arch. Not. Giov. Dom. Della Torre 26 settembre 1481]; Salomone di 
Abramo [Arch. Not. Giov. Doni. Della Torre. 11 settembre 1482. Salomone è 
arbitro insieme a Grassino in una lite sorta fra altri due ebrei : Salomone di 
Spira ed Amandolino di Pavia. Certe lettere ducali dispongono che i due ar- 
bitri nominino un terzo arbitro se non si accordano fra loro : se neppure si 
accordano nella scelta d^l terzo arbitro i contendenti si obbligano a presen- 
tarci ai membri del Consiglio ducale di giustizia a Milano]; Consilio [Arch. 
Not. Giov. Dom. Della Torre, 24 marzo 1483. Fu imprigionato per debiti verso 

I Leone. In questo documento si accenna anche a suoi fratelli]; Rosa ed un se- 
condo Manno [Arch. Not. Giov. Dom. Della Torre- 19 giugno 1483; qui Manno 
appare imprigionato in castello per debiti, ad istanza di Rosa ebrea di Lo- 
mello]. Bisogna però qui notare che non di tutti gli ebrei ora ricordati si 
dice che abitassero a Pavia; alcuni, oltre la Rosa di Lbmello, possono essere 
del contado. 



_ 212 

dissensi famigliari si rifugiò in un convento decisa a farsi cri- 
stiana: pentitasi poi di questa risoluzione volle restare nella sua 
religione. Il vescovo non oppose a ciò nessun ostacolo, anzi cercò 
di riconciliare la donna col marito; invano, poiché quest'ultimo 
dovette, secondo la legge giudaica, ripudiare la moglie (1). 

Abbiamo avuto poco sopra occasione di far menzione di un 
ebreo di Broni e di uno di Arena Po; è qui opportuno, giacché 
niente altro di notevole possiamo dire degli ebrei della città, 
che parliamo di quelli del contado pavese. 

Dai documenti appare che gli ebrei erano sparsi in vari centri 
del contado, ma di essi non sappiamo che due fatti di diversa 
importanza, l'uno riferentesi ad un Lazzaro di Carteggio, con- 
dannato per calunnia verso un cristiano (2); l'altro ad un Bel- 
lomo di Arena (3) ed al suo servo di nome Donato di Stra- 
dala, accusati di un omicidio rituale. 

(1) Per questo episodio v. Graetz, Storia dei Giudei, ediz. frane. Parigi 
1882-97, voi. IV pag. 380. Il Motta parla di un' accusa fatta in Pavia agli ebrei 
( giugno 1471) di aver insultato sacre immagini. Antonio da Fogliano podestà 
scriveva ai 22 giugno 1471 al duca «...martedì sira, essendo venuto in questa 
vostra città octo o dieci ebrei forastieri et essendogli alcuni puti dreto con li 
sassi el se ne redusse duy in la contrada de S. Iacomo dove e dipinta la Ver- 
gine in uno muro molto abasso. Et fuo dicto che uno di questi zudei gli 
havea dato molte ferite nella fatia e nel corpo duno cortello corno è vero dieta 
figura se trova ferita ». 

2) Un ebreo di Casteggio, di nome Lazzaro, aveva accusato di truffa presso 
il duca certo Pietro, famigliare di Bernardino Lonati, per aver da lui rice- 
vuto, in pegno d' un prestito di otto scudi, un anello d' oro falso. Procedette 
allora d'ordine del duca il podestà contro V accusato e Io condannò, con la 
testimonianza di un solo e di cattiva fama, ad una grave multa. Il cristiano 
si dolse di tale condanna presso il duca e con lettere ducali del 29 aprile 
1 473 ottenne che di nuovo giudicassero i magistrati delle entrate e questi, c'on 
sentenza del 19 giugno, dichiararono Pietro prosciolto da condanna e condan- 
narono T ebreo a risarcirlo di tutti i danni ed a dargli cento ducati (Poro « prò 
extrema iniuria et infamia collata ipsi Petro ». [Arch. Not. atti di Leone 
Buscati, 19 giugno 1473]. 

3 Questo ebreo e ricordato in parecchi documenti dell' Arch. Notarile di 
Pavia come usuraio; in alcuni è ricordato insieme al padre Mazio (v. atti di Gugl. 
Buttili-, 9 gennaio 1409, dove Bellomo appare creditore di un capellano della 



— 213 — 

Tale accusa non ora nuova noi ducato ^d anche noi contado 
pavese. Nel solo spazio di due mesi, precedenti L'aprile del 1479, 
una simile stolta accusa era stata lanciata contro gli ebrei di 
Valenza, di Monto Castello, di Bormio, di Pavia; qui anzi l'ac- 
cusa ora stata seguita da violente dimostrazioni contro gli 
ebrei (1). 

Un giorno ad Arena Po si smarrì un fanciullo cristiano ed 
anche perchè si avvicinava la Pasqua, si diffuse la voce che 
questo fanciullo fosse stato preso dagli ebrei per commettere su 
di lui un omicidio rituale. Tosto il luogotenente del cardinale 
di Pavia, Antonio Malvicino fece arrestare l' ebreo Donato di 
Stradella e questi sottoposto alla tortura finì per confessarsi reo 
del delitto attribuitogli, denunciando come complice, anzi come 
vero autore dell' omicidio il padrone Bellomo, che il 20 aprile 
fu fatto arrestare dal podestà di Pavia insieme ad un Isaia di 
Piacenza ed a qualche altro ebreo (2). Il podestà sostenne che 
il giudizio di tale causa era di sua competenza ed invocò un 
ordine del duca, perchè dal luogotenente del cardinale gli fosse 
consegnato il servo di Bellomo; ma il duca mise poi fine alla 
controversia sorta fra podestà e luogotenente, ordinando che 



chiesa di Arena Po, ed atti di Bernardo Collanova 28 novembre 1478). Quanto si 
riferisce all'accusa lanciata contro Bellomo è desunto da otto documenti dell'Ar- 
chivio di Stato di Milano e da un documento della Comunità Israelistica di 
Verona, che furono pubblicati da Corrado Guidetti Pro Iudaeis. Torino 1884. 
pag. 280-94. 

(1) In un memoriale degli ebrei al duca è detto, quanto a Pavia : « .... es- 
sendo rimasto un putto da sera seratto fuori dal ponte di Ticino et condotto 
per un zentilhomo a casa sua afine di restituirlo a quello de chi era et non 
se trovando così subito, fu suspicato et mormorato contra ebrei et cercato in 
casa sua et minaciatoli in modo che '1 patrone dela casa fugito per paura et 
ancora non é ritornato, et se poi non fusse ritrovato non sariano passati senza 

.pericolo et molestie assai come è accaduto a quello della Stradella e come alias 
accadete a Pavia che furono sachegiati et fatto levar il popolo a rumore a 

Insego di far nascere qualche gran scandalo et disordine con detrimento et 
pericolo del stato ...» v. Motta op. cit. Questo memoriale non porta data, ma 
é posteriore al 30 aprile ed anteriore al 29 maggio 1479. 

(2) « li predicti ebrey et tutti li altri detenuti per dieta casone ». 



— 214 — 

gli ebrei arrostali fossero consegnati al capitano di giustizia in 
Milano. Quest'ordine stupì assai i cittadini pavesi, i quali volendo 
che il giudizio avvenisse in Pavia, mandarono al duca per far 
valere i propri diritti il dottor Ambrogio Pizzono, avvocato del 
Comune, ed il frate Guiniforto Strazapata. Intanto che i legati 
pavesi facevano queste pratiche col duca, il podestà sequestrava 
i suoi beni a Bellomo e nell' interesse della giustizia, poiché 
quello persisteva a negare, lo sottoponeva ad alcuni tratti di 
corda, senza poter da lui estorcere nessuna confessione. 

La missione dei legati pavesi non ebbe buon esito; che il 
«luca volle ed ebbe in mani del capitano di giustizia di Milano 
gli ebrei accusati. Ma quale non dovette essere la sorpresa dei 
due delegati pavesi e del Malvicino quando, presentatisi al senato, 
si videro davanti il fanciullo che secondo la stolta accusa sa- 
rebbe stato crocifìsso dagli ebrei di Arena! 11 senato non potè na- 
turalmente far altro che assolvere gli ebrei accusati ed ordinare 
che fossero lóro restituiti i beni sequestrati (1). Ma tale assoluzione 
non pare che acquetasse il fanatismo degli accusatori, poiché 
vediamo il podestà chiedere al duca che gli assolti vengano al- 
meno obbligati a pagare le spese di processo. 

Questo triste episodio, nel quale per poco non si fecero pa- 
recchie vittime, ebbe per compenso un benefico effetto, poiché, 

j 

I II senato — composto allora da: Sforza Secondo, il vescovo di Como,,' 
Pietro Frane. Visconti, Nicodemo Tranchedimo, Orfeo de Ridiano, Azzone 
Visconti, Ciccò Simonetta, Giov. Simonetta. Bartolomeo Calco e Giacomo Si- 
monetta — dichiarava che arrogando a se la causa non voleva violare la 
giurisdizione del podestà di Pavia: «... sed quia huiusmodi imputaci^ 
fui t data li dtreis alias tanien fuit inventa falsa voluerunt praefati principes 
nostri hoc intelligere quia huiusmodi casus si fuisset verus erat atrocissimi^ 
e1 offende!» it tot un (di risi ianani religionem idem erat ollicium principis hoc 
ad se advocare et veritatem intelligere et si fuissent reperti culpabiles fuisse 
etiara rem ss i ad potestatera papié et punirentur i e segue «... tale imput 
eione è stata falsa et calunniosamente facta con» e etiam altre volte è acca, 

dillo se siamo merey ini iat i non senza molestia, de questa scandalosa 

inventione dalla quale sono stati per uscire pericolosi inconven enti tra popu- 
lari et -ente imperita... agli ebrei in quella città et sua iurisditione non sia 
fatta indebita molestia, né oltraggio.... ». v. Guidetti, op. cit. 



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da parte del d«ca provocò degli ordini ai podestà tali da giusti- 
fcare il giudizio dato sui duchi di Milano, quando dicemmo del 
|fo contegno abbastanza liberale, molto liberale anzi, in con- 
iderazione dei tempi, verso gli ebrei. Per questi ordini i podestà 
dovevano raccogliere scrii indizi, prima di accettare accuse di tale 
gravità contro gli ebrei; dovevano mandare poi al duca gli ac- 
cusati insieme agli accusatori ed ai testimoni, affinchè per mezzo 
|l senato il duca potesse istruire processo e giudicare retta- 
mente, provvedere a che l'ordine pubblico per simili accuse non 
venisse turbato e non si commettessero violenze contro gli altri 
eirei. Qualora poi dal processo risultassero false le accuse gli 
accusatori dovevano esser puniti come calunniatori, dovevano 
cioè pagare le spese processuali e risarcire ogni altro danno 
tenuto conto anche degli interessi verso la parte lesa e sotto- 
stare alle pene sancite dai decreti ducali contro i colpevoli di 
falso. 



CAPITOLO II. 

Gli Ebrei a Pavia nel secolo XVI 

Giunti a questo punto della nostra narrazione non possiamo 
asciare del tutto sotto silenzio un episodio che si riferisce a Pavia 
■i tratta di una causa giudiziaria sorta fra l'amministrazione 
eli ospedale di San Matteo ed alcuni ebrei di Parma : la quale 
ausa incominciata nel 1498 si trascinò per lungo tempo, fino 
loe al 1521. 

Alla morte di Filippo Eustacchi, già castellano del castello di 
orta Giovia in Milano, fra i creditori che avevano chiesto di 
ssere risarciti erano anche l'amministrazione dell' ospedale di 

Matteo e 1' ebreo Davide Galli di Parma. Quest'ultimo vantava 
i credito verso l' Eustacchi di tremilatrecento ducati, credito 
conosciuto da una sentenza pronunciata nel 1496 da Gregorio 
u-ner. vicario generale ducale, e poiché creditore era pure 
ospedale di San Matteo, si strinse nel 1498 un concordato. 



- 216 — 

secondo il quale Emanuele da Rovigo rappresentante degli eredi 
di Davide Galli avrebbe fatto pratiche per ottenere il pagamento 
dei crediti comuni e 1' ospedale avrebbe pagato le spese neces- 
sarie a raggiungere questo intento. Neil' agosto del medesimo 
anno 1498 Emanuele, sempre come procuratore degli eredi di 
Davide Galli, riceveva in pagamento dagli eredi di Filippo Eu- 
stacchi una casa ed anche una roggia in borgo S. Siro; ma ce- 
deva poi questa ultima proprietà all' ospedale per circa cinque 
mila lire da pagarsi a rate. I patti però, secondo i quali veniva 
ceduta la proprietà della roggia, non furono osservati dall' am- 
ministrazione dell'ospedale, cosicché i suoi agenti vennero citati 
da Emanuele per 1' osservanza dei patti stessi e per la rifusione 
dei danni recati gli eredi di Davide Galli. Non fu possibile un 
accordo, perciò Emanuele intentò procedimento contro l'ospedale. 
La causa durò parecchi anni e terminò con sentenza del sena- 
tore Lodovico Macanello in data del 6 marzo 1518, che confer- 
mando altra sentenza del senatore Giacomo Filippo Sacchi (14 
febbraio 1515), condannava l'amministrazione dell' ospedale a 
pagare agli eredi di Davide Galli, oltre lire cinquemila quattro- 
cento ventisette ad essi spettanti di diritto fino dal 1498, anche 
gl'interessi ed a ricompensarli di tutti gli altri danni. Questi 
vennero poi nel 1521 determinati nella somma di circa mille 
settecento lire, per convenzione conclusa fra l'ebreo Emanuele 
procuratore degli eredi di Davide Galli e Giovanni Francesco: 
Mangana e Giovanni Stefano Ricci, rappresentanti dell' ospe- 
dale (1). 

Abbbiamo creduto non inutile esporre brevemente questo epi- 
sodio, sia perchè esso si riferisce ad un istituto cittadino, sia 
perchè l' altro contendente a nome degli eredi Galli, Emanuele da 
Rovigo, si stabilì a Pavia verso la fine del quattrocento ed ivi ri- 
mase a lungo, tenendo banco di prestiti ^2). In questo tempo 

(1) Tutte queste notizie sono desunte dagli atti dei notai: Giov. Giacomo 
Canevari (8 agosto 1498 e 2 gennaio 1510), Luigi Gravenago (24 maggio 1510), 
Giov. Pietro (modello (26 febbraio 1499), Giov. Battista Imodello (19 luglio 
1520 e 4 febbraio 1521); i quali atti si trovano nell'Archivio Notarile ii Pavia. 

(2) Àrch. Net. atti di Giov. Battista Imodello (8 ottobre 1507) e Giov. Giac. 
Canevari (2 gennaio 1510). Emanuele abitava in parrocchia di San Zeno. 



erano in città altri ebrei banchieri e sopratutto contro di ossi 
si volgeva l'avversione e l'odio < lolla popolazioni 4 (1). Senza 
dubbio questi cadivi sentimenti erano cagionati dagli interessi 
assai gravosi che gli ebrei pretendevano per prestare i loro ca- 
pitali, ma più ancora questa avversione e quesf odio erano fo- 
mentati dal fanatismo religioso. Non c'era, si può diro, prete o 
monaco che nelle sue prediche non inveisse contro i disgraziati 
ebrei maledetti da Dio, onta del genere umano ; la folla rozza, 
ignorante, superstiziosa si esaltava facilmente e si abbandonava 
spesso a dimostrazioni anche violente contro i pochi ebrei che 
erano in città. 

Colui che con maggior successo — quale triste successo ! — 

■ predicò a Pavia contro gli ebrei fu Bernardino da Feltre. (2) 

Qui venne per la prima volta nella quaresima del 1480 e già 

I lo precedeva la fama di uomo di forte ingegno, di mirabile zelo 

neir esercizio del suo officio e sopratutto di prodigiosa eloquenza; 

sicché era atteso con grande desiderio. 

Naturale quindi che le accoglienze fattegli fossero entusia- 
stiche e che in gran folla — in essa professori e scolari dell' Uni- 
versità — accorressero i pavesi ad udire la sua parola viva ed 
ispirata. 

Il celebre predicatore non parlava solo dei beni spirituali alla 
folla che faceva ressa intorno a lui, ma assai anche degli inte- 

(1) Questa avversione e quest' odio spesso erano manifestati con dimostra- 
ioni violente e ciò era reso facile dall'essere gli ebrei obbligati a portare il 
l'istintivo infamante, cosa che li esponeva più facilmente a rappresaglie. L' ob- 
)ligo di portare il distintivo era imposto da disposizioni ducali e da parte sua 
a Provvisione di Pavia provvedeva a farlo rispettare, come nel 1505, nel quale 
nno diede fuori una grida, « quod heb^ei volentes habitare in civitate et co- 
nitatu Papié non audeant nec debeant audere ire per civitatem nec comitatum 
bsque birreto gialdo in signum et ad differentiam cristianorum et hoc sub pena 
^cati unius prò singulo eorum prò qualibet vice qua contrafecerint ...» (v. in 

rch. Mus. pav. atto di Provvisione del 26 maggio 1505) 

(2) v. L. De Besse. Le Bienfaisant Bernardin de Feltre. voi. I pag 137-8 
301-6. — P. Moiraghi. Vita del Beato Bernardino Tomitano da Feltre, 
avia 1894 — C. Dell'Acqua Di alcuni omaggi resi alla memoria del B. 
■ ern. Tom. da Feltre in Bollettino Storico Pavese 1894 pag. 32. 



— 218 — 

ressi mondani, inveendo, lui V ideatore dei Monti di Pietà, contro 
T usura. ... In quei tempi coloro che possedevano capitali mo- 
bili e da essi traevano lucro, dandoli a prestito, erano quasi sol- 
tanto gli eluvi: era tacile quindi che contro di questi Bernar- 
dino lanciasse gli strali infocati della sua eloquenza ; quasi fosse 
per il fatto di appartenere ad una religione diversa dalla cri- 
stiana che gli ebrei erano usurai. Ma in ciò il frate era vittima 
di uno stolto pregiudìzio, agiva quindi in perfetta buona fede e 
colla sua predicazione creava nuove vittime del medesimo pre- 
giudizio. La sua parola suggestiva produceva grandi e tristi 
effetti sull' animo degli ascoltatori ed allora vi furono certamente 
delle dimostrazioni contro gli ebrei, se il duca stimò opportuno 
di mandare a Pavia un commissario latore di lettere ducali colle 
quali Bernardino era pregato di non occuparsi in nessun modo 
degli ebrei nelle sue prediche. Insistette il commissario e fece 
anche delle minacce al monaco per indurlo a tacere, ma egli 
servendosi di un motto di San Paolo « verbum dei non est air 
ligatum », negò a chiunque il diritto di farlo tacere ed il giorno 
successivo agli ammonimenti del commissario ducale riprese a 
trattare del medesimo argomento, esponendo quanto insegnava 
la chiesa cattolica circa 1' usura e gli ebrei. Predicò poi a Pavia 
Bernardino da Feltre ancora nella quaresima del 1493 e per al- 
cuni giorni nel settembre del 1494 traendo a sé gran folla di 
ascoltatori, tanto che dovette parlare sulla piazza della cattedrale 
e destò come la prima volta, anzi ancor più, grande entusiasmo. 

Se anche non si sapesse essere conforme all' indole fanatica 
di questo frate una predicazione che conduceva all' odio contro 
gli ebrei, che la sua predicazione avesse tale effetto si argomen- 
terebbe facilmente da ciò che dopo la sua morte avvenne a 
Pavia. 

Era appena morto e già i pavesi non sapevano come meglio 
onorare il Beato, se non promettendo di cacciare gli ebrei dalla 
ri Ma. 1 1/ avversione già grande della cittadinanza verso di loro 

(1) Lo Spelta, ( Vita dei Vescovi, pag. 607-8) accennando come gli ebrei 
venissero cacciati da Pavia nel 1595 dice «.... la quale (Pavia) già cent'anni 
e più promise al beato Bernardino da Feltre di cacciarli via ... ». 



— 'il!) — 

veniva ancor più fomentala dai predicatori clic imitando, anzi in 
ciò procurando di superare 4 lo stesso Bernardino, non cessavano 
di scagliare le più feroci invettive dal pergamo, donde avreb- 
bero dovuto pronunciare la parola di pace, contro gli ebrei espo- 
nendoli così alle violenze della folla superstiziosa. Fra questi pre- 
dicatori si distinse più di tutti per cieco fanatismo frate Ubertino 
d' Alba (1) che predicando a Pavia nel 1521, ai suoi devoti ascol- 
tatori diede fra altri questo saggio insegnamento: non osservi 
altro mezzo per vincere l' ira di Dio. che in punizione mandava 
sulla città tanti flagelli, se non di cacciare quella peste del ge- 

, nere umano che erano gli ebrei. Un predicatore così violento ebbe 
la trista soddisfazione di inacerbire ancora di più gli animi e di 
spingere i pavesi a tumulti contro gli ebrei. E che le dimostra- 
zioni in tal modo suscitate contro costoro fossero violente è facile 
arguire dall' intervento dell' autorità ecclesiastica e dell' autorità 
civile. Infatti il vescovo della città minacciò della scomunica, 
dopo tre ammonizioni, chi avesse usato violenze a danno degli 
ebrei ed il podestà contro i colpevoli di simili violenze stabilì 
per pena una multa di cento ducati ed alcuni tratti di corda. I 
pavesi però sembra non si lasciassero troppo intimorire da queste 
disposizioni dell' autorità civile ed ecclesiastica che erano state 
prese forse più per minaccia che perchè venissero eseguite, 
e dovettero con ogni probabilità continuare la loro agitazione 
così da costringere i deputati della Provvisione a chiedere al 
governatore l'espulsione degli ebrei della città od almeno il di- 
vieto ad essi di tener banchi d' usura e di pegni. 

Ma nessuna di queste domande sortì buon effetto; che gli 
ebrei rimasero a Pavia godendo dei privilegi loro concessi; sol- 
tanto per una grida tei podestà Pietro Paolo Arrigoni, del di- 
cembre 1521, che minacciava una multa di venticinque ducati 
d'oro ed un mese di carcere ai contravventori, essi furono obbli- 

I gati, per essere facilmente riconosciuti, a portare la berretta 
gialla come era stabilito da decreti ducali caduti in disuso. 

(1) 1 documenti che si riferiscono alla predicazione di frate Ubertino ed. ai tu- 
multi che essa provocò, si trovano nelT Archivio Civico Pavese e furono pub- 
blicati da R. Maiocchi in Ticinensia pag. 108-113. 



— 2*20 — 

11 rifiuto dell'autorità localo di concederò fticoltà di espellere 
gli ebrei non sgomentò i pavesi, che con maggior zelo di prima 
continuarono le pratiche per raggiungere il proprio intento, 
anzi compirono un atto di molla gravità. 

Il 28 settembre 1527 il Lautrec poneva Tassodio a Pavia mala] 
mente difesa dai soldati di Lodovico di Barbiano e moltissimi cit- 
tadini, adunatisi tra loro, dopo avere a lungo discusso del modo 
più acconcio a preservare la città dalle stragi, dai saccheggi degli 
assalitori, emettevano al boato Bernardino un voto solenne (voto 
che ben poco giovò, poiché due giorni dopo, il 5 ottobre, le orde 
del Lautrec penetravano in città facendo strage) di cacciare quegli, 
ebrei la presenza dei quali attirava sui cittadini Tira terribile di 
Dio. (1) Questo voto però i pavesi non mantennero, sebbene fatto 
in forma solenne e non lo mantennero, perchè a ciò si opponeva 
la volontà del principe, essendo la presenza degli ebrei nel du- 
cato e quindi anche a Pavia, di grande benefìcio al fìsco e spe- 
cialmente, perchè gli ebrei divenivano per i cittadini di Pavia, 
per le tristissime condizioni economiche di questa città, utili, 
anzi necessari. Come avrebbero infatti potuto i pavesi trovare dei 
prestiti ingenti ed anche modesti se non ricorrendo ai banchi 
degli odiati ebrei ? E per il bisogno grande che avevano del- 
l' opera degli ebrei, oltre che per il rifiuto del governatore a 
concedere di questi V espulsione, che si spiega come i pavesi 
chiedessero molti anni più tardi, nel 1558, a Roma d' essere as- 
solti dal solenne voto del 1527, che non avevano in nessun 
modo potuto attuare e tale assoluzione ottennero da Paolo IV 
sia per la temerità del voto, sia per la # trasgressione. (2) Questo 
voto ha grande importanza, perchè — come vedremo più avanti 
— costituisce la ragione principale onde i pavesi chiedono 
P espulsione degli ebrei. Quasi tutti i documenti della seconda 
metà del secolo decimosesto riferentisi al nostro argomento, ri- 
guardanti cioè le pratiche fatte presso Filippo II per ottenere 



(1) Anche il dOClim. dove si parla di quosto voto si trova noW Archivio C\ 
vico e fu pubblicalo dal Maiocchi a pag, 114-IK dei Ticinensia. 
(2| v. MAIOCCHI, Ticinensia, pag. 119-21. 



— 22ì — 

l'espulsione degli dirci dal ducuto di Milano, per ciò che con- 
cerne Pavia parlano appunto di questo latto; non c'è, si può 
dire, memoriale, non e" è supplica od al governatore di Milano 
o direttamante al re che non accenni a questo voto che costi- 
tuisce una ragione particolare pei pavesi: con una monotona ed 
uggiosa insistenza in quei documenti si prega che se anche non 
si vogliono cacciare gli ebrei da tutto il ducato, si espellano al- 
meno da Pavia, diversamente la disgraziata città sarà esposta 
all' ira divina per un giuramento non mantenuto. 

Non potendo ottenere P espulsione tanto invocata pare che 
i pavesi non desistessero dal perseguitare gli ebrei che avevano 
la disgrazia di dimorare nella loro città. I monaci nelle loro 
predicazioni non trascuravano occasione per scagliare le solite 
accuse e le solite ingiurie e paragonando gli ebrei alle sangui- 
sughe, li descrivevano intenti, per la loro avidità di danaro, non 
ad altro che a succhiare il sangue dei poveri cristiani ed in si- 
mili discorsi minacciavano sul capo dei cittadini i fulmini dell'ira 
divina per la loro riprovevole tolleranza. Ed alla parola violenta 
dei predicatori si aggiungevano anche, come ci attesta un docu- 
mento (1), vergini fanciulli ispirati, i quali asserivano che Iddio 
avrebbe mandato ai pavesi la peste ed altri flagelli, se essi aves- 
sero più oltre tardato ad eseguire il voto famoso. Durante la qua- 
resima del 1570, o poco dopo per i discorsi di un fanatico predi- 
catore ed in seguito all' affissione sulle porte delle chiese di bol- 
lettini pieni di ingiurie e di minacele, gli ebrei furono vittime 
di violenze da parte di ragazzacci ai quali non isdegnavano unirsi 
anche uomini maturi, che inseguivano gli olirei che trovavano per 
via, lanciando pietre, e ne assalivano le case (2). 

(1) v. in Pacco Ebrei delTArch. Mus. Civ. Pav., un documento, del 13 no- 
vembre 1565, contenente una supplica dei pavesi al re ed una lettera colla quale 
Filippo II. chiede notizie al governatore. 

(2) « lll. mo et Ex. m0 sig. r Marchese .... — Li fidelissimi servitori di Vo- 
stra Ex*'« li hebrei di Pavia ^ono sforzati haver ricorso a V . ra Ex. ia et fargli 
intendere qualmente da questa quatragesima in qua per causa di un predica- 
tore é tanta insolentia grande che gli viene usata da garzoni et figliuoli et figli 
con alcuni nomini tra loro di quella città, comulandosi prontamente grandissimo 

14 



— 222 — 

Gli effetti della riforma cattolica si fecero sentire pure per 
gli ebrei ed anche per quelli di essi che, nella seconda metà del 
secolo decimosesto, abitavano a Pavia. Qui venne infatti nel 1576 
Angelo Peruzzi vescovo di Bologna, come visitatore apostolico, 
per indagare circa l' esecuzione dei deliberati del concilio di 
Trento. E 1' effetto di tale inchiesta fu assai triste per gli ebrei, 
poiché ebbero peggiorata la loro condizione. In seguito al de- 
creto dato fuori dal vescovo di Bologna, decreto conforme alle 
deliberazioni del concilio di Trento (1), gli ebrei che sono pei 

numero apresso qualunche hebreo andando per la città lapidandolo con pietre 
et sassi di mala maniera né alcuna persona li fa desistere, anzi insegandoli et 
il medesimo stando in li lor case li lapidano alle lor porte et finestre di ma- 
niera che non soleno resistere et è stato costreto un hebreo di quela città aban- 
donare la sua casa et retirarse in un' altra per più non potere per suo gran 
danno et è stato posto nella piazza bolletini contra essi hebrei per tumultuare 
et sobornare tutto il popolo uè hanno timore delle cride. Tali cride sempre 
fanno di male in peggio né essi hebrei pono comprehendere la caggione di tal 
causa salvo potrà esser alcuno di essa città disidiroso di far lui l'officio de li 
hebrei il tutto contro la forma de lor privilegi che tiene sua natione da sua 
Maestà Cattolica titillo oneroso et contra ogni ragione et non credono sia mente 
di V. ra Ex. ia che siano mal trattati et ne meno spregiati massime temendo di 
maggior scandalo, che minaciano assai di pegio. Pertanto humilmente supplicano 
V. ra Ex. ia sia servita, ordinare et mandare con celerità che vada in essa città 
una persona idonea et esperta con autorità che in nome di V. ra Ex. ia faccia 
quella cellere provisione opportuna et necessaria acciò non occorra maggior 
erore o scandalo con pigliare quella informatione occorsa et far publiche cride 
con grave pena pecuniale et corporale obligando il padre per lo figlio, il pa- 
drone per lo famiglio et i parenti et quella miglior provisione che parerà a 
V. ra Ex.* a et per essere la loro domanda giusta et V. ra Ex. ia fonte di giustizia 
sperano ottenere da v. ra ex. ia la quale Iddio prosperi et feliciti ». 11 marchese 
di l'escara, in assenza del governatore, ordinava al podestà di Pavia di prendere 
i più severi provvedimenti per impedire ogni violenza contro gli ebrei. 

(1) v. Decreta Generalia (XXXV — De ludaeis 1576) di Angelo Peruzzi, 
che si trovano a pag. 499-502 dei Concilia Papiensia pubblicati da Giov. Bo- 
sisio. In questo decreto vi sono anche disposizioni transitorie; fra altre quella 
secondo la quale i proprietari, che hanno affittato ad ebrei abitazioni o botteghe 
in vicinanza di chiese, devono entro quindici giorni espellere i loro affittuali. 
« . . . . e perchè non è conveniente che quando si porta il sancissimo Sacra- 
mento in processione ovvero a qualche infermo siano tollerati gli ebrei a star- 
sene guardando senza esibirli punto di riverenza. . .. non siano tollerati a star- 



— 223 — 

cristiani « mus in pera, serpens in gremio 3 et ignis in sinu », 
dovevano portare il berretto giallo ed abitare in un solo luogo, 

lontano dallo chioso e dallo case dei cristiani, non. potevano né 
possedere boni immobili, nò tenore cristiani ai loro servigi, nò 
affidare i loro nati a nutrici, nò valersi di levatrici che fos- 
sero cristiano ; nò lavorare in pubblico nei giorni di festa, né 
partecipare a solennità (1), né ricevere nelle loro case cristiani, nò 
avere con questi qualsiasi relazione. Nei tre giorni avanti Pasqua 
era poi ad essi fatto obbligo di non uscire dalle loro caso, anzi 
di rimanervi colle porte e collo finestre perfettamente chiuse. 
Per i cristiani poi, che nei loro rapporti cogli ebrei contravve- 
nivano ad una sola delle disposizioni contenute nel decreto, erano 
stabilite una multa di cinquecento lire a beneficio di opere pie 
e la scomunica. Tali disposizioni del vescovo di Bologna do- 
vevano essere lette in tutte le parrocchie almeno una volta 
ogni mese. 

E qui bene notare come verso gli ebrei non si usassero solo 
misure di rigore, ma come anche si cercasse' con lusinghe di 
indurli ad abiurare la loro religione e ad abbracciare quella cat- 
tolica. Già più ordini regi eli espulsione, che non ebbero esecu- 
zione se non assai più tardi — e la ragione di ciò vedremo più 
avanti — stabilivano che potessero rimanere nel ducato di Milano 
quegli ebrei che si convertissero ; i preti ed i frati poi corcavano 
di insinuarsi in mezzo ad essi e di far propaganda religiosa. E 
gli effetti di questa propaganda a Pavia sono appunto alcune 
conversioni ; quali ad esempio di certa Rica (2) andata poi 
sposa ad un nobile Corti pavese ; di un ebreo, del quale non si 
fa il nome, che nel 1560 riceve nella cattedrale il battesimo con 



sene con tanta irriverenza, ma siano astretti al suono della campanella che dà 
segno che si porta il santissimo sacramento a ritirarsi ed ascondersi in luoghi 
che non siano veduti ». 

(1) Una grida del podestà di Pavia, in data 7 aprile, 1570 (v. Majocchi 
Ticinensia, pag. 123) pubblicata a nome del governatore proibiva ai cristiani di 
ballare cogli ebrei sotto pene che variavano da tre tratti di corda a tre anni 
di galera e perfino alla morte. • 

(2) Arch. Not. atti di Giorgio Belbello, 8 maggio 1511. 



- 224 - 

cerimonia solenne (1); di un Paolo Stefano Gambara forse nel 
medesimo anno (2) ; e più tardi di un Francesco Sassatello (3) 
e di certa Bella che entra in un monastero. 

Abbiamo più sopra parlato del voto solenne che nel 1527 
fecero i cittadini pavesi a Bernardino da Feltre, di espellere gli 
ebrei dalla loro città ; per esser più esatti dobbiamo aggiungere 
che quel voto non era cosa nuova, ma niente altro che la con- 
ferma di un simile voto fatto subito dopo la morte del famoso 
fraticello, che aveva saputo destare intorno a sé tanto entusiasmo. 
Ma fu precisamente dopo il 1527 ed in seguito all' atto solenne 
compiuto in quell'anno, che incominciarono pratiche insistenti per 
ottenere l'espulsione degli ebrei, pratiche che durarono fino alla 
fine del cinquecento. I documenti che si riferiscono a tali tentativi 
sono abbastanza numerosi, sebbene si ripetano in un modo quasi 
incredibile; da essi appare che la Provvisione mandò al duca una 
supplica nel 1531 e che deliberò di presentare un'altra supplica nel 
1533; (4) ed appare pure che nel 1534 i pavesi per mezzo 
di Francesco Ripa e Francesco Trovamala, insistettero presso i 
Conservatori degli ebrei nel ducato per ottenere V espulsione di 
un Jacob ebreo, del quale dovremo fra poco parlare abbastanza 

(1) « 1560, die 3 augusti. In nome delti molto m. ci s. ri deputati si fa pu- 
blica notieia ad ogni persona qualmente è piaciuto a nostro S. or Iddio illumi- f 
nare il core ad un hebreo de venire a questa santissima fede Christiana et per 
questo effetto domane, che sarà domenica, alla mattina ad hora debita si farà 
una devota predica nel domo di questa città, ove doppo si divenirà al sacro 
santo baptesimo d'esso hebreo. Però si esorta ogni persona di qual condizione 
si voglia, ad volere venire alla «Titta predica ed alla solennità della recupe- 
ratone di quella anima infedele alla vera fede con pregare nostro S. or Iddio 
concedi gratia alli altri infedeli di redursi tutti alla detta santissima et vera 
fede di nostro Signor Jesu Christo .... ». 

(2) In una supplica (26 marzo 1584) costui dice che abita fin dal 1560 
in Pavia, dove ha ricevuto il battesimo. 

(3) v. una supplica del 1591 in Pacco Ebrei dalPArch. Mus. Civ. Pav. 

(4) Dal Registro di Provvisioni, fol. 18 « . . Quod obtineatur Iudaeorum 
expulsionem de ci vi tate ista » giorno 12 febraio, e « Quod supplicetur prò opti- 
nenda expulsione hebreorum de Papié civitate et, ubi hoc obtineri non possit 
quod moderentur interesse et alia capitalia prò ut aequum et honestum ac 
iuridicum fucrit ». 



a luùgo; così puro tre 4 anni dopo, ma allora non perchè uno 
solo, sibbene tutti gli ebrei fossero cacciati dalla città. 

Infatti P 11 novembre 1537 più di cento cittadini, nobili, arti- 
giani, plebei nominavano una commissione, composta da Gaspare 
Ottoni, Matteo Butigella, Giovanni Lonati, Giovanni Antonio Fer- 
rari e Pietro Beccaria, che dopo sei giorni doveva riferire in- 
torno ai modi più opportuni per espellere gli ebrei. Una grida 
poi del 16 novembre invitava ad un'adunanza tutti coloro che 
avevano dei pegni presso gli ebrei, per trattare del modo di riscat- 
tarli e, dopo parecchie altre adunanze, si deliberò che gli ebrei 
colle loro famiglie e coi loro averi lasciassero Pavia non più 
tardi del 1 agosto 1538. 

Però P espulsione degli ebrei se era nei vivissimi desideri 
della città non era in sua facoltà ; ogni decisione spettava al 
governatore, poiché i privilegi che essi godevano venivano con- 
cessi dall' imperatore. 

Così ogni deliberazione della città per questo riguardo non 
aveva altro valore che come espressione di un desiderio ; onde 
il 25 novembre 1537 venivano date ai giureconsulti Francesco 
Trovamala e Francesco Vegio istruzioni per ottenere a Milano 
dal governatore l'espulsione tanto invocata (1). Però tutte questi 
tentativi fallirono completamente, né miglior fortuna ebbero quelli 
che miravano all'espulsione di uno almeno degli ebrei, Iacopo, che 
era il più odiato; una grida infatti del podestà (18 aprile 1538) 
minacciava la solita pena di cento ducati ed alcuni tratti eli corda 
a chi avesse usato violenza contro questo ebreo, secondo consiglia- 
vano certi bollettini affissi sulla facciata delle chiese. 

Il rifiuto del governatore di decretare la espulsione non 
sgomentò i pavesi, i quali anzi continuarono più che mai at- 
tivamente le pratiche per ottenere il loro scopo, descrivendo nei 

(1) v. in Pacco Ebrei documenti dei giorni 11, 16, 25 novembre 1537; 
vi é pure un documento del medesimo anno dove non sono segnati né mese, 
uè giorno, ma che non è anteriore al 16 novembre e non è posteriore al 
25 novembre; questo docum. contiene la deliberazione di espellere gli ebrei 
entro il lo agosto 1538 e norme pei cittadini circa il modo di riscattare i pegni. 



226 



memoriali, nelle suppliche e por voce dei loro Oratori presso il 
governatore, le infinite estorsioni degli ebrei, e sempre ricor- 
dando il voto fatto al beato Bernardino da Feltro, di espellere 
gli ebrei dalla città e di « non permettere per tempo alcuno 
che ni un giudeo vi abitasse ». Ma, ripeto, queste pratiche 
tallirono sempre, anche nel 1549, verso la fine del quale anno 
Pavia mandò presso il governatore una commissione composta 
da Giovanni Michele Girardi, Giacomo Francesco Gambarana, Po- 
lidonio Maino, Gerolamo Sacco, Giacomo Antonio Bosco e Pietro 
Beccaria. 

Che anche in questa occasione il governatore rispose ai rap- 
presentanti pavesi ciò che aveva risposto altre volte: non esser 
possibile T espulsione degli ebrei, perchè vi si opponevano i pri- 
vilegi da essi ottenuti. (1) Nonostante però questo rifiuto i pa- 
vesi non desistettero dal continuare le medesime pratiche. 

La cura che si davano i pavesi per ottenere l' espulsione 
degli ebrei, il voto solenne, le frequenti adunanze di cittadini, 
le parecchie commissioni nominate, le istruzioni date agli oratori 
a Milano, le numerose suppliche, il contenuto dei memoriali, 
P invio di rappresentanti al governatore, tutti questi fatti ci in- 
durrebbero facilmente a credere che gli ebrei a Pavia fossero 
nella prima metà del cinquecento in gran numero e così sa- 
remmo tratti in inganno. Già vedemmo che nella seconda metà 
del secolo decimosesto qui gli ebrei non erano molto numerosi, 
e come però avessero non piccola parte nella vita cittadina. 

Nei primi giorni del 1496 altri vennero per privilegi spe- 
ciali a stabilirsi a Pavia (2) e ciò spiacque naturalmente assai 

(1) Ai legati pavesi il governatore rispose «... prima, che non poteva in- 
novare cosa alcuna centra la forma delli privilegi della natione ebrea nova- 
mente confirmati, di poter cohabitare nel dominio di Milano pur ripplicando noj 

-■jioni della città et dicendogli tra l'altro che avemo patito tanti ilageli 
di peste, faine et sacomani alli tempi passati et che credemo in gran pai te 
eas'ire stati percossi per 1' iuosservantia d' esso votto et dubitatilo in li medesimi 
flagelli incorrere et maxime vedendo già principio di peste, si rissolse che man- 
dassimo a Mediolano da Sua Ex. Ia ... » ; da una relazione dei delegati pavesi 
(Pacco Ebrei dell'Arch. Mus. Civ. Pav., 30 novembre 1549). 

(2) v. in Pacco Ebrei dell'Arch. Mus, Civ. Pav. doc. del 21 febbraio 1496. 






227 



ai pavesi che temendo la loro città non avesse a divenire « spe- 
liiiu'ha el sentina do ludei, secta infratrice d'ogni bene perse- 
qutori de christiani e di dio nomici », invocarono la espulsione 
dei nuovi venuti. Ma questa domanda non fu certo acccolta e ciò 
è lecito supporre, poiché nei primi anni del secolo decimosesto 
si stabiliva in Pavia un ebreo di nome Pasco, proprietario di un 
banco di prestiti e di pegni ed altri ebrei si stabilivano tra la fine 
del 1510 ed il principio del 1511 (1). In processo di tempo gli ebrei 
a Pavia vanno crescendo, non di molto però ; il loro numero 
preciso non sappiamo , solo sappiamo con certezza che nel 
1558 qui abitavano sette famiglie di ebrei (2). Fra essi era 



(1) v. in Pacco Ebrei dell'Arch. Mus. Civ. Pav., una lettera dei deputati 
della Provvisione (11 aprile 1510) al luogotenente generale del re di Francia. 
In un atto poi di Provvisione del 13 agosto 1514 è detto fra altro :«..,, Item 
quia intelexerunt quod indies crescit novus adventus hebreorum in hac civitate 
ordinaverunt et ordinant quod non permitantur aliqui hebrey de novo venire 
in hac civitate ultra residentes sine licentia prefate comunitatis quinimo expe- 
latitur cum licentia ill. mi ducis et principis nostri ... ». 

(2) Da una lettera della Provvisione (9 maggio 1558, Pacco Ebrei) a Cle- 
mente Preda e Lodovico Ricci : « . . . . Hora è fatto cumullo d" altri casati 

di hebrei sino al numero di sette et di più intendemo che altri fanno dissegno 
di venirgli, il che considerando esser di grandissimo peso et carico alla città 
nostra et a grande offesa di sua divina maestà contrafacendosi manifestamente 
al votto predetto et che perciò patisse la città nostra grave et molteplice ad- 
versità eh" anche più volte se sono atribuite a cotal contagione ...... Un 

altro documento senza data, ma appartenente di certo alla metà del secolo 
decimosesto, è una « Nota deli hebrei ali quali è sta fatto la executione de li 
scolari . . — messer Leone Levito, m esser Simone da Bremo, m. Iacob de Le- 
vito, Simone Levito, m. Donato di Levito, in. Clemente sacerdote, madama 
Bona che non tene bancho, m. Augello che non tene bancho, m. Passo ». Vi 
è pure un terzo documento che ci informa del numero degli ebrei a Pavia: 
« Notta delli ebrei quali al presente se ritrovano in Pavia alli 23 martio 1566. 
Pietro Iacopo Vegio habita al Carmine, Leone habita utsupra, Donato con doij 
altri compagni et in sua casa li sta de quelli venuti da Venecia osia da ITdme 
sancta m. ca Verone. Li figlioli Angelo con la moglier, Augusto Gabriel. Li pre- 
senti sono tutti provenuti dalla casa del detto Iacopo. — Simon da Bremo et 
figlioli al Carmine, Clemente sacerdote, Augusto Michel, Abraam et compagni, 
il barbere Augusto Marino, il beccaro Isac utsupra in la casa del Scarpon. 
Bona con li figlioli in ... . et fa botega, Rafael norciza, Augusto Michel. Pase 

Li prefati sono delli novi venuti ad habitare in Pavia ». 



- 228 — 

un rabbino Clemente ed un beccaio Isac. Gli ebrei quindi 
a Pavia formavano una comunità, ed avevano una sinagoga e 
questo secondo l'alto è provato da un documento, nel quale 
si dice che gli ebrei con grande fervore religioso assistevano 
alle (unzioni del sabbato. 

Le suppliche ed i memoriali della seconda metà del cinque- 
cento dicono talvolta di nuovi ebrei che vengono a Pavia a 
porro lorsede; ma non dobbiamo lasciarci trarre in inganno da 
cosi vaghi accenni, supponendo qui un numero di ebrei supc- 
riore al reale. Non si capirebbe a tutta prima come, non essendo 
gli ebrei numerosi, i pavesi facessero così insistenti e lunghe 
pratiche per ottenere V espulsione, ma a ciò bisogna riflettere che 
concorrevano due ragioni assai gravi ; il pregiudizio religioso 
ed il malcontento che destava V usura degli ebrei. 

I pavesi — di ciò abbiamo già fatto parola — esaltati dalla 
predicazione di Bernardino da Feltro, avevano, appena morto il 
frate, fatto voto di cacciare gli ebrei e quel voto avevano con- 
fermato solennemente nel 1527; l'eseguirlo era per essi una 
questione d'onore, un sacro dovere, il venir meno all' adempi- 
mento del quale avrebbe provocato terribile l'ira divina. 

L' altra cagione, dicemmo, era il malcontento che destava 
l'usura degli ebrei; infatti questi erano quasi tutti banchieri e cer- 
tamente gli interessi pei quali davano a prestito i propri capitali 
erano «issai gravosi. Se vogliamo prestare intera fede a quanto 
asseriscono i pavesi nei soliti memoriali, gii ebrei prestavano 
air intestasse prima di nove imperiali al mese per ogni fiorino, 
poi di otto o nove denari per ogni lira e 1' ebreo Iacopo prima 
di otto o dieci, poi di dodici o quindici imperiali per ogni lira; 
più tardi prestavano al sessanta per cento (1) ed i migliori loro 

(1) v. in Pacco Ebrei dell'Ardi, del Mus. Civ. Pav. documenti dell" !1 a- 
prile 1510 e del 17 luglio 1549, nel secondo del quali si invitano i membri della 
Provvisione a « provvedere che questa pessima generatione (gli ebrei) con tanto 
estremo «lamio et scoriatione et consumamene del sangue de le povere persone, 
che di tal servigi hanno mestieri, non comportare che egli facino li interessi così 
eccessivi come fanno a sessanta per cento ». Si prosegue dicendo che un'usura 
così enorme non si tollera in nessuna altra città d' Italia e si cita V esempio di 
Venezia, di Ferrara e di Mantova dove non si permette un interesse superiore 
al trenta per cento pei forestieri ed al venti pei cittadini. 



229 



clienti erano sempre, come nel secolo precedente, gli scolari del- 
l' Università. 

('osa stran;} ! I pavesi si lamentavano di essere spogliati, dis- 
sanguati eppure ricorrevano sempre agli ebrei ; il vero è che 
non avevano altri banchieri ai quali rivolgersi, se non i loro 
ospiti tanto disprezzati che tolleravano quindi come una dolorosa 
necessità. 

Si potrebbe credere che 1' essere tanto odiati e fatti segno 
spesso a violenze da parte della folla fanatica, dovesse indurre 
gli ebrei a vivere concordi, uniti tra loro da sentimenti di soli- 
darietà e da comuni interessi di conservazione; eppure non è 
cosi od almeno non fu sempre così. 

Dai documenti infatti sappiamo di contese sorte talvolta tra 
gli ebrei e deferite ad arbitri; (1) di proteste degli uni contro 
gli altri determinate da rivalità di interessi ; di vani tentativi, ad 
esempio, di certa Bella contro un Iacopo, per far revocare i pri- 
vilegi a lui concessi di tenere un banco, ciò che costituiva un 
serio pericolo per il banco della donna ebrea (2 . 

(1) v. ad esempio un compromesso fra gli ebrei Salomone ed Abraam (Ar- 
chivio Not. atti di Ambrogio Beretta, 26 settembre 1525), che affidano agli ar- 
bitri Ottaviano Isimbardi e Leone Antichi la decisione di una loro controversia. 
— Certo contratto fra gli ebrei Giacomo e Davide per la cessione di un banco 
posto in parrocchia di Santa Maria, da parte del primo al secondo (Arch. Not. 
atti di Giov. Giacomo Canevari, 17 novembre 1512), aveva sollevato delle con- 
testazioni, ma poi fu definitivamente concluso a queste condizioni: 1) Giacomo 
cede a Davide per cinque anni il banco del quale è proprietario per i diritti e 
privilegi concessi dalla città e dal duca — 2) siano sempre rispettati i privilegi 
concessi dal duca di Milano a Giacomo, in modo che costui possa tenere un 
altro banco contemporaneamente a Davide — 3) Davide si obbliga a pagare a 
Giacomo scudi cento settantasette di affitto per il banco. 

(2) In un documento del 9 gennaio 1518 (Pacco Ebrei) è detto che lacob 
attenne privilegi speciali da Luigi XII, confermati poi da Francesco I ed appro- 
vati dalla comunità di Pavia; è pure detto che il togliere quei privilegi sarebbe 

itto illegale e contro natura. Si cercò di sottoporre lacob a certe imposte, ma 
>er intercessione del covservatore Giovanni Andrea Rizzi (v. in Pacco Ebrei 
ma lettera del 5 agosto 1534) da questi oneri egli fu esente, conforme ai privilegi 
lei quali godeva. Abitava a porta Ponte, in parrocchia di Santa Maria (Ar- 
iti vio Not. atti di Giov. Michele Barbieri, 10 dicembre 1526). 



- 230 - 

Abbiamo già accennato ad un Pasco; per non dire dogli altri 
ebrei che sono ricordati nei documenti (1), è bene che parliamo 
di questo Pasco e della sua famiglia di banchieri, intorno alla 
quale dobbiamo trattenerci, come facemmo per Averlino di Vi- 
cenza ed i suoi discendenti. 

Pasco Levi, già dicemmo, si stabilì a Pavia in principio 
del secolo decimosesto e qui esercitò la professione di banchiere, 
non per molto tempo però, poiché morì (2) tra il 1511 ed il 
1512. lasciando V esercizio del suo banco alla vedova di nome 
Bella, quella certamente che abbiamo or ora rammentata, ed ai 
figli Zaccaria e Lazzaro (3). Quest' ultimo non visse oltre il 1519 
ed a lui successero nella professione ormai tradizionale i figli 
Iacob, Angelo (4) e Cervo (5). Questa tediosa enumerazione 
non sarebbe completa se tralasciassimo di ricordare anche i nomi 
dei figli di Iacob: Donato, Leone e Simone. 

(1) Oltre i nomi di ebrei che già abbiamo ricordato e che più oltre ri- 
corderemo, i documenti menzionano: Aronne f. q. Madri (Arch. Not. atti di Giov. 
Battista Imodello 20 dicembre 1515) abitante in parrocchia della Trinità; 
Benedetto ab. tante in parrocchia di S. Zeno (Arch. Not. atti di Orlando 
Burgondi, 21 ottobre 1511); Menica (Arch. Not. atti di Giov. Niccolò Bec- 
caria, 19 novembre 1514) fattasi poi cristiana ed andata sposa ad un medico 
Paolo Ricci; Salomone figlio di Ventura e di Bona (Arch. Not. atti di Giro- 
lamo Canarisi, 14 luglio 1514); Amadeo abitante in parrocchia di San Marco 
(Arch. Not. atti di Sirino Astari, 10 febbraio 1550) ; Iacob Morelli (Arch. No- 
tarile, atti di Giov. Pietro Appiani, 6 novembre 1531, e di Guiscardo Cam- 
peggi 9 aprile 1546); Vita (in Pacco Ebrei, 1519) con regolare strumento del 
SO ottobre 1518 fatto dal notaio G;ov. Agostino Giorgi, insieme colTebrea Bella 
(entrambi abitanti in parrocchia di San Zeno) veniva esonerato dall' obbligo di 
concorrere a provvedere alloggiamenti ai soldati. Ciò spiacque ai parrocchiani 
di S. Zeno che molestarono i due ebre' 1 , per obbligarli alle spese dei detti 
alloggiamenti ; ma essi rifiutarono e tale loro opposizione fecero nota a Marco 
Antonio Langosco e Giovanni Beccaria incaricati di provvedere degli alloggia- 
menti i soldat'. Ivi Provvisione ad evitare disordini, stabiliva la pena di cin- 
quanta ducati d' oro per qualunque parrocchiano osasse molestare i due ebrei. 

(2) Arch. Not. atti di Giorgio Belbello 8 maggio 1511 e 2 giugno 1512; 
nel secondo dei quali documenti sono anche ricordati gli ebrei Bella e Zaccaria. 

(3) Arch. Not. atti di Bartolomeo Ai cardi, 17 agosto 1519. 

(4) Arch. Not. atti di Sirino Astari, 26 settembre 1519. 

(5) Arch. Not. atti di Giov. Agost. Barbieri, 7 marzo 1524. 



> ■ 






— 231 — 

[acob Levi è quello tra gli ebrei abitanti a Pavia, il cui 
nOme ricorre con più frequenza nei documenti, che vanno non 
di troppo oltre la prima metà del secolo decimosesto. 

Quasi tutti gli ebrei sono proprietari di banchi, ma egli è 
certamente il banchiere che possiedo maggiori capitali ed a lui 
di preferenza ricorrono quindi od i privati e il Comune ; il suo 
banco ha grande importanza come quello di Manno nel secolo 
precedente. I memoriali e le suppliche fatte per ottenere 1' ese- 
cuzione del famoso voto a Bernardino da Feltre, invocano dal 
governatore F espulsione dalla città di tutti gli ebrei, affinchè il 
loro tristo contatto non corrompa e non perverta i buoni citta- 
dini, ma mirano sopratutto ad ottenere la espulsione di Iacob. 
Si lasci pure che gli ebrei rimangano a Pavia, si permetta che 
altri vengano ad abitarla, ma non si tolleri in essa più oltre la 
presenza di Iacob Levi e dei suoi figli; così è detto in molti 
documenti. 

Queste pratiche incominciano, almeno secondo quanto sap- 
piamo, nel 1534 e durano per diciotto anni e consistono in sup- 
pliche, in memoriali dove si afferma che Iacob presta colF inte- 
resse nientemeno che di un soldo per lira al mese (1), e dove 
sono esposte con una monotonia insopportabile sempre le me- 
desime cose , in adunanze di cittadini, in legazioni presso i Con- 
servatori cesarei degli ebrei abitanti in tutto il ducato e presso 
il governatore e terminano coli' esito di una causa giudiziaria 
promossa dal Comune contro F odiato ebreo. 

I dottori Francesco Ripa e Francesco Maria Trovamala, am- 
! basciatori del Comune, negli ultimi giorni del 1533 o nei primi 
I del 1534 esponevano ai Conservatori degli ebrei Giovanni An- 
gelo Rizzi e Caterina Bianca contessa di Lodrone le lagnanze 
della loro città verso Iacob Levi, del quale chiedevano F espul- 
sione ; ma a questa domanda non acconsentiva il Rizzi, anche 
a nome della contessa, perchè questo provvedimento sarebbe 
stato del tutto illegale e proponeva, per risolvere ogni contro- 

(1) v. in Pacco Ebrei dell'Ardi. Mus. Civ. Pav., una supplica dei pavesi in- 
preme con una lettera di risposta del governatore del 9 ottobre 1552. 



- 232 — 

versia, che tanto l'ebreo quanto la Provvisione pavese elegges 
sero due o tre arbitri per stabilire i limiti dell'usura (1). 

Non sappiamo se questa proposta dei Conservatori fosse at 
tuata, ma da quanto avvenne poi è lecito pensare che la com- 
missione di arbitri non fu nominata o che le sue deliberazioni 
non ebbero nessun effettto. Ed invero i memoriali e le suppliche 
sono sempre del medesimo contenuto, senza mai accennare alla 
proposta fatta dai Conservatori circa il modo più opportuno di 
risolvere la controversia; inoltre a ritenere negativo ogni effetto 
di quella proposta ci induce una lettera del 4 ottobre 1548, colla 
quale il governatore invitava la città di Pavia ed lacob Levi a 
presentarsi il giorno dieci dello stesso mese a mezzo dei propri 
avvocati, davanti al consiglio segreto. Una grida poi del podestà 
rendendo nota ai cittadini la lettera del governatore, avvertiva 
che era lecito a chiunque di presentare davanti al consiglio 
segreto querela contro il noto ebreo (2). 

Anche qui però i documenti ci presentano disgraziatamente le ! 
solite lacune, così che non ci è dato sapere quale sia stata la- 
deliberazione del consiglio segreto. È certo tuttavia che la do- 
manda dei pavesi di espellere lacob e la sua famiglia dalla loro 
città, domanda ripetuta anche ai primi di Novembre del 1549 
chissà dopo quante volte, venne respinta dal consiglio segreto; 
è probabile poi od almeno è possibile che il consiglio segreto abj 
bia autorizzato i deputati della Provvisione a stabilire essi i limiti 
legali degli interessi per le somme prestate dal banchiere ebreo 
E che una simile congettura sia legittima mostrano alcuni « Ca : 
pitoli » (3) stabiliti dai deputati delia Provvisione ai 7 novembre 

(1) « ho preso — dice il Rizzi in una lettera del 4 gennaio 1434 (v. il 

Pacco Ebrei dell'Ardi. Mus. Civ. Pav.) — per espediente con li prefati amba 
sadori de scrivere le presenti a V. re S. ric et pregarle ad essere contente eleger< 
dui o tre gentiluomini secondo meglio gli piacerà et il prefato ebreo ne eleg 
gerà altri tanti quali haitiano ad vedere et cognoscerc le richieste de 1' un; 
parte et P altra et far una moderatone conveniente sì circa P usura, come 
circa i costumi et concordare talmente che Puna parte et P altra resti sati- 
sfatta ... ». 

(2) v. la grida dell' 8 ottobre 1552. 

(3) « 1549, die Vili novembris. Vedendo li m. ci deputati all' offitio dell 
Provvisione della m. ca città di Pavia non potersi al presente com' è P anim( 



del 1549; capitoli che miravano, a quanto si dice, a porre un freno 
agli eccessi che gli ebrei compivano nel prestare i loro capitali. 
Seconde le disposizioni di questi capitoli, che dovevano essere 
osservati dal 1 dicembre 1549, Iacob Levi ed i suoi figli dovevano 
sui capitali che davano a prestito, esigere un interesse superiore 
ai sette danari e mezzo per lira al mese con pegni. Questa è la 
disposizione più importante, la mancata osservanza della quale 
da parte del banchiere ebreo dà origine, davanti al senato di 
Milano ad una causa promossa contro Iacob dal comune di 
Pavia. 

Alcuni mesi prima che la Provvisione pubblicasse i capitoli 
dei quali parliamo e precisamente ai 12 di giugno, il governatore 
del ducato Ferrante Gonzaga dava fuori un decreto — del quale 
diremo più diffusamente nel prossimo capitolo — che vietava agli 
ebrei di fare prestiti ad interesse superiore a cinque denari ogni 
mese per lira con pegni ed a sette denari senza pegni. Da qneste 
stesse disposizioni, che dovevano essere osservate in tutto il ducato 
di Milano, appare evidente, e ciò anche per ragioni che diremo 
poi, che la Provvisione ignorava affatto, quando pubblicava i 
capitoli, il decreto del Gonzaga. Assai strano infatti sarebbe, 

suo espelere gli ebrei da questa per osservazione del voto che tene così per esser 
la mente degli signori superiori et accio in parte alleviassimo 1* estorsioni che 
comettevano detti ebrei in detta città Hanno ordinato alcuni capituli da esser 
osservati da detti hebrei. Però accio che vengano a publica noticia in nome 
delli colendissimi deputati si Notifica, Che da calendi del mese di dicembre 
prossimo inanti Iacopo Levita et soj figlioli et famiglia non hano ne debono 
agere per interesse delli dinari darano in presto sopra pegni più de denari 
sette et mezo per libra ogni mese quali mesi hanno da essere calculati de 
giorni trenta 1* uno dal di che li receveno li dinari in presto salvo il prefato 
mese quali si ha da pagare per intero anchora che si scodessero li beni nanti 
il fine d' esso mese et questo si intende così per li denari darano per 1' ave- 
nire come per li danari già dati sopra pegni che quello che si cavarà de più 
oltra principali et interessi sia restituito al padrone di quale sono detti pegni. 
■ Et corno più ampiamente appare in detti capituli quali sono alla Cancelleria 

i della prefata m. ca comunità, Deputati publicato die soprascripto in tertiis 

per Caesarem de Marinis tubatorem comùnis Papiae in platheis magna et 
parva ac aliis locis civitatis ». (v. in Pacco Ebrei dell' Archivio Museo Civ. 
Pavese). 



- 234 — 

assurdo anzi che a favore dei cittadini si volesse prendere un 
provvedimento speciale, quando uno simile ed assai migliore era 
già stato preso dall'autorità superiore, cioè dal governatore. 

Era certo a lacob poco gradita la deliberazione della Prov- 
visione a suo riguardo; ma era pur sempre preferibile alle dispo- 
sizioni contenute nell' editto del governatore: sicché di due mali 
volendo naturalmente scegliere il minore, lacob si uniformò ai ca- 
pitoli del novembre. « Hic orcio — è detto, alludendosi al decreto 
del Gonzaga, in una relazione del podestà di Pavia presentata al 
senato nel 1552 — ipsis hebreis notus erat et non aliis civitatibus in 
quibus non fuerat publicatus » (1). Appare molto strano che un 
decreto di tanta importanza non fosse conosciuto dalle città del 
ducato a benefìcio delle quali era stato emanato, eppure che fosse 
ignorato da Pavia, oltre che dalle esplicite asserzioni del podestà, 
risulta in modo inconfutabile dalla conclusione dei capitoli accettati 
da lacob e dal figlio Cervo (2). Questo decreto fu conosciuto dai 
pavesi più che due anni dopo, dacché era stata promulgato (3), 

(1) «... haec comunitas (Papia) fune non habebat noticias dictorum or- 
(liiium (il decreto del 12 giugno 1549) principis » ; così si dice in un memo- 
riale del 30 agosto 1549 e la stessa cosa è ripetuta quasi colle medesime pa- 
role in molti altri documenti, (v. in Pacco Ebrei dell'Ardi. Mus. Civ. Pav.). 

(2) A provare che quando conclusero i capitoli col Levi ignoravano l'e- 
ditto del Gonzaga, i deputati della Provvisione dicono di aver dato per un 
prestito di quaranta scudi in pegno ad lacob, 1" 1 1 settembre 1551, il « balda- 
chino » (v. Carlo Magenta, op. cit. voi. I. pag. 195-6) riscattato poi il 26 
febbraio 1552 pagando un interesse di sei scudi (ciò è detto in una relazione 
del podestà al senato). — Da un documento poi del 14 settembre 1551 appare 
che i denari prestati da lacob al Comune se li era appropriati il cancelliere 
Agostino Gravenati. 

(3; « 1552, die VII augusti. Essendo novamente pervenuto a noticia del 
molto m. c0 s. or Potestà di Pavia di li m. ci s. ri deputati de la m. ca previsione 
che secondo li ordini del' ili. mo et ex.™ s. or locutenente il s. or don Ferrante 
Gonzaga li aebrei quali prestano ad usura nel stato de Mediolano non possino 
pigliare più che a computo de denari cinqui per libra con li pegni et denari 
Bette senza pegno secondo si contiene in essi ordini tatti sino dal 1549 per 
tant' in nome del nostro ni. c0 s. or potestà d'essa città et acio anche che 
diiti ordini vengano in notitia a, caduna persona si fa publica crida et coman- 
damento: Che ninno ebreo in questa cita ne suo contato olsi né presuma con- 
trafare a detti ordini per dirretto né indirretto sotto le pene se conteneno in 



— 235 - 

nell'agosto cioè del 1552; furono tosto allora dalla Provvisione 
aboliti i capitoli del novembre 1549 e questa abolizione veniva 
approvata dal sonato con lettera del 27 settembre presentata al 
podestà l'8 ottobre. Il governatore poi ai 9 ottobre ordinava che 
lacob restituisse gli interessi illegalmente ricevuti dal 12 giugno 
1549 fino a quel giorno e con zelo il podestà si diede a far ese- 
guire questo ordine; nonostante le raccomandazioni della contessa 
di Lodrone di desistere dal recar molestia a lacob, che alcuni in- 
vidiosi cercavano di rendere a torto inviso ai pavesi (1). 

Il decreto del Gonzaga stabiliva che qualunque magistrato fosse 
competente a far eseguire le disposizioni in esso decreto con- 
tenute; ma che il podestà fosse giudice nella sua controversia 
col comune tornò assai sgradito ad lacob, il quale per tutelare 
meglio i proprii interessi, credette di ricorrere al dottor Zerbi con- 
tro l'abolizione dei capitoli. I Conservatori avevano eletto nel 1549 
a giudice degli ebrei di Pavia Giovanni Andrea Zerbi e tale ele- 
zione, poi confermata dal senato, era stata accolta con molta sim- 
patia dai pavesi che stimavano lo Zerbi ; « persona degna et 
honorata, non solo litterata esperta e modesta ma anchora di sum- 
ma equità integrità et suffitientia (2) ». Ma quando lacob lo in- 
essi ordini di Sua Ex. ia et questo anchi non obstanti alcuna pretensa conven- 
tione o capituli quali si potessero alligare in contrario corno nulli et innutili et 
confirmati per el Consilio generale d' essa cita et fatti avanti che essi ordini 
di Sua Ex. ia siano pervenuti in noticia d' essa cita ne la quale non erano si- 
nora publicati, si anchora che non hanno da preiudieare alli ordini da Sua 
Ex. ia ». In una lettera della Provvisione alla contessa di Lodrone (12 set- 
tembre 1552), nella quale si afferma che il decreto del 12 giugno 1549 fu co- 
nosciuto solo dai deputati in carica i due mesi antecedenti, si dice essere evi- 
i dente che la Provvisione, quando approvò i capitoli con lacob, non conosceva 
il decreto « . . . . perché non è verisimile che s' avessero hautto noticia di detto 
ordine si fussero convenuti che potessero exigere di più dell 1 ordine di Sua 
Ex. ia perche haendone hautto noticia se se ne saria fatto exspressa men- 
zione nelli capituli fatti tra esso hebreo e detta città dil che in essi capituli 
non se ne fa alcuna mentione havendo intese per le querele d" infiniti le estor- 
sioni e le intolerabili usure che per esso si toglievano ». 

(i) v. lettera di Bianca di Lodrone, del 30 agosto 1552, ai deputati della 
h'ovvisione, in Pacco Ebrei dell'Ardi. Mus. Civ. Pav. 

(2) v. una lettera della Provvisione del 27 dicembre 1549 alla contessa di 
Lodrone ed una risposta di questa del 14 gennaio 1550. 



236 — 

vocò giudico nella ormai nota controversia, i pavesi vollero che 
arbitro fosse invece il podestà ed allora lo Zerbi non fu più la 
persona di somma equità, ma fu « suspectus et suspectissimus », 
poiché si osservava che egli era deputato dei donatari e degli 
ebrei, che quelli ricevevano tributi da questi (1) e che avevano 
quindi tutto l'interesse a che i loro protetti praticassero con ogni 
eccesso l' usura. Quando il podestà iniziò procedimento contro 
Iacob ed i suoi figli, questi sostennero la sua incompetenza a giudi- 
carli, dicendo che in virtù dei privilegi che godevano il solo giudice 
competente era Andrea Zerbi (2) ; asserirono non esser valida 
la querela, perché il decreto disponeva che ogni querela fosse 
presentata entro tre mesi dalla pubblicazione del decreto medesimo; 
dissero inoltre che i capitoli del novembre 1549 annullavano, per- 
ché posteriori, il decreto del Gonzaga. 

Sostennero per contrario i deputati della Provvisione la com- 
petenza in questa causa del podestà, poiché il decreto del 12 giu- 
gno 1549 finiva dicendo che qualunque magistrato del ducato ! 
poteva far rispettare le disposizioni nello stesso decreto contenute; 
del ritardo a presentare querela accusarono la mala fede di Iacob;- 
ebbero poi facile modo di dimostrare che la Provvisione, quando 
pubblicava quei capitoli, ignorava affatto gli ordini del Gonzaga e 
ciò per colpa degli ebrei, che « scienter cura fraude et dolose » (3) 
avevano voluto conchiudere colla città dei patti assolutamente il 

(1) « . . . . d. us Zerbus fuit ut dicitur deputatus a m. cis d. nis donatari]' 
qui quanto magis ebrei percipiunt prò usura tanto maius ab eis emolumentur 
percipere intendunt .... »; da un docuin. del 30 agosto 1552, in Pacco Ebrei 

(2) Da una supplica di lacob al governatore : «... li hebrei habitanti ne 
stato di Milano per privilegi antiqui hanno li suoi giudici particolari quali pi* 
vilegi li sono stati inviolabilmente osservati sino al presente. Hora . ... eh 
il podestà di Pavia ad istanza del fiscale ivi il quale mi vessa a tutte 1 
bore molestar quanto può Iacopo hebreo mi habitante per non haverlo volili 
per mio giudice voglia intromettersi nelle cause di detto hebreo pertanto 
costretto il detto Iacopo et figlioli suplicare V. E. di comandare al potestà i 
non intromettersi nelle cause di detti hebrei e si annulli ogni atto fatto conti 
di loro e si lasci che il dottor Zerbo suo giudice deputato et dal senato coi 
fermato li administri iustitia » (22 settembre 1552). 

(3) Nel memoriale 30 agosto 1552 dei pavesi è detto: « ipsi hebr 

scienter et dolose subticuerunt ipsuni ordinem et de quo ignorantiam prete) 



— 2:ì7 — 

[egali. Atti privi d'ogni valore Legale, perché le deliberazioni del 
governatore tolgono ogni valore a (inolio dei sudditi, quando siano 
contrarie e quei capitoli orano privi d'ogni valore legale audio 
per sé stessi, perchè non erano stati approvati dal consiglio ge- 
nerale (1). Ma davanti a queste ragioni della Provvisione l'ebreo 
non si diede per vinto e ricorse il 22 settembre al consiglio se- 
greto (2), sempre sostenendo 1' incompetenza del podestà ; ed il 
governatore rispose il giorno successivo ordinando che si rispet- 
tassero i privilegi di Iacob e che fosse revocata ogni deli Ite- 
razione del podestà, poiché giudice competente era solo lo Zer- 
bi i3). Ma é appunto contro costui che si rivolgevano le ire dei 
pavesi; si era pur chiesto, prima di ricorrere al podestà, allo Zerbi 
che facesse osservare dai suoi protetti il decreto del governatore, 
ma egli vi si era rifiutato con « ragioni formalli » con cavilli 
insomma, mostrandosi « negligente e renitente » a far giustizia. 
Era perciò naturale e giusto che si affidasse la soluzione della 
controversia al podestà anziché allo Zerbi, anche in conformità 
al decreto che faceva competente, a giudicare, qualunque ufficiale 
dello Stato. Cosi rispondevano i deputati della Provvisione dando 
istruzioni al medico pavese Pietro Trono (4), che doveva esporre 

dere non poterant ipsi hebrei quia eorum concessio habitandi in dominio Me- 
diolani fuit facta sub et cura illa conditione quod deberent dictos ordines ob- 
servari in accipiendo usuras et ideo puniendi sunt cura dolo et fraude illis 
contravenerunt et noviter contraveniunt ... ». v. in Pacco Ebrei dell' Arch. 
Mus. Civ. Pav. 

(1) «.... quelli deputati (che conclusero i capitoli del novembre 1549) 
non havevano ne hanno auttorità di fare una concessione tale senza consenso 
senza partecipazione et senza auttorità dettati dal Consilio generale al quale 
spetta deliberare sopra le cose dove si tratta del dano et gravezza pubblica... »; 
Da una lettera della Provvisione, in data 1. ottobre 1552, probabilmente di- 
retta al governatore. 

(?) v. nota 2. pag. 236. 

(3) « . . . . Iacopo ricorse al consiglio segreto dicendo che io 1' avevo 
tratto al mio tribunale contro il tenore dei suoi privilegi et ottenne lettere che 
mi proibivano di agire contro i suoi privilegi e mi ordinavano di revocare 
ogni deliberazione che potessi aver preso in senso contrario ...» (da una 
lettera del podestà Gerolamo Pergula a Carlo V, del 3 novembre 1552; v. in 
Pacco Ebrei dell' Arch. Mus. Civ. Pav.). 

(4) Queste istruzioni sono dell' ultimo settembre 1552. 

15 



- 238 — 

personalmente al governatore le ragioni della sua città ed in un 
memoriale scritto da Andrea Paolo Trovamala, nel quale si dice- 
vano false le osservazioni fatte da lacob nelle sue suppliche, 
con tinte assai nere si descriveva la triste condizione dei poveri 
di Pavia vittime della insaziabile usura di lacob; e di costui si 
invocava l'espulsione, pur dandosi facoltà di venire ad abitare in 
città ed altri ebrei, che si offrivano di prestare danaro ad interessi 
inferiori a quelli stabiliti nel decreto del Gonzaga e di pagare 
tuttavia ai Conservatori Cesarei il medesimo tributo che pagava 
la famiglia dei Levi (1). Si aggiungeva che ottenendo l'espul- 
sione di questa famiglia, la città avrebbe ceduto alla camera ce- 
sarea, oltre i cinquecento scudi di multa ai quali si doveva con- 
dannare lacob, la metà degli interessi illegali òhe egli aveva 
ricevuto e che doveva restituire. Persuaso delle ragioni esposte 
dai rappresentati di Pavia (a Pietro Trono si erano aggiunti 
certo Franzino e certo Rozzono (2)) il governatore il 9 di 
ottobre ordinava al podestà di far rispettare il decreto dal 1549, 
costringendo gli ebrei a restituire gli interessi illegalmente rice- 
vuti ed a pagare una forte multa (3). 

Però neppure questa volta il Levi si diede per vinto ; che 
contro P ordine del governatore si appellò presso l' imperatore 
invocando di essere novamente giudicato, non più dal podestà, 
ma da un giudice più competente come un senatore e questa 
domanda era pure appoggiata dalla contessa di Lodrone (4). Il 

(1) v. memoriale del 1 ottobre 1552 : « ne permetta scacciare Iacopo 

e li soi filioli et accettarne delli altri (qui si allude ad ebrei ; v. infatti la let- 
tera già ricordata che la Provvisione scriveva, il 12 settembre 1552, alla con- 
tessa di Lodrone : « tanto più essendo ora comparsi alcuni hebrei quali 

si offriscono in prestare solum per denari quattro per libra et di dare ad 
vostra ill. rna s. ,ia il medesimo emolumento qual da Iacopo . . » ) . . . . per be- 
neficio pùblico quali s' offeriscono non solamente di osservar (' ordine di sua 
ex. ia ma di pigliare manco et di paggare alla s. ra contessa di Lodrono et altri 
s. ri donatari) il moderno emolumento qualle pagga esso hebreo Iacop . . ». 

(2) v. una lettera della Provvisione a Pietro Trono in data 20 ottobre 1552. 
(3; v. lettera del governatore con data 9 ottobre 1552, in Pacco Ebrei del- 
l'Ardi. Mus. Civ. Pav. 

(4) Così è affermato in una supplica della città all' imperatore ed è cosa 
del resto assai verosimile ; nella medesima supplica si dice pure che all' ini- 



— 239 — 

:> Qovembro il podestà presentava al senato, in seguito a pi- 
chiesta di Carlo V (1). una relazione (2) circa lo « statimi cau- 
Bae », nella quale erano esposti i fatti che ci sono ormai noti. Il 
sonato nominò a giudicare nuovamente la controversia il signor 
Pecchio ed a lui la Provvisione, per mezzo del senatore Gio- 
vanni Paolo Berzio, si rivolgeva con lettera del 13 dicembre, 
pregandolo di affrettare la decisione della causa. Ma il podestà 
di Pavia dovette certo stimare la deliberazione del Senato come 
offensiva ai proprii diritti e sebbene fosse stato delegato il Peccbio 
a giudicare, valendosi di quanto disponeva il decreto del Gon- 
zaga, il 20 dicembre 1552 pronunciò sentenza (3) — è bene notare 
che a ciò gli aveva concesso autorizzazione il Senato ai 14 di di- 
cembre — nella causa promossa dai deputati della Provvisione 
contro Iacob Levi. Così finiva questa lite e finiva colla con- 
danna di Iacob a restituire la somma guadagnata dal 12 giugno 
1549 fino al 20 dicembre 1552 ricevendo interessi illegali ed a 
pagare entro dieci giorni una multa di cinquanta scudi a bene- 
ficio della Camera ducale ed alle spese processuali da pagarsi 
pure entro il medesimo tempo. 

Una convenzione poi fatta tra la Provvisione ed i banchieri 
Levi, stabilì che questi a cominciare dal 1 febbraio 1553 doves- 
sero far prestiti per interessi non superiori a denari cinque per 
lira al mese con pegni ed a denari sette senza pegni , (4) 
secondo il decreto del 12 giugno 1549, che vigeva in tutto il du- 
cato di Milano. 

Di Iacob Levi — i documenti intorno al quale non vanno 

peratore ricorrono gli <-■ . . . . agentes prò ipsa com imitate etiam prò interesse 
studentium communitatis gymnasij qui ab ipsis hebreis quotidie extortiones 

patiuntur ». Pare che gli studenti siano i clienti più assidui dei banchieri 

ebrei; in un documento senza data, ma probabilmente del 1552, si parla del 
grave danno che 1* usura reca « a questi scolari quali per la maggior parte 
sempre hanno delle robbe sue in pegno ad essi hebrei ... ». 

(1) v. lettera di Carlo V al podestà in data 25 ottobre 1552. 

(2) v. « Copia relationis m. ci d. ni praetoris P;ipie contra hebreum » 
(3 novembre 1552). 

(3) Della quale nel Pacco Ebrei delPArch. Mus, Civ. Pav. è il testo integrale. 

(4) v. una lettera della Provvisione del 25 febbraio 1553. 



— 240 - 

oltre il 1560 — non sappiamo nulPaltro di notevole; sappiamo 
soltanto cho nel 1555 i deputati della Provvisione tentarono inu- 
tilmente di costringerlo, contrariamente ai privilegi dei quali go- 
deva, a contribuire ad una tassa straordinaria sul mensuale ed 
al carico degli alloggiamenti e che il podestà intimava ai 9 di 
novembre del medesimo anno ai deputati della Provvisione di 
non molestare più oltre Iacob sotto pena di mille scudi d' oro (1). 

{continua ). 

Carlo Invernizzi. 



(1) v. documento del 6 e 9 novambre 1555 in Pacco Ebrei dell'Arch. Mus. 
Civ. Pav. ; Iacob abitava a porta Ponte, in parrocchia di S. Pietro ed il figlio 
Donato in parrocchia di Santa Maria. 

Un ordine del podestà del 15 luglio 1557 fa obbligo ad Iacob di conse- 
gnare subito « un letto fornito et honorevole in castello di questa citta in mano 
del signor maiordomo di monsignore ... », minacciando in caso di inobbe- 
dienzia la pena di cento scudi d' oro. 

Una grida poi del 10 marzo 1558, pure del podestà, proibisce agli ebrei di , 
ricevere pegni dai soldati residenti a Pavia e ciò sotto pena della confisca dei 
pegni medesimi e della multa di venticinque scudi d'oro a beneficio della 
R. a Camera, del Comune e di chi ha denunciato i contravventori. Un rapporto 
del Vicecancelliere dell' Università, con data )3 dicembre 1549, a Carlo V ; 
(v. pag. 37-8 del voi. XXXVI dell** raccolta Ticinensia che si trova nella Bi- < 
blioteca Universitaria di Pavia) dicendo come un professore si rifiutasse di pa- 
gare «.. pecunias caponorum . . », narra che in seguito a questo rifiuto gli 
studenti assalirono la casa dell' ebreo (che assai probabilmente è Iacob Levi) 
ed asportarono ì pegni che a lui aveva consegnato il professore; « . . . . magna 
scholasticorum copia ad hebrei domum et cum scholasticis uniti fuerunt et 
alii qui ut hebreus conqueritur res multas, quas exsprimere nescit nisi reviso 
inventario, omnium rerum suarum abstulerunt ». Il Magenta (op. cit. pag. 
766-7) spiega: « .. la tassa dei capponi consisteva in ciò che i professori ogni 
anno dovevano sborsare un centesimo del loro stipendio per un banchetto cui 
sedevano tutti gli studenti non esclusi gli Ebrei »; e più oltre : « . . . trovo che 
nel 1563 gli ebrei ricorsero al senato per dolersi della condotta degli studenti 
i quali non paghi di riscotere quattro scudi di tassa dei capponi si abbando- 
navano contro quelli ad insulti ed a violenze ». 



RELIGIOSI 
AMBASCIATORI ALLA CORTE DI MADRID 

durante il dominio Spagnolo in Lombardia. 



Milano aveva deposto § lilla soglia del sec. XVII ogni speranza 
di risurrezione civile ed economica, dopoché alle insormontabili 
gravezze del dominio Spagnolo aveva sentito aggiungersi quelle 
non meno gravose della curia Romana: indebolita di corpo 
e di spirito, nulla più confidava in se stessa, neppure nel senno 
dogli amministratori nati dal suo grembo, nulla dai valenti giu- 
risti dello Studio Pavese donde traeva origine quella corrente di 
pensiero nuovo che, nutrito dai vitali succhi del diritto romano 
e da un' aspirazione di gloria civile, aveva nel secolo anteriore 
ravvivata la coscienza del diritto laico contro le sopraffazioni 
della Chiesa cattolica e tenuto a freno gli artigli troppo rapaci 
dell'aquila Spagnola. 

L'ombra di Filippo li si era stesa sul ducato Milanese più 
nera che l' ombra del padre, offuscando l' orizzonte d' ogni nobile 
ideale: sotto di lui il fiscalismo aveva rotto ogni ritegno. 

Le milizie, insediatesi in città col primo apparire delle ca- 
serme, avevano dissipato nella Spagna il giusto timore che i fa- 
cili sussulti dell' indignazione popolare potessero scoppiare minac- 
ciosi contro la sua politica di rapine. 

Il clero s'era fatto più audace, rimbaldanzito dai vittoriosi suc- 
cessi della reazione cattolica che, impadronitasi della coscienza 
pubblica in causa dell'angustia morale e della politica impotenza 
a cui le miserie l' avevano ridotta, sapeva genuflettere sovente, 
nonché i funzionari dello stato, la stessa volontà di Madrid al- 
l'imperio di Roma. 

Il Comune Milanese costretto a sostenere numerosi eserciti reali 



- 242 — 

a cui somministrava alloggiamento, viveri, soccorsi e spesso an- 
eli» 4 Le paghe intere, era spremuto d'ogni forza: tutto ciò, accom- 
pagnato dai violenti effetti della licenza militare, portava la pro- 
vincia al colmo delle sventure. Véndute le entrate pubbliche ed 
impegnato il patrimonio di cittadini più facoltosi, le città e le terre 
eransi caricate di taglie e gravezze eccezionali ed eran cadute nel 
laccio dell'usura di cui a Milano, per le esigenze dell'industria e 
del commerciò più che altrove attivi, facevasi traffico abbondante; 
molte famiglie nobili andavano disperse e raminghe, degli ar- 
tigiani i più trasportavano in altri domimi la loro sede, i con- 
tadini lasciavan i terreni incolti e ritiravansi in paesi stranieri, 
la plebe povera chiedeva ricovero ne' luoghi pii cui la genero- 
sità cittadina andava per buona sorte moltiplicando (1). 

Eco di queste miserande condizioni erano le ambascierie di 
tempo in tempo inviate a Madrid: ma le ingenti spese a cui sot- 
tostavano pel lungo viaggio e le attese d' udienza ; messe a riscontro 
cogli effetti negativi che solitamente sortivano, facevano preferi- 
re una rassegnata tolleranza ad una inutile e costosa protesta: né 
perciò è a dire che i cittadini Milanesi preposti al governo della 
cosa pubblica avessero in poco conto il bene de' sudditi o riser- 
bassero a sé stessi il solo potere di dare esecuzione agli ordini 
reali, che anzi essi fecero sempre resistenza contro le esorbitanti 
pretese di Spagna, non disdegnando talvolta di affrontare gravi 
perno per colpe di lesa maestà sia per opporsi al conferimento 
dì benefìci ecclesiastici nelle mani di stranieri, sia per frenare le 
eccessive imposizioni fiscali ; e se talvolta alle pubbliche lagnanze 

(1) V. in Archivio stor. civ. Milano, Cartella 246 (Oratori ed Asenti) le 
pietose lettere ohe dal vicario di provvisione e dai Sindaci serivevansi agli oratori 
per esporre le sciagure dello Stato. Commovente è una lettera del 15 Novembre 1619 
indirizzata all'ambasciatore Bos?o : « Colla fine della guerra di Savoia sperava 
lo stato di Milano che dovessero terminare le calamità che nel corso di tanti 
anni era stato costretto a sostenere ; ma sebbene sia levata la cagione non soli 
però cessati gli effetti, i quali vanno tuttavia struggendo e consumando quel 
poco di spirito e di vigore che rimaneva in questa afflitta e sconquassata pro- 
vincia... ». Ne queste erano esagerazioni suggerite da momentanee convenienze 
politiche, perchè nelle lettere si riportano le cifre delle spese straordinarie e si 
documenta con dati di fitto la sincerità di quelle lamentevoli espressioni. 



— 243 

il Comune Milanese non diede seguito (in alla corte Spagnola, 
ciò fu per colpa de' governatori restii, conf è naturale, dal con- 
cedere il beneplacito agli ambasciatori nominati per riferire sui 
bisogni cittadini. 

Nel 1619 gli amministratori Milanesi furono scossi da interni 
commovimenti dello stato; dal 1607 erano sonpraggiunte senza 
tregua nuove tasse e nel breve giro di dodici anni la Camera 
regia, oltre i carichi, dazi, diritti che ordinariamente riscuoteva, 
ascendenti a più che un milione, colle sole imposte straordinarie 
aveva accresciute le entrate di tre milioni e mezzo. 

Questi eccessi, accumulatisi in poco tempo, avevano acuito i 
malumori della popolazione che agitavasi in una sorda ansietà 
di rivolta e che non lasciava di manifestarsi, per quanto som- 
messamente, in minacele di vera ribellione, ad ogni rincaro sul 
prezzo de' viveri. 

Nella seduta 7 Giugno di quell'anno, i 60 Decurioni votarono 
che si delegasse alcuno, oratore presso la corte regia, perchè 
esponesse lo stato delle sciagure che affliggevano tutta la provin- 
cia chiedendo il richiamo delle soldatesche e l'alleggerimento 
de' carichi, e votarono ancora (é questa la deliberazione più 
notevole per la sua novità) che un incarico tanto delicato si affi- 
dasse ad un religioso regolare povero e Milanese (1). 

Chi ben consideri che deponendo la difesa degli interessi citta- 
dini nelle mani di un religioso, i sudditi implicitamente discono- 
scevano a se stessi ogni valida influenza sopra l'animo imperiale 
e, quasi sfuggendo dal trattare essi stessi la causa direttamente, ne 
mettevano in dubbio la giustizia, non può non meravigliarsi di un 
simile atto e porre la domanda: per quale motivo a tale decisione 
fosse venuto il Consiglio Generale che, contrariamente, aveva di- 
retta in tutti gli anni anteriori una fiera e dignitosa lotta contro il 
Clero per ridurne l'opera entro i limiti del Santuario e che poco 
prima, nella Concordia giurisdizionale dell'anno 1615 tra il foro 
civile ed ecclesia stico, aveva promosso, se non raggiunto, lo scopo 
di tracciare una decisa linea di separazione tra la società laica e la 

(1) Arch. Stor. Civ, Milano, Dicasteri e. 129, 



244 — 

società religiosa [qualunque fosse secolare o regolare), affinchè 
la Chiesa forte del suo diritto di ingerenza morale anche in ogni 
faccenda della vita pubblica, non entrasse nelle competenze del 
potere civile. 

Una nuova tendenza forse avrebbe d'or innanzi regolati i rap- 
porti tra Chiesa e Stato, oppure in quella determinazione il Con- 
siglio Generale era giunto per un'imprudenza politica? 

Vero è che esso rivolgevasi ad un regolare povero, apparte- 
nente a quella frazione del consorzio religioso che, pel carattere 
della sua vita mendicante, era indotta ad avversare il clero se- 
colare ossia a sostenere le parti dello Stato e de' cittadini che 
costituivano le principali ragioni della sua esistenza economica; 
ma la controriforma, irrompendo contro la pericolosa autonomia 
de' monasteri, ne aveva sottomesse le regole all'autorità della 
curia, di guisa che essi venivano ad esser affigliati al governo di 
questa e ne sentivano neccessariamente l'influsso, ogniqualvolta 
l'opera loro uscisse fuori dell' orbita spirituale. 

Tornando alla questione, se l'atto in se conteneva una sconve- 
nienza politica di non lieve importanza per quanto poteva con- 
seguire a danno della dignità dello Stato, la quale allora tanto 
gelosamente tutelavasi, varie ragioni debbono avere presieduto 
al deliberato del Consiglio Generale: e a primo aspetto può dirsi 
che vi cooperò una considerazione d'ordine economico, il rispar- 
mio d' ogni spesa attinente alla legazione, perchè i frati avevano 
ricovero ne' conventi delle loro regole ; vi ebbe certo parte una 
ragione di opportunismo momentaneo per evitare che, ove si pro- 
cedesse alla nomina di un laico rappresentante di tutto il ducato, 
scoppiassero tra le città cointeressate le inevitabile controversie di 
precedenza; uè dovette essere esclusa la riflessione che un mo- 
uaco pel suo abito dimesso avrebbe più facilmente ottenuta 
udienza che non il cerimonioso cavaliere. 

Ma al di sopra di tutte (|iieste ragioni, il determinante più at- 
tivo io credo debba corcarsi nella situazione psicologica in cui 
Versava tutta la città; una l'orlo venatura di idealismo erasi insinuato 
nell'animo de' Consiglieri ed aveva resa bella a' loro occhi la 
scena di un monaco che, ad un sovrano superbamente altero 
nel suo cinto di gloria, esponeva entro una cornice di schietta 



- 245 — 

umiltà cristiana il quadro doloroso della società milanese: essi 
speravano che il monaco solo colla suggestione della, sua pre- 
senza avrebbe piegata la volontà del monarca eccitandolo alla 
commiserazione di tanti casi lagrimevolì. 

Ed a crederlo siamo indotti dal fatto che il Consiglio Gene- 
rale volle persistere nella sua deliberazione, a lungo, pur dopo che 
le singole città rifiutarono di fare causa comune con Milano. 

Rimesso in fatti ai Conservatori del Patrimonio l'ufficio di de- 
finire le modalità della elezione insieme coi principali oratori e 
coi Sindaci dello Stato, si vide tosto Pavia, la prima interpellata, 
rifiutare ogni accordo e fare parte con se stessa: Alessandria ed 
i contadi seguirne l'esempio e provvedere alla legazione per conto 
proprio. 

Noi possiamo ben darci ragione della tristezza in cui versava 
lo spirito pubblico di Milano a quel tempo, pensando allo scorag- 
giamento da cui erano invasi i nostri amministratori e che ben 
trapela da ogni loro atto e da ogni loro scritto, pervaso da una 
nota di melanconico e desolante sconforto. 

Sebbene dunque le altre città avessero scelto de' laici (Pavia 
ad esempio inviò Luigi Belcredi) , Milano non mutò d' avviso e 
rinnovò l' incarico agli stessi funzionari perché trattassero la 
cosa ne' riguardi colla loro metropoli. 

Tra i primi nomi proposti dai Conservatori del Patrimonio si 
notarono quelli di tre Cappuccini e di un Zoccolante: sennonché 
reiezione non garbò troppo ad alcuni consiglieri e nacquero su- 
bito dissensi: respinta quella prima lista si ripetè l'incarico rac- 
comandando che si assumessero informazioni scrupolose sopra i 
i candidati e si studiasse ben addentro l'animo accuratamente: 
ì questa seconda volta i delegati all'ufficio la fecero più grossa 
della prima e, presi forse negli agguati della politica Spagnola a 
cui nulla poteva sfuggire, inchiusero fra i nuovi proposti un 
Agostiniano consultore della Santa Inquisizione. 

Svanite le prime nebbie d'idealismo, i più illuminati conside- 
rarono la gravità dell'atto che stavasi per compiere e, quasi in- 
dignati, ordinarono nella seduta del 27 Giugno che fosse cassato 
dagli atti della città l'ordinazione fatta dai sessanta Decurioni, 



— 246 - 

affinchè non ne apparisse memoria alcuna né per essi né per i 
posteri. 

Essi avevano compreso che, preponendo un religioso, comun- 
que fosse, alla difesa di una causa economica della città, grave 
diminuzione sarebbe derivata alla loro autorità morale ed una 
smentita di quella politica anti-curialistica che da mezzo secolo 
avevano abilmente e coraggiosamente sostenuta. 

Poteva ancora lo Stato considerare il clero regolare fuori 
della Chiesa cattolica? E se una sola famiglia esso componeva 
col clero secolare, a che umiliare e reprimere quest' ultimo, 
quando lo Stato fosse ricorso ad un rappresentante della Chiesa 
per la tutela dei più legittimi interessi civili ? 

La contraddizione fu avvertita e si tentò di sfuggirla : ma 
nuovi elementi erano entrati nel mezzo della politica né con 
un semplice tratto di penna potevansi scacciare : questi nuovi 
elementi erano la potenza che la Chiesa andava di giorno in 
giorno acquistando sul duplice terreno temporale e spirituale sì 
che, ovunque entrasse il suo concorso, pareva quasi assicurato, 
il buon successo della causa: di fronte alla tirannia spagnola 
che cercava di serrare attorno al ducato Lombardo forti pre- 
siclii colle cospirazioni che essa a proprio favore andava sobil- 
lando negli stati limitrofi, il ricorrere all'autorità di cui la Chiesa, 
disponeva in corte del cattolico sovrano era una necessità logica; 
e sembrava, più che dedizione, una avvedutezza politica. 

Non parrà dunque strano che nello stesso anno sia stato 
eletto, fra quelli dell'ordine dei Predicatori, il Padre Giovanni 
Paolo Nazzari ambasciatore del Comune Milanese dinnanzi a 
Filippo III, e che al suo fianco si siano posti come segretari 
due correligiosi (1). 

(I) Angiolo Salomone, Memorie storico-diplomatiche degli ambasciatori, in- 
caricati d' affari, corrispondenti ecc. che la eittà di Milano inviò ai diversi 
suoi principi dal 1550 al 1796, Milano 1806, p. 283. 

Giovanni Paolo Nazzari di Cremona, fu tre volte rettore dello Studio Bolo- 
gnese ed ebbe fama al suo tempo pei « Commentarla » alle opere di S. Tomaso; 
le sue doti oratorie lo resero utile qualche volta alla politica del suo tempo, 
ma solo per esagerazione l'Arisi disse di lui che « pluries orator prò Mediola- 
nensi dominio ad Philippum III Regem ablegatus » (Cremona literata ih 
152 e segg.). A noi non consta che più di una volta di lui si fosse servito a 
quello scopo il Municipio Milanese, 



— 247 - 

Questi repentini cambiamenti di indirizzo politico che contrad- 
distinguono la vita amministrativa del 600, riproducono in se 
Stessi il disordine sociale in mezzo a cui miseramente brancolava 
lo Stalo e che metteva gli uomini politici d'allora nella condi- 
zione di rimutare d'ora in ora pareri e disposizioni: non più la 
linea netta e decisa di condotta che piega gli eventi ad un de- 
terminato (ine in modo sempre conforme a certi principii di' 
governo, ma una linea spezzata, rotta da incertezze e da esitanze, 
per cui le necessità del momento facevano talvolta subordinare 
i gravi ai piccoli interessi. 

Noi non sappiamo in quale modo Filippo HI abbia accolto il 
buon frate : certo è che non gli fu largo neppure di promesse 
e già da Madrid il Nazzari scriveva che per le discordie della 
Valtellina e d' altri paesi di Grigioni, per i sospetti di rotture 
diplomatiche fra le altezze di Savoia e Mantova, non si poteva 
disarmare lo Stato (1). 

Tuttavia, nel 1631 (2\ ripresentatosi il bisogno di inviare 
legati a Madrid per invocare una diminuzione di carichi, i Con- 
servatori del Patrimonio suggerirono ed il Consiglio Generale 
approvò l' elezione di un religioso nella persona di un fidato 
Cappuccino, fra Geronimo Marinone, un guardiano de' Cappuccini 
di Monza. 

Accettò questi l'incarico, ma poi se ne dovette esimere per 
dovere di delicatezza verso la Santa Sede essendo sorti dissa- 
pori tra questa ed il governo Milanese. 

Morto Federico Borromeo nel 1632, il pontefice, per innal- 
zare alla porpora un cardinale ligio a Roma e rendere così più 
sbiadita quella colorazione locale che ancora per qualche tratto 
distingueva dalle altre la Chiesa Ambrosiana, aveva destinato a 
successore un forestiero, il Cardinal Colonna: il Municipio Mi- 
lanese che sforzavasi di attenuare i vincoli che potevano legare 
la Curia episcopale al Vaticano e perciò voleva che la nomina 
cadesse sopra un natio dello stato come quello che, per amore del 

(1) Il padre Nazzari parti da Madrid f 11 febbraio 1622 e arrivò a Milano 
>1 16 Apnle. 

(2) Arch. Stor. Civ. Milan. Dicasteri e. 135. 



- 248 — 

luogo, por debito di vassallaggio, per l'interesse dei parenti e 
ancora per esser meglio informato degli umori e costumi locali, 
dava maggior garanzia di una condotta favorevole a' cittadini, 
venne a contesa con Roma e tanto brigò da ogni parte che fece 
annullare l' elezione del Colonna. 

Degli screzii apertisi colla curia pontifìcia e delle pratiche 
tenute da' regi ministri cogli alti prelati d' allora, doveva render 
conto lo stesso ambasciatore poco prima nominato, fra Geronimo 
Marinone: com'è dunque naturale, il frate, sebbene si fosse 
moralmente obbligato col comune, si ritenne sciolto da ogni 
impegno, sottraendosi alla dura condizione di dover o narrare 
i fatti secondo la versione della Chiesa per non offendere la di- 
gnità papale, o di venir meno ai doveri di un suddito della 
Santa Sede per disimpegnare fedelmente il mandato della città : 
gravi intrighi erano successi, durante il conflitto delle due potestà 
per colpa del pontefice che, vistosi innanzi tante opposizioni e 
riuscito a vuoto l' interdetto sulla città, aveva fatto credere che 
lo stesso clero ed il Capitolo Milanese avevan perorato per l'ele- 
vazione del Colonna: la notizia era falsa e la città si affrettò 
ad esigere formale smentita dagli ordinari della Metropolitana. 

Negli anni seguenti (1) fino al 1640, Milano, secondo 1' an- 
tica norma, si servì de' laici per ambascerie in corte cattolica. 

Nel 1642 nuovamente ricorse ad un religioso, Carlo Cassina, 
sacerdote della congregazione degli oblati di S. Sepolcro. 

Nel 1644 la legazione venne commessa a fra Felice Casati 
Cappuccino: fu il primo ambasciatore religioso che, fra tanti, nel 
suo ritorno a Milano potesse vantare di aver strappato al sovrano 
lusinghiere promesse ed ordini favorevoli per la città : ma 
mentr'egli a voce viva riferiva in Cameretta, il 28 Aprile 1446, 
i risultati della sua missione, giungeva una « carta d' obbe- 

(1) Apprendiamo dal Salomoni che in luogo del Cappuccino fu eletto Giuseppe 
lladaelli, minor osservante zoccolante del Convento della Pace in Milano : dagli 
atti di Archivio non risulta questa elezione: ad ogni modo è da credere che 
neppur egli, per le stesse ragioni del primo, abbia accettato 1' incarico, a meno 
di ammettere che il Municipio Milanese abbia scissa la relazione sopra gli inte- 
resgj cittadini da quella relativa alle controversie colla Santa Sede, 



21<> 

dienza » che lo esiliava subitamente in Corsia per aver egli accet- 
tato e condotto ad effetto una legazione in nome della città e dello 
Stato. Invano si tentò di revocare T ordine, invano si chiese clic 
tosso dilazionato sino a che il Casati avesse eseguiti gli ordini 
Ricevuti a Madrid: intrighi segreti de' regi ministri gli avevano 
procurato V esilio e la loro autorità lo rese irrevocabile. 

Nel 1646 dovendosi inviare un oratore a Madrid, questa volta 
per difendere Milano dalle ostili macchinazioni delle città e delle 
province contro di essa, la disputa volse ancora, pur dopo simili 
procedenti, sulla persona da eleggersi : delegati alcuni a riferire 
sui vantaggi che avrebbe recato un religioso od un cavaliere, fu 
data al primo la preferenza e nella seduta deir 8 Giugno il Con- 
siglio deliberò per la nomina di un religioso regolare, il più 
povero che fosse in Milano. 

Non mancarono difficoltà sulla scolta e i primi che furono 
pregati di accettare rifiutarono per non incorrere nella stessa 
sorte del Casati ; tuttavia si trovò ancora 1' anima generosa che 
si prestasse ad un ufficio irto di si gravi pericoli, ed ogni cosa 
pareva ben disposta anzi 1' ambasciatore religioso stava per esser 
licenziato, quando sopraggi unse un ordine regio (certo provocato 
dai fautori di Spagna) che, deplorando i gravi inconvenienti che 
avrebbero afflitta la religione qualora i ministri di Dio si fossero 
presa briga degli affari di Stato, proibiva ai religiosi di accettare 
legazioni, agenzie ed altre cure secolari e invitava il clero a 
rientrare nelle sue spirituali occupazioni lasciando esclusivamente 
ai laici soggetti alla regia giurisdizione le cure pertinenti al 
pubblico bene (1). 

La Spagna concepiva la Chiesa come un'ancella dello Stato, 
e quest'ultimo come un edificio al di fuori della società e l'e- 
spressione diretta del volere sovrano ; perciò la Chiesa doveva 
ognora porsi a servizio non de' popoli ma dei principi per con- 
solidarne il dominio, e fare sostegno alla loro politica militare ; 
la religione doveva essere alleata coi troni nel comune accordo 
di assopire 1' anima rivoltosa del popolo : il fanatismo religioso, 

(1) v. in Appendice. 



250 



che i principi di Spagna sfoggiarono, non era che un pretesto 
politico per aprire a sé stessi nuove vie di conquista e per trarre 
in propria balia il papato : il clero doveva fare non solo eser- 
cizio, ma attiva e continua propaganda di umiltà per tenere i 
sudditi sommessi e rispettosi. 

Era dunque naturale che da non lievi apprensioni fosse oc- 
cupata la corte di Madrid, prevedendo che nelle sue province Ita- 
liane il clero poteva divenire il difensore del popolo e porsi 
contro gli interessi di Spagna che su di quello acerbamente 
premeva: ne diverso effetto avrebbe conseguito quell'iniziale 
accostamento degli ordini monastici alla politica antispagnola 
degli amministratori Milanesi che per naturale inclinazione sen- 
ti vansi affezionati alla loro terra. 

Se tutta l' alta importanza di tale accostamento abbiano 
avvertita quegli amministratori, non importa ora determinare : 
spesso gli uomini di governo agiscono in conformità dell'utile 
maggiore senza averne chiara coscienza perchè determinati da 
circostanze estranee al loro volere e spinti da necessità fatali; ma 
resta fuori dubbio che la politica di essi più volte ebbe a divergere 
dalla politica di Spagna e che in quella circostanza speciale, quando 
determinaronsi a ricorrere all'aiuto di un religioso per far valere 
a Madrid le ragioni della città, sia ch'abbiano ceduto ad un 
impulso dell' anima più che ad un calcolo politico, essi affer- 
marono che ormai non esisteva più fra Spagna e Lombardia 
alcun legame morale, e fecero capire che ben potevasi trasfor- 
mare la Chiesa in una rocca forte contro la prepotenza Spa- 
gnuola, in una alleata del popolo e della città, qualora anch'essa 
fosse chiamata ad osservare davvicino le piaghe che affliggevano 
tutto il corpo sociale del ducato Lombardo. 

Per quale ragione il Comune Milanese tardi erasi indotto a 
questa nuova politica per la quale esso, servendosi del clero 
regolare quale tratto d' unione col clero secolare, avrebbe potuto 
in altri momenti indebolire la forza della Spagna ? 

La Chiesa era entrata vittoriosa nel seicento, e la reazione 
cattolica l' aveva posta al sicuro dalle minacce del fiscalismo 
spagnolo : ora soltanto essa, cessate le ragioni di lotta contro il 






- £51 — 



Municipio Milanese, poteva venire in suo aiuto, nella stessa guisa 
che il vincitore sicuro ormai di so soccorre il vinto, quando 
nesti sia per emettere gli ultimi rantoli della sua vita; ora 
soltanlo essa, mutato atteggiamento, poteva attrarre a sé la città 
intera, ispirando quella fiducia che prima sarebbe parsa nulla più 
che un'ingannevole ed insidiosa lusinga. 

Ettore Rota. 



252 



-A.PPE1TDIC 



(Archivio Storico Civico Milanese, Dicasteri Cart. 142 n. 10) 

Don Phelippe por la grada de Dios Rey de Castilla ecc. 

Ilustre condestabìe de Castilla, Duque de Frias, Primo mi Gover- 
nador y Capitan General del Estado de Milan. Los graves y notorios 
inconvenientes que se siguen a las Religiones todas y a los Reli 
giosos de que se ocupen, los de estado tan sancto, en negociaciones 
y agencias de seglares, solicitando pleytos tractando de cobrancas, 
procurando y diligenciando los puestos y officios, obligan à que en 
forma conveniente se procure su remedio. 

Y assi hwiendo yo mandado mirar este punto por personas graves 
y doctas conformandone con lo que sobre ol me han consultado. He 
resulto que se escriva a los Prelados de las Religiones de mis 
Reynos de Italia advirtiendoles de los inconvenientes que resultai] 
y pueden resultar y se han experimentado de que los Religioso^ 
tengan estas occupaciones. 

Y porque aqui no ay bastante noticia de las Religiones que puede 
haver en esse mi Estado, y de los Prelados que la goviernan : h? 
parecido ordenaros y mandaros (corno lo hago) digais y escrivaie 
luego en mi nombre a todos los que huviere en esse Estado, paraqu^ 
recoian a los Religiosos del que se occupan en los negocios qu( 
tocan a los seglares, por lo que contradice esto al instituto que hai 
professado y inquieta los animos que han de estar dedicados a \i 
oracion, y buenos exercicios, y no de les permita andar en esto, 
seculares, si no fuere en los casos que la caridad Christiana y pni 
dente lo permitiere, para soccorrer a pobres, a quienes faltan otra 
ayudas y esto con aprobacion y licencia de sus Superiores, que fuer 
de que esto sera de mucho servicio de Dios, aumento de la Reli 
giones, y buen exemplo a los seglares, me dare por muy servid 
de cuydado que en esto pusieron los Superiores; advirtiendoles qu 
està es mi voluntad, sin que yo por ventura huviere mandado da 
en contrario autes de agora, executareislo en està conformidad qu 
por lo que acà toca, he dado orden a mis Ministros esten advirtidc 
de no admitir ala solicitud y audiencias a quien no fuere en cor 
fonnidad de lo riferido. 

De Madrid 15 de Deciembre 1646. 

Yo el Rey 

A Tergo: Al Ilustre Condestabìe de Castilla Duque de Frias. ecc 






RECENSIONI 



J. J. Trahey. — De sermone Ennodiano. Dissertatio philologica. 
Nostrae Dominae, Indiana, U. S. A. Typis Universitatis, 1904; di 
pagg. 200 in 8°. 

È noto che le due principali edizioni delle opere di S. Ennodio 
si devono a due tedeschi, il Hartel (nel voi. VI del Corpus Script. Eecl.) 
e il Vogel (nel tomo VII degli Auctures Antiquìss. in Mommi. Germ. 
Eist.): lavori veramente monumentali vuoi per le notizie sulla vita 
del dotto Vescovo di Pavia, vuoi per lo studio compiutissimo della 
tradizione manoscritta e conseguente fissazione critica del testo, vuoi 
per l'ampio corredo bibliografico, vuoi, infine, per quei copiosissimi 
Indici, che sono vere miniere, onde ricavar materiale per ricerche 
ulteriori e più speciali. Da questi, veramente, poco ho potuto trarre 
io per i miei lavori metrici su Ennodio, e fra quel poco non poco 
ho dovuto anche notare e correggere, specialmente quanto alla parte 
prosodica (cfr. Bolle tt. a. Il, fase. I e II, p. 87 sgg. e a. IV, fase. II, 
p. 153 sgg., nonché i due Saggi in Atti dell 1 Ist. Lomb., 1902, p. 335 
sgg., e 1904, p. 957 sgg.), ma molto hanno estratto e il Dubois per 
il suo studio su La latinité d' Ennodius (vedine la mia recensione in 
questo BoUett. a. IV, fase. Ili, p. 454 sgg.) e. ultimamente, il Trahey 
per un lavoro, in parte consimile a questo, sul sermo di lui. Prima 
però di passar ora a render conto del presente volume ai lettori del 
Bollettino, credo opportuno di rilevare la seguente frase del Vogel 
nella sua recensione del libro del Dubois in Archiv fùr lat. Lex. wid 
Gramm,, 1904, p. 443: u Bisher hatten nur die Ttaliener gròsseres 
Interesse fur diesen abgelegene-n Schriftsteller (cioè Ennodio) ge- 
zeigt. » Ora non sembra egli assai strano che così parli appunto il 
Vogel, dopoché con le due edizioni capitali di lui e del Hartel e coi 
molti contributi di loro e di altri dotti tedeschi allo studio di Ennodio 
è proprio la Germania quella che è a capo e ducit examen in questo 
movimento e fioritura di studi intorno a un così u abgelegen n au- 

16 



— 251 — 

tore ? Ma l' autore, invece, lasciando da parte la sua importanza 
sotto l'aspetto storico, inerita tutt' altro che di essere considerato come 
« abgelegen n, tornito pur conto delle sue stranezze di lingua e di 
stile e delle frequenti oscurità di senso, anche come scrittore e 
di prosa e di poesia; ed io, anzi, godo che, come già prima il Dubois, 
cosi ora anche il Trahey sia giunto alla stessa conclusione rispetto 
al suo sermo, alla quale arrivai pur io rispetto alla tecnica dei suoi 
versi, che, cioè, egli può dirsi relativamente classico, sforzandosi, 
per quanto gli è possibile, di attenersi ai modelli migliori, che cerca 
con ogni cura di imitare e ritrarre nelle sue opere: conclusione 
questa abbastanza importante per uno scrittore assai tardo e che è, 
anzi, a cavaliere di due età e civiltà (cfr. Bollett. cit, II p. 87 sg.; IV, 
p. 19G sg.). 

E per venire ora più davvicino alla dissertazione del Trahe}^ un 
difetto (difetto, se vogliamo, di eccesso: passi l'apparente oxy- 
moron!) è quello che si nota subito nelle prefazione, difetto, che, in 
grado però assai maggiore, avevo notato pure nel libro del Dubois 
(1. e. p. 455) : come mai in un lavoro di carattere puramente gram- 
maticale possono trovar luogo conveniente quelle notizie sulla vita 
di Ennodio e sulla sua fortuna dopo morto (1)? certo non est his 
focus (potevano, al più, bastare pochi cenni sull' età che fu sua e 
sulla educazione letteraria, specialmente retorica, da lui ricevuta, 
per ispiegare e lumeggiar meglio le caratteristiche della sua lingua 
e del suo stile): e tanto più questo sembra un fuori d'opera in 
quanto che il T. nulla dice di nuovo, riferendosi sempre a quanto 
ne scrissero principalmente il Vogel e il Fertig ; e poiché della vita 
di Ennodio egli volle pur parlare, doveva, allo stesso anzi a maggior 
titolo per cui cita il Magnus Felix Ennodius und seine Zeit del Eertig, 
citare anche la dotta e poderosa opera in 3 volumi di F. Magani, 
u Ennodio » (Pavia, 1886), e, come a proposito dell'anno di morte del 
Nostro, accenna al suo epitafio riferito dal Vogel (e trascritto dal 

(1) Quest'ultimo punto é anche assai incompleto: infatti dall' epitafio di 
Ennodio e dal solo cenno della menzione che di Ennodio fa Floriano Abate si 
passa subito, con un salto veramente acrobatico, ai giudizi che si leggono in- 
torno a lui presso scrittori recenti, anzi a noi contemporanei (« apud doctos 
aetatis posterioris »... rispetto a quella di Floriano !), quali per es., il Tenll'cl, 






T. secondo la recensione Mommseniana), doveva anche non dimenti- 
care l'ampia e sagace illustra/ione di C. Merkel : u L' epitafio di Kn- 
nodio ecc. » (in Memorie delVAccad. dei Lincei, .1896, voi. Ili, parte I). 

La ricerca del Trahey è più limitata, e quindi, per questa parte, 
più compinta, che non quella del Dubois : essa si restringe unica- 
mente all'uso dei nomina (sostantivi e aggettivi) e dei verba (verbi 
e avverbi). E la ricerca consiste principalmente in un raffronto dili- 
gentissimo, continuo e parallelo, fra l'uso di Ennodio e quello di Gi- 
rolamo, u quippe qui optime sermonis indolem tempore quo scripse- 
runt effingant » (p. 7), allo scopo di provare, che la letteratura 
latina continuò a vivere di vita propria da S. Girolamo in poi e che 
« linguam Latinam apud scriptores ecclesiasticos, volventibus sae- 
culis, minime semper prò ratione temporis in peius esse mutatami », 
(p. 7 sgg.). La raccolta del materiale (che si riferisce soltanto alle 
opere in prosa di Ennodio e che è confrontato anche, all' occasione, 
con altri autori, oltre Girolamo) è assai utile e ordinata: esso ma- 
teriale, per Ennodio, è derivato specialmente dall' Index dell' edizione 
Vogeliana; quanto al latino di Girolamo, fonte principale è, per la 
disamina, l'opera notissima di H. Gòlzer: Étude lexicogr. et gramm. 
de la latinité de Saint Jerome ; Paris, 1884. Dei sette capitoli, in cui 
è diviso il libro, il I tratta dei nomi ed è suddistinto, come, in ge- 
nerale, gli altri, in vari paragrafi o sezioni (secondo le varie specie 
dei nomi, i suffissi, ecc.), il II degli aggettivi, il III dei verbi, 
il IV degli avverbi, il V delle voci derivate dal greco, il VI delle 
parole in parte latine e in parte greche (come mai in questo capi- 
tolo trova posto lievoci, p. 160, che è tutto greco?); nel VII, infine 
è istituito un paragone fra i vari significati di certe parole in Gi- 
rolamo da una parte e in Ennodio dall' altra. Per entro a ciascun 
paragrafo (o capitolo) i vocaboli si susseguono in ordine alfabetico. 

Come conclusione finale e complessiva del lavoro si può ricavar 
questa, che la sintassi in Girolamo e in Ennodio non presenta diffe- 
renze notevoli, quantunque meno si allontani dalla norma classica 
Ennodio che non Girolamo; nell^uso poi dei nomi e dei verbi il 
maggior ci assi e i smo di Ennodio a paragone di Girolamo si appa- 
lesa, principalmente, nella fuga di nomi e verbi inusitati, nell' uso 
parco di parole peregrine e nella cauta e legittima formazione di 



2ò6 

Vocaboli nuovi. Ennodio ancora rifugge a bello studio dalla u lingua 
vulgaris », carne può apparire dallo scarso uso dei diminutivi e dei 
frequentativi; quanto, infine, alle alterazioni e mutazioni nel signifi- 
cato di certe parole, anche in questo pare che più s' accosti ai clas- 
sici Ennodio che non Girolamo. 

Oltre due indici delle parole rispettivamente in Ennodio e in 
Girolamo, chiude il libro una breve « Appendix », di natura corte- 
semente polemica contro il Dubois, dove, quantunque non molto di 
veramente importante se ne possa ricavare, sono però diligente- 
mente rettificate alcune affermazioni del suo predecessore. 

Nuova e interessante assai è la spiegazione della genesi di quel- 
1* àna£ XeyófÀEVov cautelitas che ricorre in Ennodio: con ragione e ben 
dimostra il Trahey (p. 66 sg.,) eh' esso non è imputabile a Ennodio, 
ma bensì al suo amico Elpidio, al quale scriveva e cui voleva paro- 
diare ripetendogli appunto quella parola che avrebbe da lui udita a 
voce o letta in una sua lettera precedente. Anche in altri luoghi, qua 
e là, fa osservazioni critiche il T. ; ne rileverò ancora questa sola: a 
pag. 80 un passo di Ennodio (in unione ad altri, già noti, di altri 
scrittori) è acconciamente citato dal T. a conferma irrefragabile della 
lezione in aethere (data, del resto, dal maggior e miglior numero dei 
codici e seguita dai più degli editori) invece dell' altra in aequore 
(preferita dal Ribbeck e da altri) nel luogo tanto discusso di Virgilio 
Ed. I 59 (cfr. ora anche E. Stampini nella terza edizione delle Bu- 
coliche, Torino, 1905, p. 15, e G. Arcangeli — G. Rigutini nella 
quattordicesima edizione delle stesse, curata dal Ramorino, Prato, 
1905, p. 6). 

E per aggiungere infine qualche cosa anche sulla forma di questa 
dissertazione, confesso che il latino del T. mi fa venire in mente il 
noto detto di Quintiliano, u aliud esse latine, aliud grammatico lòqui ni 
esso è in generale grammaticalmente corretto (però orribile e 
inesplicabile è quel: « praeparatis meis schedis officinae typogra- 
phicae tradiluris ivi », che si legge a pag. 171); ma con ciò al più 
si potrà affermare che il T. mlavit denique cutpam ....; certo però non 
laudem meruit sotto 1' aspetto stilistico,... almeno non sempre né in- 
condizionatamente. Il giro della frase è talora inelegante e invo- 



— 257 - 

luto (1) e la locuzione stessa impropria : così, per e*., a pag. 5 egli dirà 
scriptores interrogali a significare il titolo della bibliografia; ivi e 
altrove (p. 6 e p. 172Ì userà apud invece di in con queste unioni : apud 
Corpus Scriptorum ecc., apud Monum. Genn., ecc.; apud RJieinisches 
Mus., ecc. E poi inelegantissimo (per quanto, una volta, diffuso sulle 
copertine dei libri) 'quell' ablativo (assoluto ? strumentale ?) auctore a 
indicare 1' autore della dissertazione; Yac (p. 80) non si usa mai, in buon 
latino, davanti a vocale, e necnon (p. 9) si usa sempre, in buon latino, 
staccato da qualche termine della proposizione e serve ad unire non 
due termini di una proposizione, ma due membri, o cola, di un 
periodo. Certo deve essere errore tipografico quel commorat (per com- 
memorai) a pag. 20. 

Pavia, Maggio 1905. 

Pietro Rasi 

(1) Il periodo talvolta è così mal congegnato e il significato delle parole 
usate così incerto, che ne risulta oscurità e ambiguità di pensiero ; giudichi 
: .l lettore: « Mihi quidem exponere volenti quam usque ad aetatem Litterae 
Romanae apud posteros reipsa devenerint, videtur, hoc ipsum effici posse com- 
parationem Ennodium inter et Hieronymum ad nominimi verborumque usum 
pertinentem instituendo » (p. 7) : lasciando pur stare quell" apud posteros de- 
venire (il senso lo si arguisce per discrezione, né, qui, è corretto apud per 
ad\ quei due accusativi usum- pertinentem, immediatamente uniti, ma sintat- 
ticamente indipendenti V uno dall' altro, quel brutto iperbato dell' Inter, quella 
costruzione col gerundio anziché col gerundivo, prescindendo, dico, da tutto 
questo, il pensiero, qui, con un po' di buona volontà, lo si può capire, ma 
quale è il senso delle parole che seguono subito dopo ? — : « Si autem ex una 
parte de scribendi genere agatur, Hieronymus omnino peritus fuit qui Ennodio 
multo elegantius latine scriberet »; né più chiaro o latino (che è lo stesso) 
è quanto si legge a pag. 80 : « Ennodius enimvero — qui Vergili operibus 
familiarissime usus est, quique aeque fere prope ad Vergili aetatem vixit (?) 
ac optimi qui ad nos pervenerunt codices Vergiliani — hunc ipsum versimi 
in mente habuisse videtur ecc. ». 



— 258 — 

Francesco Lo Parco, Petrarca e Barlaam (Da nuove ricerche e 
documenti inediti e rari). Reggio-Calabria 11)05. 

Tutto quanto riguarda i rapporti fra il Petrarca ed i Greci del 
suo tempo è di notevole importanza per la precisa determinazione 
de' meriti che a lui spettano di fronte alla rinascita degli studi el- 
lenici nell'Umanesimo. Che il Petrarca di lingua greca poco sapesse, 
oltre i primi rudimenti, ci è noto per sua stessa confessione, es- 
sendo a lui piaciuto di chiamarsi u elementarius graius » ; ma gravi 
incertezze corrono sull'impulso ch'egli avrebbe dato indirettamente 
al diffondersi della greca coltura. 

IVA. porta in tale questione buona luce, indagando per quali 
motivi il P. abbia allontanato dalla corte avignonese, sotto colore 
di protezione, il Barlaam, il monaco basiliano sfuggito alle tristezze 
di Costantinopoli e tutto impegnato, con quel santo ardore proprio 
della sua nativa Calabria, ad unire la chiesa orientale all'Occidente. 

L' atto del Petrarca, che questi medesimo vantò e la critica mo- 
derna credette promosso da un generoso sentimento d' amicizia che 
al Poeta avrebbe fatta preferire il bene del maestro anziché l'utile 
del discepolo, ci si rivela invece, dopo l'acuta critica del Lo Parco, 
come una sottile finzione del Poeta per liberarsi dalla fastidiosa 
presenza del Barlaam. 

Strano davvero che Francesco Petrarca, dopo quattro mesi da che 
fiutava le sublimi aure elleniche (tanto più se amantissimo del greco 
dobbiamo crederlo quale egli si professava), procurasse il distacco de 
monaco, che ad Avignone era venuto per rimanervi e per dar la sca 
lata a qualche insigne prelatura. Perchè il Petrarca, che teneva ambe 
le chiavi del cuor di Clemente VI, non favorì i disegni del Barlaan 
in modo da averlo dappresso per ultimare gli studi? 

L'atto del Petrarca si risolve dunque nella forinola u promoveatu 
ut amoveatur n ; la partenza del Barlaam da Avignone fu come un; 
condanna d'esilio: invano egli sperò di rimettervi piede per sempre 
l'animo del Poeta non si curò più di lui, sebbene varie circostanz 
avessero in seguito più volte reso possibile un avvicinamento. 

Noi però non crediamo che il movente di quel repentino distacc 
si debba vedere in un contrasto psicologico fra i caratteri de' du 
uomini, l'uno più dell' altro altero, e tanto meno in una presunta in 



— 259 — 

vidia del Petrarca di fronte all'enciclopedismo del Barlaam: qui 
l'A. forse s'inganna. 

Il Poeta ci fa capire che il contegno del monaco era molto ri- 
guardoso verso di lui, e con un certo compiacimento scrive che il 
maestro imparava dal discepolo più che questi non avesse ad appren- 
dere da lui; non solo, ma ci afferma con gradito orgoglio la co- 
scienza della propria superiorità di contro al Barlaam, incapace 
di metter assieme (secondo il suo giudizio) quattro parole con una 
certa classica eleganza. 

Barlaam non sapeva certo di latino quanto il Petrarca; e se pen- 
siamo che allora la coltura era tutta invasa da un profondo senso 
di latinità per cui il greco, non mai affermatosi quanto il latino anche 
in pieno rinascimento, passava in seconda linea, e che Francesco Pe- 
trarca giudicava la dottrina ed i meriti letterari de' contemporanei 
dalla diversa conoscenza della lingua latina eh' essi potevano vantare 
(è noto ciò che pensasse di Dante per avere data la palma al vol- 
gare), potremo di leggeri comprendere in qual considerazione egli te- 
nesse il suo maestro e come per nulla sentisse scosso il proprio pri- 
mato in corte papale dalla presenza di lui. 

Io credo che la causa debba ricercarsi in quella naturale ripugnanza 
dal greco per cui il Petrarca si tenne pago di conoscerne soltanto 
l'alfabeto: ripugnanza che ha ragione nella sua educazione intellet- 
tuale eminentemente latina : egli preferì Cicerone a Demostene, e di 
! Omero pigliò qualche interesse solo dopo che il Boccaccio gli ebbe 
donata la versione di Leonzio Pilato: io credo che il Petrarca nes- 
sun rancore abbia avuto col Barlaam: lo allontanò per non sentir 
! l'obbligo morale di studiare la lingua d'Omero e per non confessare 
il disgusto ch'egli traeva da quello studio, confessione che avrebbe 
offesa la delicata suscettibilità dell' animo suo. 

A questa nostra ipotesi reca sostegno il fatto che Francesco Pe- 
trarca, dopo la partenza del Barlaam, sfuggi ogni ulteriore occasione 
da cui poteva trarre profitto per lo studio del greco: e quando nel 
; 1360 ebbe a incontrarsi con Leonzio Pilato, egli si scagionò dalla colpa 
di non averlo trattenuto presso di se, facendo capire che V orribile 
suo aspetto sudicio e deforme non gli era troppo a grado. 

K Rota 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



C. Giulietti, Nuove noi/zie 
sulla battaglia del giugno 1800 
seguita a Montebello nel Yoghe- 
rese anticamente Oìtre-Po Pavese. 
(Casteggio, E. Sparolazzi, 1904). 

È la ristampa quasi esatta di 
un altro scritto dello stesso au- 
tore, pubblicato quasi coll'iden- 
tico titolo nel 1897. 

Il G. vi ha raccolto, al suo 
solito modo farraginoso, le no- 
tizie tratte dall'Archivio civico 
di Casteggio, che egli va frugando 
da più anni. Notizie non di gran- 
de rilievo, talora anzi semplici 
quisquilie erudite, ma non inu- 
tili- ad una più minuta cono- 
scenza dei particolari di quella 
battaglia, che ebbe non tanto 
valore per sé, quanto come pre- 
ludio all'altra ben più importante 
e clamorosa di Marengo. 

Sac. Angelo Codara, II Car- 
dinale . 1 (/ostino Gaetano Ribaldi. 
(Pavia, Tip. Succ. Fratelli Fusi, 
1905. Un voi. di pag. XI-462). 

Il Riboldi, successo al Paroc- 
chi sulla cattedra pavese nel 
1877, vi rimase ventiquattro auni, 
fino cioè al 1901 quando, elevato 
alla porpora, fu trasferito alla 
sede di Ravenna. Il Codara ha 
riunito in questo volume tutto 
quanto ha potuto raccogliere in- 
torno alla vita del prelato che 



nel lungo governo della diocesi 
pavese ebbe campo di spiegare 
un'attività molteplice e feconda; 
e così, fors'anche senza volerlo, 
egli è riuscito a scrivere un libro 
che non sarà letto senza interesse 
da' futuri storici di Pavia. Giac- 
ché se al valore intrinseco di 
esso nuoce il carattere apologe- 
tico che gli à dato l'Autore, e 
non giovano sicuramente certi 
giudizi inspirati alla più spiccata 
intransigenza, non può negarsi 
d' altra parte che esso rappre- 
senti, a così dire, un primo ten- 
tativo di cronistoria pavese degli 
ultimi trent'anni, scritta da un 
punto di vista schiettamente cle- 
ricale, e come tale ci sembra per- 
fettamente riuscito. 

P. Pavesi, Date riguardanti 
gli Istituti Universitari di Pavia. 
(Tip. Ponzio, 1905). 

Breve articolo, prima desti- 
nato all'ars et Vita edito in oc- 
casione dell'VIII Congresso In- 
teruniversitario, poi pubblicato 
in un giornale locale, da cui fu 
estratto. Contiene poche notizie 
sulla fondazione e sulle vicende 
dei nostri maggiori istituti uni- 
versitari, argomento di molto in- 
teresse per la storia dell'Univer- 
sità, degno di esser trattato, me- 
glio che in un articolo d' occa- 



261 



sione, in mia, larga monografia 
speciale. L'operosità erudita del 
prof. Pavesi ci fa sperare che 
■gli voglia darci, e presto, un si- 
mile lavoro, a cui sembra parti- 
colarmente indicato dalla nota 
sua competenza in questo campo 
di studi. 

A. Cavagna Sangiuliani, Pel 

nuovo elenco degli edifici monu- 
mentali della Provincia di Pavia. 
Note e proposte. (Pavia, Succes- 
sori Fusi, 1905). 

Fin dal 1903 (cfr. Bollettino, 
IV 299) il benemerito conte Ca- 
vagna in un opuscolo intitolato 
/ nostri monumenti faceva alcuni 
appunti all' Elen co generale degli 
edifizi monumentali in Italia pub- 
blicato nel 1902 dalla Direzione 
Generale delle Antichità e Belle 
Arti, notando i non pochi errori 
e le omissioni incorse nel docu- 
mento governativo per le parti 
riguardanti i monumenti della 
nostra Provincia. 

Lavoro più completo e assai 
più meditato è quello che ora 
pubblica sotto forma di lettera 
diretta al Prefetto della Provin- 
cia, in cui, passando in rassegna 
i monumenti ancora superstiti 
in Pavia e nei comuni dei tre 
circondari, che pur meritereb- 
,bero di figurare nell'Elenco o 
figurarvi in modo più esatto, ci 
presenta, a così dire, quasi in- 
pero, il ricco inventario del no- 
stro patrimonio storico e arti- 
stico, sul quale, pur troppo, non 
jii esercita, da parte del governo, 



(lucila gelosa tutela che merite- 
rebbe. Prova ne sia la strana 
anomalia, che ancora permane e 
sarebbe tempo che cessasse, di 
vedere la nostra Provincia divisa 
fra due Uffici regionali, quello di 
Milano e quello di Torino; ano- 
malia che l'autore giustamente 
deplora, per la mancanza che ne 
deriva di ogni unità d'azione 
nella conservazione de' nostri 
monumenti, e di quella unifor- 
mità di provvedimenti che sa- 
rebbe richiesta dalle esigenze 
dell'arte. 

L'elegante opuscolo, uno de' 
migliori usciti dalla penna del 
conte Cavagna, è fortemente do- 
cumentato e si legge con gran- 
dissimo profitto. g. r. 

Gaetano Salvemini, 77 pen- 
siero e Vazione di Giuseppe Mazzi- 
ni. (Messina, tip. D'Angelo, 1905, 
in-8" pp. 124). 

L'A. è tra i veneratori e gli 
ammiratori di Giuseppe Mazzini, 
ch'egli chiama « nno dei più 
fervidi e caratteristici rappre- 
sentanti del pensiero idealistico- 
mistico del secolo XIX » e a uno 
dei più mirabili giganti morali 
che abbiano mai illustrata la 
storia della gente nostra e la 
storia dell'Umanità jv. E noi, che 
sinceramente abbiamo comuni con 
lui questi sentimenti e giudizii, 
gli siamo grati di aver voluto 
scegliere un simile tema per l'i- 
naugurazione degli studii in una 
Università, e di averlo saputo 
trattare con tanto intelletto d'a- 



— 262 



more e profonda conoscenza. Im- 
possibile riassumere degnamente 
il lungo discorso : impossibile 
comunicare ai lettori, con brevi 
cenni , il beli' entusiasmo che 
vibra in queste pagine; non sarà 
certo vano augurarci che molti 
vorranno leggere direttamente il 
nuovo lavoro del valente Profes- 
sore nell' Università di Messina, 
non foss' altro che per difendersi 
dalla prosa sciatta, che in questi 
giorni dilaga intorno al gran 
Nome, nella ricorrenza del cen- 
tenario della nascita, sfruttato 
indegnamente con una vuota fio- 
ritura di opuscoli e libelli. 

Ettore Ciccotti, La filosofia 
della guerra e la guerra alla 
filosofia. (Estratto dalla Vita In- 
ternazionale, n. 6-7-8, An. Vili) 
Milano, Soc. tip. ed. popolare, 
1 ( J05, pp. 48. 

L'A. difende le sue opinioni 
sulla guerra e la pace nel mondo 
antico espresse anche in un la- 
voro apposito Torino, Bocca, 
11)01) contro gli attacchi mos- 
sigli dal Prof. De-Sanctis, in un 
discorso di cui demmo notizia 
nell'ultimo fascicolo. Per il De- 
Sanctis le guerre persiane hanno 
avuto origine in moventi di na- 
tura essenzialmente ideale: né i 
Greci dell'Asia Minore, né i Gre- 
ci della madrepatria, né i Per- 
siani stessi, potevano essere mos- 
si, secondo lui, da ragioni mate- 
riali ; così dicasi per i Romani e 
i Cartaginesi indie, guerre pu- 
niche. Il Ciccotti invece sostiene 



che tanto le guerre persiane 
quanto le puniche ebbero deter- 
minanti fondamentali in ragioni 
economiche, come di natura es- 
senzialmente economica furono 
le conseguenze. In tutto questo 
scritto insiste negli argomenti a 
sostegno della interpretazione 
materialistica della storia, modifi- 
cata nella formula che in ultima 
istanza tutti i fenomeni sociali 
scaturiscono dalle condizioni eco- 
nomiche. Non è qui il luogo di di- 
scutere se questo, che è il nuovo 
atto di fede per molti storiografi, 
abbia a giovare meglio del dogma- 
tismo antico, o se non sia invece 
la ripetizione in altro senso del 
metodo comodo per risparmiarci 
la fatica di ricercare come i fe- 
nomeni sociali sieno scaturiti: 
certo è che il Ciccotti, il quale 
non può ignorare lo scetticismo 
più volte apertamente espresso 
da economisti insigni e moder- 
nissimi sul valore scientifico di 
certe interpretazinni unilaterali; 
avrebbe potuto anche frenare un 
po' più la sua vivacità polemica, 
in questo opuscolo talvolta vera- 
mente eccessiva. 

Ars et Vita. Numero unico 
pubblicatosi in occasione del- 
l' Vili Congresso Interuniversi- 
tario italiano. Pavia, Tip. Succ. 
Bruni, 1905, pp. 32. 
' Contiene scritti d' occasione 
in versi e in prosa, tra cui no- 
tiamo alcuni articoli di storia 
pavese. Il Prof. G. Romano con 
sintesi efficace traccia a larghi 



— 363 — 



tratti*/)^' mìllennii di storia pa- 
resi'] V. Rossi rileva alcuni ri- 
cordi della nostra città sparsi 
nelle opere di Dante, Boccaccio 
e Petrarca; G. Natali parla del- 
l' Arte a Pavia ; M. Mariani di 
Un nuovo lavoro di B. Lanzani 
da S. Colombano (affreschi nella 
Basilica di S. Colombano in 
Bobbio) ; A. Cavagna Sangiulia- 
ni dà rapidi cenni sull' Edilizia 
pavese e i Visconti] C. D., sotto 
il titolo La forte Pavia, discorre 
di Pavia nelìa storia militare ; 
Urbano Pavesi degli Studenti 
nella VII Compagnia dei Mille. 
Tra le curiosità di questa ele- 
gante pubblicazione copiosa- 
mente illustrata, notiamo un au- 
tografo in lingua giapponese del 
Prof. Hikotaro Namura, attual- 
mente a Pavia per compiere stu- 
dii speciali nel Laboratorio Crit- 
togamico della nostra Università. 

p. e. 



Vincenzo Cicchitelli, Sulle 
opere poetiche di Marco Girolamo 
Vida. (pp. X-488) Napoli, 1904. 

Gerolamo Vida è una di quelle 
figure che riassumono in sé una 
società intera e ne rappresentano 
nella loro psiche individuale i 
caratteri più salienti : figlio di 
un' età sventurata che dalla rea- 
zione cattolica prende nome, ri- 
trae nella vita e nell' opera let- 
teraria quel contrasto singolare 
per cui gli elementi nuovi della 
civiltà classica, dopo un'afferma- 
zione grandiosa del loro eterno 



vigore, mentre sembrano ritrarsi 
come impauriti di fronte al rina- 
scere di vecchi ideali che pareano 
rafforzati dal loro secolare ripo- 
so, vivono pur tuttavia inseparati 
e inseparabili da questi quasi 
per forza d' inerzia o per un'abi- 
tudine degli spiriti. 

L'A., già noto per vari studi 
sull' attività poetica del Vida, ne 
studia la vita e le opere con in- 
dagine accurata, considerando le 
varie fasi di queste e di quella 
secondo i vari centri di cultura 
in cui venne a trovarsi il Ve- 
scovo di Cremona : ma nuoce 
assai ad una sintetica compren- 
sione dell'individualità artistica 
e psicologica del Vida, il non 
aver ben fusi insieme i molte- 
plici aspetti della sua vita e so- 
pratutto il pensiero religioso col- 
l'opera poetica, la cultura antica 
colle nuove aspirazioni, sì da 
mostrarne i punti di contatto e 
le varie divergenze. 

Questo, accanto a parecchie 
imperfezioni di forma costitui- 
scono il difetto del lavoro, che 
come studio delle fonti e come 
esame estetico dell' opera poe- 
tica di Gerolamo Vida è sotto 
molti rispetti sommamente pre- 
gevole. 

G. Volpe, Questioni fonda- 
mentali sull'origine e svolgimento 
de 1 Comuni Italiani [Sec. A r -XIV) 
Pisa, 1904. 

Di fronte al vivace fiorire di 
studi economici ne' quali si eia- 



264 — 



borano gli elementi di una futura 
scienza storica, l'origine del Co- 
mune non offresi più al pensiero 
critico come una semplice que- 
stione etnica o giuridica 3 riguar- 
dante il prevalere della razza 
germanica sopra la razza latina, 
o il nuovo atteggiarsi di vecchie 
forme del Municipio Romano 
sopravissute nel Medio Evo: essa 
è ben più difficile e complessa. 

L'A., che già in altri scritti 
ha mostrato di avere una larga 
e completa veduta de' fatti sto- 
rici, promette tra breve un la- 
voro sull' Origine e svolgimento 
de 1 Comuni medievali nell' Italia 
longobarda (secolo X-XIV), nel 
quale il fenomeno del Comune 
sarà studiato entro lo svolgersi 
di tutta la vita sociale di quel- 
l'età che lo ha prodotto, tenendo 
calcolo delle varie differenze di 
luogo e di tempo troppo trascu- 
rate fin ad ora per generalizzare 
qualche teoria più o meno sug- 
gestiva ed appariscente. 

L'A. illustra sommariamente 
le principali conclusioni a cui 
il suo lavoro è già pervenuto ed 
i concetti fondamentali su cui 
esso dovrà poggiare. 

Noi auguriamo che presto 
possa uscire l'opera tanto attesa, 
che non ismentirà certo l'inge- 
gno forte del giovine studioso. 



Antonio Battistella, 77 S. 
Officio e la riforma religiosa in 
Bologna. (Zanichelli 1905). 

L'A. ha fatto un accurato 



spoglio di documenti d'Arohivio 
e sotto questo aspetto il lavoro 
è insieme interessante e lodevole; 
ma non possiamo dire che, se 
l'A. fu felice nelle sue indagini, 
altrettanto lo sia stato nella va- 
lutazione del materiale storico 
tratto alla luce. 

A Bologna egli scorge le trac- 
ce di una eresia, ma non ne ri- 
cerca il carattere intrinseco e 
gli scopi. Se egli stesso riconosce 
che il sentimento religioso era 
molto vivo e 1' azione della con- 
troriforma rispetto al movimento 
protestante di Bologna fu u spro- 
porzionata ii e inadeguata ai bi- 
sogni, perchè non si domanda 
se al di sotto del fatto religioso 
non si nascondesse un fatto poli- 
tico? 

E un movimento di fede o un 
movimento di libertà quella ere- 
sia ? 

E d'altra parte non è l'A! 
in una stridente contraddizione 
quando, ammesso che la reazione 
cattolica oltrepassò i bisogni della ; 
Chiesa, s'affanna per cercare la 
necessità e la convenienza storica 
di essa e del S. Ufficio? 






Gaetano Cogo, Intorno al- 
l'Istoria civile di Pietro Giannoue. 
(Venezia 1904;. 

Pietro Griannone, ritenuto sem- 
pre fino a poco fa dalla critica 
come uno scrittore audacemente 
anticurialista, che mirava a so- 
stenere colla sua Istoria civile il 
primato del potere laico sul po- 
tere ecclesiastico, ha trovato 






— 265 



il suo interprete poco fedele in 
Giovanni Bonacci {Saggio sul- 
Vittoria ci ri/e del Giannone, Fi- 
renze 1903). che ne volle fare qua- 
si uno storico della Chiesa. 

Gaetano Cogo, riassumendo le 
critiche anteriori sollevatesi con- 
tro il lavoro del Bonacci e nuovi 
elementi egli stesso portando per 
infirmarne le conclusioni, restitui- 
sce al Giannone il suo inerito 
precipuo di aver sentita profonda 
la coscienza de' diritti civili, in 
un'età in cui essa era oscurata 
dalle frequenti usurpazioni della 
Chiesa. 



Angelo Treves, Un esperi- 
mento dì governo costituzionale 

in Russia, (estratto dal Giornale 
degli Economisti, Giugno, 1904). 
Caterina II salita al trono di 
Russia quando la più paurosa 
anarchia ne sovvertiva tutta la 
vita politica e civile, ebbe l'idea 
audace di creare un'assemblea 
parlamentare ove tutti gli ordini 
sociali e tutte le varietà etniche 
della Russia fossero rappresen- 
tate. L'A. ne descrive la sorte in- 
felice, illustrando i meriti della 
Zarina nel campo legislativo e 
politico. e. r. 



NOTIZIE ED APPUNTI 



Intolleranza accademica. — Quando nel 1903 fu costituita in 
Tortona una Società per gli studi di storia, d' economia e d' arte nel 
Tortonese, presieduta dall' egregio collega prof. Eteocle Lorini, il 
nostro periodico fu primo a compiacersi dell'avvenimento e a man- 
ilare alla nuova consorella gli auguri più sinceri di lunga e pro- 
spera vita. Chi avrebbe pensato, allora, che proprio colui che scri- 
veva quelle righe di compiacimento sarebbe stato causa involontaria 
di una crisi nel seno del Consiglio direttivo della Società Storica 
Tortonese, e avrebbe, per poco, gittato il turbamento nelle acque soli- 
tamente tranquille della piccola repubblica letteraria di S. Marziano ! 

Di questa crisi non metterebbe conto parlare; ma poiché nell'ultimo 
fascicolo del Bollettino Tortonese (fase. VII, p« 63) le si è voluto 
dedicare un breve resoconto, credo opportuno tenerne informati anche 
i lettori del nostro periodico. 

Leggesi dunque nel predetto fascicolo del Bollettino Tortonese: 
u Assemblea generale del 19 marzo 1905. Ordine del giorno : 
u 2°. Dimissioni da V. Pres. del Rev. Can. G. B. Pallavicini e del 
u segret. Rev. Can. Vincenzo Legè. 

« Il Presidente Comm. Lorini apre la seduta comunicando anzitutto j 
u le dimissioni dei Rev. Can. Pallavicini e Legè. Sorge vivace di- ; 
u scussione specialmente fra l'Avv. M. Priora e l'Avv. C. Cantù sulla 
u scelta dell' argomento trattato dal Prof. Romano di Pavia, per aver 
u la sua conferenza provocato le dimissioni anzidette, e dopo spie- 
u gazioni date dal Presidente, l'Assemblea ha votato il seguente or- 
ti dine del giorno : 

u L' Assemblea della Società Storica invita i Can. Pallavicini e Legè a 
« voler desistere dalle date dimissioni, confermando coni' essa sia nata 
u e intenda rimanere estranea a qualsiasi movimento politico, e come 
» per proprio conto la Società Storica abbia nei suoi proposili la libera 
u discussione nel campo più sereno, elevato e neutrale ». 

A questo punto i lettori del nostro Bollettino saranno curiosi di 
sapere, che razza di argomento incendiario avrà trattato il prof. Ro- 
mano nella sua conferenza, se questa ebbe, nientemeno, la forza di prò- 



— 26 



vocare lo dimissioni di due valentuomini quali il Can. Pallavicini e 
il Can. Legò. 

La curiosità è legittima, ed eccomi ad appagarla. 

La conferenza ebbe per argomento: V origine e il carattere del 
dominio temporale della Chiesa^ e fu nient' altro che la riproduzione, 
salvo i rimaneggiamenti voluti dalla circostanza, della mia orazione 
inaugurale degli studi nella r. Università di Pavia tenuta il 3 dicembre 
1904. Il tema fu scelto per suggerimento dello stesso collega Lorini, 
al quale non parve che un argomento, che era sembrato non indegno 
di una cerimonia universitaria, potesse sconvenire alla inaugurazione 
della Biblioteca dell' Istituto Tortonese, il cui scopo precipuo è quello 
di diffondere la cultura e aprire un libero campo alle discussioni 
degli studiosi. Ma nel Consiglio direttivo della Società Storica Tor- 
tonese (di cui ignoravo e ignoro i veri rapporti colla biblioteca del- 
l' Istituto) non tutti sono stati dello stesso avviso: ed i Can. Pallavi- 
cini e Legè hanno voluto, dimettendosi, dare un nuovo esempio di 
quella intolleranza scientifica, per cui, in questa benedetta Italia, dopo 
44 anni da che si è costituita, non dovrebbe esser lecito a un libero 
cultore degli studi di toccare certi tasti senza incorrere nella pena 
della scomunica maggiore. 

Io spero che i signori Legè e Pallavicini abbiano già ritirato 
le loro dimissioni e che la calma sia rientrata nel pacifico ce- 
nacolo degli eruditi tortonesi. E spero che, a quest' ora, anch' essi 
siano persuasi che nel campo degli studi c'è posto per tutte le opi- 
nioni e che alla verità non si giunge che attraverso i contrasti e la 
libera discussione delle idee. Per conto mio non conservo nessun ran- 
core, e sarò lieto se i nostri buoni colleghi di oltre Curone vorranno 
stringere quella mano che tenderò loro ben volentieri nel prossimo 
settembre, in occasione del Congresso della Società Storica Subalpina! 

G-. Romano 

L* invasione longobarda e la circoscrizione episcopale in 
Italia. — Il nostro Bollettino (an. Ili fase. 3-4 p. 536 sg.) riassunse 
fedelmente la nota comunicazione fatta dal Duchesne al Congresso 
nternazionale di scienze storiche in Roma e pubblicata in Mélanges 
V archeologie et d' histoire, XXIII f 1 903 J col titolo: Les évéchés d'Italie 
■t V invasion lombarde, lì relatore, nel dare notizia di quello scritto, 
oggiungeva : « Fin qui il Duchesne. Attendiamo ora che il Crivellucci, 



— 268 - 

di cui sono note le opinioni sull' argomento, ritorni come ha promesso 
Studi Storici, XIII), sulla questione, per darne notizia nel Bollettino ». 
E il Orivellucoi infatti vi è tornato nelT ultimo fascicolo degli Studi 
Storici (XIII p. 517; con un breve articolo, in cui, combattendo le ar- 
gomentazioni del Duchesne, dimostra: 1° che i dati statistici forniti 
dal dotto abate francese sui 233 vescovadi esistenti in Italia, di cui 
51 nell'Italia superiore e ben 182 nell'Italia centrale e meridionale, 
furono dedotti con un procedimento critico affatto arbitrario; 2° che 
i documenti sui quali questi calcoli si fondono appartengono alla fine 
del V. o al principio del VI secolo, e quindi non possono valere per 
dimostrare che i molti vescovadi già scomparsi alla fine del VI secolo lo 
fossero per effetto della invasione longobarda, potendo essere benis- 
simo scomparsi nei 70 anni precedenti, in cui di loro non si ha 
più alcuna notizia; 3° che la scomparsa di 90 vescovadi nell'Italia 
peninsulare, ammesso che i calcoli sieno esatti, non potrebb' essere 
attribuita all' invasione longobarda, non essendo attestato da nessuna 
testimonianza che i longobardi di Spoleto e di Benevento fossero più, 
feroci e più devastatori di quelli del nord ; 4° che infine la rovina di! 
molti vescovadi durante il corso del VI secolo si spiega benissimo colla 
guerra gotica che produsse in Italia infinite calamità e rovine. Quanto 
alla questione dei patrimoni della Chiesa romana in territorio longo- 
bardo, che il Duchesne ritiene confiscati, il Crivellucci è ora meno' 
reciso nel sostenerne la conservazione, almeno parziale, e riconosce; 
che « 1' argomento ha bisogno ancora d' essere studiato ». Secondo lui 
il fatto che Gregorio Magno nelle sue lettere non faccia alcuna men^ 
sione di patrimoni in paesi longobardi non basta ad autorizzare a seri-) 
vere, come fa il Duchesne, che della loro avvenuta confisca u les let-; 
tres de Saint Grégoire font foi de la facon la plus absolue », e dopo 
aver osservato che un simile argomento è un' arma a doppio taglio 
perchè se Gregorio non parla di patrimoni, non parla neppure d 
confische, osserva che il passo di Paolo : pene omnes ecclesiarum substan 

tias Langobardi invaserunt ha per la questione molto peso e se 

ne deve tener conto. 

Alla conclusione del Crivellucci io sottoscrivo pienamente, tranne 
forse nella parte riguardante i patrimoni, su cui avrei a fare qualche 
riserva. Ha torto però il Crivellucci nel credere che il recensente del 
Bollettino pavese di Storia patria, nel parlare del lavoro del Duchesne, 
ne abbia riferito in modo da conchiudere quasi: Vedremo che cosa 
saprà rispondere il prof. Crivellucci ! « Qui il Crivellucci s' è ingan- 



- 2(><) — 

nato. Jl recensente si limitò ad un sunto espositivo del lavoro del 
Duchesne e si astenne da qualunque apprezzamento personale, sa- 
pondo che la risposta del Crivellucci era prossima, e non volendo, 
per un doveroso riserbo, entrare terzo nel dibattito. Ma lo stesso 
recensente, che poi in fondo sono io stesso, espose chiaramente la 
sua opinione quando 1' anno scorso, pubblicando il terzo fascicolo della 
sua Storia delle dominazioni barbariche (fase. 104 e 105 della Storia 
Politica d ; Italia, ed. Vallardi), a pag. 250, a proposito della contro- 
versa questione che ora c'interessa, scriveva testualmente così: 

« Un punto molto oscuro, e perciò assai dibattuto, è quello che ri- 
guarda i cambiamenti prodotti dalla conquista longobarda nella cir- 
coscrizione episcopale. Il dibattito riguarda non tanto l' Italia supe- 
riore, dove tutti sono concordi nell' ammettere che la conquista non 
turbò notevolmente 1' assetto delle diocesi, quanto l' Italia centrale e 
meridionale. Già sappiamo che in questa parte d'Italia i Longobardi 
occuparono la Toscana e fondarono i ducati di Spoleto e di Bene- 
vento ; ma la frontiera tra le provincie conquistate da essi e i paesi 
rimasti bizantini fu sempre incerta e soggetta a continue oscillazioni. 
Ora il Duchesne crede che nella sola Italia continentale 1' invasione 
longobarda abbia fatto sparire non meno di novanta vescovadi e, spe- 
cialmente nei ducati di Spoleto e Benevento, abbia turbato profon- 
damente 1' organizzazione primitiva delle diocesi. In questo giudizio 
del Duchesne c'è indubbiamente dell' esagerazione. La sparizione di 
un gran numero di vescovadi nell' Italia continentale, tra il VI e il 
VII secolo, fu già dimostrata dal Crivellucci, il quale provò anche 
che di un gran numero di essi non si hanno più notizie dalla 
fine del V o dal principio del VI secolo. Nulla quindi impe- 
disce d'ammettere che la loro scomparsa sia avvenuta via via nel 
corso del VI secolo, durante gli orrori della guerra gotica e per 
'effetto del grave spopolamento da cui fu colpita 1' Italia, tanto più 
che l'attribuirla al Longobardi urterebbe contro l'assurdo che dove 
la loro immigrazione fu più fitta, lì i mutamenti nella circoscrizione 
episcopale sarebbero stati appena visibili, e viceversa dove, come 
nei ducati di Spoleto e di Benevento, i Longobardi si stanziarono in 
minor numero, li la detta circoscrizione sarebbe stata profondamente 
turbata. Forse ha più ragione il Duchesne, quando constata che in se- 
guito all' invasione, i patrimoni della Chiesa romana furono confiscati 
e la corrispondenza tra i papi e i vescovi soggetti a' Longobardi ri- 

17 



— 270 - 

mase interrotta; nondimeno egli stesso riconosce che tutto ciò non 
debba attribuirsi a motivi religiosi, e che i Longobardi, pur compor- 
tandosi verso le chiese come fecero in generale verso tutto ciò che 
apparteneva all' organizzazione bizantina, non erano animati da nes- 
sun fanatismo anticristiano o anticattolico ». 

Il Crivellucci non aveva 1' obbligo di leggere un libro che non ha 
pretese scientifiche, e dove certo non troverebbe nulla da imparare. 
Ma a me premeva dimostrargli che il recensente del Bollettino non 
aveva messo nessuna malizia nella chiusa del suo rendiconto e che 
egli era con 1' opinione assai più vicino a lui, che il Crivellucci non 
sospettasse ! 

G. Romano 






Per un manoscritto nella biblioteca Universitaria di Pavia 
attribuito ad Incmaro. In una comunicazione inserita negli Atti del 
Congresso internazionale di Scienze storiche (Voi. IX pp. 79-99 ; Roma, 
1904, Tip. Acc. Lincei) il ch. mo Prof. Francesco Ruffini tratta di un'opera 
inedita attribuita ad Incmaro di Reims, il noto Arcivescovo riconosciuto . 
dai più autorevoli studiosi come « il più insigne canonista della Chiesa 
franca » (Hauck) o, addirittura, come a il più grande giurista dell'età 
sua ti (Schròrs). Di quest' opera esiste nella Biblioteca Universitaria 
di Pavia un manoscritto, contenuto nel codice miscellaneo cartaceo 
n. 255, del sec. XV (da f. 86 v a f. 121 v ; cfr. De Marchi e Bertolini: < 
Inventario dei mss. della Biblioteca Universitaria di Pavia, Milano, 1894, j 
pp. 146-147), ed è appunto questo manoscritto che per primo indusse ■ 
il Prof. Ruffini a studiare la questione. Le ricerche gli fecero però 
constatare che esso non è che una copia di un ms. Vaticano, (nel 
cod. misceli, membranaceo, n. 1324) come due altri codici, un Am 
brosiano e un Corsiniano, contenenti la medesima opera: un tratta- 
tello riguardante varie questioni di diritto canonico. Secondo 1' A. esso 
è a torto attribuito al grande Arcivescovo, mentre non sarebbe che 
un estratto dei Libelli de lite imperatorum et pontificum saeculi XI 
et XII conscripti dal monaco Bernoldo di S. Biagio, morto nel 1100 
(editi quasi tutti dal Thaner, in M. Gì. H. S S., voi. II). 'Questi però 
avrebbe a sua volta sfruttato un'opera non ancora scoperta consistente 
in un trattatelio conciliatorio delle fonti canoniche, composto da In- 
cmaro e da lui preannunciato in un suo scritto autentico e più antico 
(tra 1' 859 e 1' 800, mentre 1' opera in questione sarebbe, secondo lo 



- 271 - 

Schòrs, dell'872) nulla Predestinazione (ofr. Hinkmari Opera, ed. Migne, 
Patr. lat., voi. CXXV, col. 413). Cosicché nel manoscritto pavese si 
potrebbe ravvisare lo schema, malamente rimaneggiato e rimpolpato, 
dell' opera originale incmariana, pervenutovi per le vie accennate. 

P. Ciapessoni. 



Notizie varie. — Nella Rivista di scienze storiche che si pubblica 
mensilmente in Pavia, oltre quelli cui noi già accennammo, sono suc- 
cessivamente comparsi, tra gli altri, i seguenti articoli che più diret- 
tamente interessano i nostri lettori: 

M. Mariani. — Vita universitaria pavese nei sec. XIV e XV (con- 
tinuazione e fine) Voi. I. (1904) pp. 433-443 e Voi. II (1904) pp. 31-40. 

A. Oavagna-Sangiuliani. — Mede i suoi conti e i Sangiuliani. Voi. 
IL pp. 9-19. 

Giovanni Seregni. — 77 primo fidanzamento di Valentina Visconti 
(con un docum. dell' Archivio di Stato in Milano). Ibid. pp. 161-165. 

Diego Sant'Ambrogio. — 8 'all' iconografìa della Vergine nella Certosa 
di Pavia. Ibid. pp. 286-292 ; 337-346 ; 435-443. 

Francesco Magami (Vescovo di Parma). — II culto di 8. Siro nella 
Diocesi di Parma. Ibid. pp. 386-391. 

Dott. Rodolfo Maiocchi. — V Immacolata a Pavia. Ibid. pp. 419-423. 

L. V(alle). — Di un antico libro pavese che si credeva perduto Voi. 
I. (1905) pp. 127-129. E il Legendarium Sanctorum diversorum, precipue 
illorum quorum, corporei in Ecclesia Monasterii 8. Felicis {Papié) re- 
quiescuntj di cui diede ampia recensione (in Analecta Bollandiana, 
tom. XXIII), P. Poncelet, venuto a Pavia appositamente per esa- 
minarlo. 

Sac. Clemente Barbieri. U Immacolata a Vigevano, ibid. 164-165. 

Dott. Rodolfo Maiocchi. — Lo scisma d' Occidente e Giangaleazzo 
Visconti-, ibid. pp. 199-204 (continua). 

Il fascicolo d' Aprile è interamente dedicato a 8. Alessandro Sauli, 
in occasione delle feste per la sua canonizzazione, svoltesi in Pavia 
nel Maggio scorso ; contiene numerosi documenti inediti, riguardanti 
la vita e 1' attività religiosa del Santo. 

* * 

Neil' aula del Teatro Anatomico di Palazzo Botta, il 5 febbraio di 
quest'anno, per invito della Società pavese di Storia Patria, il prof. Gio- 



- 272 - 

vanni Patroni tenne una conferenza sul tema: Come mangiavano gli 
antichi* Il titolo suggestivo attrasse un gran numero di soci e non 
soci, tra cui molte signore e professori universitari e secondari, de- 
siderosi di ascoltare la parola del valente professore di Archeologia 
nella nostra Università. 

La conferenza ebbe pieno successo. 

Ad onorare la memoria del prof. Felice Cattaneo, della nostra 
Università, morto il 26 giugno 1903, furono pubblicati, raccolti in 
opuscolo, i discorsi pronunziati sul suo feretro e i cenni necrologici 
inserici nei giornali e nell' Annuario della R. Università. I discorsi 
sono due, quello del Preside della facoltà di giurisprudenza, prof. 
L. Minguzzi, e 1' altro del prof. C. Ferrini, 1' illustre romanista tolto 
immaturamente ai vivi, pochi mesi dopo la morte del Cattaneo, il 17 
ottobre dello stesso anno 1903. Raccoglitore degli scritti fu il pro- 
fessor Carlo Cantoni, Senatore del Regno, il quale, in un' affettuosa 
prefazione dedicata alla vita del compianto amico, espone le ragioni 
della pubblicazione. 

* * 

Vedrà prossimamente la luce, pei tipi di C. Rossetti, un Codice 
diplomatico degli Agostiniani di S. Pietro in Ciel d 1 Oro, dovuto al 
nostro infaticabile segretario prof. R. Majocchi in collaborazione col 
dott. Nazareno Casacca. Di questa pubblicazione, che riuscirà senza 
dubbio interessantissima, ci occuperemo a suo tempo. 

In occasione delle feste petrarchesche celebrate 1' anno scorso la 
Società Storica Lombarda pubblicò un interessante volume miscel- 
laneo contenente i seguenti articoli : 

Parte I. — Studi storici — F. Novati, // Petrarca ed i Visconti. 
Nuove ricerche su documenti inediti — P. de Nolhac, Pétrarque a Bo- 
logna au temps d 7 Azzo Visconti. Contribution à la chronologie de sa 
jeunesse — A. Annoni, Il Petrarca in villa. Nuove ricerche sulla di- 
mora del poeta a Oaregnano. 



- 273 - 

Parte II. — Ricerche critico-bibliografiche — H. Cochin, Le texte des 
Epistolae de rebus familiaribus de F. Pétrarque d' après un manuscrìt 
de la bibliothèque nationale de Paris — F. Novati, Chi è il postillatore 
del Codice Parigino? — R. Sabbadini, Le « Periochae Livianae » del 
Petrarca possedute dai Barzizza — F. Novati, Un esemplare visconteo 
dei Psalmi Poenitentiales del Petrarca. — A. Ratti, Ancora del celebre 
cod. ms. delle opere di Virgilio già di Francesco Petrarca ed ora della 
Biblioteca Ambrosiana — F. Novati, Un* epitome poetica del De viris 
ìllustribus scritta nel quattrocento — - E. Motta, Il Petrarca e la Tri- 
vulziana. Spigolature bibliografiche — C. Foligno, E. Motta, F. No- 
vati, A. Sepulcri, Spoglio dei codici manoscritti petrarcheschi esistenti 
nelle biblioteche Ambrosiana, Melziana, Trividziana, nelV Archivio Vi- 
sconti di Modrone, nel V Archivio Capitolare Arcivescovile — Catalogo 
di tutte le opere petrarchesche a stampa esistenti nelle biblioteche Mel- 
ziana e Trivulziana. 

Su qualche scritto inserito in questo volume torneremo in un pros- 
simo fascicolo del Bollettino. 



* * 



Col titolo di Archivio Muratoriano. Studi e ricerche in servigio 
della nuova edizione dei Rerum Italicarum Scriptores di L. A. Mura- 
tori, sono usciti, per cura di V. Fiorini, i due primi fascicoli di una 
nuova pubblicazione destinata a preparare e integrare la ristampa 
dei testi muratoriani dovuta alla coraggiosa iniziativa del compianto 
editore Scipione Lapi di Città di Castello. 

Degl'intenti della pubblicazione discorre il Fiorini in una breve 
prefazione, che ci piace riportare. 

« Di mano in mano che i lavori preparatorii alla nuova edizione 
dei RERUM ITALICARUM SCRIPTORES si sono andati allargando 
in un campo sempre più largo e più complesso di ricerche e di studii, 
più forte ed inevitabile mi si è imposta la necessità di accompagnare 
la stampa lenta de' suoi fascicoli con una pubblicazione minore, ma 
più agile e più viva, la quale, muovendo parallela all' edizione dei 
testi, da un lato le preparasse il terreno e le servisse di compimento, 
dall' altro permetesse a me di alleggerirla e di farla procedere più 
pronta e più spedita, 



— 274 - 

u In ciò la ragione di questo mio ARCHIVIO MURATORIANO 
al filale pongo come programma: 

.. L° Seguire la stampa della nuova u Raccolta muratoriana », dando 
di tratto in tratto notizia dello stato degli studii relativi ai testi dei 
quali è in corso l'edizione, mettendo gli studiosi in comunicazione 
fra di loro intorno ad essi, accogliendone i suggerimenti, i giudizii, 
le rettifiche, le informazioni, facendo pubblici i risultati di indagini 
posteriori o del rinvenimento e dell'esame di manoscritti nuovi o 
ignorati prima che possano aver rapporto coi testi già pubblicati; 

u 2° Render conto di quei testi che, sebbene accolti dal Muratori 
nella sua raccolta, non potrebbero convenientemento per il loro ca- 
rattere, per lo scarso valore o per la dubbia autenticità loro essere 
conservati nella nuova edizione ; 

u 3° Dar notizia delle questioni secondarie e delle minori ricerche 
intorno a ciascun testo e di quelle risultanze indirette di esse che, 
pur non essendo prive di interesse e di utilità per gli studiosi, non 
troverebbero nelle prefazioni o nelle note illustrative posto adatto 
e senza alterarne le giuste proporzioni ; 

u 4° Concorrere allo studio ed alla migliore conoscenza della cro- 
nistica del Medio Evo col pubblicare monografie, note critiche, sto- 
riche o paleografiche e informazioni intorno alle fonti letterarie di 
quel periodo, coli' offrire agli studiosi il materiale raccolto nelle esplo- 
razioni che in servigio della edizione muratoriana saranno eseguite 
in biblioteche ed archivi] italiani e stranieri e col tenere al corrente 
di quanto relativamente ai testi cronistici muratoriani e non mura- 
toriani si vien pubblicando in Italia e fuori. 

« Il campo dell' ARCHIVIO MURATORIANO resta dunque ben 
delimitato: integrerà il Corpo dei RERUM ITALICARUM SCRIP- 
TORES formandone come una nuova appendice, e sarà fra noi l'u- 
nica pubblicazione periodica eslusivamente consacrata alle fonti 
storiche di carattere lettarario del Medio Evo, intendendo questa 
espressione nel senso lato che il Muratori le ha attribuito. 

« Confido che gli studiosi gli faranno buona accoglienza e vorranno 
porgermi largo aiuto per alimentarlo. 

VITTORIO FIORINI. 



275 — 

Il fascicolo 30*31 della nuova edizione de' Rerum Ilalio.anim Serip- 
fnrrs del Muratori eseguita sotto la direzione dei professori Gr. Car- 
duci'i e Vittorio Fiorini, contiene : 

Petri Ansolini de Emulo, De rebus slcidis Carmen, per cura di E. 
Rota. Il sig. Rota, nostro socio e collaboratore, ha curato con molta 
diligenza questa edizione del Carmen di Pietro da Eboli, di cui ora 
asce soltanto una prima parte, contenente, oltre alla prefazione, le 
prime tredici Particu'ae. Il testo, largamente arricchito di note, è in- 
tercalato da quattordici tavole fototipiche tratte direttamente dal ce- 
lebre codice di Berna. 

* * 

Sono usciti in Milano i primi due fascicoli di una Rivista Archeo- 
logica Lombarda, diretta dal prof. Serafino Ricci, libero docente di 
Archeologia nella nostra Università. Il nuovo periodico si propone 
d'illustrare il materiale archeologico che eventualmente viene alla 
luce in Milano e nelle altre provincie lombarde, e di descrivere 
quei monumenti archeologici e quei tesori d'arte esistenti in questa 
importante regione d' Italia che sono meno noti o poco accessi- 
bili al pubblico. Alla nuova Rivista, che risponde a un reale bisogno 
legli studi archeologici in Lombardia e che sotto la direzione del 
orof. Ricci, nostro consocio, ci dà affidamento di feconda attività 
scientifica, mandiamo i n igliori auguri. 

* * 

Una recensione assai favorevole di A. Huiner del lavoro del 
ìostro socio prof. Pietro Rasi, Dell' arte metrica di Magno Felice En- 
ìodio pubblicato in questo Bollettino an. IV fase. 2° è comparsa nel 
)erìodico Zeuchrift fùr d. oexterr. Gymn. 1905 parte 4 a . 

| Neil' Arch. stor. ital. Ser. V. To. XXXIV (1904) V. Federici studia 
l noto palinsesto d'Arborea, dimostrandone la falsità sia dal punto 
i vista paleografico come dal punto di visto storico. 

Si sa che il contenuto di quel documento, che fa parte della fa- 
ìose carte di Arborea, riguarda il riscatto delle ossa di S. Agostino 



- 27< 






in Sardegna ai tempi di Liutprando. Secondo 1' A. lo scopo della fal- 
sificazione fu di dimostrare la preminenza della chiesa cagliaritana su 
tutta l' isola. L 3 articolo è preceduto da una prefazione del dotto filo- 
logo e romanista prof. W. Foerster. 

Francesco Guardione pubblica sull'Archivio storico per la Sicilia 
Orientale an. I. fase, lo p. 81-104 un manipolo di documenti sul se- 
condo assedio di Catania e sul riordinamento del regno di Sicilia 
(1394-1396), alcuni de' quali riguardano Artale d' Alagona, il noto co- 
spiratore e ribelle siciliano, che visse molti anni alla corte di Gian- 
galeazze Visconti e fu anche podestà di Pavia e di Milano (Vedi: 
Romano, / Visconti e la Sicilia in Archivio stor. lomb. 1896). 



I» MENTI PUBBLICAZIONI 



Arias Gino — 11 sistema della costituzione economica e sociale italiana nell'età 
dei Comuni. Torino, Roux e Viarengo, 1905. 

Atti del consiglio comunale di Pavia nel biennio 1901-02. Pavia, Tip. Coope- 
perativa, 1905. 

Rugiani Carlo — Storia di Ezio, generale dell' impero sotto Valentiniano III. 
Firenze, B. Seeber, 1905. 

Caggese Romolo — Un comune libero alle porte di Firenze nel secolo XIII. 
Firenze, B. Seeber, 1905. 

Cantoni Carlo — Discorsi del Senatore Carlo Cantoni sui Regolamenti Uni- 
versitari da promulgarsi (Tornata del 15 Aprile 1905). Roma, Tip.Forzani 
e C, 1905. 

Cavagna Sangiuliani Antonio — Pel nuovo elenco degli edifici monumentali 
della provincia di Pavia. Pavia, Fusi, 1905. 

Ciccotti Ettore — La filosofia della guerra e la guerra alla filosofia. Milano, 
Tip. Popol., 1905. 

Cipolla Carlo — Il conte Loisio di San Bonifacio di Piacenza podestà nel 1277. 
Venezia, Ferrari, 1904. 

Codara Angelo — Il cardinale Agostino Gaetano Riboldi. Pavia, Fusi, 1905. 

Colombo Alessandro — Lodovico il Moro e la Francia secondo un frammento 
di cronaca contemporanea. Torino, 1905. 

Corbellini Alberto — Cino da Pistoia. Pistoia, Fiori, 1905. 

Corbellini Alberto — Il " Trattato ,, della " Partita ,, di Beatrice. Genova, 
Carlini, 1905. 

Corbellini Alberto — Appunti sulla " Vita Nova ,,. Perugia, Tip. Coop., 1905. 

Gabotto Ferdinando — Un pronostico di Antonio d' Inghilterra pel 1464. 
Napoli, Pierro, 1905. 

Gay J. — L' Italie Meridionale et l'empire Byzantin. Paris, Fontemoing, 1904. 

Gini Salvatore — Note sulle abbazie degli Stolti in Piemonte. Bologna, Zani- 
chelli, 1905. 

Lieutaud V. — Le registre du Louis III, Comte de Provence, roi de Sicile et 
son itinèraire (1422-34). Sisteron, Clergue, 1905. 

Minasi G. — Vita di S. Nilo Abate. Napoli, Veraldi, 1904. 

Natali Giulio — Di Matteo Ricci e d'altri viaggiatori marchigiani. Mace- 
rata, 1905. 
1 Ohr W. — Die KaiserkrÓnung Karlsd.es Qrossen. Leipzig, Mohrs, 1904. 

Pasciucco G. — Elagabalo. Feltre, Castaldi, 1905. 

Patroni Giovanni — Di una recente monografia sul mosaico nell'antichità. 
Napoli, Tessitore, 1905. 



— 278 - 

Pavesi Pietro — Date riguardanti gli istituti universitari di Pavia. Pavia 
Ponzio, 1905. 

Perels Ernst — Die kirchlichen Zehnten ini karolingischen Reiche. Berlin, 
Ebering, 1905. 

Petraglione Giuseppe — Un' edizione ufficiale di storici milanesi. Milano, 
Cogliati, 1905. 

Petri Ansolini de Ebulo — De rebus siculis canneti. Per cura di Ettore Rota 
(Nella Raccolta dei Rerum Italicarum Scriptores) Città di Castello, Lapi, 
1905. 

Pometti Francesco — Echi dell'Islam e dell" Oriente Estremo. Roma, Tip. Ita- 
liana, 1905. 

Porro Alberto — Il 30 maggio per V artigliere italiano. Pavia, Fusi, 1905. 

Rillosi Attilio — Il sentimento della pace in F. Petrarca. Mortara. Paglia- 
rini, 1905. 

Rodolico Niccolò — La democrazia fiorentina nel suo Tramonto (1378-1382). 
Bologna, Zanichelli, 1905. 

Salvemini Gaetano — Il pensiero e l'azione di G. Mazzini. Messina, D'An- 
gelo, 1905. 

Treves Angelo — Effetti della rivoluzione francese del 1789 in Italia. Ver- 
celli, Gallardi. 1905. 



Prof. GIACINTO ROMANO Direttore Responsabile. 

Pavia, Prem. Tip. Succ. Frat. Fusi. Largo di Via Roma, 7, 



So Ib 



GLI EBREI A PAVIA 



CONTRIBUTO ALLA STORIA DELL'EBRAISMO NEL DUCATO DI MILANO 



{Continuazione e fine; vedi numero precedente). 

CAPITOLO III. 
U espulsione degli Ebrei dal ducato di Milano. 

Dicemmo nel primo capitolo come sebbene poche siano le 
notizie che ci rimangono, è tuttavia da esse lecito conclu- 
dere che molto probabilmente i Visconti ed i primi Sforza nei 
loro rapporti cogli ebrei seguirono una politica tollerante, anzi 
liberale se si considerano le condizioni morali e politiche di quei 
tempi. A rendere ora, per quanto ci è possibile, meno incom- 
pleta la nostra trattazione, dobbiamo dire quale fosse la condi- 
zione degli ebrei del ducato milanese nei pochi anni della in- 
certa preponderanza francese e nel ben più lungo periodo del 
dominio spaglinolo, fin verso la fine del secolo decimosesto, 
quando gli ebrei furono espulsi da tutto il ducato. 

Tale sarebbe il compito nostro, ma la prima parte di esso, 
quella cioè che si riferisce al periodo della preponderanza fran- 
cese, richiede ben poche parole, poiché le notizie che potrebbero 
riuscirci di qualche interesse mancano quasi interamente. Anzi, 
diciamo subito, non abbiamo al nostro proposito se non cognizione 
di un provvedimento di Francesco I re di Francia. Agli ebrei 
nel 1473 si era fatto obbligo con una grida di Galeazzo Maria 
Sforza, della quale già abbiamo parlato (1), di portare sulle vesti 
un segno particolare per essere distinti dai cristiani, e ciò si 

(1) v. pag. 195, 



— 282 - 

era imposto, corno in altro regioni, per seguire le norme del diritto 
canonico. Veramente quest' ordine non era mai stalo abolito, ma 
certo la sua osservanza andò a poco a poco diminuendo se si 
credette necessario rinnovarlo; e Francesco I appunto, con una 
grida del 4 maggio 1520, ripristinò l'antico obbligo per gli 
ebrei di poi-tare un berretto giallo (1), stabilendo per i contrav- 
ventori la pena di alcuni tratti dì corda e di dieci ducati d'oro; 
la quale pena fu nella medesima grida assegnata pure a quegli 
ebrei che avessero osato abitare nelle medesime case dei cristiani. 
Questo solo sappiamo. Non dobbiamo del resto meravigliarci 
se per buona parte della prima metà del cinquecento le notizie 
ci mancano : fu quella un' età agitatissima per la grande lotta nella 
quale Francia e Spagna si contendevano il predominio sull' Italia; 
è naturale quindi che in tempi così burrascosi e con un dominio 
così mal sicuro, assai poco si pensasse a regolare colla legisla- 
zione la vita politica interna del ducato ; é ancora più naturale 
che meno che ad ogni altra cosa si pensasse a regolare la con- 
dizione giuridica degli ebrei, i quali nella popolazione del ducato 
costituivano una minoranza numericamente insignificante e vive- 
vano appartati, formando tra loro come un piccolo stato entro 
lo stato. 

Al pari degli ebrei abitanti in altri stati, quelli del ducato di 
Milano vivevano godendo di particolari privilegi accordati dal ; 
principe ; le quali concessioni essi ottenevano per un numero 
d' anni maggiore o minore, pagando in compenso un determinato 

(1) «... per li Iudei se cometono in questo dominio molte enormità et 
cose de malo exemplo perle quali se attraheno Christiani ad desoneste et illi- 
ci1 ■ actione, per procedere ipsi Iudei in medesmi habiti come Christiani et non 
esser cognosciuti rome Iudei; ha deliberato insequendo gli ordini antiqui prove* 
dere a tale mancamento», perciò « ... se fa publica crida che non sia Iudeo 
alcuno il quale persuma andare, per alcuna parte di questo regio ducal dominio, 
Senza La bereta gialda sotto "pena de dui squassi de corda et dece ducali d'eri) 
applicandi alla ducal Camera ogni volta et per cadano . ... et clic sotto la 

medesma pena non presumano cohabitare insieme cum christiani, in una me- 
d- -Sina casa ...... v. Mario Formentoni, II Ducato di Milano. Milano 1877. 

pag. 403-4. 



— 2s:i — 

censo. Così fu - già vedemmo (1) — nel quattrocento; cosi dura 
nel cinquecento. I Visconti, gli Sforza, i re Francesi, Carlo V e 
Filippo II tollerano gli ebrei uel durato, perchè la presenza di 
questi — per la più parte essendo banchieri — giova ai cittadini, 
alle comunità ed allo stato, ossia al principe che può ricorrere 
per prestiti agli ebrei e che da essi riceve un tributo non trascura- 
bile. Dobbiamo insomma pensare che fra principe ed ebrei si sta- 
bilisce un vero contratto sulla base del « do ut cles ». Per tacere 
di qualche provvedimento di Gerolamo Morene, affinchè anche 
gli ebrei fossero sottoposti alla tassa del ducale sussidio, che si 
diceva illegale (2) e del senato, che faceva divieto ai banchieri 
ebrei di ricevere in pegno oggetti sacri o che servissero ad or- 
nare sacerdoti (3), sappiamo che il 25 agosto del 1533 Fran- 
cesco Sforza accordò privilegi agli ebrei- valevoli per otto anni (4) 
e che questi vennero confermati poi da Carlo Y con lettere da 
Barcellona in data 20 marzo 1538. 

Dopo il congresso di Nizza (18 giugno 1538) avvenuto per in- 
terposizione del papa e nel quale fu stabilita una tregua di dieci 



(1) v. pag. 193-4. 

(2) v. una lettera 18 marzo 1522 della Provvisione di Pavia a .Gerolamo 
Morono. Questa lettera si trova in Pacco Ebrei, presso V Archivio del Museo 
Civico di Pavia. Nella medesima raccolta si trovano pure tutti i documenti che 
verremo via via citando nelle note, dei quali non sia espressamente indicata 
una provenienza diversa. 

(3) Questo ordine fu pubblicato a Pavia il 25 maggio 1538. 

(4) « Primo che tutti quelli hebrei presenti e che verranno quali sotto nome 
della loro università od altrimenti compariranno con quelli che hanno causa da 

| noi et dalla Camera nostra per lo censo secondo il consueto possano et vogliano 
con le loro Donne e Figlioli, Servitori, Servitrici, Fattori e Compagni quali se 
intendeno esser quelli che starano in una medesima habitazione et insieme 
viveranno stare habitare et negociare in tutte le Cittade, Tere, Castelli, Ville 
e Luoghi dyl detto nostro stado et de nostri feudatari in li quali alias son 
soliti stare et non sono prohibiti ad habitare sin otto anni a venire secondo la 
loro volontade liberamente mentre non siano nostri nomici o ribelli. — d. Medio- 
lani 25 augusti 1533 ». Dal memoriale « De Fraudibus Iuda^orum ;d lae- 
sionem Kegiae Camerae » del 19 marzo 1594 con firma di Bartolomeo Carranza; 
importante documento che avremo occasione assai spesso di ricordare. 



284 



; fra il ro di Francia e V imperatore Carlo V, quest'ultimo 
volle dare uno stabile ordinamento al ducato di Milano e stimò 
([nindi opportuno di continuare l' opera già incominciata dallo 
Sforza: affidare ad una commissione di giuristi l'ufficio di rac- 
cogliere ed ordinare le leggi fino allora emanate dai duchi e si- 
gnori di Milano. Tale raccolta di leggi Carlo V poi approvò col 
titolo di « Costituzioni » il 27 agosto 1541. « Questo codice di 
diritto universale per tutta la dominazione milanese, formato dai 
più chiari giureconsulti Milanesi, meritamente allora ottenne 
il plauso di tutta quanta l'Europa, così per la somma sua sa- 
pienza, moderazione e giustizia come per l'ordine e la chia- 
rezza della sua esposizione (1) ». Nella parte di queste Costitu- 
zioni concernente il diritto privato è pure un capitolo che tratta 
della condizione giuridica degli ebrei nel ducato. Agli ebrei è 
proibito abitare in Milano; è concesso nel resto del ducato, ma 
per godere di questa concessione è necessario un decreto spe- 
ciale del governatore. Essi non possono dimorare nelle case 
ove abitano cristiani e per essere distinti da questi gli ebrei 
maschi debbono costantemente portare un berretto giallo e le 
femmine uno scialle del medesimo colore, così grande da coprire 
le spalle od il petto; i contravventori a queste disposizioni ven- 
gono puniti « ictuum duorum eculei et aureorum dece-m ». Agli 
• 'Invi di passaggio è tuttavia concesso di rimanere nel territorio ; 
del ducato, non oltre tre giorni, senza particolare licenza. In 
una aggiunta é stabilita la pena di morte e della confìsca dei 
beni per l'ebreo che abbia avuto rapporti carnali con donna 
cristiana, cosi pure per il cristiano che abbia avuto simili rap- 
porti con donna ebrea (2). 

In seguito alle Costituzioni di Carlo V e poiché i privilegi ac- 
cordati da Francesco Sforza nel 1533 erano venuti a cessare, il 

1; v. Attilio Luigi Crespi. Dei senato di Milano. Milano 1898. pag. 128. 

ludaous carnali copula inulierem Christianam cognosccns capite pu- 

niatur ita quod inoriatur ci cius bona confisccntur. Idem servetur in Christiane) 

ludaeam cognoscontc. Muliercs vero arbitraria poena puniantur ». È un' aggiunta 

alla « Constitutionos Mediolanensis domiuii ». 



— 285 - 

governatore, marchese del Vasto, concedeva il 28 agosto 1542 
nuovi privilegi agli ebrei, affinchè — sempre pagando un censo 
di cinquecento scudi, come vedremo più tardi — potessero 
abitare nel ducato per un periodo di otto anni. 

Mentre al tempo dei Visconti, l'annuo censo che gli ebrei pa- 
cavano li rendeva esenti da ogni imposta reale, personale e 
mista (1), sotto Carlo V pare che la medesima cosa non avve- 
nisse. Il censo che pagavano era un compenso alla licenza di 
abitare nel ducato, ma non li esonerava per nulla dalle mede- 
sime tasse alle quali erano soggetti i cristiani, e la loro condi- 
zione era ancora più triste, perchè non potevano possedere beni 
immobili, né potevano pressoché esercitare nessuna professione 
tranne quella di banchiere. 

A rendere però meno penosa la condizione degli ebrei gio- 
varono certi nuovi privilegi concessi da Carlo V il 3 aprile 1544, 
coi quali era ad essi permesso di prestare i loro capitali « per 
qualche di più che è permesso ai Christiani (2) ». 

Ài 12 giugno 1548 conformemente a lettere imperiali scritte 
da Augusta il 10 febbraio, il governatore del ducato Milanese 
don Ferrando Gonzaga concedeva agli ebrei nuovi privilegi, 
che dovevano durare per otto anni a cominciare dal 28 agosto 
1548. Questo decreto è informato a sentimenti relativamente 
liberali ed in ciò si accosta al decreto di Francesco Sforza (1533), 



(1) v. pag. 192. 

(2) «... et essendo anchora gli ebrei et hebree Ja maggior parte in tutte le 
contribuzioni et subsidii imperiali per le loro persone robbe e facilità per 
assai più che Cristiaui imposti et tassati et tamen appresso questo non 
hanno beni immobili ne anchora exercitio offitio et artificio con quali possano 
guadagnare o acquistare queste t'ali impositioni subsidii et loro vivere salvo 
quello che con gli suoi denari imprestando guadagnano o acquistano dil che 
permettiamo et concediamo a questi hebrei et hebree che in contra ricompentia 
et secondo la forma delle inpositioni di essi et per portare tali carichi, si fanno 
id essi, che possino gli suoi denari ad interesse et beneficii et commodo suoi 
imprestare per qualche di più che è permesso a Christiani ut apparet ex privi- 
egiis dictae nationi Hebraicae concessis per sei. record. Carolum Quintum in 
evitate Spirae die 3 aprilis 1544 ....»; v. in « De fraudibus ... . ». 



— 286 — 

i tailandesi alquanto dallo norme stabilito nelle Costituzioni 
del 1541. 

Queste infatti agli ebrei facevano obbligo, con sanzioni penali, 
ili portare il segno giallo ; mentre per questo riguardo il decreto 
del 1533 non conteneva nessuna disposizione, sottintendendo 
probabilmente che si dovessero rispettare gli ordini precedenti, 
quali ad esempio la grida emanata nel 1520 dal re di Francia. 
In ogni modo questo obbligo non era più osservato, né pare 
che (osso con zelo eccessivo fatto osservare dopo fa pubblicazione 
delle Costituzioni (1); le restrizioni delle quali a danno degli 
ebrei vennero esplicitamente abolite dal decreto del Gonzaga. 
Tale decreto ha una parte assai importante, quella che riguarda 
i limiti degli interessi legali; i quali limiti, già vedemmo (2). 



(li Con lettera del 3 marzo 1562 la Provvisione di Pavia pregava Polidonio 
Maino a<l intercedere presso il governatore, per ottenere la espulsione degli ebrei 
da Pavia od almeno affinchè « essi hebrei in la cita nostra et suo Principato 
fossero tenuti sotto grave pena alli inobedienti di portare de continuo le barde 
giàlde sive ranzade acciò siano differenti et cono'sciuti li infedeli dalli cliristiani 
conio è cosa Inonestissima et debita essendo maxime così ordinato per l'Ex." 10 
Senato per vigore delle nuove costituzioni ». 

\. pag. 233. — Il decreto del Gonzaga (12 giugno 1549) nei suoi 
punti più importanti suona così: «... per anni otto prossimi futuri incomin-» 
e .indo ali 28 agosto prossimo futuro tutti li hebrei predetti et ciascuno di loro 
tanto masculi quanto temine con loro filioli, familia et robbe possino habitare e 
stare Liberamente nelle predette città terre et loci del dominio preditto di Milano 
et exercire li soi trafughi et negotij secondo il solito loro et come hanno fatto 
per il passalo et sino al presente, per vigore delle concessioni et confirmatione 
fate utsupra et contra di loro ne contra alcuno d' essi possa essere innovato cosa 
alcuna per retto ed indiretto et maxime circa il portare berette gialde et col- 
letti o altri sonni dìfferentiati dalli christiàni, si come ancora nel tempo d'esse 
concessioni fatteli pei- il predetto III." 10 S. or Francesco II ducha utsupra per vi. 
gore (Tesse mai non sono effetualmente stati astreti uè costreti a portare ne 
agiongere altra conditione, forma o modo tanto contro le persone quanto contro 
le robbe loro, imo sia no mantenuti et preservati nelli privilegi immunità et comodi* 

tà ffanchixie, come s » stati mante un li et preservati nel tempo del predi' tto 

S. n Ducha Franse'sco II et doppo sino al presente per vigore delle concessione 
et confirmatione prefate et questo non obstante alcune leggi statuti consuetu- 
dini et decreti in contrario et maxime il decreto De ludaeis rubricato nella 



- 2S7 — 

sono due: uno per capitali prestati con pegno, l'altro per capitali 
prestati senza pegno, ('osi per la prima condizione è stabilito 
L'interesse massimo mensile di danari cinque per lira, por la 
seconda di denari sette. Vengono poi condannati i contravventori 
a pagare il doppio degli interessi abusivamente ricevuti, purché 
tuttavia le querele siano presentato entro il limito dì Ire mesi. 

Abbiamo nel capitolo precedente più volte avuto occasione di 
ricordare i nomi della contessa Caterina Bianca di Lodrone e di 
Giovanni Angelo Rizzi « donatari, conservatori cesarei » — così 
son chiamati nei documenti — degli ebrei abitanti nel ducato 
milanese. Quale officio compiono questi Donatari o Conservatori ? 

Sono persone alle quali il principe, in compenso di speciali 
benemerenze, ha concesso di godere V annuo censo al quale sono 
soggetti gli ebrei ; questo censo viene così sottratto al fìsco a 
vantaggio di privati (1). La contessa di Lodrone ed Angelo 
Rizzi — abbiamo motivo per credere che due soli fossero 



reformatione de decreti novamente fatta, dalli quali in tutto per tenore delle 
presenti et per la prefata autorità imperiale a noi attribuita utsupra derogamo 
et volemo che sii derrogato etiara in spetie et individuo et per ogni altra me- 
gliore forma che sia expediente etiam che in le presenti nostre fosse stato ne- 
cessario fare di tutti o ciaschaduno d'essi mentione più speciale, volemo però 
et così ordinamo che circa li danari prestarano novamente detti hebrei da li 
25 de agosto pross. futt. avanti a christiani del stato de Milano non possino pi- 
gliare più de denari cinqui per libra per cadauno mese sopra et denari setti 
prestando senza pegni, sotto pena de pagare il doppio del sopra più che si tro- 
verà habbiano tolto oltre detta limitazione d'essere aplicato alla parte, con 
questo però che le querelle che sopra ciò si facessero habiano da essere in 
termine di tre mesi dopo la contrafatione alla detta limitazione, altramente non 
siano credute n'eseguite ». 

(!)«.... quia licet Regia Maiestas solita sit donare dictum censura et 
conservatoriam Iudaeorum familiaribus benemeritis prò dieta summa scutorum 
quingentorum ... »; dalla « Informatio prò fisco contra Iudaeos ut cogantur 
praestare mercedem causa privilegiorum » datata da Milano il 20 settembre 
1595 e firmata Bartolomeo Carranza. 



— 288 - 

i Donatari (1) — godono adunque di un beneficio clic non è però 
trasmissibile agli eredi; e ad essi spettano pure alcune attribu- 
zioni. Il censo annuo che ricevono, l'hanno convenuto, pare, 
essi stessi personalmente cogli ebrei; il contratto ha dunque 
un carattere privato ed in esso lo stato non ha avuto ingerenza. 
Sono i Donatari in realtà che concedono a singoli ebrei di abi- 
tare nel ducato; è ad essi che ricorrono i cittadini per ottenere 
la espulsione di qualche ebreo ancor più degli altri inviso (2). 
Essi sono i patroni degli ebrei, gli intermediari tra questi e lo 
stato ed hanno anche attribuzioni giudiziarie, poiché ad essi spetta 
legalmente dar sentenze nelle cause fra cristiani ed ebrei (3\ 

(1) Le ragioni che ci inducono a credere che non più di due fossero i Do- 
natari sono parecchie,. Nel 1522 furono concluse, come vedremo più oltre, alcune 
convenzioni tra gli ebrei di tutto il ducato ed i conservatori Giorgio Savi, se- 
gretario del senato e Bianca di Lodrone (Arch. Not. di Pavia; atti di Ge- 
rardo Maggi, 27 novembre 1522); dal 1534 in poi i Conservatori sono la eon- 
tessa di Lodrone ed Angelo Rizzi (nominato questi in sostituzione del Savi) 
dei <iuali solamente appaiono i nomi nei documenti. Una lettera però, di circa 
il 1550 ha « contessa di Lodrone e gli altri Donatari » ; qui si potrebbe 
spiegare la differenza tra questa lettera e gli altri documenti, nei quali appa- 
iono i nomi di due soli Donatari, supponendo che « gli altri Donatami » siano 
gli eredi del Rizzi; ina questi era ancora vivo nel 1560. E poi questa specie 
di beneficio, quale è certamente V officio di conservatore cesareo che si conce- 
deva dal principe a cittadini benemeriti, era solo personale e non trasmissibile 
ad «Medi; infatti « . . census a multis annis cifra devolutus est in Cameram 
oh mortem unius Donatarii Conservatoris » (v. Informatio ecc.). Qui si parla, 
è vero, della morte di un Donatario, ma con poca precisione, poiché il memoriale 
« De fraudibus ecc. » (v. nota quarta a pag. 283) ha «.... quia mortuis donatariis 
iam pluribus annis elapsìs quibus R. M. dietimi censum donaverat devolu- 
tus est ipso iure ad Cameram . . . ». 

(2) v. in Pacco Ebrei una lettera (4 gennaio 1534) di Angelo Rizzi ai de- 
putati alla Provvisione di Pavia. In questa medesima lettera è detto anche: 
« . . . olirà l'ufficio tengo da sua Ex. ia insieme con la illustre S. ra Catherine 
Bianca contessa di Lodrone di conservare et protegere non solo dicto hebreo 
(si riferisce probabilmente ad lacob Levi; per i.l quale v. in fascic. precedente 
pag. 237 e seg^) ma tutti l'altri che n'abitano nel stato de sua Ex. ia . . . »; ciò 
che ancora una volta mostra come i Donatari nel ducato fossero in numero 
di due. 

3 Vedemmo infatti Angelo Zerbi chiamato « subconservatore », essere 
nominato giudice dai Donatari nella lite fra il comune di Pavia ed lacob Levi. 



2S<) 



La contessa di Lodrone (1) fu nominata conservatrice degli 
ebrei nel 1522 insieme a Giorgio Savi, segretario del senato mi- 
lanese e questa carica ((Mine assai a lungo, fin dopo il 1557, nel 
quale anno agli ebrei furono concessi nuovi privilegi. Assai mono 
godette di questo benefìcio Giorgio Savi, poiché in questo ufficio 
gli successe non più tardi del 1534 Angelo Rizzi, che ancora 
nel 1560 era conservatore cesareo (2) insieme alla contessa. Ve- 
nuti poi a morte Bianca di Lodrone ed Angelo Rizzi il censo 
annuo degli ebrei fu devoluto alla Regia Camera (3). 

Abbiamo poco sopra notato in che differisse il censo pagato 
durante il dominio spagnuolo dal censo pagato ai Visconti ed ai 
primi Sforza, dicendo che quello non portava nessuno esonero di 
tasse, come invece portava questo. Le convenzioni concluse nel 
1522 fra la contessa di Lodrone e Giorgio Savi da una parte e 
gli ebrei dair altra, fissano il censo annuo, che questi devono 
pagare a quelli, in lire imperiali milleduecento e ciò per il pe- 
riodo di quattro anni ; poco più tardi (4) questo censo venne au- 
mentato fino a cinquecento scudi ed ancora fu accresciuto nel 
1557 ; non di molto però, poiché i privilegi di queir anno stabi- 
liscono il tributo di ottomila scudi per il periodo di dodici anni (5). 

Sarebbe eli non poco interesse stabilire, sia pure in modo molto 
approssimativo, quanti ebrei abitassero nel ducato milanese du- 
rante il secolo decimosesto ; ma le notizie che abbiamo a questo 
proposito sono assai poche. Le convenzioni del 1522 portano i 



(1) v. nota prima della pag. precedente. 

(2) v. una lettera delia Provvisione di Pavia ad Angelo Rizzi del 4 giugno 
1560; dalla quale lettera appare che il Rizzi era membro segretario del Consi- 
glio Segreto di Milano. 

(3) v. in fine alla nota prima della pag. precedente. 

(4) Nella « Informatio ecc. » (il quale docemento, giova ripetere, è degli 
ultimi anni del secolo decimosesto) è detto che gli ebrei sebbene assai cresciuti 
di numero, pagano ancora il medesimo censo annuo di cinquecento scudi che 
incominciarono a pagare, quando ottennero privilegi dà Francesco II Sforza, 
ossia nel 1533. 

(5) v. « Informatio ecc. ». 



290 



nomi di circa ottanta (1) ebrei elio a quel tempo abitavano nel du- 
rato, ma in esse non è detto quali e quanti fra loro avessero 
famiglia, cosicché ogni cifra che si volesse proporre riuscirebbe 
arbitraria. Il fatto certo però è che il numero degli ebrei 
nel ducato va man mano crescendo per tutto il secolo deci- 
mosesto e ciò si spiega pensando che spetta ai Donatari di 
concedere licenze di ammissione agli ebrei e naturalmente essi 
accordano tali licenze di buon grado, poiché ciò è conforme ai 
propri interessi. E il numero assai cresciuto di ebrei nel ducato 
che induce la contessa di Lodrone ed il Rizzi a chiedere nel 
1555 un aumento di censo; ciò che ad essi non venne accor- 
dato (2), probabilmente per una ragione alla quale accenneremo 
più tardi. Nei soliti memoriali di Pavia al governatore si dice 
spesso che in quella. città, nonostante il voto solenne a Bernar- 
dino da Feltro, gli ebrei anziché esser espulsi, sono cresciuti 

(1) « Lista hebreorum: Magistro Iona, lacop de tenixo, Iacopo morello, 
Lazarino fiolo de m. r0 Paxe, Cervo et suo cugnato, Simon da Breme et suo' 
fratello Ioseph, Cervo todesco, Moyse, Jarra, m. r0 Salamon spagnolo m. r0 Sala- 
moi] tedesche Cervo de Valenza, Simon da Valenza, Moyse del Castilano, Sa- 
lomon da Mortala et soy fratelli, Abraam da Castelnovo, Vita dà Terdona, 
m. M Ioseph da .... (?), Datola da Voghera, la vidua de Trivilio et suo . . ., 
Angelo de Omalengho, et suo cugnato, Calaman de pregiton et suoi fioli, 
Donato de Otolegno et fratello, Salamon et suoi . compagni de Lodi, Anselmo 
de Romalengho, Moise da Pandino, Ventura vidua. . . de Caxalmazore et suo 
fratello, Mandolin da Caxalmazore, Iacopo Mar'gnano, Abraam . . . . , m. re 
Moise spagnolo et suo zenero,, Salamon barco, Michele da yjerusalem, Lazarino 
da Voghera, Raphael© . . . , Ioseph et doy compagni, Israel de Bassan, Madonn 
Stella da Novara, m. r0 David dottore, Leone Todescho, Ioseph spagnolo, Mi- 
sere Isa-*, Moise de Piciguiton, Moise de Fiorenzola, Leon da Lodi, m. r0 Moise 
de Caxalmazore, David de Varzi et suoi fratelli, Isac de macabadam (?), Bene- 
diete prevenzallo, Samoel de marona, Isaac sacerdote et sua cugnata, Madona 
bemsa (?), Mojse de Bassan, Marchadante da Cremona, Lazaro maregnano, Ridia 
vidua, Moyse Efrain, Copin sacerdotes ». Questo elenco di nomi si trova noi 
documento del 27 novembre 1522^ già citato in nota a pag. 288. 

2) « . . . . qui (un giureconsulto) de anno 1555 consuluit prò donatariis 
in easu nostro ad augendum censum contra ludaeos quia e rat finita prima 
concessio ....»; v. « Informatio ecc. ». 



201 



assai di numero e ciò torna ad onta dei cittadini resi spergiuri. 
Nel ducato gli ebrei al tempo delle convenzioni (1522) coi Conserva- 
lori cesarei <^ valde pauciores erant », pili tardi, nella seconda metà 
del cinquecento « aneti snnt numero in maxima quantitatc »; cosi 
è detto in un documento per noi di grande importanza (1). 
Quanti fossero gli ebrei nella seconda metà del secolo decimosesto 
noi non siamo in grado di dire ; sappiamo però che erano cre- 
sciuti fino ad aver nel ducato sette sinagoghe (2) ; ed un me- 
moriale del 1595 ci dice che tenuto conto del loro numero gli 
ebrei dovrebbero pagare un censo annuo non di cinquecento, ma 
almeno di duemila scudi ; così se tale affermazione ha una certa 
esattezza nel ducato gli ebrei dal 1533 alla fine del secolo deci- 
mosesto sarebbero più che quadruplicati (3). 

Poiché erano in numero non indifferente, come si distribui- 
vano nel ducato ? La prima disposizione delle Costituzioni del 
1541 dice che agli ebrei è permesso di abitare in tutto il terri- 
torio del ducato, eccetto che a Milano, purché provvisti di par- 
ticolare licenza. È vero che poi in parte si derogò da quanto 
prescrivevano le Costituzioni di Carlo V e di ciò sono prova i 
privilegi del governatore Gonzaga ed il fatto che 1' obbligo di por- 
tare un segno giallo cadde per alquanti anni in disuso ; ma pos- 
siamo con sufficiente certezza asserire che non si derogò da 
quanto disponevano le Costituzioni per ciò che si riferisce a Mi- 
lano. Nelle monotone ed uggiose suppliche e nei frequentissimi 

(1) v. la più volte citata « Iuformatio ». 

(2) « . . . . a principio Iudaei cum essent valde pauciores non erant in con- 
sideratone . . . postea vero cimi exereverint satis superquam usqtie ad septem 
smagogas et facti sint ditissimi et superabundent creditis et divitiis et magna 
exerceant negotia ...» ; v. « Iuformatio », 

(o) « . . . . de aneto numero, ludaeorum fit mentio in regiis litteris datis 
usque de anno 1565 ... si iuspiciatur numerus ludaeorum qui exstant de 
praesenti in hoc dominio saltem bis mille aureos singulo anno prò annuo censii 
praestare tenebuntur insperta generali consuetudine locorum vicinorum quae in 
similibus debet attendi si dubitetur de quantitate . . . »; v. « Informatio ». 



— 292 — 

memoriali che nella seconda metà del secolo decimosesto contir 
intano a mandare al governatore ed al re i pavesi, questi chiedono 
che anche alla loro città sia usato il medesimo trattamento che 
Milaim. In quale non ha ebrei, pur non essendo vincolata da un vote 
solenne come Pavia (1). Quando poi Filippo II acconsente ad 
espellere gli ebrei, alla condizione però che tutte le città del! 
ducato contribuiscano a pagare certo debito (del quale diremo 
più avanti) della Regia Camera. Milano rifiuta in modo reciso 
il proprio contributo, affermando che da tale provvedimento non 
trarrebbe nessun vantaggio, poiché in essa non abita neppure un 
ebreo (2). Le Costituzioni di Carlo V, già dicemmo, permettevano 
agli ebrei di abitare in qualunque parte del ducato tranne che in 
Milano; però i documenti ci dicono in modo esplicito che (al- 
meno dopo la metà del secolo decimo sesto) vi erano ebrei in 
quattro sole città e circondari : Pavia, Lodi, Cremona ed Ales- 
sandria (3). 

I privilegi del Gonzaga venivano a cessare nel 1556 ed in 
quel medesimo anno il governatore di Milano, il cardinal Tri- 
dentino, concedeva agli ebrei nuovi privilegi (4), che dovevano 

(1) v. ad es. una lettera della Provvisione di Pavia al conte Clemente da' 
Preda ed al cavai ier Lodovico Riccio del 9 maggio 1558. 

(2) « .... è di ragion che a tal imposta et collette (a pagare cioè certo 
debito che Io stato doveva agli ebrei; v. pag. 169) concorranno quelle città so- 
lamente che dalla frequente habitacion et commercio di costoro hanno cavato 
gli utili et che tuttavia vanno ricavando si per il grosso negociare et mercan- 
tar Loro in esse città .... il che non potrà giammai dirsi che sia succeduto di 
questa città di Milano che più dell'altre conforme al genio et volontà di Sua 
Maestà ha sempre procurato de non aver che fare con simil generatione et de 
tenersela lontana ...... Da una supplica della città di Milano del 1595 o' 96. 

(3) « Il Magistrato ordinario .... ha fatto con decreto che li hebrei rie- 
seano di questo stato con condizione però che le città di Cremona, Pavia, Lodi, 
Alessandria et altri luoghi, quali soli tengono hebr-i, sborsino il denaro dovuto 
,1;, S. M. ;i dctli hebrei «inai arriva alla somma ...... Da una lettera al go- 
vernatore del vs gingno 1591. 

(4) v. « InformatiO ecc. »; dal quale documento sono tratte molte notizie 
che Beguono. 



29; 



durare por dodici anni, fino dunque al 1569. Con questo nuovo de- 
creto non si faceva clic confermare tutte le concessioni fatte nel 
1533 da Francesco Sforza; così era data facoltà agli ebrei di abi- 
tare in qualunque parte del ducato, esclusa Milano (e ciò se- 
condo le Costituzioni di Carlo V), di erigere sinagoghe, di ce- 
lebrare i propri riti, di avere propri giudici ebrei nelle cause civili 
tra di loro, e di farsi rendere giustizia dai Conservatori nelle 
cause contro i cristiani (1). Il censo che gli ebrei pagavano 
ai Donatari a compensare la facoltà loro concessa di abitare nel 
ducato per dodici anni era, come già dicemmo, di ottomila 
scudi. Nonostante però questi privilegi gli ebrei non sfuggirono 
a noie e molestie da parte della popolazione, e di ciò essi mo- 
vevano viva lagnanza nel 1558, in una supplica a Filippo II, che 
rispondeva ordinando al governatore di far rigorosamente rispet- 
tare le disposizioni contenute nel decreto del 1556. 

I privilegi concessi, poiché valevano per dodici anni, avrebbero 
dovuto durare fino al 1569; ma nel 1565 Filippo II emanava 
contro gli ebrei un decreto di espulsione da tutto il ducato. Un 
ordine così improvviso ed inaspettato, inoltre del tutto illegale, 
perchè contrario ai privilegi del 1556, tornava certo di danno 
gravissimo agli ebrei, cosicché essi opposero viva resistenza. 
E dinnanzi al senato, al quale il governatore aveva affidato il deci- 
dere se T ordine regio si dovesse eseguire, gli ebrei sostennero 
che il decreto di espulsione era contrario ai privilegi, dissero che 
questi non si potevano in nessun modo revocare, neppure dal 
re, poiché non erano dei favori speciali, ma dei patti che essi 
avevano comperati (2) ed esponevano pure le loro grandi bene- 
merenze — quali fossero vedremo tra poco — verso lo stato. 

(1) Tutto ciò si deduce anche da un memoriale di Matteo Ferro conserva- 
tore del reale patrimonio nel ducato, riferito pure in lettere (16 giugno 1595) 
del re al governatore. 

(2) « . . . . Et cum ageretur Causa expulsionis corani Ex. mo Senato vigore 
i dicti Regii ordin s allegarunt ludaei quod concessiones praedictae sunt con- 

ventiones et contractus uti aequisitae titillo oneroso ac mediante pecunia, ob 
id Regem non debere venire contra contractum a se factum, quia privaretur 
honinum consortio et aliis pluribus de Causis ut ex allegationibus praedictis »; 
v. « Informatio ecc. ». 



294 — 






Queste protosto giovarono almeno in parte agli ebrei, poiché 
il decreto di espulsione non fu eseguito; il senato però proibì 
loro di dare a prestito e fece loro obbligo assoluto di portare sulle 
vesti il distintivo giallo. Il re poi. avendo il senato sconsigliato 
l'esecuzione del decreto del 1565 (1), scrisse al governatore che 
appena cessati i privilegi fossero in modo irrevocabile espulsi 
gli ebrei dal ducato: ma la loro espulsione, che si sarebbe do- 
vuta compiere nel 1569 (2). non avvenne e neppure furono con- 
cessi nuovi privilegi; solo un decreto regio del 14 settembre 1573 
accordò agli ebrei di abitare nel ducato per cinque anni colla 
proibizione però di prestare ad usura e coli' obbligo di portare 
sempre il distintivo giallo. Cosi gli ebrei rimasero quattro anni 
nel ducato (1569-73) senza autorizzazione speciale e ciò contra- 
riamente a quanto disponevano le Costituzioni del 1541. 11 de- 
creto poi del 1573 fu prorogato più volte colle medesime antiche 



(1) Fra le sue attribuzioni il senato aveva pure facoltà di confermare o 
infirmare i decreti regi, concedere dispense da statuti ed ordinanze, riabilita- 
zioni, restituzioni in intero e simili, v. Pasq. Del Giudice. / consigli ducali e 
il Senato di Milano. Milano 1899. pag. 34 e seg. 

(2) Anzi è appunto di queir anno una concessione: gli ebrei non potendo 
riavere i denari dati a prestito « nisi cum maximo litium dispendio», nel-' 
l'esporre i gra.idi servigi da essi resi allo stato «.... liberalitate immensa ultra 
vires suas .... supplicarunt sibi concedi privilegium conveniendi (?) eoruni 
debitores summariè et via executiva et quod per appellationem non retarde- 
tur executio praestita al) ipsis Iudaeis idonea fideiussione de restituendis habitis 
in casu succumbentiac et ita fuit concessimi sub die 18 lunii 1569 »; v. « De 
fraudi bus ludaeorum ecc. ». Nella supplica per ottenere questa concessione, 
presentata da Michele e Raffaele di Cremona a nome di tutti gli altri correli- 
gionari, si parla dei gravi danni che derivano agli ebrei dall'eccessivo protrarsi 
'lr|]«- cause nelle quali essi hanno parte: citandosi fra gli altri l'esempio di 
Leone Levi (v. fase, precedente pag. 230) cui due cause promosse per n'a- 
vere due crediti, ciascuno di venti lire, durarono per ben tre anni cagionando- 
gli trecento lire di spese; e si aggiunge che gli ebrei non possono neppure 
tutelare i propri interessi per le minaccieed ingiurie delle quali sono sempre 
Oggetto «• ciò per essere facilmente riconosciuti a cagione del segno gallo che 
debbono sempre portare sulle v sti. 



295 



concessioni (1), finché un nuovo decreto del 1500 ordinò la espul- 
sione degli ebrei da tutto il ducato, ciò che avvenne solo qualche 

anno più (ardi. 

É3 strano assai che gli ebrei siano stati espulsi dal ducato 
milanese solamente verso la fine del secolo decimosesto; è strano 
se si pensa alle insistenti pratiche di varie città, specialmente di 
Pavia, condotte durante un lungo periodo di anni per ottenere un 
provvedimento tanto desiderato. C è ancor più da stupire se si 
pensa che di questo tempo gli ebrei erano già stati espulsi dai 
regni di Spagna, di Napoli e di Sicilia. Perchè dei domini di 
Filippo II proprio e solo nel ducato di Milano gli ebrei rimasero 
cosi a lungo ? 

Il vero è che i sudditi del ducato milanese, nonostante le in- 
fluite proteste contro gli ebrei e le non meno infinite suppliche 
per ottenere V espulsione, non potevano in realtà non giovarsi 
dei loro servigi. Agli ebrei oltreché il diritto di proprietà fon- 
diaria era pure negato 1' esercizio pressoché d' ogni professione 
liberale; la loro triste condizione giuridica li spingeva a cercare 
dovunque i mezzi per vivere ; così si spiega come sopratutto fra 
di loro si trovassero banchieri. E dell' opera di questi era grande 

(1) Tranne per ciò che si riferiva al divieto dell'usura ed all'obbligo di 
portare il segno giallo. — « Senatus tunc prohibuit usuras Iudeis ac decrevit 
quod debeant defferre birretum Croceum ad formam constitutam, in caeter.s 
vero partibus licitis et non odiosis nil disposuit contra formam dicti Contrac- 
tus, sed ludei perseverarunt in. habitando statimi usque ad finem dictae con- 
cja'sionis una cum caeteris facultatibus et privilegiis si bi concessis. Da anno 1573. 
Et sic post quadriennium iatn elapsum a die finis dictae concessioni» exposue- 
iLint ludn R. M. Capitulationem circa eorum habitationem sibi conces&am titillo 
o.ieroso, interruptain fuisse per triennium antea, Quocirca praetendunt ad aliud 
tempus eam prorogari debere cum facultate etiam faenerandi et non deflerendi 
signum Croceum, linde R. M. dictam facilitatemi habitandi simpliciter prorogavit 
ad alios quinque annos a die ditae cum conditone tamen ne faenerentur ac dif- 
ferant sigaurn solitimi prout ex litteris praedictis. Et similitèr postea supplica- 
ruiit ludei facultatem habitandi una cum allegttis privilegi»* ad aliud tempus 
prorogari nulla facta mentione de allegata mercede praestita in dieta conces- 
sione Annorum 12 et sic R. M. eam successive prorogavit de tempore in tempus 
sub eisdem formis et conditionibus de quibus »; v. « Informatio ecc. ». 



- 296 — 

la necessità in un tempo ed in una regione ove così tristi eran< 
le condizioni economiche; perciò gli ebrei, banchieri i più fr 
di loro, erano ammessi nel ducato, poiché oltre che pagando 
loro censo giovavano al fisco, col prestare il proprio denaro v 
nivano in aiuto ai bisogni dei privati e dello stato. Protestavano. 
è vero, i sudditi contro gli ebrei, dicevano di essere vittime 
della loro usura; ma insomma non erano costretti da nessuno a 
ricorrere ai loro banchi e se essi vi ricorrevano ciò significa 
che non potevano fare diversamente, che gli ebrei quindi erano 
nel ducato assolutamente necessari. 

D' altra parte anche lo stato traeva grande giovamento dagli 
ebrei, poiché con molta frequenza ricorreva alle loro casse; quanto 
poi a restituire. ... E qui appunto, è nei servigi che gli ebrei 
rendevano come banchieri allo stato ed ai privati che noi dob- 
biamo cercare la spiegazione di un fatto che a tutta prima ci 
appare assai strano ; ed allora vedremo come la relativa tolleranza 
di Filippo II verso gli ebrei del ducato milanese ha la sua vera 
causa in interessi economici. Non appena egli successe a Carlo A : 
le città del ducato chiesero la espulsione degli ebrei e prima fra 
tutte'con maggiore insistenza Pavia ; Filippo li rispose con vaghe 
promesse, riconoscendo giuste le suppliche a lui mandate; più 
tardi con lettere del 23 aprile 1561 assicurava i pavesi che avrebbe 
cacciato gli ebrei non appena fossero cessati i privilegi loro con- 
cessi. E manteneva più di quanto aveva promesso, poiché, come 
vedemmo, nel 1565 dava al governatore l'ordine eli immediata 
espulsione. Ma quesf ordine non fu eseguito per il parere sfa- 
vorevole del senato e con sorpresa vediamo poi (18 giugno 
156!)) il re accogliere benevolmente una supplica degli ebrei, con- 
cedendo un privilegio circa la riscossione dei loro crediti (F. 
Dopo il 1569 gli ebrei rimangono nel ducato per quattro anni 
senza regolare autorizzazione e poi ottengono un decreto regio (14 
settembre 1573) grazie al quale possono abitare nel ducato ancora 
per cinque anni. Notevole a questo punto é che i privilegi del 

(I) v. nota seconda a pag. 294. 






— 297 — 

ir>7:> — assai mono liberali dei privilegi concessi negli anni 
ir>:>;>. 1 r> 1 T . 1548 e 1556, poiché con essi era proibita l'usura e 
si faceva obbligatorio l'uso del distintivo giallo sulle vesti ■■ sono 
concessi senza che gli ebrei paghino» il censo annuo e senza che 
paghino il censo annuo sodo concesso poi dolio proroghe ai me- 
desimi privilegi; e ciò fino al 1590 (1). 

Como si spiega questa longanimità in Filippo li che nella 
storia è dipinto come il più feroce persecutore di erotici ? — Ed 
è proprio nella seconda metà del secolo decimosesto che Pavia 
compie le pratiche più attive per ottenere V espulsione degli 
ebrei. 

Il vero è che gli ebrei erano utili e necessari non solo ai sud- 
diti, ma anche allo stato; erano essi i veri banchieri della Regia 
Camera, quelli che la sovvenivano di forti prestiti nei bisogni 
più urgenti e senza il loro aiuto lo stato non avrebbe saputo 
a chi ricorrere. Dal 1569 a dopo il 1590 essi rimasero nel du- 
cato per alcuni anni illegalmente, poi a cominciare dal 1573 por 
autorizzazione del re, ma senza mai dare V annuo censo che 
prima avevano pur sempre pagato. Como mai poterono durare 
più di venti anni senza mai versare l'annuo contributo? Nel 1569 
la contessa di Lodrone ed Angelo Rizzi erano cortamente morti 
e perciò il contributo dopo di queir anno doveva pagarsi alla 
Regia Camera; si potrebbe pensare che il fìsco non abbia fatto 
valere il proprio diritto a ricevere il censo dagli ebrei per una 
negligenza amministrativa, ma questa mi pare una ragiono troppo 
debole. Piuttosto la ragione verosimile per la quale dopo il 1569 
non fu mai versato questo censo si potrebbe forse trovare in questa 
congettura : La Regia Camera per prestiti ricevuti doveva agli 
ebrei somme ingenti che non aveva modo di pagare; perciò tollerò 
che dopo il 1569 gli ebrei non contraccambiassero col consueto 
annuo tributo i privilegi ottenuti. I privati dunque e lo stato, 
nonostante le solite proteste e le. consuete minaccie, tollerano a 
lungo gli ebrei, poiché da essi ottengono servigi, li tollerano 
come una necessità; in tal modo ragioni economiche prevalgono 

(2) v. nota a pag. 295. 

19 



- 298 — 

su pregiudizi religiosi e ci impediscono di stupire, vedendo un 
re bigotto e superstizioso, come Filippo II, tenere di fronte agli 
direi per molti anni un atteggiamento di tolleranza. Ma non pre- 
mei tiamo ora osservazioni che nascono evidenti dai fatti. 

Dicemmo già che nel 1550 i Conservatori cesarei al rinno- 
varsi dèi privilegi avevano chiesto che il censo annuo di cinque- 
cento scudi fosse aumentato, poiché era cresciuto assai il nu- 
mero degli ebrei nel ducato, ed accennammo pure come tale do- 
manda fosse stala respinta (1). A non accogliere la domanda dei 
Donatari il re (e per esso il governatore) deve essere stato in- 
dotto da ragioni di gratitudine verso gli ebrei o meglio dal ti- 
more che questi, irritati da un simile provvedimento, quale si 
voleva dalla contessa di Lodrone e da Angelo Rizzi, non aves- 
sero a chiedere alla Regia Camera la restituzione dei loro crediti. 
In una supplica del 1508 al re gli ebrei parlano delle grandi 
benemerenze verso lo stato, dicendo che anche con grandi sacri- 
fìci non si sono mai rifiutati di aiutare con prestiti la Regia Ca- 
mera ; così che per fare questi prestiti essi alla lor volta hanno 
dovuto ricorrere ad altri banchieri, pagando un interesse del 
venti per cento. A questo proposito noi abbiamo sicura notizia 
solo di due prestiti fatti dagli ebrei alla Regia Camera; uno dei 
quali è del 29 gennaio 1555 per sedicimila lire, V altro è del- 
1 aprile 1558 per cinquemila scudi. Soltanto del primo prestito 
fu restituita una parte, circa settemila cinquecento lire, nel maggio 
del 1550 : V altra parte ed i cinquemila scudi non furono mai 
restituiti, cosicché nel 1594 non essendo mai stati pagati nep- 
pure gli interessi (questi nel periodo di più che trenta anni va- 
riarono in ragione del cinque, dell'otto, e per breve tempo del 
dodici per cento) il debito della Regia Camera verso gli ebrei 
era di circa trentaduemila scudi ("2). Dopo questi due non sap- 

fl) « tempore dictae Co-ncessio-nis debebat etiam aligeri census ob ane- 
llini numerati] ìudeorum sieut praetendebant Donalarii Conservatores illuni ali- 
gere, sed non fuit auctus... » ; v. « In/orraàtio... ». 

v. Informatio ecc., De Fraudibus ecc. ed una lettera del re (29 luglio 
1591) ;il governatore di Milano. 



• 



— 299 — 

piamo di altri prestiti elio gli ebrei abbiano fatto al fìsco) un 
memoriale di Bartolomeo Carranza ci dico anzi esplicitamente che 
la Regia Camera dopo il 1558 non ricorse più alle casse degli 
ebrei. Così l'espulsione di questi dal ducato fu protraila di mol- 
tissimi anni, porche la Regia Camera non intendeva pagare, per 
mancanza di mezzi, il suo debito; d'altra parte gli ebrei non 
chiedevano mai di essere risarciti, considerando che fin tanto che 
l'ossero creditori, anche non godendo di speciali privilegi, non sa- 
rebbero stati espulsi. La presenza inoltre degli ebrei nel ducato 
era una necessità assoluta per i privati tanto bisognosi dei 
loro aiuti ; e questo bene avvertiva il re, probabilmente per 
le relazioni dei governatori. Così dopo che il senato milanese 
ebbe dato parere sfavorevole al decreto di espulsione del 15(35. 
Filippo II credette più opportuno lasciare che gli ebrei rimanes- 
sero nel ducato, limitandosi a vaghe minaccio contro di essi, ed a 
vaghe promesse alle città che invocavano un nuovo decreto di 
espulsione e questo atteggiamento di indifferenza mantenne fino 
al 1590. 

I pavesi furono certamente quelli che con maggior insistenza 
e costanza invocarono la espulsione degli ebrei. Abbiamo già par- 
lato del voto solenne che essi avevano fatto a Bernardino da Feltre 
nel 1527, abbiamo pure accennato alle pratiche da essi condotte 
sempre inutilmente, affinché tale voto fosse eseguito. Orbene queste 
pratiche continuano anche più di prima insistenti nella seconda 
metà del secolo decimosesto; i documenti che ad esse si riferi- 
scono sono i soliti memoriali e le solite suppliche ai Conserva- 
tori, al governatore e spesso direttamente al re. Con quale ug- 
giosa monotonia si succedono mai questi documenti, ove quasi 
sempre colle medesime frasi si narrano i mali dei quali fu 
causa alla città la tolleranza verso gli ebrei, mentre di costoro 
si descrive la insaziabile avidità di danaro e si invocano le ra- 
gioni particolari che rendono per Pavia necessaria la loro espul- 
sione, prima fra tutte il voto solenne a Bernardino da Feltre! 
Ma non bastano i memoriali e le suppliche, si nominano anche 
commissioni di cittadini cui si affida eli studiare i modi più op- 
portuni per ottenere il desiderato provvedimento, si cerca di ot- 



— 360 — 

tenere l'appoggio dei membri del senato, si mandano ambascia- 
tori al governatore e negli ultimi tempi anche a Madrid. Cosi 
nel 1558 la Provvisione cercava i l'avori del conte Clemente Preda 
e del cavaliere Lodovico Ricci (1), nel 1560 mandava i citta- 
dini Agostino Isimliardi, .Matteo Zozzi e Benedetto Corti (2) 
pivsso il governatore — che non risparmiò in quel medesimo 
anno seri rimproveri al podestà di Pavia per non aver questi saputo 
impedire certi disordini avvenuti nella città contro gli ebrei (3) 
-- e Lodovico Busca presso il conservatore Angelo Rizzi (4) ed 

(1) v. lettera della Provvisione (9 maggio 1558) diretta al Preda ed al 
Ricci «... Et cosi speramo V. re S. rie Ill. me debbiano et per- il debito et per sua 
cortesia aiutarci ad adempiere il giusto volere nostro ; t altramente saressemo 
sforzati ad havere ricorso alli ill. mi superiori per che intendemo a tutto potere 
nostro non supportare tanto errore et infamia generale contro la città nostra, 
poiché anche tal cosa non si tolera ne admete in la città di Milano ». 

(2) v. lettera della Provvisione (4 giugno 1560) al governatore. 

(3) «.... riavendo intesa la relazione che ci ha fatta 1' Egr. Galeazzo Bru- 
gara avvocato fiscale sopra il caso de gli ebrei habitanti in quella città, vorres- 
simo che gli havesse fatta maggiore dimostrazione de li disordini seguiti che' 
non ha fatto. Ben si siamo molto maravigliati che voi non habiate da principio 
prohibito che tali eccessi non seguissero et che la città non si congregasse per questa 
causa senza l'Intervento vostro. Però provederete che da qui in anzi non si 
congreghi ne faccia motivo alcuno così in publico come in privato per questo 
caso degli hebrei et che non si ardisca dare impedimento a detti hebrei, anzi ce. 
li darete in protettone et salvaguardia sotto grandissime pene et quando pur 
essi de la città vogliano di ragione pretendere potere scacciare detti hebrei che 
ne supplicano a sua maestà a la quale spetta, dandone però prima noticia a noi 
che non mancheremo fare quanto sia conveniente. Et occorrendo che qualche 
temerario trasgredisca non mancherete di punirlo subito senza altro aviso ». 
Da una lettera (22 giugno 1560) del governatore al podestà di Pavia. 

(4) v. memoriale della Provvisione (4 giugno 1560) nel quale dandosi istru- 
zioni a Lodovico Busca e Benedetto Corti si dice pure: « tutta la città prega 

supplica con tutto quel affetto possibile che sia ordinato et concesso che tali 
ebrei siano expulsi et mandati ad habitare altrove et per fare che questo si 
possi mettere in executione che le S. ric V. r0 habiano autorità se li parirà expe- 
dientc di prometere al signor Angelo Rizio et S. ra Cathcrina Bianca per encontro 
do quello che cavano da li hebrei per lassarli habitare in essa nostra città quella 
honesta offerta et condizione .secondo le S. ri0 V. r0 sono a bocca instrutte della 
mente et deliberatone della, città ... ». Si dice pure nel medesimo memoriale 
che in questo tempo (1530) si sono stabiliti a Pavia nuovi ebrei e che « la più 
parte de loro li son venuti ad habitare senza ordine et lioentia de superiori ». 



- 301 — 

invocava T appoggio dol senatore Polidonio Mezzabarba (1); tutto 
ciò sempre e soltanto per ottenere l'espulsione degli ebrei. Si- 
mili pratiche i pavesi continuarono sempre attivamente, incorag- 
giati dall' atteggiamento del re favorevole, almeno nelle intenzioni, 
alle loro suppliche (2); così nel 15G2 ancora col medesimo in- 
tento ricorrevano all'opera di Polidonio Maino (3) chiedendo 
elio procurasse di ottenere se non 1' espulsione, almeno 1' ordine 
agli ebrei « di portare di continuo le barete gialcle sive.ranzade », 
come si faceva obbligo nelle Costituzioni; nel 1500 discuten- 
dosi sulla opportunità del decreto regio di espulsione uscito l'anno 
precedente, mandavano in senato ad esporre le ragioni della loro 
città Rolando Corti, Agostino Vegi, Maffeo Zorzi (4) e nel 1576 
eleggevano Benedetto Corti e Gerolamo Beccaria per continuare 
le medesime pratiche. Queste abbiamo ragione di credere che 
siano continuate anche dopo il 1576, fino al 1590, nel quale anno 
Filippo li diede fuori contro gli ebrei uri nuovo decreto di espul- 
sione da tutto il ducato milanese. 

Nel 1590 gli ebrei fecero pratiche/ per ottenere nuovi privilegi 
valevoli per elodici anni, ma a simile domanda trasmessagli dal 
governatore il 16 di giugno, Filippo II rispose con un reciso 
rifiuto e con decreto del 31 dicembre ordinò che tutti gli ebrei, 
che non avessero voluto convertirsi alla religione cattolica, lascias- 
sero entro sei mesi colle loro famiglie e coi loro averi, il ducato 
di Milano. Il governatore ai 18 febbraio 1591 rese noto il decreto 
regio a Raffaele di Cremona ed a Clemente di Pavia, entrambi 
deputati della università degli ebrei abitanti nel ducato e poiché 
di sua autorità aveva agli ebrei concesso una proroga fino alla 
fine di marzo, ordinò — secondo le disposizioni regie — che 
non più tardi del 1 ottobre 1591 uscissero dallo stato di Milano. 

Appena saputo del decreto regio, il consiglio generale del Co- 

(1) v. altra lettera della Provisione del 4 giugno 1560. 

(2) v. una lettera del re del 23 aprile 1561. 

(3) v. lettera della Provvisione a Polidonio Maino in data 3 marzo 1562. 

(4) v. lettere della Provvisione del 2 febbraio e 18 marzo 1566. 



- 302 — 

mime di Pavia dosso una commissiono composta da Anto- 
nio Cani. Cesare Lonato, Galeazzo Beccaria ed Antonio Rove- 
scàlla (1) coir incàrico di fare « ogni necessaria et conveniente 
diligenza », allineilo si eseguisse V ordine di espulsione. E la com- 
missione cominciò subito ad adempiere l'officio affidatole dalla 
cittadinanza, mandando lettere di ringraziamento al re ed invo- 
cando da persona che aveva « per V addietro usato ogni dili- 
genza presso Sua Maestà ed i suoi ministri, acciò si ottenesse 
questa grazia » raccomandazioni al governatore, perchè 1' espul- 
sione degli ebrei si compisse colla maggiore sollecitudine possi- 
bile. V\\ fatto strano è che il testo del decreto regio, giunto 
al governatore in febbraio e tosto comunicato agli ebrei, non 
fosse comunicato al Comune di Pavia prima del 12 maggio, 
quantunque la città, per averne visione, facesse subito pratiche 
presso il Gran Cancelliere per mezzo dell' oratore Francesco 
Bozzolo (2). 

L'ordine di espulsione dovette sorprendere e turbare assai gli 
ebrei, che proprio allora speravano nuovi privilegi per poter ri- 
manere ancora dodici anni nel ducato o che da un provvedimento 
così repentino si vedevano assai danneggiati ; cosi essi fecero pra- 
tiche affinchè il decreto venisse revocato (3). I pavesi avevano 
presso la corte di Madrid due loro concittadini, Francesco Lonato 
e Michele Urbani; a costoro si rivolsero (certo non appena seppero 
delle pratiche che conducevano gli ebrei per potere ancora dimo- 
rare nel ducato) perché a nome di Pavia presentassero al re un me- 
moriale, nel quale si chiedeva che fosse riconfermato il decreto del 
:il dicembre 1590 (4). Ma questa conferma non era ancora stata 



(1) In una lettera di questa commissione a persona di cui non si fa il nome, 
si consiglia questa persona a valersi anche dell' opera di Cesare Maria ed Ercole 
Lonato, cittadini pavesi residenti a Milano. 

(2) v. lettore di Francesco Bozzolo del 12 maggio e della Provvisione del 22 
maggio 1591. 

3 v. lettera della Provvisione (30 marzo 1591) ad « uno dei più princi- 
pali ministri di S. M. in codesto sacro consiglio » (alludendosi certo al consiglio 
d' Italia). 

(4) v. altre lettere della Provvisione in data 30 marzo 1591, delle quali 
una diretta a Francesco Lonato, l'altra a Michele Urbani; ed una seconda 
pure all' Urbani del 20 luglio. 






303 



ottenuta nell'ottobre del 1591 (1) e ciò nonostante le solleciti c\\n> 
colle quali il Lonato e l'Urbani avevano cercato adempiere l'officio 
ricevuto; ai quali si erano pure uniti il reggente Sallazzari, 
membro del consiglio d'Italia (2) ed* un conio Ippolito Persico 
puro residente a Madrid [3). E non solo non si era ancora avuta 
la conferma dell'espulsione che premeva lauto ai pavesi, ma nel 
giugno a Madrid era stata accolta una supplica degli ebrei per 
protrarre ancora di due mesi la lora uscita dal ducato. Gli ebrei, 
già accennammo, lavoravano attivamente per ottenere la revoca 
del decreto di espulsione, tanto attivamente che a Madrid si erano 
acquistata la protezione di personaggi che potevano loro essere 
di grande giovamento; primo fra questi il segretario del reggente 
Sallazzari, Cesare Rainaldi, quegli appunto che per i suoi protetti 
aveva ottenuto i due mesi di proroga all' espulsione (4). 

Ma questa breve proroga non poteva ad essi bastare, perciò 
no chiesero una terza e, non avendola ottenuta, (5) mandarono 
a Madrid il loro correligionario Simone Vidal, affinchè patroci- 
nasse i loro interessi ; ed il Vidal cercò ogni mezzo per indurre 
il re a recedere dall' ordine di espulsione, dicendo che gli ebrei 
avrebbero anche rinunciato al credito che avevano verso la Regia 
Camera. Simili pratiche però non sortirono buon esito, poiché Fi- 

(1) v. lettera scritta alla Provvisione (12 ottobre 1591,) da Michele Urbani 
a nome anche di Fr. Lonato. 

(2) v. due lettere di Fr. Lonato (25 maggio e 22 giugno 1591) alla Prov- 
visione. 

(3) «.... qua se trova el conte Hippolito dal Persico che allora fece la parte 
sua per ottenere quelle provvisioni che si scrissero al governatore contro detti 
hebrei.... ». Da una lettera di Michele Urbani del 24 gennaio 1594. 

(4) v. lettera del 22 giugno citata nella nota seconda di questa medesima pag. 
Il 22 luglio 1591 la Provvisione scriveva al suo oratore Francesco Bozzolo 

dicendo esser cosa opportuna che egli: « operasse col Rainaldi secretano del 

Reggente Sallazzari, col quale tiene molta familiarità, che favorisse la città nostra 
et a non intromettersi più nel favorire i detti hebrei et a far per loro che gli 

; ne resteremo con obbligo ». Da altra lettera della Provvisione (29 luglio) 
appare che il Bozzolo aveva pure consigliato Cesare Lonato a valersi della sua 
am.cizia col Rainaldi per distoglierlo dal favorire gli ebrei. 

(5) v. lettera della Provvisione (29 luglio 1591) a Francesco Lonato. 



- 304 - 

lippo II ai 6 novembre 1591 confermò il decreto del dicembre 
dell' anno precedente, pur ordinando che venisse pagato il 
debito cbe la Regia Camera aveva verso gli ebrei e dispose 
che questi uscissero dal ducato prima che fosse trascorso un 
mese dal giorno del pagamento (1). Ma la Regia Camera non 
aveva come restituire i trentaduemila scudi dovuti agli ebrei e 
di quésto triste stato di cose il governatore ai 12 giugno 1592 
informava Filippo il, il quale il 12 dicembre del medesimo anno 
riconfermò V espulsione, facendo però obbligo a tutte le città di. 
restituire esse; agli ebrei, invece della Regia Camera, i trentadue- 
mila scudi; di questa somma le città del ducato sarebbero state 
ricompensate entro tre anni sull'imposta del mensuale. 

L' ordine regio diceva in modo esplicito che tutte le città del 
ducato dovessero indistintamente contribuire a restituire i tren- 
taduemila scudi ; ma il Magistrato ordinario deliberò che questo 
debito fosse pagato dalle sole città dove abitavano ebrei : 
Cremona, Pavia, Lodi ed Alessandria (2). Una simile delibera-; 

(1) v. lettera del governatore del 31 gennaio 1591. 

(2) « Il magistrato ordinario più volte è stato incaricato dall' Ex. a V. ra con- 
formo alla mente di S. M. expressa per tante lettere sue che quanto più tosto 
fosse possibile, mandasse li hebrei fuori del stato; sappia V. E. che finalmente 
il magistrato ha fatto con decreto che li Hebrei riescano di questo stato con 
condizione però che le città di Cremona Pavia Lodi Alessandria et altri luoghi, 
quali soli tengono hebrei, sborsino il denaro dovuto dà S. M. a detti hebrei, qual 
arriva alla somma de ducati 28.000, et anchora che per li oratori de Pavia et 
Cremona sii stato avvertito il Magistrato che questa non è la mente di S. M. 
che le quatro sole cita paghino a S. M. tanta somma di denari, ma si che 
tutto il stato concorra, come espressamente appare dalle lettere regie quali s'es- 
sibiscouo, tuttavia é parso al detto magistrato di aggravare solamente le quatro 
sudete citte et altri luoghi, cosa invero impossibile da esser messa in esecutione, 
poiché non vedeno ne sanno imaginare il modo corre possino lor sole compire 
il detto Decreto con trovare tanta surnma de denari, senza la evidente rovina 
d'essi. Et perchè le dette città furono avvisate dal detto magistrato che in ter- 
mine de dui giorni debbano avere notificato li luoghi quali tengono hebrei, accciò 
si possi fare il reparto sopra tutti quelli luoghi aggravati da simil gente, altera- 
mente minaccia di far loro fare sopra alle sudette quali città hanno pensato 
essere bene fare ricorso a V. E 1 '.... ». Da una lettera al governatore del 28 
gennaio 1593. 



— 305 — 

rione — è facile immaginare -■ suscitò vive proteste da parte 
delle città ora ricordate, che venivano cosi assai danneggiate. Di 
tali proteste il governatore ai 13 febbraio 1592 rese informato 
il re e questi rispose nell'aprile, lasciando -a lui facoltà di risol- 
vere la questione come avesse stimato più opportuno (1). Ed il 
governatore (cedendo alle suppliche di Pavia e di Cremona, se- 
condo le quali la decisione del Magistrato ordinario, se eseguita, 
avrebbe condotto a rovina le quattro città), decideva che conforme 
al decreto regio del 12 dicembre 1592 tutte le città del ducato, 
senza nessuna eccezione, dovessero contribuire alla restituzione 
dei trentaduemila scudi (2). Ma contrariamente all'ordine del go- 
vernatore, che era conforme alla volontà del re, « le città et con- 
tadi che non hanno hebrei: si rendono renitenti al pagamento 
della loro portione come che non si tratti dell'interesse loro » e 
d' altra parte gli ebrei « sono talmente favoriti che gli ordini 
di Sua Maestà malamente si mandano ad esecutione ». Poiché 
il provvedimento, già deliberato da tempo, non accennava acl 
essere eseguito per l' attiva opposizione degli ebrei e per la 
trascuranza di quelle città che rifiutavano il proprio contributo 
ad estinguere il debito della Regia Camera , Pavia nell' aprile 
del 1594 mandava un nuovo memoriale al re, valendosi, oltre che 
dell' opera di Michele Urbani, anche del pavese Brugnoli membro 
in quel tempo a Madrid del consiglio d'Italia. In questo memo- 
riale, ricordato che « 1' ordine di S. M. contiene che tutto lo stato 
concorra al pagamento » si biasimano quelle città del ducato che 
col pretesto di non avere ebrei, rifiutano la loro partecipazione 
ad estinguere il debito della Regia Camera « essendo il debito cau- 
! sato per servizio di tutto lo stato » ; si dice che a dare il proprio 
contributo Pavia è subito disposta purché sia eseguito il « santo » 
ordina regio cagionato dai « molti scandali dati et comessi per essi 
hebrei che per modestia si tralasciano, concernenti anche la santa 
'ede come per li processi contra essi hebrei fatti ». Si ricorda poi il 
roto famoso del 1527 non più eseguito per impedimento dell' auto- 

(1) v. lettera del re al governatore dell'aprile 1593. 

(2) v. lettera del 28 giugno 1593. 



— :ìog - 

rità superiore e si termina invocando dal re un ordine parziale di 
espulsione degli dirci da Pavia (1). Il popolino pavese era al- 
lora più che mai esasperato contro gli ebrei e si abbandonava 
ad oltraggi e violenze* cosicché il podestà (che aia nel 1587 ed 

'88 aveva, per ordine del governatore, pubblicato due grido ini 
difesa dei perseguitati) nell'aprile del 1594, ancora per eseguire 
gli ordini del governatore, pubblicò una terza grida, colla quale 
minacciava — con (pianto scarso effetto è facile immaginare — 
i soliti cento scudi d' oro di multa e tre tratti di corda a chiunque 
oltraggiasse gli ebrei (2). Ma fu vano il desiderio dei pavesi af- 
finchè si concedesse un ordine parziale di^ espulsione poiché il 
re non accondiscese ; e poi il governatore aveva reso note a 
Filippo II le tristissime condizioni delle città del ducato che fra 
tutte non potevano raccogliere i trentaduemila scudi richiesti. Ad 
onta di ciò il re ai 24 di ottobre riconfermò V ordine generale di 
espulsione, scrivendo che si ricorresse a qualsiasi mezzo pur di 

(1) v. lettere della Provvisione a! reggente Brugnoli ed a Michele Urbani 
del 6 aprile 1594 ed un memoriale del 19 aprile, nel quale si invoca la espul- 
sione digli ebrei al. nono da Pavia « inhibendo anchor alli altri (ebrei) che re- 
steranno in esso stato che in essa città non possano ne andare habitar ne con- 
versar perpetuamente concedendo ciò anchor per privilegio espresso ad essa città 
inhibendo anchor alli governatori et loehitonenti suoi, che suono et seranno per- 
petuamente in questo stato, che essi hebrei non ne possano dispensare ne con- 
cedere licuitia alcuna generale ne particolare di venire intrar stare habitar ne 
conversare in essa città di Pavia.... ». Anche Cremona fece pratiche attivissime 
per ottenere l'espulsione degli ebrei; la quale espulsione « romperà — é detto 
ni un memoriale del 1594 — il contrasto dell' indurata iniquità et confonderà 
i fo Dentatori di queste sangui ttole della robba de ehristiani ». Il medesimo 
memoriale termina dicendo che il popolo è divorato « dalle insaziabili usure dan- 

i ito dalli occulti furti dalle nove norme di contratti illiciti da mille altri 
gravissimi inconvenienti che procedono dall' Ebraismo ». Di Cremona sj parla 
anche in una lettera del 28 settembre 1594, colla quale il re ordina al governa- 
tore che « senza perdere più tempo si eseguisca la cacciata degli ebrei da questo 
stato... ». 

(2) v. una grida del podestà dell'8 luglio 1594: «.... havendo S. S. M. Uh™ 
ini wo l'insolenze et oltraggi che novamente vengono usati alli hebrei dal volgo 
di rssa città con beffeggiarli et offenderli in più modi et farli altri torti senza 
alcuna occasione contro l'espressa mente di S. M. C. ecc.. ». 



— 307 - 

raccogliere con sollecitudine la somma dovuta agli ebrei l'K II 
oliatore allora stallili che il debito della Ri _ Cam 
i ito dalle sole quattro città nelle quali abitavano ebrei, ma 

lale 5] - suscitò proteste, delle quali si fece ini 

a in un nuovo memoriale a Filippo 11 2 . 

Qui richiamano la nostra attenzione due importanti documenti, 
dai quali già abbiamo desunto non poche notizie preziose. Sono 
memoriali della Regia Camera, scritti da Bartolomeo Carranza; 

uno è del 19 marzo 1594. V altro del 20 settembre 1595. Il 
primo di questi documenti è intitolalo « De fraudibus Inda - 
rum ad laesionem Regiae Camerae » e con argomenti i più 
-sai strani, in ogni modo non sempre convincenti, 
cerca di dimostrare che non esiste il debito di trentaduemila scudi 
da parte del fìsco verso gli ebrei. Questi prestarono realmente alla 
Regia Camera, parte nel 1555 e parte nel 1558, una somma di 
seimilacinquecento scudi, che — secondo si era convenuto — 

•'. lettera del governatore al podestà di Pavia del 30 novembre il 
;?sto memoriale una parte del quale fu pubblicato dal Maiocchi * 17- 

sr. 124-7 ì osservando come Pavia da più che trenta anni 

abbia invano mandato suppliche, affinchè si espellanogli ebrei, solo ottenendo nel 

1565 che essi fossero obbligati a portare un segno particolare per essere facilmente 

riconoscibili ; ma poi si sono resi sempre più insopportabili. « simili come sono a 

ca:iì arrabbiati che succhiano il sangue dei poveri et afflitti cittadini... ». Se il 

re vedesse i processi fatti dagli inquisitori di santa fede contro gli ebrei, cono- 

ebbe di costoro cose orrende ; i cittadini per le loro tristi condizioni sono 

etti a ricorrere al denaro degli ebrei pagando un interesse del sessanta ed 

le del cento per cento. « L* intentione del re continua il memoriale) è che 

lo stato paghi i trentaduemila scudi » e ciò ai pare dalle lettere regie del 12 

dicembre 1592 e 24 ottobre 1594, «... non potendo credere Pavia diversa l'in- 

i tenzone dalie parole ». Invece il governatore ha ordinato che solo Lodi Cremona 

Pavia ed Alessandria paghino il debito verso gli ebrei ; ma questo ordine le 

: quattro città non possono atfatto eseguire, essendo enormemente gravate da 

li camerali e di alloggiamenti e non potrebbero eseguirlo anche se. anziché 

dal governatore, venisse direttamente dato dal re. poiché «... ques[e città che 

finora hanno ricevuto tanto agravio restariano in total disperatone ». Per queste 

ragioni Pavia supplica ohe avuto riguardo < alle rovine sue et danni patiti per 

.ebrei » il re ordini che tutto lo stato concorra air estinzione del debito. 



— 308 — 

dovevano ossero restituiti nell'anno 1561 insieme agli interessi ; 
ma in quell'anno non furono restituiti (e non furono mai pai 
irati!); orbene gli interessi accumulatisi dal 1561 al 1594 non 
si devono versare, poiché è norma di diritto che 1' indugio alla 
restituzione di un capitale, cfltre il tempo convenuto, non richieda 
il pagamento degli interessi accumulatisi dopo, se non quando ciò 
sia esplicitamente detto nella convenzione. Gli ebrei non hanno 
nessun diritto alla restituzione, poiché il loro credito dura da più 
che trenta anni e cade quindi in prescrizione. Quando nel 1565 il* 
re decretò la loro espulsione, gli ebrei sostennero innanzi al senato 
che essa sarebbe stata illegale, come contraria ai privilegi, che con- 
cedevano loro di abitare nel ducato di Milano fino al 1569 e così 
ottennero che il decreto di espulsione non si eseguisse ; ma 
questa deliberazione del senato — continua il memoriale — a 
favore degli ebrei e contraria alla volontà del re, fu ingiusta 
u quia Princeps et causa et ratione pubblicae utilitatis potest 
venire contra contractum, quia Iudaei tunc erant scandalosi et 
omnia scelera committebant prout super commiscrimi... ». In ogni 
modo gli ebrei dovevano uscire dal ducato nel 1569 per ubbidire 
alla volontà del re, che aveva ordinato la loro espulsione e confor- 
memente alle Costituzioni di Carlo V, secondo le quali nessun ebreo 
poteva abitare nello stato di Milano senza una speciale licenza; essi 
invece vennero meno alla volontà di Filippo II ed alle leggi, quindi 
ogni loro pretesa di restituzione di prestiti da parte della Regia 
Camera, anche per questa ultima ragione, non ha nessun valore. 
È inoltre da osservare che gli ebrei ottennero nel 1560 uno spe- 
ciale privilegio (1) che per la sua importanza è assai generoso 

(\) «... Iudaei.... postea de anno 1569 exposuerunt coram R. M. quod sicnt 
solent privilegiari qui in rebus adversis vel vitam periculis exponiHit aut earum 
fortunas hilari animo prò benefìcio Regiae Maiestatis effundunt profecto pauperes 
ac infelices Hebreì fovendi ac privilegiandi sunt qui dum R. Camera pecuniis 
exhausfa fuisset, subvenerunt de dictis . . . de quibus modo quaeritur ne igitur 
ex bono opere et liberalitate immensa ultra vires suas damnum consequantur, 
solvendo peeunias sub usuris acceptas prò benefitio R. M. mutuatas vero a suis 
creditoribus consequi non valeant, nisicum maximo litium dispendio et ob id sup- 
plicarunt «ibi concedi privilegium conveniendi eorum debitores summarie et via 






- SÒ0 — 

compenso allo poche migliaia di scudi da essi prestate : senza poi 
aggiungere che anch' essi sono obbligati, come i cristiani, a sot- 
tostare ad oneri pubblici sia per legge, sia por consuetudine. Questo 

loro obbligo hanno riconosciuto ossi stossi facendo prestiti pei 
quali non possono attribuirsi nessun vanto; «et licet aliquando 
haec servitia seu subsidia sub nomino mutui compleant, tamen 
loco donationis habentur ex regula communi omnium Princi- 
pum. ...» ; i prestiti che fanno hanno valore di donazioni, che 
poi allogano quali benemerenze, quando chiedono grazio e privi- 
legi al principe. Un' altra gravissima colpa poi degli ebrei è di 
aver cessato, a cominciare dal 1569, di dare 1' annuo censo di 
prima ; perciò essi ora sono debitori verso la Regia Camera di 
un censo di ventiquattro anni ; il loro debito anzi è maggiore se 
si tien conto dell' interesse accumulatosi sul censo pagato e se 
si pensa che negli ultimi anni il numero degli ebrei è di molto 
cresciuto e che perciò si sarebbe dovuto aumentare proporzio- 
nalmente il loro tributo. E poi essi « quia scienter ac dolose 
supprimunt rem debitam fisco » ora devono condannarsi a pa- 
gare il quadruplo di quanto dovevano dare. 

Tali sono, non tutte, ma le cose più notevoli che si dicono 
nel prolisso memoriale del 19 marzo 1594; e le medesime cose 
sono pure dette nel memoriale anche più prolisso del 20 set- 
tembre 1595, che si intitola « Informatio prò fisco contra ludaeos 
ut cogantur praestare mercedem causa privi legiorum ». Ma eli 
questo memoriale, per non cadere in noiose ripetizioni, esporremo 
brevemente solo ciò che si riferisce all'annuo censo, che gli ebrei 
prima pagavano ai Conservatori cesarei e che avrebbero poi do- 
vuto dare alla Regia Camera. L'ultimo censo pagato era stato com- 
plessivamente per dodici anni di ottomila scudi, ma dopo il 1569 
senza speciali privilegi gli ebrei rimasero nel ducato contraria- 
mente alle disposizioni contenute a questo proposito nelle Costitu- 
zioni, finche ottennero nel 1573 una speciale concessione per 

esecutiva et quod por appellationem non retardetur executio praestita ab ipsis 
Iudaeis idonea fideiussione de restituendis habitis in casu succumbentiae et ita 
fuit concessimi sub die 18 Iunii 1569... ». 



— 310 - 

cinque anni: concessione che fu poi più volte conformata fino al 
1590, senza che mai da parte loro venisse dato il censo conve- 
nuto. Questo tributo devono gli ebrei pagare ora e poiché sono 
trascorsi ventiquattro anni, essi sono debitori della Regia "Camera 
per sedici mi la scudi. 

Asseriscono gli ebrei che nel 1556 diedero ottomila scudi non 
perdio avessero un simile obbligo, ma spontaneamente, per libe- 
ralità ; però quella donazione non era spontanea, sibbenc di ob- 
bligo « quia in dubio praesumitur potius causa onerosa, quam 
causa donationis » e perchè il valore di questa donazione è com- 
pensato dai privilegi accorciati e perchè è consuetudine negli stati 
vicini che ottenendo speciali concessioni gli ebrei paghino una 
certa mercede al principe ; senza poi aggiungere che più volte gli 
ebrei medesimi affermarono di avere acquistato quei privilegi 
« titulo oneroso ». E vero che nella convenzione del 1550 si dice: 
« tanto più havendo gli hebrei sovvenuto la Regia Camera di lire 
quarantaquattromila », ma tali parole non tolgono il « titillo one- 
roso » ; poiché da ciò si inferisce che il principe non avrebbe 
in nessun modo concessi quei privilegi, senza il pagamento delle 
quarantaquattromila lire. È poi da notare che il censo di cin- 
quecento scudi all' anno fu stabilito fino dal tempo di Francesco II 
Sforza, quando gli ebrei nel ducato erano poco numerosi; poi sono 
venuti aumentando di molto e si sono fatti ricchissimi coi loro 
traffici, cosicché sarebbe stato giusto accrescere il loro censo< af 
finché non fossero trattati meglio dei cristiani (1). Essi lamentati* 
che per deliberazione del senato (1565) siano stati obbligati a por- 
tare il distintivo giallo e si sia loro proibito di dare ad usura, 
contrariamente ai privilegi del 1556 valevoli fino al 1569; m? 
queste concessioni erano state fatte soltanto affinchè potessen 
abitare nel ducato; poiché non si può supporre che il principe 

(1) «. .. certuni est quod Iudei cum sint tributarli homines teneantur sol 
vere ceasum Capitis et sic i u ri et honestati valrìe . . quod solvant ctiai 
condignarn rnercedem propter privilegia ex quibus sentiunt maximum eominodui 
seu beneficium prout in facto, ne gaudeant maiori prerogativa quam Chn 
stiani ac ne fia'nt locupletiores cum aliena iactura — ». 



- 311 - 

Volesse partecipare ad un turpe lucro. E vero che prima si era 
permesso agii ebrei di esercitare l'usura, ma ciò si era fatto 
per evitare mali maggiori; e poi non ci si deve curare della 
loro anima, poiché sono già inesorabilmente perduti... Quello che 
è certo si è clic sono obbligati a dare un annuo tributo; av- 
endo essi indugiato per tanti anni e ricorso ad ogni sorta di in- 
ganni devono condannarsi a versare il quadruplo del censo non 
pagato, che sale a sedicimila scudi. In ogni modo non hanno 
nessun diritto alla restituzione dei seimilacinquecento scudi pre- 
stati, i quali cogli interessi, poiché « velint extorquere usuras 
usurarum », salirebbero ora a trentaduemila. 

Dopo la breve analisi che di questi due memoriali della Regia 
Camera abbiamo creduto non inopportuno di fare, ci accade na- 
turalmente di domandarci, perchè mai si sia indugiato così lunghi 
anni ad espellere gii ebrei dal ducato. Non pare che di questo 
lungo indugio sia ragione sufficiente il debito che il fìsco aveva 
verso gii ebrei, poiché questo debito nel 1560 era di seimila 
cinquecento scudi e nel 1569, aggiungendo gli interessi non pa- 
gati, non poteva essere cresciuto enormemente. Già il re aveva nel 
1565 promulgato un decreto di espulsione intorno al quale il senato 
aveva dato parere sfavorevole per ragioni di legalità ; ma nel 
1569 l'espulsione si sarebbe potuto benissimo eseguire, poiché ap- 
punto in quell'anno cessavano i privilegi concessi nel 1556. Ed 
invece un simile provvedimento non fu preso né nel 1569, né 
mai prima della fine del 1590 e ciò sebbene le città del ducato, 
| come Pavia, invocassero senza tregua 1' espulsione degli odiati 
ebrei. Come si spiega questa lentezza del governo spagnuolo — 
lentezza che veramente sorprende — ad eseguire un provve- 
dimento tanto invocato? Si potrebbe pensare che il re indugiasse 
così a lungo a decretare 1' espulsione degli ebrei (giacché la 
ragione più sopra accennata del debito non pare sufficiente) 
perchè la Regia Camera abbisognasse ancora dell' opera di 
costoro per ottenere nuovi prestiti; ma in uno dei memoriali, 
dei quali or ora abbiamo discorso, più volte si afferma in modo 
esplicito che dopo il 1558 gii ebrei non fecero alla Regia Ca- 



— 312 - 

mora nessun prestito. Ed allora mi paro che di questo fatto 
non rimanga che una sola spiegazione: la presenza degli ebrei 
nel ducato era necessaria, poiché essi erano i soli che coi loro ca- 
pitali potessero aiutare con prestiti, sia pure ad usura eccessiva, 
la popolazione, la condizione della quale diversamente*sarebbe stata 
senza dubbio assai peggiore. Resta però sempre un fatto che non 
so come spiegare con sicurezza : perchè si tollerò per venti- 
quattro anni che gli ebrei non pagassero alla Regia Camera 
T annuo censo che pure avevano pagato fino al 1569 ? Io non sa- 
prei spiegare questo fatto assai strano, se non adducenclo una ra- 
gione che già riconobbi essere per verità alquanto debole, se non 
cioè pensando ad una mera negligenza amministrativa da parte 
del fìsco. Tanto più questa spiegazione mi pare se non- probabile 
almeno possibile, riflettendo che prima il censo annuo era ri- 
scosso non dalla Regia Camera, ma — e ciò come vedemmo per 
un favore speciale del re — dai Conservatori cesarei ; ed il me- 
moriale dice che la Camera non ricevette mai una sola volta quel 
tributo, che ad essa sarebbe spettato dopo la morte della contessa 
di Lodronc e di Angelo Rizzi. La deliberazione del senato, colla 
quale si proibiva agli ebrei di prestare ad usura, parrebbe mostra- 
re inaccettabile la supposizione che essi fossero tollerati nel ducato 
a lungo, perchè giovavano alla popolazione che dei loro servigi 
aveva un bisogno assoluto ; ma possiamo credere che tale deli- 
berazione fosse in realtà una semplice minaccia e che non fosso 
per nulla fatta osservare, poiché i documenti ci dicono che aneli- 
dopo gli ebrei continuarono più che mai a prestare ad usura. 
Così crediamo di non errare concludendo -che una necessità in- 
superabile, se non per sé certamente per i sudditi costrinse il 
governo spagnolo a tollerare per molti anni ancora, dopo il 
1569, la presenza degli ebrei nel ducato. 

Ed ora, per porre fine a questa digressione e per riprender» 1 
P esposizione dei fatti dei quali ci occupiamo, dobbiamo rilevare 
elio all'ultimo memoriale di Pavia Filippo II rispose ordinami*', 
con lettera del 20 gennaio 1595, che il governatore decidi 
come credeva più opportuno circa il modo col quale si dovesa 



— 313 — 

obbligare le città del ducalo a contribuire alla restituzione dei 
jrentaduemila scudi agli ebrei (1). Secondo l'ultima decisione del 
Magistrato ordinario questo debito doveva essere pagato dalle sole 
quattro città del ducato più direttamente interessate all' espul- 
sione degli ebrei: Cremona, Pavia, Lodi ed Alessandria e tale 
dee i sione il governatore aveva confermata. Ma Pavia di nuovo 
protestò (2) dicendo che la deliberazione del Magistrato ordi- 
nario era contraria al decreto regio del 12 dicembre 1592 ed ag- 
giungendo che dall' esecuzione di quel deliberato sarebbe venuta 
completa rovina alle quattro città già oppresse da gravi imposte, 
come « gli infiniti carichi di tasso mensuale » ed il governatore 
accolse finalmente tali proteste, ordinando (28 giugno 1595) che 
tutte le città del ducato contribuissero indistintamente ad estin- 
guere il debito di trentaduemila scudi. Il ragioniere della Regia 
Camera invitò i Pavesi a contribuire con cinquemilaseicentotredici 
lire e tale somma venne versata prima del 10 luglio 1595 (3), col- 

(1) «.... Adunque io so bene e son soddisfatto del modo come avete adem- 
piuto ciò che vi ho ordinato e che vedete convenirsi al mio servizio e perchè 
voi farete il possibile perchè si eseguisca l'espulsione degli ebrei da questo stato, 
conforme ciò che ho comandato e come mi scriveste con vostra lettera del 26 
di novembre, tuttavia essendo questo negotio conveniente al servitio di Dio e 
mio et al bene universale et particolare di questo stato, mi è sembrato che sin 
embargo (?) de le posizioni che hanno le città che non concorrono a ciò ese- 
guiate 1' ordine che ho dato sopra ciò e anzi vi comando che provvediate in modo 
che in tutto caso escano gli ebrei dallo stato.. Madrid 26 gennaio 1595 — Io 
il re.. »; v. anche deliberazione del 1 giugno 1595, presa dal Magistrato ordina- 
rio dello stato di Milano. 

(2) v. una supplica (28 giugno 1595) della Provvisione di Pavia al gover- 
natore. 

(3) v. lettera del 3 luglio di Giov. Giacomo Zucchelli, nella quale si dice a 
Francesco Bozzolo che Pavia deve dare il suo contributo entro sei giorni. Se 
questo ordine non fu eseguito proprio con precisione, cioè prima del 10 luglio, si 
pseguì certo pochi giorni dopo, come appare facilmente da un memoriale del 22 

luglio al governatore. Mi pare molto strano che per una somma di trentadue- 
nne scudi, equivalente a centocinquantamila e trecento lire, quale doveva ver- 
gare tutto il ducato, Pavia sia stata obbligata a contribuire soltanto con poco più 
li cinquemila e seicento lire. Eppure ciò è affermato in più copie di una lettera 
3 luglio 1595) di Giovanni Giacomo Zucchelli ; non possiamo quindi supporre 

20 
t 



— 314 - 

l'assicurazione di risarcimento entro tre anni sulla tassa del men- 
suale. Fu Pavia la città più sollecita a dare il proprio contributo, 
anzi possiamo dire che fino air ottobre (1595) nessuna altra città 
del ducato ne aveva imitato resempio (1) e questo indugio è cer- 
tamente ormai 1' unica cagione per la quale gli ebrei indugiano 
a lasciare il ducato. 11 24 luglio il podestà di Pavia per ordine del 
governatore pubblicò una grida, nella quale si proibiva ai cristiani 
di dare più oltre- (sotto pena di sequestro) in affitto le loro case 
agli ebrei, poiché la partenza di questi era imminente (2); ma 

errata la cifra di cinquemila e seicento lire; anche perchè in una lettera (2 ago- 
sto 1595) della Prov visione a Michele Urbani si dice che Pavia ha versato 
« i sudetti denari che sono mille ducati et oltre ». 

(1) « .... come è successo che sin hora non ha pagato alcun altro la portione 
sua di detto riparto » (cioè dei trentaduemila scudi). Da un memoriale (30 set- 
sembre 1595) di Pavia al governatore. 

(2) ».... in oltre vedendo che essa città di Pavia fatto il detto pagamento 
della portione sua in Camera haveva ottennto un ordine del medesimo gover- 
natore suo del stato con voto del Consiglio che, atteso il detto pagamento, co- 
mandava al detto Podestà di Pavia che per pubblica crida comandasse ad essi 
hebrei che dal' hora inanti non olsassero prender case a fitto in essa Città 
et suo principato, anzi havendone subito le renuntiassero sotto pena a loro della 
perdita delle robbe sue et di maggiori all'arbitrio d'esso Governatore et alle 
pationi (?) della casa della confiscatione d'esse case et altre maggiori all'arbi- 
trio medesimo come per esso che si essibisce et che questo ordine fosse generale 
in tutto lo stato, subito fecero monopolio essi hebrei et pubblicata essa crida 
et affissa nelli lochi soliti di essa città acciò venisse a notitia di ciascuno. Essi 
hebrei la notte la stracciarono vociferando per haver occasione de . . . ap- 
presso i superiori inventando che la notte erano sfati molti per buttarli a terra 
le porte et svaligiarli dicendo pubblicamente che non volevano partire anzi fer- 
marsi in detta Città al dispetto di tutta essa et che partendo volevano andare 
in Costantinopli a far tocrcantia de Christiani con mille altre impertinenze che per 
modestia si lasciano, il che ha veduto parturir molti scandali in quella Città con 
tante corruptcle che più esser non può, andando a Cremona apposta- a sedur 
quelli hebrei et usar arte et metter impedimento dar resto del stato...» ; v. me- 
moriale citato nella nota precedente*. In questo medesimo memoriale si dice pure 
che gli ebrei «.... per tutto si vanno mescolandosi con li Christiani et cittadini 
di essa (Pavia), servendosi in ogni opera do Christiani come de schiavi, tenendo 
et legendo libri obsceni et repugnanti alla fede Christiana della quale essa fitta 
n' è stata sempre zclosissima et osservantissima con succhiamento del sangue 
do christiani cittadini suoi di continue usuro che ha ridotto perciò infinità di 
case al basso, facendo apostatar li Giudei fatti christiani... ». 



- 315 — 

poco dopo il governatore stesso, cedendo alle istanze degli ebrei, 
revocava tale proibizione. Il nuovo indugio ad eseguire l'espulsione 
derivava da ciò, che il governatore voleva che prima si (ossero 
raccolti i trentaduemila scudi e questo ordine si indugiava ad ese- 
guire, poiché quelle città del ducato* nelle quali non erano ebrei 
non intendevano affatto di contribuire a sacrifici a vantaggio 
delle quattro città alle quali sole premeva veramente l' esecu- 
zione del decreto. Milano era la città ebe con maggior energia 
rifiutava il proprio contributo, perchè dall' espulsione degli ebrei 
non avrebbe tratto nessun vantaggio ed anche per le sue tristi 
condizioni finanziarie, già essendo gravata da enormi balzelli (1). 
I pavesi dopo aver pagato con grande sacrificio la loro parte di 
debito, non vedendo eseguito il provvedimento tanto invocato, ai 
primi di agosto mandarono un memoriale al re per ottenere che 
gli ebrei, se non dal ducato, fossero almeno espulsi dalla loro 
città e questo memoriale facevano precedere da raccomandazioni 
a Michele Urbani ed al reggente Brugnoli, residenti entrambi 
ancorai Madrid. Questi dovevano contrapporre la loro opera a 
quella degli ebrei che, a quanto dicevasi, avevano molte aderenze 
a Madrid e che « con tutti e da per tutto facendo correr de- 
nari » cercavano di ottenere la revoca del decreto prossimo ad 
essere eseguito, ottenendo intanto « coi grandissimi favori et 
potenti mezzi che essi tengono presso i ministri del re » alcune 
dilazioni (2). Ed anche gli ebrei di Pavia per conto proprio 
compivano simili pratiche, dicendo che quel Comune aveva bensì 
pagato la sua parte di debito, ma alla Regia Camera e non di- 
rettamente ad essi (come avrebbe dovuto secondo il decreto regio, 
| che stabiliva che l'espulsione avvenisse solo dopo soddisfatto l'in- 
cero debito); e terminavano il memoriale lamentandosi di essere 
stati in quei giorni vittime di violente dimostrazioni (3) ed in- 

(1) v. memoriale citato nella nota precedente. 

(2) v. lettere della Provvisione (2 agosto 1595) a Michele Urbani ed al reg- 
gente Brugnoli. 

(3) «,... Di più fan sapere a V. E. come già è stato pubblicato detto ordine 
si allude alla grida ricordata uella seconda nota della pag. precedente) al suono 
li tre trombe contro il solito, qual ha causato gran tumulto e fra gli altri sono 



— 316 — 

vocando la revoca della grida pubblicata ai 24 di luglio. A questo 
desiderio, come già dicemmo, il governatore accondiscese (l) non 
senza però sollevare 4 nuove proteste da parte dei pavesi ; ag- 
ili ungendo che, conforme alla volontà del re — che il 7 set- 
tembre aveva approvato l'ordine del governatore circa il con- 
tributo di tutte le città (2) — essi dovevano lasciare il ducato solo 
un mese dopo essere stati risarciti interamente. Appena dunque 
tutte le città avessero dato alla Regia Camera la somma ri- 
chiesta di trentaduemila scudi, tutti gli ebrei dovevano uscire dal 
ducato milanese ; ciò era vivamente desiderato, ma non da tutti, 
poiché la città di Alessandria, pur disposta a versare il proprio 
contributo, chiese con un memoriale al re, ma invano, che per 
ragioni di pubblica utilità fossero lasciati in essa gli ebrei che 
fino allora avevano ivi dimorato (3). 

Anche da questo atteggiamento non ostile di alcune città gli 
ebrei furono certamente incoraggiati a lottare per la revoca del 
decreto che li espelleva ; anzi per raggiungere il proprio intento 
offrirono di rinunziare ad ogni credito verso la Regia Camera e 
di pagare per 1' avvenire un annuo censo non di cinquecento, 
ma di mille e cento scudi (4). Dunque pur di rimanere ancora nel 
ducato gli ebrei erano disposti a rinunciare ai trentaduemila scudi 
che dalla Regia Camera erano loro dovuti ; ma tale offerta fu 

andati la notte passata alla casa di un hebreo gente et se hanno messo per rom- 
pere la bottega di detta casa et rottagli che poi sentendo a gridar sono fuggiti 
in modo tale che se V. E. non gli provede subito ne potrà nascere qualche 
grandissimo scandalo et tumulto ». Questo memoriale è riferito in una lettera 
del 4 agosto 1595 scritta dal governatore al podestà. 

(1) v. lettera del governatore (25 agosto 1595) al podestà di Pavia. 

(2) v. lettera della Provvisione (30 agosto 1595) al governatore. 

(3) «.... si è visto un altro (memoriale) della città di Alessandria che mostra 
come per parte sua alla detta città e alla gente di guerra che vi è di presidio 
venga beneficio dalla presenza degli ebrei che in essa abitano, supplicante di 
far sospendere in ciò che riguarda essa città 1' ordine dato circa 1' espulsione 
di tutti gli hebrei in generale et offrendosi di pagare la parte che le toccasse del 
credito che hanno da bavere dalla detta Camera ». Dal documento citato nella 
nota seconda della pag. 314. 

(4) v. in documento citato nella nota seconda della pag. 314. 



— 317 — 

del tutto inutile, poiché la Regia Camera seppe dimostrare 
oon ragioni non sempre convincenti, spesso anzi — come ve- 
demmo — cavillose, che non solo non era dovuta nessuna somma 
agli ebrei, ma che questi meri lavano di essere condannati per 
avere abitato nel ducato ventiquattro anni, senza pagare nes- 
sun tributo. Dal modo vivace col quale la Regia Camera tenta 
di fondere le sue ragioni nei memoriali del 14 marzo 1594 e del 
25 settembre 1595, che ormai conosciamo; da una protesta (1) 
nella quale si dice che Pavia versò il suo contributo alla Regia 
Camera e non agli ebrei, come avrebbe dovuto, per obbedire a 
quanto disponeva il decreto di espulsione del 12 dicembre 1592; 
dal latto che nessun documento ci dice anche solo implicitamente 
che gli ebrei abbiano ricevuto i trentaduemila scudi, possiamo 
quasi con certezza concludere che la Regia Camera non pagò 
mai la somma che ad essi spettava. Eppure è cosa certa che le 
città del ducato diedero, sia pure con enormi sacrifìci, i trenta- 
duemila scudi alla Regia Camera, poiché la ragione unica del- 
1J indugio ad espellere gli ebrei derivava solo eia ciò, che non si 
era raccolta la somma richiesta; e l'ordine del governatore diceva 
in modo esplicito — questo è bene ripetere — che gli ebrei non 
si potevano costringere ad uscire dal ducato se prima non fosse 
stato restituito intieramente il loro credito. 

I trentaduemila scudi non vengono dati agli ebrei diretta- 
mente dalle città, come vorrebbe il decreto regio, ma sono 
consegnati alla Regia Camera ; cosi è naturale si pensi che 
la espulsione degli ebrei abbia servito di ottimo pretesto al go- 
verno spagnuolo per dissanguare, con un balzello per quei tempi 
veramente enorme, la già anemica popolazione del ducato di Mi- 
lano. E che il versare una somma di trentaduemila scudi alla 
Regia Camera fosse per buona parte della popolazione del ducato 
un grande- sacrifìcio si desume facilmente dai documenti che 
vanno dalla fine del 1595 ai primi mesi del 1597. Per un periodo di 
quasi due anni non si incontrano se non suppliche di città che 

(l) v. memoriale degli ebrei riferito in lettera del governatore del \ ago- 
sto 1595. 



- 318 — 

come Milano rifiutano (1) il loro contributo; proteste di altre, 
come Pavia, perchè non si compie mai la espulsione tanto desi- 
derata (2) : testimonianze di predicatori (3) che fomentano 
sempre più l'odio della folla superstiziosa contro gli ebrei e di 
violenze clic contro costoro si commettono; e tratto tratto ci in- 
contriamo in provvedimenti presi dal governatore per tutelare 
le persone e gli averi dei perseguitati (4). 

Simili provvedimenti però non pare che avessero molta effica- 
cia, poiché gli ebrei quando uscirono dal ducato furono soggetti 
ad ogni sorta di violenze « spogli, robbarie, assassinamenti » e 
nelle pubbliche vie e nelle abitazioni. 

(1) Il 26 febbraio 1596 Pavia raccomandava a Francesco Bozzolo di adope- 
rarsi a che finalmente fosse eseguito il decreto di espulsione : «. .. tanto più 
essendo andato in Corte V Oratore di Milano il quale si deve credere che 
in questo fatto tenghi particolar ordine della sua città di instare che questa 
espulsione sì metti in silenzio od almeno che Milano non sia obligata a questo 
pagamento delli denari dovuti a detti hehrei dal che dipende tutta questa tar- 
danza ». 

(2) Così ad esempio in una supplica di Pavia al re del 1595 o '96 è detto . 
che la città contribuì a pagare i trentaduemila scudi « sebbene in malissimo 
termine esausta più che mai.... »; e si aggiunge «... con tutto ciò non è 
mai stata fatta cosa alcuna sin a questo giorno, parte per colpa di alcune Città 

o Contadi che non avendo ebrei in casa si rendono difficili a rimettere il paga- 
mento della portione dei 32.000 scudi. Desiderando in questa occasione Pavia di 
superare le sue deboli forze e far violenza a sé stessa per liberarsi dalla conta- 
giosa conversazione di essi capitali nemici del nome christiano conforme al voto 
solenne . . supplica V. M. di favorire la prontezza della fedelissima città, 
dando ordine al governatore di costringere le Città et Contadi a pagare la por- 
tione dei 32.000 scudi alla rata del mensuale » ; v. anche altra supplica (5 
ottobre 1595) colla quale Pavia, anche a nome di Cremona, prega che « alle 
città quali non hanno pagato la portione sua del debito che tiene S. M. con 
detti hebrei li sii mandato subito V esecutione anco una volta si ptfssi dar fine 
a questa causa e che cessino le querelle delle supplicanti città ». 

(3) Alla fine del 1595 od al principio del '96 il re assai probabilmente con- 
fermò ancora una volta il decreto di espulsione, poiché Pavia mandava ai 27 
febbraio 1596 lettere di ringraziamento concludendo : «... così è compiuto l'intenso 
e pio nostro desiderio et siamo sollevati dalle vive et acerbe riprensioni che 
sopra ciò tuttodì come ricordevoli ci venivano meritamente fatte da catholici 
predicatori.... ». 

(4) v. p. es. lettera del governatore al podestà del 29 settembre 1595. II 
governatore si diede poi cura di ordinare con una grida — la" quale é certa- 

del 1507 — che gli ebrei fossero difesi, mentre uscivano dal ducato, a 
■ delle comunità e tale ordine rinnovò con un bando del 16 aprile 1597. 



- 319 - 

Il governatore Velasco aveva ordinalo la espulsione por il 12 
luglio 159G il), ma gli ebrei rimangono nel ducalo per molti 
altri mesi, certamente perchè la Regia Camera non aveva ancora 
Intieramente raccolti i trentaduemila scudi. Solo nell'aprile del 

1597 cominciarono ad uscire dal ducato ed il 1(1 luglio di quel- 
Tanno partì l'ultima famiglia di ebrei da Pavia (2). 

Espulsi gli ebrei non si diedero per vinti ; ma continuarono 
pratiche a Madrid per essere reintegrati nei primitivi privilegi; 
ciò almeno nel 1599, nel quale anno neppure un ebreo si trovava 
nel ducato di Milano (3). Furono poi riammessi con speciali 
privilegi l'anno 1633 (4). Carlo Invernizzi. 

(1) E così aveva ordinato in conformità ad istruzioni regie dell' 11 maggio, 
nelle quali si affermava, per testimonianza di Bartolomeo Carranza, che gli ebrei 
«... hanno commesso et commettono notevoli eccessi e delitti tenendo libri prohibiti 
di dottrine false e scandalose contro la nostra santa fede cattolica Romana e 
predicandole nelle loro sinagoghe senza tener rispetto alle leggi che ciò proibi- 
scono sotto pena della vita e confisca dei beni e che inoltre esercitano il tratto 
usurario con gran danno dei sudditi ». 

(2) v. un bando del 16 aprile 1597 col quale il podestà di Pavia avvisa i 
cittadini della imminente partenza degli ebrei; v. C. Magenta / Visconti e gli 
Sforza, voi. f pag. 792; ove è detto: « V ultima famiglia di ebrei parti da Pavia 
il 16 luglio 1597 giusta gli ordini del re ». 

(3) v. lettera della Provvisione di Pavia (31 gennaio 1599) a Francesco Lonato: 
« riabbiamo che gli ebrei i quali fecero gli anni passati ogni sforzo per impe- 
dire la espulsione da questo stato tante volte comandata dal Re passato e con 
tanta ansietà sollecitata dalla cittadinanza, tentano ora con mezzi potentissimi 
presso il re di aver la licenza di ritornarvi et perchè crediamo che la Maestà 
sua sia vero imitatore delle tante et magnanime attioni di tanto padre, non met- 
terà così facilmente la mano ad ordine fatto con tanta autorità et considera- 
tione doppo la perfetta sua essecutione senza grave causa et senza prima in- 
tender le ragioni delle città et specie della nostra. Pure considerando quanto 
possono anche presso i Regi ci siam risoluti di prevenire se sia possibile la do- 
manda loro con qualche nostro memoriale acciò tanto più facilmente possa S. M. ia 
andar circospetto in questo negotio et conoscendo a prova 1' affetto di V. S. per 
la comune patria a lei pensammo comunicar V animo nostro pregandola presentar 
subito a S. M. un memoriale, dimandando voglia non metter mano all' ordine 
della detta espulsione già compitamente eseguito ». Segue una lettera del me- 
desimo tenore al « Nostro Pastor Nuntio a Madrid », affinchè egli abbia ad usare 
di tutta la sua efficacia presso il re, «... facendogli conoscere i grandi benefici 
che per la partenza di essi ebrei ne ha sentito qitesto popolo che S. M. si ri- 
solvi di fare la desiderata grafia, che mai più ritornino ad habitare in questa 

, città et principato di Pavia ». 

(4) v. Rezasco, Del segno degli Ebrei, in Giornale Ligustico voi. XVI, 1889. 



Il 

E BEATRICE DI TENDA SOPRA MORTARA 

(Secondo il libro dei privilegi mortaresi) 



Il libro dei privilegi 

Neil' archivio della Congregazione eli Carità di Mortara furono 
deposti sul finire del 1904 dal Cav. not. Angelo Alberto Cappa 
alcune cartelle di documenti e stampe che si riferiscono alla causa 
sostenuta dagli utenti della roggia Regola, tra i quali figura 
anche la detta Congregazione, contro il Comune di Mortara. Tra 
le carte abbiamo trovato un volume, sconosciuto a tutti coloro 
che finora trattarono la storia mortarese. 

Il libro (1), in 4°, di pagine 65, non porta ne titolo, né pre- 
fazione, né data di stampa ; sul cartone reca scritto a mano : Pri- 
vilegi della comunità di Mortara. Vi si contengono i se- 
guenti atti : 

1. Pacta quae per homines et Communitatem Mortarii re- 
quirentur a comite Blandrate - 12 novembre 1409. (pagg. 1-7). 

2. Lettera di Beatrice duchessa di Milano ecc., di conferma 
al precedente — Abbiategrasso, 20 luglio 1412, (pagg. 7-8). 

(1) -N'esiste una copia pure nell'Archivio di Stato di Torino, lo registra 
anche un <;italogo (sec. XVIII) della carte dell' Archivio comunale di Mortara; 
iiki non s' è ritrovato nella cartella indicata, né altrove, come del resto accade 
di quasi tutte le altre carte ivi registrate, che non esistono più se non nel 
catalogo. 



. 



- 321 — 

3. Procura fatta da Francesco Sforza ai signori giurecon- 
sulti Alberico Maletta, Giov. Giacomo Rizzo e al suo cancelliere 
Raffaele Pugnello per trattare, promettere, capitolare, e per ri- 
durre tutte le terre del contado di Pavia — Dal castello di Pavia, 
17 settembre 1447. (pagg. 8-9). 

4. Capitoli fatti agli uomini e al comune di Mortara da A. 
Maletta, Giov. Giacomo Rizzo e R. Pugnello in nome di France- 
sco Sforza — Dall' accampamento contro Piacenza, 1 1 ottobre 
1447 (pagg. 9-13). 

5. Ordinanza di Agostino da Conago Referendario e giudice 
dei dazi del contado di Pavia, a favore di Mortara — Pavia, 26 
marzo 1473. (pagg. 13-16). 

Contiene due lettere del Regolatore e dei magistrati delle en- 
trate ducali, datate da Milano rispettivamente P una del 5 dicem- 
bre 1461, l'altra del 24 novembre 1463. 

6,, 7 e 8. Tre diplomi di Bona e Giovanni Galeazzo Maria 
Sforza, tutti datati: Milano, 11 Marzo 1477. (pagg- 16-25). 

9. Diploma di Ludovico Maria Sforza Anglo eluca di Milano, 
datato: Milano, 11 marzo 1499. (pagg. 25-31). 

10. Diploma di Ludovico, re di Francia e duca di Milano — 
Milano, 24 luglio 1510; Armato Princivallus. (pagg. 31-32). 

11. Dipi, di Francesco II duca di Milano — Milano, 13 
agosto 1535. (pagg. 32-38). 

12. (1) Ordinatione contro li daziari di Pavia, fatta per il 
magnifico Magistrato Cesareo reddituum status Mediolani etc. «sub 
die Sabbati quarto mensis Augusti in tertiis 1548 » a sostegno 
dei privilegi di Mortara. (pagg. 38-41). 

(1) I daziari di Pavia osservarono che i Mortaresi avevano diritto air esen- 
zione del dazio soltanto per le merci di loro uso personale, non per le merci da 
rendersi nelle botteghe tanto ai borghigiani quanto ai forestieri, né per quelle 
la portarsi al mercato. II privilegio ducale non faceva eccezione per il mercato, 
lerehè era stato concesso « avanti per molti e molti anni che se facesse lo mer- 
ito pubblico in ditta terra per uno giorno la settimana e.... al detto mercato 

oncorrono molte persone vicine e forestiere a comprare delle robbe...... L'esen- 

ione da dazio delle merci rese privilegiato il mercato di Mortara e contribuì a 
onsolidarlo e a farlo fiorire. 



— 322 - 

13. (1) Diploma di Carlo V — Bruxelles, 28 settembre 1549. 
(pagg. 13-52). 

14. Ordine <Iol Magistrato dell' entrate dello* stato di Milano 
— 11 luglio 1502. (pagg. 53-54). 

15. Ordine del Magistrato Ordinario di Milano finn. Ludo- 
vico Varese. Dai in Milano nel nostro Dazio della Piazza il dì 
31 gennaio 1619. (pagg. 55). 

1(3. (2) Ordine del Magistrato Ordinario a firma G. C. Vi- 
mercato 1628 a dì 28 settembre (pagg. 56-57). 

17. Altro ordine del medesimo — 1634 a dì 31 Agosto, 
(pagg. 57-59). 

18. Altro come sopra — 1638 a dì 13 aprile, (pag. 59-60). 

19. Altro come sopra — 1638 a dì 22 aprile, pag. 60-61). 

20. Altro come sopra a firma Plantanida — 1° agosto 1654. 
(pagg. 62-63). 

21. Altro come sopra — 21 settembre 1654. (pagg. 63-65). 

* * 

Il libro si chiude colla dicitura a Levati dalla stampa da Gio. 
Rolandi (3), e Pietro Antonio Culazzo », che ci fu di guida per 
stabilirne con precisione il millesimo. 

Nei registri (4) dei Convocati della Comunità di Mortara (voi. 
19, ff. 15-17 dell'anno 1655) si legge: 

« 1654 die mercurij, octava mensis Aprilis in Sallono magne 
« sito in Palatio Praetorio Mortarij. 

(1) Già edito da noi in Bollettino Pavese di st. pat. IV 1904. 

(2) Il 16° e 17° furono occasionati da violazione dei privilegi commessa da 
dazieri di Lodi sopra mercanti mortaresi, che venivano dalle fiere di Crema» 
Bergamo. 

(3) Nei Registri Baptiz. dell' Archivio Parrocoh. di S. Lorenzo (Mortara 
trovasi : « die 26 nov. 1606 — Io Bapt. filius Antonii Rolandi et Franc. 8Cae eiu. 
uxorie eodem die nov. baptizatus fu i t ». 

È I' unica notizia che ci sia riuscito di trovare intorno ad un Gio. Roland 
di queir epoca. 

(4) Ardi. coni, di Mortai;»: cominciano dal 1533. 






- 323 - 

« Ibique ctc. Convocato Consilio ordinario cum adiunctis Co- 
nimi. Mortarij de mand. S. C. 1). Praetoris et ad Instantiani D. Pctri 
Fontanile et Steffani Molinae in quo inferfuerunt et adsunt 
« utrique. 

« Iov. Petrus Fontana et Steflanus Molina consules 

« d. Frane Bernardus Genestra — Petrus Frane. Luria. 

« Io. Domenicus Varisius — Christofarus Caneparius 

« Bernardus Ferrarius — Ant. Maria del Fumo 

« Frane. Dueria — Io. Bapt. Usellus 

« Ios. Parentius — Io. Ant. Varisius 

« Christ. Nicorvus - d. Hier. Cattaneus 

« Steffanus Beccarius 

« cum adiunctis 

« D. Io : Maria Borghesius — Ioannes Antoni onus 

« Io. Frane. Vaghus -- Carolus Nicorvus 

« Io. Iacobus Molina 

« Essendo stato proposto da M. Bernardo Ferrari, come ha- 
« vendo la nostra terra eli Mortara privilegio particolare delli 
« datii della mercanzia, per tradurre in eletta terra da qualsi- 
« voglia loco et città dello stato qualonche sorte di mercanzie 
« senza pagare il dazio pavese, quale privilegio concesso dalla 
« felice memoria dell' Invict. Imperadore Carlo Quinto, et confìr- 
« mato (sic) dalli Signori Duca di Milano e dall' eccell." 10 Senato 
« et anche più volte dall' 111."'° Magistrato di Milano, et hera es- 
« sersi inteso che li moderni datiarij della mercanzia intendono 
« di rompere d.° privilegio con non voler fare li soliti non Im- 
pedì atur, 

« Il che sentito hanno tutti unitamente ordinato che il sig. 
« Francesco Rolandi (l), come quello che altre volte ha diffeso 

il) I Rolandi erano di Mortara: in A. Roffi e F. Pezza. — Documenti ine- 
liti di Carlo V ecc. (Boll, della Società Pavese di Storia Patria, 1904— pag .'610) 
-si legge che il nobile sig. G. Rolando è testimonio in un atto del 1583 — Un 
'rancesco, probabilmente questo medesimo, innalzò nel 1631 la colonna votiva 
he ora sta nel mezzo del vecch'o cimitero. 

Proseguendo le ricerche sulla famiglia Rolandi, abbiamo trovato nei Reg. 



— 324 - 

« detto privilegio, voglia esser contento d'Impugnare a nomo 
« della Comunità la diffésa del detto privilegio dandogli a que- 
« st' effetto tutta T autorità opportuna et necessaria per fare e far 
« fare tutto quello farà bisogno con che però che li mercanti di 
« essa debbano somministrarli tutto il denaro che farà bisogno 
« repartitamente conforme il loro traffico ». 



Gli viene riconfermata tale autorità il 18 maggio successivo 
e il 24 giugno gli si la un sollecito « perchè voglia attendere 
alla obbligatone, assuntasi per instrumento, di sollevare la co- 
munità della dieta molestia ». 

Ed egli, come troviamo a pag. 64 del libro stesso, il 30 
agosto di quell'anno prende la parola a difesa della communità 
di Mortara. 

L' occasione alla stampa doveva dunque essere data dalla lite 
sostenuta per Mortara nel 1654 da Francesco Rolandi, e la stampa 
doveva essere effettivamente avvenuta nel torno di tempo, di poco 
posteriore all'ultimo decreto (21 sett. 1654). 

Procedendo nelle ricerche abbiamo infatti trovato che nella 
seduta del 10 genn. 1655 è nominato tra gli aggiunti: Petrus 
Antonius Culatius, e « di più dovendosi far elettione delli Sni- 
dici uno del Reale, V altro del personale », egli è pure nominato 
sindaco del personale. Appare quindi la sua firma (1) per parec- 
chie sedute successive, sino al 18 aprile, dopo il quale giorno 
cessa completamente. 

Mortuor. dell' Archivio Parrocch. cit.: « 1655 — 22 nov. — D. Frane. Rolandus 
conf. et coni, atque perunct obiit die 22 nov., cuius corpus fuit sepultum in 
proprio moli ii inculo F. in Ecclesia S. Ber." 1 Mortarii Dioc Veglev ». 

E in altro foglio in margine ripetesi : « d. Fr. Rolandi li 22 nov. 1055 
conf. coni, et unct. sepolto in S. Bernardo ann. 55 ». 

La chiesa di S. Bernardino ora più non esiste in Mort.; era la chiesa dei 
nobili. 

Notiamo, per incidente, che i Reg. 8tri Bapt. di detto Archivio per un ven- 
tennio, fino al 4606, andarono perduti. 

(1) Nella seduta del 2. marzo 1655 si firma: D. D. Pietro Antonio Culatio. 



oofct 

- — «> w. ) — 

Se ne conosce il motivo nella seduta del .'> maggio, in cui 
(voi. 19, f. 18 dell'anno 1055) «si deputa I). I). Stellano Beccaro 

alla esigenza dei convenzionati et si delibera di vedere che 

esito ha giovato il denaro scosso dal I). Culazzo et che li con- 
soli l'acino fare una grida con la quale si notifichi alli Conven- 
tionati che più non paghino denaro nelle mani del D. Culazzo ne 
iF altra persona solo che nelle mani di D. Beccaro ». 

Ne deduciamo che il libro dei privilegi fu da Pietro Antonio 
Culazzo « levato dalla stampa » nel periodo delle sue mansioni 
municipali, nell'anno 1655 (1). 

* 
* * 

11 libro dei privilegi, pigliando le mosse dalla capitolazione 
di Mortara col conte di Bianchiate, lascerebbe supporre che la 
città non avesse fruito di privilegi anteriori al 1409 ; invece il 
patto 3° della atessa capitolazione fa già richiamo a un istru- 
mento di patti concordati il 24 dicembre 1406 tra il comune e 
Filippo Maria conte di Pavia. Inoltre nel verbale della seduta del 
Consiglio dei sapienti di Pavia, chiamato a deliberare sulla peti- 
zione del comune di Mortara il 12 agosto 1299, si legge che i 
mortaresi chiedevano coli' articolo 12 la conferma e i pavesi con- 
fermavano tutti i 'privilegi, i patti, le concessioni, le riforme, i 
decreti dei consigli e i diritti goduti dal comune di Mortara e 
da' suoi abitanti fin' allora. 

Quel cumulo di privilegi del sec. XIII, coincidendo col pe- 

(I) Nel eìtato catalogo dell'Ardi, coni, di Mortara a foglio 226 si trova la 
seguente indicazione: « 1654 e 1655 — Parcelle e spese per liti e scritture in 
servizio della Città. Cartella N. 332, dal n. 1. al 21 » . — Si sarebbe, proba- 
bilmente, potuto avere la riconferma di tale deduzione insieme con altre notizie; 
ma per quante ricerche ci sia stato permesso di fare per la cortesia del segre- 
tario capo Cav, Angelo Voglino, non abbiamo ritrovato più nulla. — Nello stesso 
catalogo a foglio 107 riappare il nome del Culazzo: « 1664, Conto di P. Antonio 
Culazzo esattore dei carichi ». 

Nel Reg. Matrim. del cit. Arch. di S. Lorenzo trovasi : « 1599 — 20 gemi, 
sabella Signoriila con Bernardino Cu(?)latio figlio di Antonio di Gambolò ». 



- 326 — 

riodo più florido e potente dei comuni, si presta a un' osserva- 
zione di passaggio sulP organismo del Ubero comune medioevale: 
il comune dominatore, che noi, per la bellicosità continua, ci 
siamo abituati a considerare tirannico e violento, soperchiatore 
degli altri comuni minori della sua giurisdizione, ci appare in- 
vece — nel raffronto, ad es., tra Pavia e Mortara — come in- 
tinto di diplomazia, inteso a conservare, anziché colla violenza, 
colle blandizie e a tenersi con ogni cura integra la compagine 
statale con favori e concessioni ai comuni minori di rispettabile 
importanza. In tale condizione di borgo importante e accarezzato 
si trovava appunto Mortara nel sec. XIII. E il comune e gli uo- 
mini di Mortara approfittavano di quelle circostanze per trarne 
vantaggi economici e commerciali più che potevano : si orienta- 
vano di continuo verso la pace, chiedendo solo sicurezza, tran- 
quillità ed esenzioni di gabelle. 

I privilegi, di cui trattano i numerosi documenti del libro, 
sono sempre presso a poco i medesimi per tutto il secolo XV e 
XVI. Si possono ricapitolare nel modo seguente : 

1. Separazione della podesteria di Mortara sulla giurisdi- 
zione di Pavia. 

2. Conferma degli statuti e provvisioni vigenti. 

3. Diritto d'introdurre cereali e vettovaglie colla licenza del 
solo Podestà di Mortara, senza pagare dazio. 

4. Idem per quanto riguarda il vino, i panni, le robe e altri 
mercanzie. 

5. Libertà di macinare fuori e dentro il territorio per parte 
di abitanti o di forestieri senza pagar dazio. 

6. Diritto negli abitanti e nei campari di citare avanti il 
Podestà e fare condannare, secondo la forma della provvisione 
degli statuti e ordini della terra, i danneggiatori campestri. 

7. Diritto, come sopra, contro i frodatori delle acque irri- 
gue. Le pene sono limitate da lettera ducale del 24 luglio 1454. 

8. Esenzione dal pagare le bollette d' entrata nella città di 
Novara, essendo i Mortaresi per tre quarti diocesani novaresi. 

Sono sempre gli stessi privilegi che i duchi confermano suc- 
cessivamente : si osserva qualche variazione in aggiunta soltanto 



- 327 — 

nei capitoli del conte di Biandratc o in quelli di Francesco I 
Sforza. A quest'ultimo i Mortaresi impongono, lui consenziente, 
« che non sia lecito all' 111. 1 " signor conte trasferire lo dominio 
de la dieta terra di Mortara ad alcun altro signore né persona 
che sia,, salvo a li proprii figlioli soi e eredi e casu quo lo tra- 
sferisse che li elicti nomini di Mortara siano in suo arbitrio non 
obstante fidelitate che havessero facta ». Inoltre lo stesso Fran- 
cesco concedeva esenzione generale a Mortara « per rispetto et 
compassione dell'* incendio occorso alla detta terra et homini eli 
Mortara etiam per la spesa della mura da farsi circa la dieta 
terra ». 



IL 
La signoria di Facino Cane 

Ci dispensiamo dal ricorrere al luogo comune degli antefatti 
dell' acquisto di Mortara per parte del conte di Biandrate. 

L' episodio della signoria di Mortara sta incastrato nella pie- 
nezza del ciclo delle guerre guelfo-ghibelline (1) che travaglia- 
vano allora la Lombardia e il Piemonte: e tale posto è spicca- 
tamente assegnato al nostro episodio dal capitolo 8° del trattato 
conchiuso tra Mortaresi e Facino Cane, nel quale i Mortaresi 
esigono che il podestà appartenga sempre alla fazione ghi- 
bellina. 

Tuttavia, perchè 1' amore nostro della concisione e dell'espo- 
sizione di fatti e elementi nuovi non sembri isterilire la mono- 
grafia, crediamo riportare qui — anche a titolo di saggio — un 
brano inedito di una storia ms. della Lomellina del nuovo sto- 



(1) Si sa che guelfo e ghibellino non era ormai quasi più che un nome. 
Erano detti guelfi quelli che osteggiavano la famiglia viscontea, per odio ere- 
ditario, mentre i loro avversari la favorivano — Delayto ap. Murat. XVIII, 971, 
in C. Cipolla, Storia delle Signorie italiane dal 1213 al 1530, P. l a pag. 242. 



— 328 — 

lieo. Can. Giuseppe Gusmani (1), illustrato, non é molto, da uno 
di noi : 

« Nella debolezza del Governo i guelfi e i ghibellini, che pa- 
reano per poco acquietati, rialzarono il capo. 1/ anno 1407 si 
apre con una scena di agitazioni politiche, da cui per- diversi 
anni fu travagliata la nostra contrada. Il Bossi ci serbò memoria 
di una tregua che ebbe luogo tra i due partiti nclP anno indi- 
cato, il 17 febbraio Se non che la fazione ghibellina, che Par- 

dire di Facino Cane aveva fatto trionfare in Milano, decadde per- 
dendo forza e prestigio dopo la sconfitta che nel giorno 30 di 
marzo Facino ebbe presso Mori mondo dalle milizie di Iacopo dal 
Verme. Onde ridotto a mal partito dovette in fretta cercare iì 
suo scampo in Alessandria insieme con Castellino Beccaria, In 
un concilio tenuto dai guelfi a Milano in principio di aprile Ot- 
tobuono Terzi, ad istigazione di Tristano Meda, pavese, aveva 
proposto di sterminare tutti i ghibellini. Ma vi si oppose Iacopo 
dal Verme che era stato eletto governatore dal duca di Milano 
e dal conte di Pavia. In amendue le città divenne allora preva- 
lente il partito guelfo, perchè più agevole cosa è camminare ap- 
poggiandosi al più forte, benché meno onesto ! 

(1) F. P. Silvabella. — Saggi della storia lomellina di Giuseppe Gusmani 
in Pensiero Lomellino, Mortara 1904, mi. 35-36-37, 42-51 e cont. I saggi pub- 
blicati da F. P. Silvabella riguardano il periodo patriottico lomellino della Re- 
pubblica Cisalpina, del 1821 e del '31, e costituiscono una fonte inattesa di 
notizie preziose. 

11 Can. G. Gusmani si può considerare mortarese : era bensì nato a Olevano 
nel 1812, ma visse quasi cinquan^ anni a Mortara, dove morì il 19 febbraio 
1877. Era canonico della soppressa collegiata di S. Lorenzo. Egli fecfì la bio- 
grafìa di Carlo Calvi, autore della Storia della Lomellina antica — Mortara, 
Cortellezzi 1874 —, nella quale aggiunse qualche breve nota, con lo iniziali 
del proprio nome. 

La sua storia, un po' prolissa pei- la parte dell'evo antico, che pure da noi 
è poco avvalorato da documenti e monumenti, si svolge con regolare e severa 
concatenazione fino al 1800, valendosi anche di fonti storiche nuove, con me- 
todo positivo. 

Il ins. di G. Gusmani si trova in mano del dott. F. Pezza per la cortesia 
del nipote cav. Pietro Gusmani. 



- 329 — 

Pacino Cane intanto non solo ritenne Alessandria, ma addì 
83 aprile 1 108 occupò Piacenza. E, come narra il Gbilini, in 
un fatto d'arme presso il Bosco nel territorio d'Alessandria 
avendo questi fatto prigioni il conte Tristano Meda e Francesco 
fratello di lui. per ordine di Facino vennero strangolati. Anche 
Castellino Beccaria mantenevasi in possesso di Voghera. Unitosi 
egli con Facino Cane nel febbraio dell' anno successivo, mossero 
con grosso esercito verso il Milanese. Essi occuparono le sponde 
del Ticino, ove edificarono alcune Bastie, colle quali grandissimo 
danno recavano alla, città di Milano, intercettandovi la naviga- 
zione e il commercio... . 

Le rappresaglie di Facino Cane tenevano agitato 1' animo di 
Gian Maria che, non avendo potuto venir a patti col medesimo, 
bazzicò per contrapporgli una lega conclusa nel marzo 1409. Fa- 
cevano parte il duca di Milano, il conte di Pavia, il conte di 
Savoia, il principe d' Acaia, Buccicaldo governatore di Genova 
a nome del re di Francia, e il governatore d'Asti pel duca 
d' Orléans. 

Facino Cane, quand' ebbe notizie della lega, si confederò con 
Teodoro marchese di Monferrato e ottenne dei rinforzi dai fuo- 
riusciti ghibellini della Lombardia, tra i quali Castellino e Lan- 
cellotto Beccaria. 

Intanto Facino Cane entrò colle sue truppe nel magnifico 
Parco eli Pavia e le teime quivi accampate per due giorni, met- 
tendo ogni cosa a sacco e a ruba, e per soprassello minacciando 
d' assedio la città .... Facino debellò quindi Buccicaldo a Novi. 
Dopo la riportata vittoria era agevole a Facino impadronirsi della 
capitale di Lombardia. Il duca Gian Maria, o meglio i suoi con- 
siglieri, se ne avvidero, ed, essendosi Facino avvicinato nel mese 
di settembre a Vigevano, colà recossi il duca a concertarvi una 
tregua, che nel giorno 3 di novembre fu ridotta a stabile pace. 
Ma Facino Cane volle per se la carica di governatore ducale e 
addì 6 dello stesso mese fece solenne ingresso in Milano » 



2Ì 



330 



Siccome il dominio di Mortara data dal 12 novembre, si ar- 
guisce facilmente che il conte di Biandrate deve avere messo 
T occhio su Mortara nei giorni in cui egli era accampato presso 
Vigevano. Il nostro borgo era allora assai fortificato, tanto che 
il Cane in una sua incursione del 1404 nel- territorio aveva preso 
e raso al suolo il castello di Olevano della podesteria di Mortara, 
s' era impossessato di S. Angelo e di Cilavegna, aggregata tal- 
volta alla stessa podesteria, e nel 1407 aveva potuto prendere e 
distruggere il fortilizio settentrionale dell' agro mortarese, detto 
Albonese (1), ma non aveva tuttavia potuto conquistare il borgo 
capoluogo della podesteria. 

Noi non siamo in grado di circostanziare con ricchezza di 
particolari 1' acquisto del 1409, perchè 1' archivio comunale mor- 
tarese, passato attraverso a tante peripezie guerresche, non potè 
salvare e serbarci i suoi atti che dal 1533. Tuttavia ci è dato 
ricostruire il momento nelle sue linee generali. 

Alcuni mortaresi di fazione guelfa tenevano viva P agitazione 
e la resistenza contro i tentativi dei ghibellini di Cane : capita- 
nava quei cittadini un tal Guglielmo del fu Mozardino, contro, 
il quale fioccavano condanne e processi: ingiurie orali e azioni 
ostili erano state fatte da mortaresi contro il conte di Bian- 
drate (2). Ma il potente Facino stringeva sempre più da vicino 
il borgo, isolato dominio del conte di Pavia (3) in mezzo a tanti 

(1) Pollini Enrico. — Annuario Lomelllno I, 1872, o II, 1873: in quesl ul- 
timo è riportata I' iscrizione clic in memoria di questo e altri fatti venne mu- 
rata sotto il portone del castello di Olevano da Gerolamo III Olevano nel I75É 
e tuttavia esistente — M. Zucchi — Lomello, pag. 60, in Miscellanea di Stori; 
italiana S. III. T. IX. 

(2) Vedi capitolo 5° della convenzione : « iniuriae verbo vel facto ». 

(3) I mortaresi non erano troppo teneri neanche di Filippo Maria, dal qual< 
si erano attirati bandi e sentenze, per aver mancato al patto andecedentemont< 
concluso di pagargli 275 fiorini all' anno. La politica di Mortara consisteva ne 
destreggiarsi tra un signore e l'altro, ora con resistenze ostinate ora con sin 
diate sommissioni, pur di ricavarne sempre benefici. 



— à3l - 

castelli di Lomellina già conquistati. Vigevano stessa aveva ce- 
dalo il 3 luglio: anche il duca di Milano era venuto a patti; 
onde Mortara pensò d' intavolare tuttavia inviando a Vigevano, 
Èlov'era il Cane, un'ambasceria (1), la quale, non si sa per quale 
motivo, fu colà tenuta prigione e in ostaggio. Dell'ambasceria forse 
faceva parte anche il sopracitato Guglielmo del fu Mozardino. In 
seguito a che i cittadini mortaresi recedettero dalla resistenza e ven- 
nero col Biandrate a patti, riusciti onorevoli e dignitosi, tali da costi- 
tuire veri privilegi, com' è attestato dal documento della Conven- 
zione. Questo chiarisce un' asserzione sfuggita ai due egregi amici 
proff. Colombo A. e Zucchi M. (2), il primo dei quali afferma 
che era Vigevano il solo borgo della Lomellina rimasto fedele 
al conte di Pavia ; il secondo ripete che Facino già prima che 
spirasse 1' anno 1 408 aveva ridotto in suo potere tutta la Lomel- 
lina, ad eccezione della sola Vigevano. Invece la data stessa del 
dominio e del protettorato di Mortara, 12 novembre 1409, e 
l'autorizzazione accordata al podestà di Mortara, Paolo Bonsi- 
gnori (3), di risiedere in terra nostra Viglevani provano che 
1' acquisto di Mortara avvenne qualche mese dopo quello eli Vi- 



La famiglia mortarese di Cane. — Neil' articolo 8° della con- 
venzione il conte di Biandrate afferma « semper nobis cordi 

(1) Vedi capitolo 10' della Convenzione. 

(2) Colombo A. — Un contributo alla storia di Facino Cane, in Bollettino 
Storico Bibliografico Subalpino, 1900 pag. 320. — M. Zucchi Op. cit. 

(3) Nel patto 8° della convenzione dei Mortaresi col conte di Biandrate viene 
stabilito che il podestà dev' essere forest'ero, di patria lontana da Mortara 
almeno 20 miglia. Ma anche prima della convenzione il podestà era forestiero. 
Il Bonsignori non appartiene a famiglia mortarese : per trovare un Bonsignori 
^ìelle vicende looali bisogna risalire fino al 1145, in cui il priore di S. Croce 

(di Mortara), facendo V investitura di un pezzo di terra, sita in territorio di 
Novara e spettante a S. Croce, la dichiara proveniente da un legato di soldi 
l'iattro disposto da Bonseniore in rimedio della sua anima (Dal Chartarium di 
3. Croce raccolto da A. Colombo e F. Pezza di prossima pubblicazione). 



— 332 - 

fuit homines Mortarii nedum conservare, sed etiam augere 
in eorum iurisditionibus honoribus et utilitatibus ». Ora 1' aver 

sempre avuto a cuore ecc. merita una dilucidazione. 

Diciamo subito che la predilezione faciniana per i mortaresi 
era con probabilità originata da vincoli di parentela, da cari ri- 
cordi di famiglia. 

In un atto tra il capitolo d' una chiesa di Mortara e il Mo- 
nastero di S. Pietro in Ciel d' Oro in Pavia, rogato nel mona- 
stero di S. Marcello da Otto Biscolla il 17 settembre 1275, figura 
testimonio un Bertolino (o Bondino) figlio del dominus Uberto 
Cane di Casale (1). 

Nel secolo successivo, nel 1347, troviamo tra i proprietari di 
Mortara, compresi nella giurisdizione prepositurale di S. Albino, 
un Uberto Cane, un Zaneta Cane, un Petro C, un Castellino C.,; 
troviamo pure segnalata la proprietà Cane, senza individualiz- 
zazione personale (2). 

Il fatto di trovare due omonimi Uberto Cane a Casale, patria (3] 
del condottiero, e a Mortara, in due epoche differenti, ma nor 
troppo lontane tra loro, avvalora l' ipotesi d' una ripetizione fa 
migliare del nome avitico, nonché l' ipotesi che il ceppo delh 
famiglia Cane di Casale s' identifichi con quella di Mortara. E k 
probabilità crescono, se si considera 1' assistenza del primo Ubertc 
a un atto che riguarda Mortara. Ma v' ha di più : sappiamo ch( 
nel 1327 tra i consiglieri e credenziari, che cedettero il castelk 
di Breme al marchese di Monferrato, furono Uberto e Pietre 
Cane (4), che potrebbero anche identificarsi coi mortaresi Uberk 
e Pietro di vent'anni dopo. 

Che anche i Cani di Mortara fossero nobili è dimostrato da 
molti campi posseduti da Castellino e dal fatto che egli con tu 

(1) G. Gai, li. — Facino Cane e le guerre guelfo-ghibellina, in Archivio Stf 
fico Lombardo, S. Ili, voi. VII pag. 347. 

(2) Interessantissimo documento che verrà pubblicato tra non 'molto d; 
P. Pezza. 

(3) [. Ghiron. — * Delld vita e delle militari imprese di Facino Cane. Ai 
chiVio Storico Lombardo 1877. 

(4) E. Galli. — Op, eit. pag. 349. 



- 333 — 

Giovanni Zazzi detto Niger aveva il diritto alla mete delle de- 
pe della curia di Retundo (Remondò?) situala nel territorio di 
Mortara, nella giurisdizione di S. Albino (1), 



La signorìa di Beatrice di Tenda, vedova di Facino Cane.— 
Morti Facino Cane e Giovanni Maria duca di Milano, il Conte 
di Pavia Filippo Maria, sposando Beatrice di Tenda, potò accin- 
gersi con fortuna alla ricostituzione del ducato milanese. 

Diamo un rapido sguardo alla situazione politica della Lo- 
mellina durante 1' opera paziente e talora agitata della ricostitu- 
zione (2). 

Il 19 luglio 1412 Cilavegna (podesteria di Mortara), Garlasco 
e Lomello vengono da Filippo Maria costituiti insieme con Vo- 
ghera in contea indipendente dalla giurisdizione di Pavia ; della 
contea fu investito Castellino Beccaria del fu Musso, con facoltà 
d' inquartare nelP arme di famiglia la vipera viscontea. 

Il 28 luglio il procuratore del borgo di Mede giura in Milano 
fedeltà. Il 15 settembre giurano fedeltà i procuratori di Palestro; 
il 14 ottobre 1414 quelli del comune di Lomello; il 15 quelli di 



(1) Più tardi troviamo nel registro dei matrimoni della parrocchia di S. Croce 
di Mortara la notazione che il 26 sett. 1608 il prevosto di S. Giorgio Lomel- 
lina, Andrea Aicardi, con licenza del vicario generale di Pavia, D. Vincenzo 
Erardo, univa in matrimonio il magnifico signor Pietro Francesco Cane colla 
magnifica signora Giovanna del castello di Breme nella nostra chiesa di S. Croce 
— Testi : Pietro Paolo Maleta, Cesare Borghesi Panicino e Massimiliano Ma- 
leta. — Nel 1635-39 era pretore di Mortara Iacopo Cane (dagli appunti di 
F. Pezza). 

(2) Tutte le notizie riguardanti le terre Lomelline furono tratte dal prezio- 
sissimo materiale raccolto da G. Romano nelP importante sua monografia : Con- 
tributi alla storia della ricostituzione del ducato milanese sotto Filippo Maria 
Visconti (1412- Ì421) in Archivio Storico Lombardo 1896-97. — L' avvicen- 
darsi rapido e frequente di diverse condizioni politiche negli stessi comuni ri- 
sela lo stato convulsionario dei primi anni del governo ducale di Filippo Maria. 



— 334 - 

Robbio e Borgofranco (1); il 28 ottobre quelli della terra di 
(natolo, Borgofranco e Lomello tornano a giurare il 21 marzo 
1415. 

11 25 gennaio 1415 Guido Torelli, procuratore del duca, con- 
ferma a Giovanni e Costanzo Porro (2) i feudi già concessi al 
loro padre, a cominciare dal 1380, da Giangaleazzo, Giovanni 
Maria e Caterina Visconti. Tra i feudi figurano il castello di 
Robbio, e i beni mobili ed immobili esistenti nella terra di Robbio, 
Confienza, Castelnovetto e Palestro, quali dipendenze dal castello 
di Yinzaglio. 

Il 30 settembre 1415 il duca concede a Lanzillotto Beccaria 

la terra di Valide e il luogo di Galiavola (3). 

Il 13 novembre 1415 il duca concede al marchese Teodoro 
di Monferrato por 4 anni il governo dei castelli di Cilavegna, 
Borgo Lavezzaro, Confienza, Castelnovetto, e della terra di S. An- 
gelo (podesteria di Mortara) ; quindi dette terre dovevano per 4 
anni prestare il giuramento di fedeltà al marchese. Il 26 maggio 
1417 vengono le terre restituite al duca, e nello stesso giorno 
in Novara i procuratori di Castelnovetto e territorio, della tei -ni 
di Serpencio, di Borgo Lavezzaro, Confienza, S. Angelo, e per 
Cilavegna i nobili de Catangi giurano fedeltà all' inviato del duca. 

Il 2 gennaio 1417 il duca dona a Sperono di Pietrasanta i 
beili di Manfredo Beccaria e cioè la parte del Castello della Pieve 
del Cairo col possesso della stessa Pieve goduti da Manfredo 
finche visse, tutta la possessione del Cairo, di Gallia e Borgoles- 

(\) Il 26 ottobre giura fedeltà Odonino Scarampi feudatario di Castro Vi- 
ginti nella diocesi di Pavia. 11 3 maggio 1421 Antonio, Bartolomeo e Giovanni 
Scarampi, astigiani, ottengono in feudo « la metà della 4 a parte » del Castro 
Viginti. 

Questo Castro Viginti non sarebbe per avventura un reliquato del loco et 
fundo Vigiliti Columnae del sec. X, collocato da vari autori in Lomellina e 
più precisamente da Nicolò Colombo sui' confini del comune di Vigevano (Alle 
ricerche delle origini del nome di Vigevano 1898 pagg. 92-93)? 

(2) Da qiiAsti Porro trae le origini la cascina Porrà (podesteria mortai' 

(3) Col medesimo decreto (30 sett. 1415) revoca il bando a Gualtiero della 
Corte, a Guicciardo e Pietro Beretta e ai loro parenti ed amici di Frascarolo 
e Sariirana, e a Bartolomeo e Bava de Glarolis (Giarole). 



— S35 — 

BÌo. Nella rostituzioue compiuta dal «luca il lo mar/o MIT a fa- 
vore dei figli del fu Castellino Beccaria sono comprese l< i terre 
di Siccomario e lo possessioni nel territorio di Valle, salvo il 
castello e la giurisdizione su Valle. 

Il 12 febbraio 1418 il duca restituisce a Rinaldo Beccaria del 
fu Manfredo la possessione di Vallelonga (podesteria di Mortara), 
il castello e le possessioni di Monteacuto, la possessione di Zer- 
bolò e di Gambolò, della quale ultima egli aveva il 19 settembre 
1412 data 1' investitura feudale ad Antonio Beccaria del fu 
Augusto. 

Il 20 maggio 1421 vien rinnovata l'investitura, concessa dal 
duca Filippo a Francesco Bussone conte di Carmagnola, delle 
terre di Candia, Langosco, Villata, Vespolate ecc. 

Nei rivolgimenti di quell' epoca ebbero favori speciali alcuni 
fornellini, tra gli altri : il noto Francesco Barbavara di Gravellona 
investito il 22 marzo 1413 della terra e del castello di Omegna; 
i diplomatici Giovanni Antonio di Sartirana, incaricato con altri 
nel 1412 di trattative col comune di Firenze, e Gian Francesco 
di Sartirana, uno dei procuratori ducali nella convenzione col 
marchese di Monferrato; Giovanni Tornielli (1) di Parona (pode- 
steria mortarese), investito il 20 agosto 1412 del feudo di Bor- 
gomanero. 

Riassunte così tutte le notizie che, per quel torno di tempo, 
abbiamo potuto raccogliere sulle terre minori della Lomellina, 
vediamo quaP era allora la condizione politica di Mortara. 

* 
* # 

Col capitolo 9° del trattato il conte di Biandrate liberava la 
•podesteria di Mortara dalla soggezione della città eli Pavia, anzi 

(1) Il Gusmani, riportando da Lazzaro Cotta (Museo Novarese), ricorda che in- 
orilo al 1500 ebbe fama di letterato Giov. Tornielli, signore di Parona. Di 
ui esistono atti notarili rogati nel 1496 in Mortara dal not. Pietro Ferrari 
A.ich. Not. di Vigevano). Si tratta senza dubbio di un discendente del Tor- 
ielli sopra ricordato. 



— 33G — 

s* impegnava, noi caso che avesse fatta la pace con Filippo Mari; 
di far confermare e ratificare anche dar Filippo Maria quella lib< 
razione e tutti gli altri privilegi. 

E la parola fu mantenuta. Finché Facino visse, Mortara si 
indipendente' dal comune eli -Pavia, e quando egli nel maggie 
1412 venne a morte, l'impegno d'onore fu ereditato dalla sua 
vedova Beatrice di Tenda. Costei divenuta subito dopo sposa di 
Filippo Maria e duchessa di Milano, nella fusione 'coniugale dei 
domimi, volle riservato a se il governo personale di alcune terre, 
tra cui Mortara, acconsentitegli dal marito duca a titolo di ali- 
menti. Beatrice stessa scrive : « Sicut... per conecssas nobis suas 
patentes litteras evidentissime cerni potest,.... dictam terram Mor- 

tarii et quascumque alias terras quas habemus liberas nobis 

tradidit et immunes, uncle possemus nostra percipere alimenta » (1). 

Il contributo versato dal comune eli Mortara alla camera o 
cassa privata della sua diretta signora Beatrice era il medesimo, 
che Mortara avrebbe dovuto (per la convenzione 1406) pagare al 
duca, quand' era ancora conte di Pavia, e cioè fiorini 275 annui, 
a rate trimestrali. 

La duchessa amministrava il suo dominio particolare indi- 
pendentemente dal resto del ducato, inviando ordini, lettere, pri- 
vilegi alle sue terre, senza inframmettenze del duca : cosi Mor- 
tara per tutti gli affari pertinenti era trattata direttamente dalla 
duchessa. 

Infatti Beatrice, poche settimane dopo il matrimonio col duca, 
inviava ai Mortaresi la lettera personale, che qui pubblichiamo, 
(20 luglio 1412) per confermare i privilegi loro in antecedenza 
accordati dalle convenzioni successive del conte di Pavia e del 
conte di Biandrate, di lei primo marito, dal quale aveva eredi- 
tato Mortara. 

Il dominio particolare della vedova di Facino Cane sopra Mor- 
tara durò ininterrotto fino all' anno della sua decapitazione, 

(1) Vedi : R. Majocchi — Una lettera di Beatrice di Tenda ai Pavesi in 
favore di Mortara, in Bollettino della Società Pavese di Storia Patria — 
1904 : fase. 3°. 



- :;:;t — 

llis, nel quale, il w i~ luglio, Beatrice di Tenda, saputo di cerje 
BUere scritte dal Vicepodestà e referendario <Ii Pavia (h-c al 
comune e agli uomini di Mortara per gravarli d' imposta, prote- 
stava contro l'indebita ingerenza di quei magistrati negli affari 
dolla sua terra di Mortara: « Requirimus vos ut nec de dieta 
terra noe aliis terris nostris vos de cetero intromittatis homine- 
sque earum, centra solitimi, ullatenus non gravetis » (1). 

Colla morte dell' infelice signora di Mortara ha termine il 
dominio Cane sopra questa terra, rientrando essa nel settembre 
14.18 sotto il diretto governo di casa Visconti. 

A. Boffi e F, Pezza 
(I) R. Malocchi, doc. cit. 



838 — 



IDOCTJ^diE^TTI 



I. 



Convenzione politica tra Mortara e il conte di Biandrate 

1409 — Indictione seounda, Die 12 Novembris. In nomine Do- 
mini lesa Christi eiusque Gloriosae Virginis Mariae, utriusque Ioan- 
nis Baptistae et Evangelistae et Beati Laurentii Patroni Terrae Mor- 
tarii totiusque Coelestis Curiae Triumphantis Amen. 

Haeo sunt pacta quae per hoinines et Comunitatem Mortarii re- 
quirentur ab Illust. et Magnifico DD. Comi te Biandrate etc. videlizet. 

Primo. Quod praefatus D. Comes dignetur dictam terram Mortarii, 
Commune et homines ac eorum res et bona defendere custodire et 
salvare a quacunque persona, personis, Communi, Collegio, et Uni- 
versitate. 

Responsio Magnifici Domini praelibati. Nostrae intentionis est in 
Dominio et protectione nostra suscipere Terram Mortarii ac Commune 
et homines ipsius et ideo intendimus ipsam terram, Commune et ho- 
mines ac eorutn res et bona toto posse nostro defensare custodire et 
salvare a quacunque persona. Communi, Collegio et Universitate. 

Item, quod praefatus D. dignetur confìrmari facere dictae Com- 
munitati investituram (1) seu locationem ei factam per Commune et 
homines Novariae de Aqua Aconiae, et ei dictam Aquam concedere 
in futurum posse ducere et duci facere per quaecumqne loca terras 
et possessiones, per quae et per quas hominibus dictae Communitatis 
Mortarii videbatur et placuerit, solvendo dominis fundorum damna, 
quae passa fuerint prò Rugiis fiendis prò dieta Aqua ducenda : ita 
et taliter quod dieta Communitas, aquam dicti fluminis habeat con- 
tinue prò usu suo, et quod non permittant tenere nec facere nec fieri 



(1) Con atto dell' 8 febbraio 1376 i consoli di Novara concessero a Mortara 
di cstianc acqua dall' Agogna con bocca di presa sopra Nicorvo a scopo irriguo 
contro V offerta annua di 10 libre di cera da parte dei Mortaresi alla chiesa 
di S. Gaudenzio di Novara. — Vedi Giuseppe Gusmani. — Storia ms. détta 
Lomellina — Stai aia Novariae — L' originale dell' invest tura sta nell'Archivio 
di Stato di Milano. Quell' investitura fu causa di questioni giudiziarie durate 
dal secolo XV fino a quest'ultimi anni, provocando una vera fioritura di mono- 
grafìe e opuscoli legali sull'argomento. 



fftoere por Commnne et homines Conflentiao (1) nec por aliquam Com- 
muni! afoni, Collegium, Universi tatem, voi per aìiam aliquam gingil- 
la ivm personani, in et super eius territorio desuper buccam Rugiae 
diotae Communi tati s Mortarii aliquam Rugiam nec alveum per quem 
labi possit aqua dicti fluminis et extrahi a dicto flumine, nisi Com- 
mune et homines Rodobii (2) ipsis attendentibus sententias latas inter 
Oommunitatem Mortarii et ipsos, et revertendo aquani in ipso flumine 
prout tenetur de supra locum Nicorvi. 

Responsio praefati Domini — Intendimus manutenere et conser- 
vare Communi Mortarii iura quae habent occasione investiturae seu 
locationis eis factae de aqua contenta in praedicto capitulo, et dieta 
eorum iura defendere providebimusque quod nec per Commune et 
homines Conflentiae n-ec per aliam Communitatem, Collegium seu Uni- 
versitatem vel aliam singularem personam desuper buccam Rugiae 
dictae Communitatis Mortarii fiet aliqua Rugia sive Alveus contra 
t'ormam iurium ipsorumque de Mortario et si quid indebitimi factum 
Bit .revocari et tolli faciemus. ' 

Item. Quod praelibatus D.nus dignetur per se et per alios non 
ponere nec poni facere dictae Co in munitati et hominibus Mortarii nec 
in Territorio potestariae dictae Terrae aliquas collectas, taleas, fodra 

(1) Sul!' irrigazione del territorio di Confienza sappiamo che i canonici del 
Capitolo di Novara consegnarono il 19 giugno 1454 ad Antonio Collino e ad 
litri sindaci e procuratori del comune di Confienza V uso dell' acqua cadente 
ìel molino di Monticello (Atto di locazione nel volume Eredità a favore della 
•hiesa e del Capitolo di Novara — in Archivio Capitolare ibidem). 

(2) Della lite scoppiata per questione delle acque dell' Agogna tra Mòrta- 
esi e Robbie-n, e alla quale alludono le sententiae latae non abbiamo trovato - 
raccia scritta. Che anche a Robbio il Comune di Novara avesse accordato il 

i ritto d' estrazione d' acqua dall' Agogna, si comprende dati i grandi interessi 
he la chiesa Novarese aveva nel territorio di Robbio. Infatti nel precitato 
olume dell'Archivio Capitolare di Novara trovammo cenno dei seguenti atti: 
230 — 11 aprile. Procura fatta nel capitolo Novarese da Alberto di Cilavegna 
escovo di Savona canonico novarese e da altri in testa del canonico Alberto 
5 Saluzzola per richiedere i frutti di certe possessioni della chiesa Novarese 
sistenti in Robbio, Nicorvo, Castelnuovo, Rosasco, S. Angelo ed Olevano — 13 
iwrno 1297. Donazione 'fatta a detta chiesa da Pietro Colia di Robbio di un 
ezzo di terra situato in Casaleggio (cascinale di Robbio) — 13 giugno 1297. 
onazione di 9 pezze di terre in Robbio a detta chiesa, fatta da Rainerio, Ric- 
ordo e Guidone figli ed eredi del fu conte di Langosco — 1350, 2 dicembre 
disegna dei beni della chiesa di S. Maria di Novara situati in corte e. te. - 
torio di Robbio confermata per autorità di Bertolino Rosso podestà di Robbio 
- Seguono atti d'affìtto dei detti beni per gli anni 1353, 1382, 1496, 1504, 
505, 1548. 



- 340 — 

praestantias, datia, Gabellas, Pedagia, Imbottatnras, nec aliqua alia 
onera realia, nec personalia, nec mixta, nec possit nec debeat se in-! 
termittere de intratis et redditibns dictae Communitatis, sed integra 
remaneant et remanere debeant ipsi Communitati et homines prout 
prò tempore praeterito remanserunt ; sed solum habeat censnm; quod 1 
praestare debeat ipsa Communitas 111. et Ex. D. D. Corniti Papiae,; 
qui est florenorum ducentum septuaginta quinque singulo anno in 
termino et terminis contentis in Instrumento (1) pactorum praefati 
D. Comitis Papiae, et dictae Communitatis et qui animus solutionis 
oensus incipiat in Kalen. Ianuarii proxime futuri. 

Responsie suprascripti D.ni. — Nostrae intentionis est honorabi- 
liter suscipere dominium dictae Terrae, propterea volumus in nos et 
Camerain nostram habere Datia et Pedagia ipsius Terrae solita quon- 
dam tempore bonae memoriae Illust. D. Ducis Mediolani ; non inten- 
dimus autem imponere dictis hominibus aliquas taleas, praestita nec 
alia onera, nisi magna necessitate urgente, et isto casu onera super 
extremo ponantur, et census floreriorum ducentum septuaginta quinque, 
de quo in capitulo fit mentio dictis Communi et hominibus remitta- 
tur et totaliter relaxetur. 

Item quod ipsa Communitas et homines ipsius Terrae possint et 
valeant in futurum ducere de eorum grano et biado ad quaecumque 
loca Illust. D. Ducis Mediolani et quaecumque alia loca, ubi eis et 
cuilìbet ipsorum placuerit, totiens quotiens dictae Communitati e( 
hominibus placuerit et ad eorum et cuilibet ipsorum libitum volun 
tatis, dummodo non sint rebellia praelibatae D. Dominationis Corniti? 
Blandrate absque solutione alicuius datii pedagiique vel Gabella* 
nisi dumtaxat pedagia et datia, quae solvi consuerunt tempore quon 
dam Illust. et Ex. dicti D. Ducis Mediolani. 

Responsio D. memorati. — Placet nobis quod Commune et homi' 
nes Mortarii de eorum grano et biado solitum dare possint conducert 
per et ad omnia loca Dominationis nostrae et ad alia loca, dummodf 
non sint rebellia vel seu inimica vel suspecta nostrae Dominationis 

Item quod praefatus D. Comes dignetur remittere omnes inuiria* 
quas ipsum praefatum Doininum sustinuisse appareret per aliquen 
de Mortario, verbo vel facto, quod absit, nec contra personas res e 
bona ipsorum aliquid innovari facere, et quod ipse praefatus Dominio 
dignetur aliquam non facere novitatem contra aliquem de Mortario 
qui sit extra Terram Mortarii, in quo loco sit, sint vel fuerint, ne< 

(1) Dei patti conchiusi tra Filippo Maria conte di Pavia e il comune d 
M or tara manca L'atto; sappiamo però dalla lettera di Beatrice di Tenda chi 
pubblichiamo in fine, che quei patti furono stabiliti il 24 dicembre 1406. 



— 341 — 

io eorum bonis, sed praedicti absentes possint et valeant tubo et se- 
cure venire ad dietimi locum Mortarii, ibidem permanere quomodo- 
ounque voìuerint absque impedimento et ei et eis salvum conductum 
et plenam fidanciam dare veniendi et standi, ut praemittitur et omnia 
bona illorum de Mortario usurpata et sequestrata per praefatum D. 
sive per alium eius nomine aut per aliquem alium quovis modo libere 
relaxentur, et restituentur eis vel ei cnius vel quorum sunt. 

Responsio D.ni. Remittimus oinnes iniurias nobis et honori nostro 
quovis modo factas per Commune et homines Mortarii si quae factae 
sunt, quod tamen non credimus, et placet nobis quod quicumque ab- 
sontes a Terra Mortarii possint tuto libereque venire ad dictum locum 
Mortarii et ibidem permanere et stare suisque proprietatibus et bonis 
gaudere et uti fruì ad eorum libitum voluntatis, ipsis tamen praestan- 
tibus nobis debitam fidelitatis sacramentum. 

Item quod prafatus D. dignetur nec per se nec per commissam 
personam modo aliquo exigere aliquod debitum nec exigi facere, quod 
dieta Communitas et homines ipsius seu aliqui ex eis debeant cum 
aliqua persona et dare deberet. 

Responsio D.ni. Non intendimus exigere nec exigi facere nomine 
nostro dictae Communitati et homini-bus aliquid contra iuris debitum. 

Item, quia bona certorum de Mortario esistentia in Papia dicuntur 
vendita et usurpata, si contigerit praefato D. Corniti Blandrate de 
concordare cum Illust. dicto D. Comite Papiae aut Dominium ipsius 
Civitatis adipisci, quod et tunc eo casu et casibus ipse D. Comes 
Blandrate dignetur restituì facere ipsa bona existentia in ipsa Civi- 
tate, et etiam alibi usurpata occasione Dominationis vel alia quavis 
occasione ipsis de Mortario restituere ac restituì facere in eo statu 
in quo erant ante Gruerras incohatas inter praefatos dominos. 

Responsio D.ni. — Intendimus conservare et manutenere homines 
Mortarii in eorum bonis iuribus et proprietatibus de quibus fuerunt 
indebito spoliati seu privati et ad quorum restitutionem intendere 
quandoquidem nobis possibiliter aderit. 

Icem quod praefatus D.nus dignetur ponere et tenere in dieta 
Terra Mortarii unum Potestatem iurisperitum (1) cum mero et mixto 

(1) La stessa condizione del podestà giurisperito aveva domandato Vigevano 
iella convenzione con Facino Cane conchinsa 4 mesi prima (Colombo A. — 
Un contributo alla storia di Facino Cane). 

11 salario variava secondo i tempi; nel 1409 era di 18 fiorini mensili; nel 
1447 (Convenzione di Mortara con Francesco Sforza — in Libro dei Privilegi 
Iella città di Mortara — pag. 10) era di 15 o 20, secondo che aderivano alla 
3 otestaria di Mortara anche i comuni di S. Angelo e di Cilavegna. 



- 342 - 

imperio, et quod omnes condemnationes, quae fieri contigerit pei 
ipsum D. Potestatem a decerci florenis infra ac et banna sint et esst 
debeant dictae Communitatis, aliae autem excedentes decem sint pn 
inediecate D. praelibati et prò alia medietate dictae Communitatis 
ciirn salaria florenorum decem octo singulo mense, et qui potestà* 
non esse debeat Guelphus, nec de locis circumstantibus per vigint 
miliaria, et non possit tenere aliquem No tari um nisi de Terra Mor 
tarii electum more consueto, et idem D.nus. Potestas teneatur tenen 
duos familiares. 

Responso D.ni. Sem per nobis cordi fuit homines Mortarii neduii 
conservare, sed etiam augere in eorum iurisditionibus, honoribus e< 
utilitatibus, propterea consentimur et placet nobis tribuere dictai 
Cummunitati merum et ìnixtum imperili m, gladii potestatem et omni 
modain iurisdictionem, ac deputare prò potestate Iurisperitum Gibel 
linum, qui non fit de locis circumstantibus Terrae per viginti milliari; 
et de aliis in dicto Capitulo compehensis benigniter compiacere. 

Item quod praefatus Dominus dignetur dictam Terram cura membri 
suis liberari facere a Oivitate Papiae et a subiectione ipsius Civitati 
per Illust. D. D. Duces Mediolani, et de dieta terra Mortarii merur 
et mixtum imperium dare in futurum et omnia membra Potestariae (.1 
ipsius, quae erant tempore quondam bonae memoriae Illust. DD. Ga 
leazii responderi facere dictae Terrae Mortarii et Potestati ipsius, e 
si contingerit ipsum praefatum D. Comitem Blandrate cura Illus 
D. Comite Papiae concordiain habere, quod tunc et eo casu dictai 
liberationem et omnia suprascripta confirmare faciat per praefatui 
D. Comitem Papiae et liberare ipsam Communitatem a praestation 
census praedicti, qui praestari debuit omni anno D. Corniti Papiat 
qui praestitus non fuit occasione expensarum factarum propter cor, 
ditiones pessimas occursas (2), et ab omni toto eo quod dictus Come 

(1) La potestaria di Mortara comprendeva Parona, Cergnago, Olevano, C- ; 
retto, il castello à' Agogna e il villaggio e castello d'AIbonese allora facon 
parte anche del territorio comunale mortirese ; S. Angelo e Cilavegna si v; 
levano facoltativamente del podestà di Mortara. Al potestà oltre fo stipend 
venivano assegnate F alloggio e le massarizie di casa « che non si possono b 
valisare ». Il podestà durava in carica un anno e alla fine della gestione v 
ni va « sindicalo ». (Convenzione con Francesco Sforza loc. cit.). 

(2) « Fxpensae factae propter conditiones pessimas occursas »: é un* ali 
sione a spese di guerra dovute sopportare forse per la maggiore fortificazioi 
del comune, tra gli anni 1406 e 1409, induzione resa probabile dal fatto ci 
Facino Cane non potè prendere Mortara che colle armi della diplomazia e <1< 
l'astuzia bellica di quei tempi. Infatti il contesto del capitolo seguente e 1 il 
forma che Facino Cane fece arrestare gli ambasciatori di Mortara e imprigi 



— :u:r- 

fapiae petere posset quovismodo. et quacunque occasiono, qui cogi- 
tare et dici posset, et cancellari facere omnia banna et omnes con- 
demnationes datas et factas illis de Mortario per praefatum D. Co- 
mitein Papiae et etiam Commune Papiae. 

Responsio D.ni. Contentamur, et placet nobis liberare terram Mor- 
tarii a Civitate Papiae, ita quod habeat merum et mixtum hnperium, 
prout supra. Contentauiur etiam et placet nobis quod omnia banna 
et condemnationes ac debita quae et quas Commune et homines Mor- 
tarii habent in Commune Papiae, cancellentur et nullatenus exi- 
gantur. 

Item quod praefatus D. Comes Blandrate dignetur liberare et ab- 
sque ulla solutione relaxari facere Ambasciatores et homines de 
Mortario detentos in Viglevano et cassari et an miliari et cancellari 
facere omnes processus et condemnationes diversimode factas de Gu- 
lielmo f. q. Mozardini habitatori Terrae Mortarii et ipsum liberari, 
ita quod de caetero non possit in futurum molestari, nec inquietari 
criminali ter seu civiliter, et bona eius capta, sequestrata seu usur- 
pata praemissis de causis libere sibi relaxentur. 

Responsio D.ni. Contentamns et placet nobis prout in capitulo 
continetur. 

Item quod praefatus D.nus dignetur salvum conductum facere et 
liberam fidanciam Paulo de Bonsignoribus Potestati Mortarii standi 
et permanendi in dicto loco Mortarii et in aliis locis Dominationis 
Praelibatae usque ad octo menses proxime futuros et eundi Medio- 
lanum Papiam et alibi ubi ei magis placuerit cum eius familia, rebus 
et sociis et prout ei placuerit. 

Responsio D.ni. Placet nobis et contentamur, quod dictus Paulus 
de Bonsignoribus veniat habitatuin cum eius familia bonis et rebus 
in terra nostra Viglevani per octo menses et ei concedere salvum 
conductum prout in capitulo continetur. 

Item quod dicti homines Mortarii possint et valeant per territoria 
3t terram praefati D. Comitis ducere et duci facere in futurum vic- 
;ualia et mercadantias et alias res absque solutione alicuius datii, 
oedagii, vel gabellae, taliae, collectae vel alio quovis nomine censea- 
;ur, exceptis dumtaxat datia, pedagia, gabella et alias gabellas, quae 
lolvebantur tempore quondam bonae memoriae Illust. dicti D. Ducis 
Mediolani, et prout tunc temporis solvebantur, et praedicta ducere 
>ossint ad eorum et cuiuslibet voluntatis totiens quotiens eis cuilibet 
psorum placuerit. 



ire in Vìgevano già da lui conquistata, fece condannare e processare ripeta- 
mente Guglielmo di Mozardino abitante di Mortara, sequestrandone i beni 
tto ciò per impressionare i Mortaresi e piegarli a trattative di resa. 






— 344 - 

Responsio D.ni. Contentamur et placet nobis quod ipsi homines 
possili t conducere et conduci facere mercimonia et alias res prou 
alii nostri subditi et fideles soluti datiis et pedagiis conducere possunt 

Item quod praedicti Commune et homines non teneantur solver 
aliquid prò bollettis Civitatis Novariae cum sint diocesis Novarien- 
sis (1). 

Responsio D,ni. Non intendimus quod homines Diocesis Novarien 
sis teneantur ad solutionem bolettarum civitatis Novariae. 

Item si contigerit dictam Commuuitatem et homines ipsius velie 
ducere vel duci facere aliquam calcinam in futurum seu lapides 
calcina, necnon assides ferramenta, et alia necessaria prò eorum for 
talitiis per terras et loca et transita praefati D.ni quod ipsam et ip 
sum ac ipsa conducere et conduci facere possint absque solution* 
alicuius datii, pedagii. gabellae, seu taliae. aut collectae. 

Responsio D.ni. Placet nobis et contentamus compiacere dicti: 
hominibus de contentis in dicto Capitulo. 

Item, quod det dictae Communitati et hominibus licentiam omni 
modani et bagliam concedi statuta et ordinamenta ac reformationes 
prout ipsis Oommunitati aut electis per ipsam Communitatem pia 
cuerit, quae statuta prius approbata per praefatum D. observentur ii 
dieta Terra et Potestaria Mortarii prò iure municipali in futurum (2' 

Responsio D.ni. Placet nobis prout in capitulo continetur. I 
quorum Testimonium praesentes fieri iussimus nostrique sigilli mi 
nimine roborari. 

Comes Blandrate 

(1) La giurisdizione ecclesiastica non corrispondeva a quella civile in quesl 
porzione occidentale e settentrionale della Lomellina : dipendenza civile • 
Pavia, diocesana da Novara: così a Cassolo, Gravellona, Vigevano, Gambol 
Mortara. 

Inoltre il territorio e 1' abitato stesso di Mortara erano divisi tra le di 
diocesi di Pavia e Novara : a quest' ultima appartenevano tre quarti della ]> 
polazione: sul qual fatto i Mortaresi fondavano la loro richiesta di esenzioi 
dal pagare le bollette del dazio, quando entravano in Novara. (Vedi F. P. S 
vabella, Le chiese, V arte, la beneficenza in Mortara ai tempi della visita ap< 
stolica di S. Carlo Borromeo — in Pensiero LomellinO' n. 29 e 30 — 1903) 

(2) Gli statuti mortaresi compilati da una commissione eletta dal conni 
e approvati da Facino Cane conte di Biandrate nel 1409 appaiono per la priu 
volta nella storia di Mortara. 

I)i ossi è cenno nei diplomi successivi dei duchi di Milano, e perfino in 
l'articolo 15 della capitolazione di Mortara del 23 agosto 1658 (v. A. Cavag 
Sangiulianl — La fortezza di Mortara in Bollettino Storico Pavese 1896 pag. 29! 
Non abbiamo tuttavia potuto rinvenirne il volume : il prof. C. Giambelli rif 



- 315 — 

II. 
Conferma di Beatrice di Tenda della precedente convenzione 

Beatrix ducissa Mediolani comitissaque Papiae etc. 

Quascumque litteras pacta et capitula concessas et facta Commu- 
nitati et hominibus nostris Mortarii tam per Illust. D. et honoran- 
àissimum Consortem nostrum D. Ducem Mediolani tunc Comitem 
Papiae, quain per Magnificum recolendae memoriae Consortem no- 

riva ad uno di noi che nell'Archivio di Stato di Torino tra le carte dei Paesi 
di nuovo acquisto, primo mazzo : Mortara, esiste una pagina degli statuti mor- 
uuvsi : non abbiamo [ero potuto esaminare il contenuto di quel foglio. 

Ma esistevano statuti mortaresi prima del 1409 ? Noi crediamo che le pote- 
starie, divisioni amministrative corrispondenti ai moderni mandamenti, fossero 
ab antico regolate da statuti ossia consuetudini scritte, le quali ordinavano le 
norme all' ufficio del podestà, all' azione dei consigli generali e dei sapienti, 
a quella dei consoli ecc. Ora tra le notizie, disgraziatamente frammentarie, ri- 
masteci del comune medioevale di Mortara, troviamo provata V esistenza della 
potestaria mortarese da 2 rescritti ducali rispettivamente del 14 febbraio 1395 
e 9 aprile 1400 (Museo Civico di Storia Patria — Pavia); resistenza del vi- 
cario del potestà e del Consiglio mortarese dei Sapienti dalla petizione del Co- 
mune di M. al Comune di Pavia in data 12 agosto 1299 (ibidem). Dei 15 ca- 
pitoli, di cui si compone la petizione avanzata dal vicario Mucio Borghesi e 
dagli ambasciatori mortaresi Ottone de Mafeo, Uberto de Castino e Jacomo 
Boxano dopo la presa, il sacco e V incendio di Mortara per parte del Comune 
di Milano, il 15° chiede che del contenuto nei capitoli precedenti sia fatto uno 
statuto e un ordinamento netto reciso, « de praedictis omnibus et singulis et 
quolibet praedictorum fìat statutum et ordinamentum tronchum et precisum 
perpetuo duraturum nonobstante aliquo alio decreto in contrario facto ». I Pa- 
vesi, sentita la relazione del sapiente Castellino de Strata, non solo approvano 
lutti i 15 capitoli della petizione, ma terminano confermando e convalidando 
tutti i decreti, gli statuti, gli ordinamenti, le provvisioni e le riforme dei con- 
sigli del comune di Pavia fatte a favore del comune di Mortara « omnia de- 
creta statata, ordinamenta provisiones et conxiliorum .reformationes comunis 
-'apiae, quae facta f aerini in favor em ipsius comunis et hominum dicti burgi 
Mortavi », inscrivendo tutto quanto per ordine nel volume degli statuti del 
:omune di Pavia. Sono evidenti le tracce storiche degli statuti mortaresi nel 
lecolo XIII, lumeggiati sia in qualche loro singola parte, sia nelle generalità 
Iella loro raccolta. 

Gli statuti, col cambio frequente delle signorie, col moltiplicarsi dei decreti 
dei privilegi, invecchiavano presto imponendo la necessità di essere rifer- 
iti e rimodernati. Cosi gli statuti approvati da Facino Cane vanno intesi 
• el senso di una rifjrma di quelli antichi : lo stesso dicasi di quelli di Vige- 

22 



— 346 — 

strani Comitein Blandrate et nos approbamus ratificamus et harum 
serie confirinainus, relaxantes et dimittentes eis datia panis, vini el 
car ninni et Imbottaturae vini et pedagii dictae Terrae, cum condi- 
tione tauaen et intenderne, quod ubi vigore litterarum praefati D. Co- 
mitis Papiae, datarum Papiae die 24 mensis Decenibris 1406 Indic- 
tioue nona, signatarum Ardenglius et Ioannes, praedicti Coniinune et 
houiines Mortarii solvere tenebantur de annuo censu florenos ducentos 
septuagiuta quinque in terris in ibi comprehensis teneantur modo 
solvere et cum effectu solvant Camerae nostrae florenos quingentos 
singulo anno, in quorum terminis ac de tribus mensibus in tres menses 
videlizet singulis tribus mensibus florenos centum viginti quinque. 
Quodque salem per impostam levare teneantur et debeant a gabella 
nostrae prout tenebantur et levabant tempore quo suberant Dominio 
et Gubernationi praefati Oomitis Blandrate, mandantes magistris In- 
tratarum nostrarum, potestati nostro Mortarii caeterisque nostris offi- 
cialibus ad quos spectat et spectabit quolibet in futurum quatenus 
has littoras nostras observent invéolabiliterque faeiant observari. 

Datis Abiate sub nostri Impressione sigilli die 20 mensis Iulii 
1412 Indictione quinta. 

Iacobinus (1) 



vano del 1392. Così quelli approvati da Facino Cane, a cui pertanto Mortari' 
deve riconoscere un' era nuova nel suo diritto municipale, furono poi rifor- 
mati secondo moderni criteri di larghezza maggiore nel 1620, fondendoli ccr 
quelli di altri 24 comuni viciniori e traendone gli Statuti Lomellini (riport. di 
M. Zucche — Dell' origine del nome di Sannazzaro de 1 Burgondi — 1904. Mi 
scellanea di storia Italiana S. III. T. XI. pag. 31). 

(I) Nota che il Jacobinus segretario della particolare amministrazione dell' 
duchessa di Milano, copriva la stessa carica presso Facino Cane conte di Bian 
drate, di cui firmava la convenzione con Vigevano (vedi A. Colombo loc. cit 
pag. 339). Ciò per dimostrare nei rispetti con Mortara la continuità del do 



PER LA STORIA DELLE ORIGINI 

DEL 

TEATRO FRASCHINI 



Il prof. G. Bustico ha recentemente raccolto nel nostro pe- 
riodico (an. Ili e V 1903-1905) un ragguardevole materiale per 
la storia artistica elei teatro Fraschini ; ma i lettori che hanno 
avuto la pazienza di seguirlo sino alla fine del suo lavoro de- 
vono essersi più volte domandato se alla vera storia del Teatro 
nei suoi rapporti col pubblico e come fonte di emozioni estetiche 
possa bastare una monotona esposizione di nomi e di date, una 
semplice raccolta di materiali scheletrici, destinati piuttosto a 
fornire utili notizie all' erudizione che a far rivivere, in tutta la 
sua varietà pittoresca ed aneddotica, la fisonomia del nostro mas- 
simo teatro lirico nei primi suoi centoventisette anni di vita. 

A questo lavoro di ricostruzione, che richiede molto tempo 
e una larghezza d' indagini ben maggiore di quella che poteva 
pretendersi dal Bustico, dato il carattere della sua pubblicazione, 
penserà altri a tempo opportuno. Credo intanto sia il caso di far 
conoscere un documento, del quale nessuno ha parlato eli quanti 
finora si occuparono del Teatro Fraschini, e che pure ha un' im- 
portanza capitale, per la luce che gitta sulle origini di esso e 
sugi' intenti di coloro che primi ne promossero l' istituzione. È 
piesto il Plano o disegno col quale i quattro gentiluomini D. 
Francesco Gambarana Beccaria, il marchese D. Pio Bellisomi, il 
marchese D. Luigi Bellingeri Provera ed il conte D. Giuseppe 
horgi Vistarmi, detti i quattro Cavalieri Associati, posero le basi 
lei teatro lirico di Pavia, tracciando in una serie di capitoli e 
ii articoli una specie di regolamento generale inteso a discipli- 



348 






tiare hi polizia del Teatro, il governo e il buon ordine degli spet- 
tacoli, i rapporti tra proprietari e palchettisti, a determinare, in- 
somma, tutta T organizzazione tecnica ed economica del nuovo 
istituto. 

La lettura di questo Piano riesce estremamente interessante. 
Esso ci permette di addentrarci in quella società pavese del sec. 
XVIII, così imbevuta di spirito aristocratico, ma pure, in mezzo a 
tante frivolezze che la caratterizzano, cosi avida di piaceri intel- 
lettuali e capace di sentire ed apprezzare in alto grado la funzione 
sociale ed educativa dell' arte. Ma, oltre all' interesse storico, il 
Plano può anche avere valore di documento non inutile a con- 
sultarsi, mentre durano non ancora ben definiti i rapporti tra il 
Comune, subentrato agli antichi proprietari, e i privati palchet- 
tisti. Perciò credo che, anche sotto questo rispetto, il documento 
sia degno di pubblicazione. Io ne devo la notizia all' egregio cav. 
Oreste Bisio, segretario generale al Municipio, che lo trasse recen- 
temente dall' incartamento relativo all' eredità Fraschini ed ebbe 
la cortesia di mostrarmelo. Al documento, trascritto in un bel 
quaderno a penna di buona mano del settecento, sono uniti al- 
cuni altri atti relativi alla fondazione del Teatro. Pubblico anche 
questi: sono brevi e meritano di essere conosciuti. 

G. Romano 






— 3-10 — 
I. 

77 Governatore di Milano respinge V eccezione sollevata 

da Signorolo Omodeo e autorizza V erezione del Nuovo Teatro 

a spese dei quattro Cavalieri Associati. 

1771. 13 luglio. 

Inteso il Serenissimo Amministratore coli' informazione del Sena- 
tore Podestà di Pavia eie' 20 dell' andante delle risultanze riguardanti 
1' erezione del nuovo Teatro, che intendono di far costruire a proprie 
spese li quattro Cavaglieri Associati, e che vengono nominati in detta 
informazione, dalla quale risulta non competere a Signorolo Omodeo, 
secondo il da lui dedotto, la supposta ragione di privativa pel suo 
Teatro. 

Fa F A. S. S. rispondere al succennato Senatore Podestà, che con- 
cede alli suddetti Cavaglieri Associati F implorata permissione di far 
fabricare F enunciato nuovo Teatro nella proposta decorosa e conve- 
niente maniera, al qual fine esso Senatore Podestà, sentiti li mede- 
simi Cavaglieri, passerà all' estensione del Piano pel regolamento e 
direzione del detto Teatro da trasmettersi previamente all' A. S. S. 
per la superior sua approvazione, 
Signat. Krentzun, 

II. 

Il Governatore della Lombardia Austriaca 

concede alcuni privilegi ai Cavalieri Associati per la manutenzione 

del Nuovo Teatro. 

In Actis Delegationum Demandate Iurisdictionis penes me Infrascrip- 
tum Notarium tanquam Cancellar •ium Civilem Regiae Curiae Praetoriae 
ac M % mi I. C. C. Regii Ducalis Mediolani Senatoris dictae Papiae Prae- 
toris non secus ac Infra prae caeteris reperilur. 

1772. Primo Maggio. 

Vista da S. A. R. F Instanza de' Cavalieri Associati per la co- 
struzione del nuovo Teatro di Pavia, e il Voto del R. Avvocato Fi- 
scale Bonacina, si è degnata accordare a favore dei Cavalieri sud- 
letti e per il sostegno e manutenzione dello stesso Teatro: 

1. La facoltà di far tenere Osteria, e Bottega da Caffè in quel 



- 350 — 

tratto di Strada nuova, che si comprende dalla Piazza detta del Gesù 
esclusivamente fino allo sbocco sulla Piazza del Castello, con la ra- 
gione proibitiva contro qualunque altro, purché non ne fosse in pos- 
sesso, o non avesse già il gius quesito, e con la condizione, che l'O- 
steria suddetta debba essere sogetta al Dazio del Bollino e alla 
Tassa del Mercimonio a forma degli ordini. 

2. La licenza di fabbricare, e vendere Sorbetti, e Acque gelate 
al Caffè del Teatro, rimossa eziandio l'obbligazione da Lui fatta di 
comprare il Ghiaccio alla Regia Impresa, stante 1' abolizione della 
medesima. 

E finalmente rispetto al permesso de' Giuochi di azzardo e dei 
Balli venali, S. A. R. accorda al Teatro Sod.to tutti li Privileggi, ed 
esenzioni, che competono in tale proposito agli altri Teatri di questo 
Stato, e con le med.me Cautelle, e modalità prescritte dalle Gride 
Gen.li, e dagli Ordini Governativi. Epperò incarica il Regio Sena- 
tore Podestà di Pavia, che comunicate ai Cavalieri Soddetti le sue 
Superiori determinazioni, invigili perchè siano eseguite colla dovuta 
regolarità. 

E' quanto all' elezione dei Direttori proponga Egli quel metodo, 
che crederà più opportuno, all' effetto, che la med.ma A. S. R. possa 
dare su questo articolo quella provvidenza, che stimerà convenire. 

Firmat. Pecci — Sottos. Bovara. 



III. 



Non secus ae infra in actis Cancellartele Ill.mi D.ni Senatoris Papìae 
Pretoris penes me Infrascriptum Notarium, Canee llarium, prue caeteris 
reperitur. 

PIANO 

del nuovo Teatro, che da alcuni Cavalieri Associati si sta 
ergendo nella Città di Pavia. 

Quello spirito, che ha incoraggito alcuni Cavalieri ad intraprendere 
con superiore assenso, ed approvazione, la dispendiosa Fabbrica di ur 
nuovo Teatro nella Città di Pavia, col quale si manifestasse l'impe- 
gnato loro zelo nell' accrescere lustro, e nel somministrare una deco 
rosa sorgente di onesti divertimenti alla propria patria, è quello stesse 
che in oggi gli anima a seriamente ponderare, e subordinare ossequio 



— 35) - 

Samente a S. A. R. (1) tutti que' mezzi, pratiche, e modalità, che ni 
orerìe influir possano a rendere lodevole la di lui Erezione economi- 
ci, la Sussistenza regolare, e piacevole la Direzione. 

Siccome però li Cavalieri associati hanno messo tutto il principio 
della animosa loro idea nella generosa beneficenza del governo portato 
a sempre più nobilitare questa parte di Stato, che sotto l'ombra favo- 
revole dell'Augustissima Sovrana va prendendo incremento, e splendore 
nell'alimento e nella buopa coltura delle civili Società; così dal gran 
Cuore di S. A. R. imploiano, e sperano tutti li vantaggiosi influssi 
della Sovrana Protezione, la quale, onorando con benigno aggradimento 
l'intrapreso impegno, loro compensi non meno il sensibile incomodo, 
che le grandiose spese le quali al solo fine di accrescere maggiore 
pregio al Principato, al pubblico, ed alla propria città, non hanno 
avuto ribrezzo di addossarsi. 

Tre punti di vista adunque si sono formati gli associati Cavalieri, 
cioè la decora Creazio ne, la ferma Sussistenza, e la ben ordinata Dire- 
zione del nuovo Teatro. 

CAPITOLO I 

Della Erezione 

1. Dalla molteplicità degli Associati la esperienza insegna, che 
spesse fiate ne diviene molestia, e danno alle Società. 

2. Quattro adunque siccome sono li Cavalieri, che in oggi formano 
l'associazione del nuovo Teatro, cioè il Conte Don Francesco Gamba- 
rana Beccaria, il Marchese Don Pio Bellisomi, il Marchese Don Luigi 
Bellingeri Provera, ed il Conte D. Giuseppe Giorgi Vistarini, cosi non 
dovrà col tratto successivo essa estendersi a maggior numero di indi- 
vidui. 

3. E quantunque a ciascheduno dei Sud. ti Cavalieri associati esser 
possa facoltativo il partecipare la propria Carratura a chi meglio loro 
piacerà, e parerà, ciò non ostante quattro solamente saranno sempre 
le voci, che dovranno ritenersi, e considerarsi nelle determinazioni ri- 
guardanti l' interesse, ed il buon regolamento della società med.ma. 

4. Potendo succedere, che più d' uno possa col tratto de' tempi 
avvenire aver ragione, o parte nella Eredità delli presentanei asso- 
ciati, uno solamente degli Eredi, o in via di Primogenitura, o per 

(1) E l'arciduca Ferdinando, terzogenito di Maria Teresa, che nell'anno 
1771 venne a governare la Lombardia come luogotenente Cesareo e Capitano 
Generale. 



— 352 - 

nomina particolare del presentaneo associato, e così successivamente 
fino io perpetuo, avrà il diritto di intervenire e di essere chiamato 
nella Amministrazione del nuovo Teatro. 

5. S*ì per titolo Ereditario succedesse, che il diritto med.mo pas- 
sasse a qualche Università, Collegio, o mano morta, dovranno Essi 
dentro il termine di un'anno spropriarsi di un tale diritto con quel 
contratto, che più loro aggradirà, e trasferirlo in persona assoluta- 
mente Nobile e qualificata della città di Pavia, la quale abbia luogo 
di voce attiva e passiva, e sia admessa nella Società, ben inteso però, 
che la Persona quale vorrà sostituirsi come sopra sia previamente 
approvata, ed aggradita dal Corpo della Società med.ma. 

6. Avvertendo, che [se] il diritto med.mo passi o in una Femina, 
o in un Minore, sarà a questi facoltativo il delegare un Cavaliere be- 
neviso agli altri associati, il quale fino a che sia spirata la minorità, 
o che il diritto della Femina passi in soggetto abile come sopra, in- 
tervenga per essi alle adunanze, e nelle determinazioni si presti al 
miglior interesse, o del Minore, o della Femina successa. 

7. La Economia eia amministrazione del nuovo Teatro in quella 
parte, che risguarda l'interesse sarà tutta privativa delli Cavalieri 
Associati come sopra, o suoi successori, né si farà luogo che alcun 
Privato, o alcun Pubblico vi prenda parte, o s' immischi nelle riso- 
luzioni, riserbata soltanto al Governo la sovraeminenziale intendenza 
in caso di contestazione tra di essi, o per altri casi particolari, che 
richiedessero la Suprema Autorità. 

8. Si riterrà per ben stabilita, ed assolutamente eseguibile quella 
risoluzione, che nelle adunanze degli Associati prevalerà con un 

"voto di più della metà di quelli, che attualmente vi interverranno. 

9. Le adunanze, e le determinazioni, che in esse si prenderanno 
sortiranno la natura di regolari e legittime, sempre che alle med.rae 
intervengono tre degli Associati, ed alle med. me dovrà acquietarsi, e 
subordinarsi quello, che non sarà intervenuto. 

10. Precederà ogni adunanza un Avviso circolare da farsi tenere 
a ciascheduno associato, almeno nel giorno avanti dove il caso istan- 
taneo non richiedesse altrimenti, e gli avvisi circolari si spediranno 
in nome o del Cavaliere Associato constituito alla direzione del 
Teatro, o di quello, che sarà dalla Società deputato alla interna ed 
esterna economia del medesimo. 

11. Dipenderà unicamente da tutto il Corpo della Società la 
Elezione del Tesoriere, del Cancelliere, e di qualunque altro Uffi- 
ciale o Persona di Servizio, che possa abbisognare, e sarà pure al 
.med.mo riservato lo stabilire alli medemi quelli obblighi, modalità 

d'esercizio, e condizioni, che troverà del caso, e del proprio interesse. 



— 353 — 

12. Le anticipate sovvenzioni, die si sono fatte, o si andranno 
facendo per la Fabbrica del nuovo Teatro, e pel decoroso suo com- 
pimento si intenderanno fatte e da farsi a proporzione ed a misura 
dolla ('aratura, che ciascheduno de' Signori Associati ha presa nel- 
1' assunto impegno, e così proporzionatamente dovranno distribuirsi 
e il danno e gli utili, che se ne ricaveranno col tratto successivo, 
tanto si facciano in esso lo rappresentanze (1) a spese della Società, 
o si facciano in via di Impresa. 

13. Nella contingibile ripartizione delli utili si avrà di mira di 
ritenere per fondo di Cassa una sufficiente scorta di denaro ad ar- 
bitrio della Società, per esser pronta per qualunque impensata occor- 
renza risguardante 1' eretto Teatro. 

14. Siccome è ragionevole, che la Società procuri la reintegrazione 
del dispendio anticipato nella Erezione del Teatro, così è altrettanto 
giusto, che come di cosa propria disponga de' Palchi disposti nel 
Teatro medesimo giusta il Disegno formato dal Cavalier Bibiena (2). 

15. Quattro ordini di Palchi vedonsi nel detto disegno disposti, 
oltre la Superiore Loggia, che volgarmente si chiama Lobione; si ri- 
tengono di eguale nobiltà, comodo, e distinzione li Palchetti che for- 
mano il Rè Piano (3), e le due Superiori, prima, e seconda fila. 

16. Il più Nobile delli Palchi grandi e qualificati, che restano di 
mezzo alle fille, e sono di facciata al Palco Scenico, cioè quello che 
forma il centro della seconda fila, sarà riserbato in proprietà al Prin- 
cipe, il quale dalli Cavalieri Associati è supplicato degnarsi aggra- 
dirlo, e mancando il di Lui intervento, la Chiave ed uso interinale 
del med.mo resterà presso il Mag.co Sig.r Senat.re Podestà, se così 
allo stesso Principe tornerà in grado. 

17. Li Palchi del Proscenio saranno riserbati alla piena disposi- 
zione delli Cavalieri Associati, o dell' Tmpresaro, col quale piacesse 
a'. medesimi di contrarli. 

18. Gli altri Palchi tutti del sud.to Uè Piano e della prima e 
seconda fila devono intendersi esposti a venditori per il prezzo di 
Grigliati 40 (4) ; oltre l'annuo pagamento, del quale si parlerà nel se- 
guente Capitolo della Sussistenza, il quale vestendo la natura di Dote 
dello stesso Teatro dovrà annualmente corrispondersi daljlacqui- 
rente a quella persona, che sarà dalli Cavalieri Associati deputata. 

(1) Intendi : rappresentazioni. 

(2) Carlo Galli Bibiena, pittore ed architetto, appartenente ad una famiglia 
li artisti, che tra il seicento e il settecento, lasciò opere cospicue in molte 
'ittà (T Italia e all' estero. Carlo eresse il Teatro Comunale di Bologna, e morì 
i Milano nel 1774, un anno dopo V erezione del nostro Fraschini. 

(3) Cioè Ripiano, che ora corrisponde alla prima fila. 

(4) È lo zecchino fiorentino detto volgarmente gigliato dal suo contrassegno, 
lei valore attuale di lire 38 all' incirca. 



354 



19. Nella vendita di uno de' detti Palchi s'intenderà compreso 
anche il Camerino corrispondente, che al medesimo serva di commodo. 

20. Stando a cuore della Società, che nella compra de' Palchi resti 
in primo luogo servita e soddisfatta la Nobiltà, si farà dalla med.ma 
pubblicare un Avviso invitatorio col termine di 15 giorni, dentro il 
quale sarà prelativamente admesso alla compra del Palco il Nobile, 
od il Cavaliero, e si darà per fatto il contratto colla semplice firma 
dell' acquirente sotto una copia del succitato avviso invitatorio, co- 
sichè questa sola firma obblighi il compratore alla osservanza totale 
del Contratto, come se fosse ridotto a pubblico e giurato Instrii- 
mento. 

21. Viceversa, sarà cura ed obbligo delli Cavalieri Associati, avuta 
che abbiano la firma, come sopra, dall' acquirente, il far tener subito 
al med.mo una controscrittura, che per parte loro avvalori in di Lui 
Cauzione, renda fermo il contratto. 

22. Il prezzo convenuto delli sud. ti Giliati 40 dovrà essere pagato 
in mano della Persona, che dalla Società verrà deputata all' esigenza, 
tosto che sia ridotto a perfezione il nuovo Teatro, del che ne saranno 
li Signori Acquirenti avvertiti in tempo con previa esposizione di 
avviso, ben inteso, che nissuno de' SS. Acquirenti potrà metter mano, 
o esercitar atto possessorio nel Palco acquistato, se prima non avrà 
effettivamente sborsato il convenuto pagamento. 

23. Succedendo però, che il Teatro si apra prima, che taluno degli 
acquirenti abbia sborsato il costituito prezzo, intendono li Cavalieri, 
e proprietarii del Teatro disporre a loro beneplacito del Palco, e ciò 
non ostante 1' acquirente si intenderà tutt' ora obbligato alla manu- 
tenzione del Contratto, ed al pagamento del prezzo. 

24. Li suddetti Palchetti e Camerini si consegneranno aperti, e 
perciò le Porte de' med.mi saranno a carico, e piacere delli Signori 
Acquirenti, e ciò al fine, che ciascheduno de' med.mi possa disporre 
a proprio commodo, ed alla maggior sicurezza dell'acquistato Palco. 

25. Quantunque mediante lo sborso del convenuto prezzo debbano 
intendersi gli acquirenti liberi, ed assoluti Padroni de' Palchi, e Ca- 
merini acquistati; ciononostante non sarà a med.mi lecito il disporre 
alcuna., operazione intorno ai med.mi, la quale rompa, o disturbi in 
qualunque guisa 1' aspetto, e 1' architettura del Teatro, ovvero faccia 
pregiudizio, o noia al Proprietario, o usufruttuario del Palco vicino. 

26. Passati poi li quindici giorni, che si prefigeranno prelativa- 
mente a comodo, ed alla scielta della Nobiltà per 1' acquisto de' Palchi, 
sarà arbitrario alli Signori Cavalieri Associati il disporre di quelli 
che resteranno invenduti a petizione e comodo di qualunque altra 
Persona Civile, che si affaccierà per farne acquisto, ed anche gli Ac- 



- 355 - 

quirenti Civili si riterranno obbligati a tutte quelle Leggi, modalità, 
e condizioni di sovra espresse. 

27. Per garentire agli Acquirenti, che innutile essere non debba 
ni Loro piacere l'acquisto del Palco, si obbligano li SS. ri Cavalieri 
Associati dare nel nuovo Teatro ogni anno in tempo di Carnevale 
una Scenica Rappresentanza in musica, o Seria, o Buffa, decorata da 
corrispondenti Balli, e così .ìel tempo intermedio tra la Pasqua ed 
il tine di Settembre altra Rappresentazione di trenta giorni consecu- 
tivi, o semplicemente Comica, o piacendo alla Società anche in Musica, 
sempre però escluso il fatto di Principe, Guerra Guerreggiata in Pavia, 
Incendio del Teatro, Peste, o altra pubb.ca calamità. 

28. Ogni qualvolta alcuno de' SS. ri Acquirenti pensasse privarsi 
dell'acquistato Palco, mediante contratto di qualsivoglia natura, dovran- 
no primamente essere preamoniti e preferiti li Signori Cavalieri Asso- 
ciati, e piacendo ad essi di non rilevare il Palco, di cui vuole l'ac- 
quirente privarsi, dovrà questi aver presente neir alienarlo, che non 
passi in mano di Persona, che non sia nobile, o sia meno che Civile, 
e per impedire questa inconvenienza, prima di devenire alla conclu- 
sione del Contratto dovrà il med.mo partecipare alli stessi Cavalieri 
Associati per riportarne il corrispondente assenso. 

29. Benché debba intendersi facoltativo alla Società 1' affittare ad 
Impresaro il nuovo Teatro, ciò nonostante volendo alcuno de' Cava- 
lieri Associati prendere sovra di sé 1' obbligo delle sovra esposte an- 
nuali Rappresentazioni, dovrà il medesimo ad egual partito essere 
preferito, 

CAPITOLO II. 

Della Sussistenza 

1. Dipende primieramente la Sussistenza dalla conservazione del 
Fabbricato Teatro, e da tutte quelle decorazioni, che- servono a ren- 
lere più plausibili li Spettacoli che in esso si rappresentano. 

2. Quantunque il Teatro sia Fabbricato in cotto, e così non tanto 
acilmente esposto al funesto accidente d' Incendio, ciò non ostante 
ii intenderanno escluse dal Teatro medesimo le Torcie da vento, e 
lai sito delle Scene saranno escluse altresì le Braggiere, le Caldari- 
;lie (1), Pippe, e simili arnesi. 

3. Sarà sempre deputata persona avveduta, attenta, e fedele dipen- 
ente dalla Società, la quale in tempo delle attuali Rappresentazioni 

(\) Lo stesso che scaldini. 



— 358 — 

Sceniche si trattenga in Teatro anche di notte, e si faccia carico, che 
i lumi inservienti tanto alle scene, che alli Palchetti siano in luogo 
addattato, e in tempo debito cautamente estinti a rimozione d' ogni 
pericolo. 

4. A questa Persona deputata dovrà da ogni Palchetista essere 
affidata una Doppia Chiave del proprio Palco e Camerino per abili- 
tarlo alle oportune visite. 

. 5. Appaltandosi per Impresa il Teatro dovrà farsi esatta consegna 
delle Scene, Mobili, Cordaggi, e di ogni altra cosa inserviente al 
med.mo; e nell' atto della riconsegna sarà cura del Cavaliere Asso- 
ciato deputato all'Economia del Teatro il ripetere dall' Tmpresaro 
1' abbonamento di qualunque deteriorazione per sua colpa, o negligenza 
occorsa, toltone l'ordinario naturale consumo in stima di Perito. 

6. Ad ogni rinnovazione di Appalto si ritiene molto espediente, 
che oltre 1' Annua Pensione cui venga obbligato 1' appaltatore, si metta 
a carico del med.mo qualche accrescimento di Scena, o di altra De- 
corazione, che serva alla maggior Dotazione dello stesso Teatro. 

7. Dipendendo il prodotto del Teatro dal maggior concorso che 
esso abbia, sarà cura della Società, che non rendasi troppo gravosa 
alli Concorrenti la spesa dell'Ingresso, e però dovranno essere limi- 
tati li Biglietti a prezzo discreto proporzionalmente alla qualità degli 
Spettacoli. 

8. Non vi sarà esente dal pagamento dell' Ingresso senonsè il, 
Mag.o Sign.r Senatore Podestà, Il Signor Comandante delle Armi, il 
R.° Giudice Pretorio, 1' Uffiziale D'Ispezione, il Cancelliere della So- 
cietà, l' Aiutante del Sign.r Comandante, ed il Bastoniere (1) delle 
Feste da Ballo, limitatamente però a quelle sere, nelle quali vi sia 
Ballo in Teatro. 

9. Non sarà lecito alle Persone di Servizio che accompagneranno 
in Teatro i loro Padroni, come a qualunque altra persona di qualsi-, 
voglia classe 1' accesso ed ingresso alla Loggia Superiore volgarmente 
detta il Lobione, se non avrà prima pagato il contribuito, che propor- 
zionalmente alla loro qualità sarà stabilito. 

10. Per facilitare il modo di dare buone e plausibili rappresenta- 
zioni senza soverchio aggravio delli Concorrenti, si ritiene a vantag- 
gio del Teatro, previa la generosa superiore condiscondenza di S. A. R. 
già implorata, e che nuovamente si implora, il diritto in ogni tempo 
di Bottiglieria di Acque Gelate, Acquavita, Pasticeria, Osteria, Bot- 
tega di Galanterie, e cose simili, escluse però le Botteghe di Come- 
8 1 ibi li e Grassine, che cagionar possono nojose esalazioni. 

(1) l);il frane. hiHonnier : qui vale direttore. 



. 



857 - 



11. Sarà pure à beneficio di questo Teatro la privativa de' Giuochi, 
fino a die piaccia a S. A. R. di continuare la concessione seconda 
la norma degli altri Teatri. 

12. Ritenuta la concessione, che li Cavalieri Associati hanno dal 
Governo implorata (su di che' con Decreto delli 14 Settembre 1771 
si è il Governo stesso riservato di deliberare in appresso), si consi- 
dererà come Dote del Teatro anche il prodotto della Osteria, come 
di una delle Botteghe di Caffè, che essi intendono con ragione pri- 
vativa erigere e addattare nel breve tratto di Strada Nuova, che 
resta tra la Piazza del Gesù esclusivamente sino allo sboccare sulla 
Piazza del Castello. 

13. Durante il Carnovale sarà facoltativo alli Cavalieri Associati, 
ossia all'Appaltatore il dare Balli Mascherati in Teatro, e uelle sere 
di tali feste sarà proibito in tutta la Città il dare feste mercenarie, 
a riserva però che nel Teatro Omodeo, semprecchè però in esso at- 
tualmente vi sia una conveniente Rappresentazione. 

14. Mediante il Superiore Assenso sarà altresì privatamente fac- 
oltativo alli Cavalieri Associati l'aprire una volta la settimana il 
Teatro, anche fuori del tempo consuetto de' Pubblici Spettacoli, per 
dare una Accademia alla Nobiltà ed al Pubblico, ritenendosi questo 
un mezzo opportuno per alimentare l'esercizio della Musica, e così 
fare nuovi Allievi in Paese, li quali rendano poi meno dispendioso 
le Rappresentazioni in Musica, per cui si fa obbligo di chiamare da 
lontano parti forastiere con esorbitanza di mercede. 

15. A tali Accademie avranno accesso tutte le Persone nobili e 
civili, e ciascheduno potrà far conto de' proprj Palchi, pagando quel 
contributo, che con la maggiore discrezione si stabilirà per supplire 
balla necessità di una discretta ed onesta illuminazione, ed alla as- 
sistenza di Persone che servono, dove non basti all' abbonamento di 
:ali spese il ricavo sperabile dall' affitto in dette sere della Botti- 
glieria, Osteria, Pasticeria, ed altre Botteghe come sopra, ed anche 
dal Ridotto, fino a tanto, che saranno tolerati li Giuochi. 

16. Tutto questo però non si crede bastante alla sussistenza del 
Teatro amenochè da tutti li Palchettista per quel Palco che occupano, 
innualmente non [si paghi, come] si usa in altri Teatri, quanto bastar 
)ossa a formare una discreta Dote. 

17. Ogni Palco addunque delli sud. ti tre ordini considerati nobili 
lovrà corrispondere un annuo contributo, il quale formi la divisata 
ìecessaria dote, ma con la seguente distinzione. 

18. Ciascuno delli Palchi, che restano alla sinistra entrando, a 
iQOtivo di avere in qualche distanza il Camerino di Servizio, pagherà 

gai anno Giliati sette effettivi, ovvero il corrispondente loro valore; 



358 



ma quelli che restano alla diritta entrando, avendo vicini e di faccia 
e per conseguenza a maggior comodo li suoi Camerini, pagheranno 
Gig.ti otto come sopra, cioè: 

19. Li Palchetti alla sinistra Grillati N. 5 per il Carnovale, e Gri- 
llati N. 2 per la Rappresentanza dell'Estate, e così li Palchetti posti 
alla dritta Giliati n. 6 per il Carnovale, e n. 2 per la Rappresen- 
tazione Estiva. 

20. Abbenchè accadesse , che si facessero entro dell' anno altre 
Rappresentazioni al di più di quella prefissata nel Carnovale, e nel- 
1' Estate, ciò non ostante gli SS.ri Proprietarj de' Palchi non potranno 
chiamarsi a maggior pagamento, sennonsè rispettivamente come sopra 
a quello già prescritto di Gii. ti N. 7, o N. 8. 

21. Se mai nel primo anno si apprisse il Teatro dopo in Carno- 
vale con una Rappresentaz.ne in musica, e successivamente nello 
stesso anno si desse nel med.mo una Comedia, in tal caso li SS.ri 
Palchetista saranno tenuti rispettivamente all'intero pagamento, come 
se la Rappresentanza in musica si fosse data in tempo di Carnovale. 

22. Lo stesso si terrà fermo ogni qualvolta anche negli anni susse- 
guenti per qualche accidente impensato, ina ragionevole, non si po- 
tesse dare dentro il Carnovale la Rappresentazione in Musica, e fosse 
successivamente data in altra Stagione dello stesso anno all'i Cava- 
lieri Associati più benevisa. 

23. Nel caso poi che nel primo anno si facesse una sola rappre- 
sentazione in Musica senza farle succedere la Commedia, si paghe- 
ranno soltanto N. 5 Gigliati per li Palchetti alla sinistra e N. 6 per 
quelli alla diritta, e si incomincierà poi 1' anno per la regola del fitto 
alla Rappresentazione in Musica del successivo Carnovale. 

24. Cessando alcuni de' SS.ri Proprietaria de' Palchi mesi sei dalli 
sud. ti pagamenti, s'intenderà decaduto dal Possesso de' Palchi e Ca- 
merini acquistati, ammeno che dentro un Mese dopo una formale 
diffidazione, che le venga fatta dalli Cavalieri Associati in disporre 
de' rispettivi Palchi, e Camerini come sopra (1) senza rimborso del 
denaro del Proprietario nell' acquisto sborsato, ritenuta però a di lui 
favore la restituzione di que' Mobili, che si potranno trasportare senza 
far rottura o nel Palco, o nel Camerino. 

25. Accadendo le proibizione de' Giuochi si implora da S. A. E. 
quel compenso, che si compiacerà accordare agli altri Teatri della 
Lombardia Austriaca. 



(1) Il testo manca di qualche parola, mail Senso panni chiaro: trascorsi sei 
mesi dal mancato pagamento, i Cavalieri associati intimavano al palchettisti 
moroso «li pagare entro un mese la (piota, a cui era tenuto. In caso di rifiuto; 
decadeva definitivamente dal possesso del palco. 



- 359 - 
CAPITOLO III. 

Della direzione 

1. Due Direttori si estraeranno dal Corpo della Società, li quali 
dureranno per un biennio ; al primo di essi verrà appoggiata l'onestà, 
il buon ordine e la pulitezza delli pubblici Spettacoli e Rappresen- 
tazioni, all' altro si addosserà la Economia del Teatro e la sovra in- 
tendenza alli prodotti e spese che al medesimo avranno relazione. 

2. Il primo dipenderà dalla elezione, che si degnerà fare il Go- 
verno sovra Terna da innoltrarsi ogni biennio dalla Società, com- 
prensiva di tre Soggetti Associati. 

3. Il secondo dipenderà per la prima volta dalla Elezione della 
Società med.ma, trattandosi, che l' ispezione sua riguarda il mero in- 
teresse del Teatro; ma dopo la prima volta quello che scaderà da Di- 
rettore del Teatro, mediante la elezione del Governo, si intenderà 
eletto per il successivo biennio qual Direttore alla Sovraintendenza 
economica, dipendente dall' arbitrio della Società. 

4. Si ritiene, che il Direttore dipendente dall'Elezione del Go- 
verno può da solo bastare alla direzione interna del Teatro, come 
liinostra 1' esperienza, che uno solo basta anche nelli Teatri di mag- 
giore vastità ed impegno nelle più grandi Città ; si considera altresì, 
me non bastando gli Individui componenti la Società per dare due 
Terne al Governo, se due se ne dovessero eleggere ne diverrebbe la 
ìecessità di formare la seconda Terna di soggetti dalla Società stac» 
;ati, e che per conseguenza non potendo ambedue operare collo stesso 
•pirito allo stesso fine, né con eguali principi], in vece di ottenersi 
ma savia direzione a pubblico prò, non si appresterebbe, che un ali- 
nento di continue discordie. 

5. Quallora, o per malatia, o per absenza, o per altro impedimento 
ino delli due sud. ti Dirett.ri si trovasse inabilitato a personalmente 
ssistere alla propria incombenza, subentrerà 1' altro a fare le sue 
eci, e così reciprocamente, ed a vicenda, durante il tempo del loro 
ispettivo ufficio. 

6. A questi due Direttori saranno subordinati gli altri ufficiali della 
ocietà come sarebbe il Tesoriere, il Cancelliere, ed ogni altra Per- 
ona inserviente dipendente dalla eleziono della stessa Società. 

7. Sarà particolarmente accolato all' arbitrio delli suddetti due Di- 
tteri il chiamare le adunanze della Società, dove V affare richiede 
intervento e la determinazione di tutti gli Associati. 

8. I mandati, che per le occorrenti spese si spediranno al Tesoriere, 
>me anche gli ordini da diriggersi al Cancelliere, ed agli altri In- 



360 



servienti, non saranno attendibili, se non saranno sottoscritti dall 
sud. ti due Cavalieri Direttori, ed in mancanza di alcuno de' med.ni 
saranno almeno firmati dall' altro Direttore, e da un altro Cavalieri 
Associato. 

9. Questi stessi due Direttori principalmente, e dove le con 
tingenze lo esigono, con l'assistenza degli altri Cavalieri Associai; 
avranno la ispezione, in occasione di passaggio o intervento di Prin 
cipe, sovra li Spettacoli, che occorressero darsi in Città, ed avranno 
l'onore di servire alla Persona del Principe med.mo, quallora degna 
si voglia di personalmente onorare il Teatro. 

10. Sarà poi privativa cura del Direttore dipendente dall' elezion 
del Governo il vegliare alla plausibilità delle Rappresentazioni, tant 
si facciano esse per appalto, quanto per economia nella Società, d 
ottimi ed onesti JDrama ; nell' incaparamento de' valevoli e ben' a< 
costumati Attori, e nel compire alla decenza ed onestà del ve 
stiario , non meno che alla sufficienza dell' Illuminazione , tant 
nel scenario, quanto nelle Corsie, a riparo d' ogni isconvenienza 
scandalo. 

11. Sarà sua cura, che gli Attori stessi nel loro esercizio si cor 
tenghino in una cristiana modestia, il comporre le frequenti loro coi 
tese, il correggere le insolenze, e li scostumati diporti col bracci 
della Giustizia, e con partecipazione del Giudice Ordinario, il qual 
dove il caso lo voglia presterà loro ogni assistenza e mano forte. 

12. Per conseguenza sarà a lui facoltativo passare ad instantane 
provvidenze al caso di qualunque estemporaneo disordine, che occ( 
resse in Teatro, sia in tempo di Rappresentanza, sia in tempo di Ball 
Ordinario, dove il caso lo meriti, l'istantaneo arresto di qualunqu 
Insolente, o Contraventore alle Leggi del Teatro, facendovi poi i 
seguito pronto rapporto al Giudice di competenza secondo le rispe 
tive Giurisdizioni, dove il caso meritasse ulteriori procedure. 

13. A quest'effetto V Ufficiale d' Ispezione col distaccamento mil 
tare, che verrà seralmente al Teatro assegnato, presterà nelle istai 
tanee occorrenze, nelle quali si interessi la convenienza del Luog 
[ej la Giustizia dell' affare, la pronta provvidenza corrispondente * 
buon'ordine; al qual effetto non possono li Cavalieri Associati eh 
implorare da S. A. R. gli Ordini corrispondenti. 

14. Ad esso pure sarà risserbato il fissare 1' ora per dar principio ali 
Rappresentazioni, ed alle Feste di Ballo, lo prescrivere come le in 
desime si debbano regolare, il vegliare alla rimozione delle Mascai 
sospette, o succidamente o disonestamente abbigliate, ed il tener 
in soggezione gli attori, suonatori, ed altri inservienti, non penne 
tendo, che alcuno si divaghi per il Teatro, massime Le Attrici e L 



— 361 - 

Ballerine, alle quali non sarà permesso di partirò dal Scenario, senza 
il previo assenso del Direttore ; e quallora dal medesimo non si ot- 
tenga una previa facoltà non s irà lecito a chichesia il mettere piede 
sul Palco Senico, se non se agli Operaj attualmente inservienti. 

15. Dove qualche malattia o altra incidenza lo consigli, sarà suo 
1' arbitrio di far sospendere per qualche sera le Sceniche rappresen- 
tazioni, vegliando massimamente che affettate non siano le indispo- 
sizioni, nel qual caso sentito il giudizio di un medico, potrà servirsi 
da' mezzi valevoli per costringere la persona nhe affetta malatia a 
compire al suo dovere, affinchè imperfetto non resti il pubblico di- 
vo r ti mento. 

16. Sarà poi della particolare inspezione del Cavaliere Direttore 
eletto dalla Società alia sovraintendenza economica il provedere a 
tutti li bisogni del Teatro, 1' assistere o far assistere alle consegne, 
e riconsegne, che si faranno all'Appaltatore, il far seguire le stime 
dalli danni contingibili, con appurare e procurare la reintegrazione. 

17. Sua cura sarà la riparazione, la manutenzione e 1' accresci- 
mento della Fabbrica tanto interna che esterna del Teatro, sempre 
ohe dove trattasi di accrescimento, o di arbitraria spesa vi preceda 

a determinazione presa in società, ed egli sarà 1' esecutore di qua- 

unque risoluzione che essa prenda. 

18. Sovraintenderà alla Cassa della Società, alla regolarità de'man- 
lati, ed alla Economia di qualunque spesa occorrente. 

19. In occasione di qualunque contratto, che intenda fare la So- 
■ietà, avrà egli il diritto della Rappresentanza, in virtù della quale 

• mesterà il nome suo nella stipulazione delle Scritture ed Istromenti, 
ielle Trattazioni e Carteggi, ben inteso però, che a tali trattazioni, 
Contratti e Carteggi preceda 1' assenso della Società medesima. 

20. Con direzione e Sovraintendenza sua sarà custodito e rego- 
ito 1' Archivio della Società, e dovranno formarsi tre Libri Maestri 
istinti, nel primo de' quali si annotino le partite delle annuali ren- 
ite e spese, nel secondo si registrino le ordinazioni, che di mano 
ì mano si faranno dalla Società, e tutti quelli avvenimenti, che pos- 
ano far stato dipendentemente dalle Concessioni del Governo ; e final- 
mente nel terzo si descriveranno per esteso tutti li Contratti. 

21. Veglierà all' esigenza delle Annue Pensioni, che dovranno cor- 
spondersi dall'Appaltatore, e dalli Propri etarj o affittuari de' Palchi, 
'esta'ido il proprio nome agli Atti Giuridici, dove le Circostanze 
olessero, che si passasse ad escussioni, o contestazioni giudiziali. 

22. Potrà a suo arbitrio riconoscer© la Cassa e li Conti del Te- 
mere, per raguagliarne lo stato alla Società, affine di farne riparto, 
per soccorrere la Cassa medesima in caso di bisogno, o per riti- 

23 



— 362 - 

rame dalla medesima dinaro in rimborso delle anticipazioni fatte da 
ciascheduno Associato. 

23. Sarà pure al medesimo riserbato il riconoscimento de' Conti 
in fine d'ogni anno, e fare al Tesoriere, previa la partecipaz.ne e 
mandato della Società, la corrispondente liberazione. 

Finalmente tutte le provviste giornali, e tutte le Spese, che 
possono servire alla Sussistenza del Teatro, o in vantaggio ed ono- 
rificenza della Società, tutte saranno commesse alla Economica sua 
sovrainten denza. 

Gli appuntamenti, come sopra divisati, ed esposti diretti a for- 
mare il Piano del Nuovo Teatro, supposta la Superiore Autorevole 
benignità, ed Approvazione di S. A. R., si intenderanno aver forza 
di Legge, che obblighi rispettivamente ad una immancabile osser- 
vanza, e non toglieranno l'arbitrio alli Cavalieri Associati di passare 
ad altri stabilimenti, dove le circostanze, e de' casi e de' tempi, lo 
richiedessero, ben inteso, che dove la provvidenza esiga instantaneità, 
devenire essi possano alla med.ma con la sola partecipazione rispet- 
tiva, o del Mag.co Signor Senatore Podestà, o del Sig. Comandante 
Militare, ritenuto il merito della Loro Giurisdizione, ma dove l'en- 
tità dell'affare e della provvidenza lo voglia, si porterà alla notizia 
del Principe il nuovo stabilimento, per ottenere dalla Suprema auto- 
rità la sua Confermazione, che porti obbligo di inalterabile esegui- 
mento. 

In si fatta guisa venendo assicurato con le rette intenzioni anco 
l'interesse delli Cavalieri Associati, e sostenendo 1' onorificenza della 
Loro Patria, non che il bene, ed il divertimento di una Civile So- 
cietà, verrà in certo qual modo ricconosciuta, e messa in vista quella 
Sovrana Beneficenza, dalla quale il nuovo Teatro ha preso il prin- 
cipio della propria Erezione, e si è formato l' Idea della decorosa 
progressiva Sussistenza, e spera il divisato fine di una piacevole e 
proficua Direzione. 

IV. 

L'Arciduca Ferdinando approva il Piano del Nuovo Teatro di Parìa 

1173. 30 Ottobre. 

Preso da S. A. R. in considerazione il Piano proposto dai Cava- 
lieri Proprietarij del Teatro di Pavia per il regolamento e buon 
ordine delli Spettacoli, e per la conciliazione non tanto degli inte- 






— 363 — 



res>j 



i risguardanti i Proprietarj suddetti con i Compratori dei Palchi, 
quanto de' diritti e appartenenze reciproclie delli Proprietari med.mi. 

L'A. S. R. ha interposta la sua Superiore Autorità sulli Articoli 
del Piano relativi al Pubblico oggetto della polizia del Teatro, e al 
regolamento delli Spettacoli, ordinando, che siano esattamente osser- 
vati; e quanto agli altri toccanti le ragioni private dei Cavalieri 
Proprietarij e dei Compratori de' Palchi, intervenendovi il consenso 
delle Parti interessate, permette, che si eseguiscano, incaricando il 
Senatore Podestà a definire qualunque emergente, che potesse na- 
scere, nell' ultimazione di quest' affare, e qualora accadesse cosa 
degna della Superiore sua cognizione, riferisca. 

Firmat. - in angulo V. Pecci. 

Signat. - Krentzlin. 



RECENSIONE 



Giustino Fortunato, La Badia di Monticchio con 71 documenti 
inediti (Traili, Vecchi, 1904) — (voi. in 8° pie. pp. 541). 

La storica valle di Vitalba, lembo pittoresco della poco nota 
eppur così interessante e simpatica regione lucana, ha avuto la rare 
fortuna negli ultimi anni di trovare, non il solito erudito locale, ma 
il vero storico nella persona di Giustino Fortunato che ha dedicate 
ad essa sei volumi e per essa sta preparandone altri due. La Badie 
di Monticchio è appunto il sesto volume della serie, dopo quelli su 
feudi e casali di Vitalba, Santa Maria di Vitalba, Santa Maria d 
Perno, Rionero medioevale, ed il Castello di Lagopesole; ed è i 
volume, dove l'importanza stessa dell' argomento offre miglior agii 
allo scrittore di far risaltare le sue doti non comuni, la felice ar 
inonia sovratutto fra la tecnica della ricerca storica, la sinagliant 
rappresentazione del fatto assodato e l'interpretazione di esso. 

La prima di queste doti si rivela subito alle prime pagine de 
libro, nelle quali l'Autore fa la storia e la critica delle antichi 
« Scritture » badiali del convento di Monticchio, dalla seconda met, 
del secolo X alle prime del XVII. E sulle carte anteriori alla con 
quista angioina sovratutto, che si esercita la critica iconoclastie 
(cosa ignota generalmente agli eruditi locali) del Fortunato, a ra 
gione diffidente de' diplomi meridionali, specialmente se di fonte e> 
clesiastica e d' indole patrimoniale, come quelli appunto della badi 
di S. Angelo in Vulture. Chiese e conventi e tra conventi di preft 
renza quelli dell' ordine benedettino furono infatti per lungo temp 
vere officine di pergamene fabbricate di sana pianta o per lo inen 
adulterate, falsificazioni di cui le maggiori, come ben avverte il Foj 
tunato, cadono sovratutto, e si comprende il perchè, in due epoch 
decisive della storia del mezzogiorno d'Italia, nell'XI e nel XII 
secolo. Tutte e due le volte un pugno di avventurieri, Norman] 
nell'XI secolo, Angioini nel XIII, s'impadronirono di questa part 
d'Italia, complici e fautori vescovi ed abati, i quali in compens 
dell' aiuto prestato seppero estorcere ai nuovi signori, creduli fan; 
tici o furbi a seconda dei casi, grande dovizia di beneplaciti, foi 
dando la loro sete di dominio nel sec. XI su false carte longobard- 
nel XIII su bugiarde fonti normanne. « Fu la vendetta, dice il Fo 






— 365 — 

tunato, ed insieme l'amara ironia della storia; e meritamente, se al 
profano volgo non fosse poi costato sopportarne, solo Iddio sa come, 
tutta quanta la spesa! » 

Preparati cosi i pochi (basti il dire che di tutte le carte anteriori 
alla conquista angioina FA. ne ritiene autentiche due sole, cioè una 
donazione del signor di Cisterna del 1123 ed una Lolla di papa 
Alessandro III del 1175) ma buoni materiali per la narrazione sto- 
rica ; dipinta quindi a tratti sobri ma precisi la regione del Vulture 
9 rievocatene le vicende nell' antichità e nei primi secoli del Medio 
Evo, si sofferma più a lungo 1' A. sullo stato deplorevole d'anarchia 
?he regna in quel paese fra 1' 8° e 1' 11° secolo. Longobardi, Bizan- 
;ini, Saraceni se lo contrastano fieramente; e di tali lotte appunto 
ù alimentano le rivalità fra monaci Brasiliani e Benedettini per la 
lominazione morale e materiale del Vulture, ed in mezzo ad esse 
;orge, da umilissime origini certamente, la badia di S. Angelo in 
Culture o di Monticchio. Di questa sono certo in possesso i Bene- 
lettini, quando i Normanni con la presa di Melfi del 1041 gettano 
e prime basi dell'unificazione del paese. 

A' piedi del santo popolare, dell'arcangelo Michele si prostravano 
ompunti quei saccheggiatori feroci, e ad essi i Benedettini chie- 
levano per prima cosa ed ottenevano l'allontanamento dei rivali Ba- 
iliani, vale a dire il monopolio religioso del Vulture, cospiravano 
iiù tardi, sotto apparenza di rivendicare cosa loro spettante per 
r ecchia donazione (apocrifa, si capisce) d'un longobardo Pandolfo 
rincipe di Conza, il borgo di Monticchio, di cui i buoni monaci, per 
reglio garentirselo, si fabbricheranno in seguito altri e non pochi 
iplomi di convalidazione. Alla donazione di Monticchio, tra la fine 
el secolo XI ed il principio del XII, fatto indubitabile, non cor- 
spose però, come ben mette in sodo con acume e dottrina giu- 
dica il Fortunato, le costituzione in feudo del medesimo nelle con- 
ìete forme legali: i titoli di essa, a parte anche la loro autenticità, 
mo semplici atti di concessioni in demanio, donazioni cioè a ragione 
rivate e nulla più. Il vantato diritto completo su Monticchio, jus 
nne tam in spirituali qtiam in temporali, verrà riconosciuto alla badia 
>ltanto nel 1266, da parte d'un nuovo conquistatore, Carlo d'Angiò, 
per la furberia dell' abate Giovanni, una delle macchiette storiche 
la parola non è troppo famigliare, che più ci interessano nel di- 
cevole volume. 
Così, dopo il fiero colpo portato all' influenza morale ed alla pro- 
erità materiale della Badia dal nuovo ordine degli u Umiliati », 
ndato da un ignoto romeo venuto a Melfi su lo scorcio del secolo 
'ecedente e salito poi in grande fama di santità nel paese, Guglielmo 



— 306 - 

da Vercelli, ordine davanti al quale s'offusca per tutto il secolo XI] 
lo splendore dei Benedettini combattuti da un rivale ben più peri 
coloso dei Basiliani ; dopo 1' altro colpo non meno fiero apportato alla 
potenza territoriale di essa dallo scomunicato Manfredi, che fra le> 
tante dava in feudo la stessa Mon ticchio allo zio Galvano Lancia. 
S. Angelo in Vulture risorge a nuova vita con la conquista angioina 
la quale fa del suo abate uno dei maggiori baroni del Vulture. 

L' epoca, che tien dietro ad essa immediatamente, è infatti la pii 
florida per il convento ed anche, com' era naturale, la più corrotta. 

Colla seconda metà del trecento comincia la sua decadenza, deca 
denza economica, politica, morale : scemano, con gli sperperi degl 
abati e la pessima amministrazione, le rendite; vanno distrutte fra 1< 
guerre furiose dell' epoca, le borgate vassalle, come Statigliano e per 
fino Monticchio ; crolla materialmente la stessa badia sotto i colp 
del terremoto del 5 dicembre 1456, che accumula rovine su rovint 
in tutta la regione del Vulture; il papato, dal quale fino dal 109( 
essa dipendeva direttamente, la commenda nel 1460 al cardinale Pea 
nense, vita naturai durante, non solo per offrire nuove prebende a( 
un principe della chiesa sotto colore di far riordinare il monasteri 
decaduto, ma anche e più per garantire alla Curia apostolica il pa 
gamento del canone annuo, di cui i monaci erano ormai in debito d; 
lungo tempo ; la abbandonano infine gli stessi Benedettini, i qual 
dispaiono oscuramente dal Vulture, non sappiamo di preciso quande 
ma certo fra il cadere del M. Evo e 1' aprirsi dell' età moderna, nel 
V epoca appunto che segna pure la caduta dell' indipendenza politic 
del fleame. Ai Benedettini succedevano, a quanto pare, gli Agosti 
niani, ed a questi, sul principio del sec. XVII, i Cappuccini che v 
rimasero fino al 1866. 

Dei monaci però poco o punte si occuperanno i cardinali com 
mondatori, i quali, se avevano tutto l'interesse oltreché l' obblig, 
formale di mantenere sul posto una comunità religiosa, non si cun 
vano nemmeno di conoscerla ; tanto che lo stesso cardinale Federic 
Borromeo seniore, sotto la cui commenda pure s' erano stabiliti i Cap 
puccini nel monastero, scriveva di questo a papa Gregorio XV de 
1622 ti Bandi Benedicti seti alterius ordinis per linentem » ! 

Né ciò fa meraviglia : l' importante pei cardinali commendator 
che vivevano ben lungi dal luogo, non erano le sorti del convent 
loro affidato, la sua influenza religiosa e morale sul paese, ma l' ar 
pannaggio costituito dalle entrate di esso. La « commenda badiale > 
una delle trovate più ingegnose della sozza rapacità ecclesiasticc' 
istituzione favorita in mille modi nel mezzogiorno d' Italia dal g( 
v<;rno spagnuolo, riduceva così ad un tempo anche più misere le con 



— 367 — 

dizioni e del convento e delle terre che da esso dipendevano : u par- 
titi da questi luoghi i suddetti Padri (i Benedettini), scriveva sui 
primi del seicento un Cappuccino di Monticcliio, restavano queste, 
coutrade col passar degli anni desolate e selvagge, asilo di fuorusciti 
e di gente facinorosa ». 

Della commenda di S. Angelo in Vulture disponeva per circa ot- 
tant' anni, come di beneficio di famiglia, la casata inframettente, ra- 
pace, lorda di sangue dei Carafa della Stadera di Napoli ; per altri 
settanta e più nel secolo XVIII la famiglia Borromeo coi due cardi- 
nali di nome Federico, il seniore (quello dei Promessi Sposi) e l'iu- 
niore patriarca titolare di Alessandria, per nulla dissimili anche co- 
storo dai Carafa nel trattare la badia come una pura e semplice 
colonia di sfruttamento. E nelle pagine coscienziose appunto d'un 
ammiratore devoto del Manzoni, in questo libro del Fortunato, noi 
troviamo (pp. 255-259) un cardinale Federico Borromeo ben diverso 
da quello dei Promessi Sposi, un uomo nonché serafico neppur umano 
verso i disgraziati suoi servi di quell'angolo ignoto d'Italia, ch'egli 
da Milano faceva sfruttare a sangue, pur riscuotendone un reddito 
annuo di 6000 ducati d' oro. 

Mentre poi l'infelice paese veniva sfruttato senza pietà dai car- 
dinali commendatori della badia in nome della legge, in barba a 
questa la taglieggiavano e devastavano i briganti, divenuti coll'acquie- 
scenza quando non col favore aperto dei frati i veri padroni del Vul- 
ture in genere e di Monticchio in ispecie, nell'incuria d'un governo 
ladro e schiavo abbiettissimo della Curia romana, quale il vicereale. 
All'immondo governo spagnuolo succedeva finalmente, dopo la 
breve parentesi austriaca, quello dei Borboni; e con la restituzione 
dell'antica autonomia del Regno un soffio di vita nuova, di cui non 
fu certo ultimo o meno importante esponente la revisione della pro- 
prietà feudale, di quella ecclesiastica in ispecie, che abbracciava più 
?he mezzo il suolo napoletano. 

Da ciò la prima pioggia di piati giudiziarii nel Reame, da ciò fra 
e altre i primi attacchi contro la badia di Monticchio o, meglio, 
contro le rendite dei prelati commendatari di essa, la quale nel 1779 
erminava per diventare, in barba alla Curia pontificia invano in- 
dossante la voce, « demanio del principe » : il bigotto Ferdinando 
V però, volendo estinta la forma originaria, e darne alla badia un 
Itra che non ripugnasse al sistema canonico e, sono parole testuali, 
al suo animo di credente », nel 1782 la conferiva in commenda 
erpetua all' ordine Costantiniano, sotto il quale rimase fino al 1860, 
ìeno l'intermezzo francese dal '06 al '15. • 

Dalla padella si cadeva così nella brage. L' ordine Costantiniano 



- 368 — 

come dice nella sua forma ironica intessuta al solito di mestizia e 
di giustizia l'on. Fortunato, riusci a far di Monticchio « un bosco 
modello n, il quale, fatto rifugio del famoso brigante Angiolillo, ospite 
graditissimo dei buoni Cappuccini di Monticchio negli anni dal 178$ 
al 1784, pullulava più tardi di briganti, durante il decennio francese 
e diventava addirittura il quartier generale di Caruso, di Ninco Nanco 
di Crocco sovratutto, che lo chiamava nella sua autobiografia u h 
mia sicura boscaglia », dal 1861 al 1864. 

Soppresso l'ordine Costantiniano e incorporato Monticchio al de 
manio dello Stato, usciti i Cappuccini nel 1866 dopo l'abolizione dell* 
corporazioni religiose, terminava la storia della famosa Badia, i cu 
beni, con leggi del 1862 e 1864, venivano posti all'incanto e res 
perciò suscettibili, nella nuova forma di proprietà borghese, d'un pi\ 
razionale sfruttamento. 

Con la riproduzione di 71 documenti inediti, i quali vanno da 
dicembre del 1080 al luglio del 1673, chiude il Fortunato un volumi 
del quale, come dei precedenti della serie, può farsi l'elogio miglior 
cui un' opera di argomento locale possa aspirare, quello cioè di e^ 
sere un contributo ed un contributo prezioso alla storia generale de 
Mezzogiorno d'Italia. Il Fortunato, come dicevo da principio, non 
uno dei soliti eruditi locali di terza o di quarta mano, ma uno stc 
ri co nel senso più completo della parola; e perciò," a differenza de 
primi, i quali, pur saccheggiando i lavori di storia generale, si sfcr 
zano invano di attribuire al piccolo fatto nuovo da essi messo i 
luce un'importanza storica che non merita, dà alla storia general 
immensamente di più di quanto riceve da essa: le chiede solo i cor 
torni del quadro ed il reticolato, diremo così, di esso; ed in con 
penso sa intessere di elementi fino allora ignorati tutta la tram 
della vita dell'epoca: il luogo illustrato, fatto quasi microcosmo, con 
pendio dell'intera regione, diventa cosi, sotto la penna smagliane 
dello scrittore, un faro da cui partono fasci di luce nuova ad illum 
nare la società tutta del paese attraverso alle varie epoche. E pt 
tal guisa che nel libro suo non vivive solo la dimenticata badia < 
Monticchio nei giorni lieti e nei tristi, non ci si presenta solo 1 
pittoresca regione del Vulture dall'epoca romana al secolo XI? 
ma tutto quanto può dirsi il Mezzogiorno continentale d'Italia, n» 
suoi momenti più critici e coi problemi maggiori, che d'epoca i 
epoca l'hanno travagliato, dall'anarchia che precede la conquis' 
normanna al brigantaggio che segue la caduta definitiva dei Borbon 
dal malgoverno degli Angioini alle rapine spagnuole, all'incuria del 
Stato italiano, dallo sfruttamento feroce e dalla prepotenza feuda 
alla costituzione della rachitica borghesia odierna. 



- 309 — ) 

Della debolezza di tale classe, dell' incapacità sna ad assicurare il 
tisorgimento del Sud, senza l'aiuto del Nord, senza sovratutto una 
politica di pace e di concentramene, attribuisco giustamente la causa 
principale 1' on. Fortunato all'inferiorità economica e, per riflesso, so- 
ciale del Mezzogiorno rispetto al Settentrione della penisola, inferio- 
rità dovuta a cause naturali, geologiche e climatologiche in prima 
linea, ed accresciuta da cause politiche per tanto volger di secoli. 

E questo il problema maggiore, che incombe su tutti gli altri e 
di tutti è la sintesi, nel libro del Fortunato come neJla storia reale 
del Mezzogiorno attraverso ai secoli. Di fronte al tecnico della sto- 
riografia (e tale ancora una volta si mostra in questo libro 1' A. nella 
cura minuziosa della documentazione, nella critica e nell'uso sapiente 
del documento) si afferma così poderoso lo storico, che risulta solo 
dalla fusione armonica del pensatore coli' artista, del pensatore che 
comprende e spiega V intima essenza d' una data società, dell' artista 
ohe sa farla rivivere ai nostri occhi nella sua struttura e nelle sue 
manifestazioni più varie e molteplici. 

Gennaro Mondaini 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



Bucalo F. La riforma morale 
della Chiesa nel Medio Evo e la 
letteratura antiecclesiastiea italia- 
na dalle origini alla fine del se- 
colo XV. Palermo, Sandron 1904. 

L' A. dichiara di aver u cer- 
cato di contribuire modestamente 
all' odierno benefico risveglio de- 
gli studi religiosi e morali fatti 
con intendimento critico e con 
indi pendenza di giudizio n - e spe- 
ra che non debba riuscire sgradi- 
to il suo lavoro u specialmente in 
Inalia, dove le questioni religiose 
ed ecclesiastiche dovrebbero de- 
stare maggiore interesse e invo- 
gliare, più che altrove, gli stu- 
diosi a trattarle n. 

Ma ai buoni propositi non ha 
corrisposto 1' esecuzione. 

Il B. ha diviso il suo libro in 
due parti : la parte storica, in 
cui parla della riforma morale 
della Chiesa, riassumendo a gran- 
di tratti la storia di questa dalle 
origini allo scisma d'Occidente; 
la parte letteraria, in cui sono 
raccolte le testimonianze dei vari 
autori che ebbero in ogni tempo 
a biasimare più o meno acerba- 
mente i vizi e gli abusi del clero. 
Ora queste due parti andavano, 
secondo me, meglio che distinte 
e coordinate, rifuse ed integrate 
in un solo organismo. La rappre- 



sentazione sarebbe riuscita più 
completa, più armonica ed effi- 
cace. 

All' A. è sembrato che « mal 
si fonde spesso uno studio sto- 
rico con un altro letterario, pur 
avendo, come nel caso sito, rap- 
porti intimi col primo ». Tutto 
dipende dall' abilità dello scrit- 
tore, se egli ha studiato a fondo 
1' argomento e ne ha esaminato 
egualmente bene tutte le parti. 
Ora, per ciò che riguarda il no- 
stro autore, è facile riconoscere, 
alla prima lettura del suo libro, 
che, se egli è discretamente in- 
formato (e la cosa non era poi 
difficile dopo tutto quello che fu 
scritto in proposito) delle varie 
manifestazioni letterarie, a cui 
diede occasione l'opposizione alla 
chiesa nel Medio Evo, la su?; 
preparazione, nel campo pretta 
mente storico, è ancora scarsa e 
insufficiente. L' A. non conosci 
la storia della Chiesa che ir 
modo appena superficiale; di tutte 
la letteratura storica, special 
mente straniera, che negli ultim 
decenni ha recato tanta luce sul 
1' origine, sullo sviluppo e sull< 
vicende della potenza temporah 
del clero e sui suoi rapporti coi 
la società civile e con 1' opinion» 
pubblica, non ha, a quel chi 



371 



pan 1 , nessuna informazione diret- 
ta. Egli ignora anche un lavoro 
del Sfinii, pubblicato nella li- 
rista Contemporanea del 18G2, 
in cui è trattato un argomento 
analogo al suo ; ignora quello 
che di Giovanni Mussi e delle 
sue opinioni antiecclesiastiche 
tu già scritto ripetutamente da 
altri : mostra infine di aver poca 
familiarità coi testi medioevali, 
dando un' interpretazione affatto 
sbagliata ad un passo di Liud- 
prando, che pure era stato più 
volte oggetto di studio e di di- 
scussione. 

In fondo, il lavoro del B. è più 
letterario che storico, ed anche 
come lavoro letterario, nulla o 
quasi nulla aggiunge a quanto già 
si sapeva sull'argomento. Per por- 
tare un contributo agli studi re- 
ligiosi, ci vuole ben altro che 
fare opera di semplice compila- 
zione. L'A., che è giovane, e non 
manca certamente d'ingegno, riu- 
scirà meglio, se ritenterà la prova 
senza aver fretta, con una mag- 
giore e più solida preparazione 
di cultura e di pensiero. 

Rasi P. Saggio di alcune par- 
f icolarità ìlei versi eroici e lirici 
lì S. Ennodio. Nota nei Rendi- 
conti del R. Ist. Lomb. di se. e 
ett. serie III voi. 38 (1904). 

Come alla prima parte del suo 
avoro su' distici elegiaci di En- 
iodio (cfr. questo Bollettino, II, 
; 7-140) 1' A. fece seguire, quale 
omplemento, un Saggio di alcu- 
e particolarità sui distici stessi, 



cosi ora, pubblicata del lavoro 
indicato la parte seconda (in que- 
sto Boll. IX, 153-107), il II, tratta 
di alcune peculiarità che si ri- 
scontrano negli esametri e negli 
altri metri di natura propria- 
mente lirica. E come le due parti 
principali del lavoro erano diret- 
te massimamente a porre in chia- 
ro la costruzione metrica dei ver- 
si di Ennodio, così il presente 
saggio, non altrimenti del prece- 
dente per quanto riguarda i di- 
stici elegiaci, mira a indicare le 
particolarità di carattere stretta- 
mente prosodico e d'altro ge- 
nere piuttosto stilistico negli esa- 
metri e nei versi lirici del dotto 
vescovo pavese. 

Ci sembra superfluo di aggiun- 
gere che questo, come gli altri 
lavori, già pubblicati, sulla te- 
cnica poetica di Ennodio, è con- 
dotto con quella diligenza e piena 
sicurezza di metodo, che fanno 
dell' autore un vero specialista 
in questo campo di studi. 

Ohr G. Die Kaiserkrònung Karls 
des Grossen. E ine kri lische Studi e, 
Ttibingen u. Leipzig 1904. 

Già 1' A., in una comunicazio- 
ne fatta all'ultimo Congresso in- 
ternazionale di Roma, aveva com- 
battuto 1' antica opinione del 
Grozio, recentemente ripresa dal 
Sickel e da altri, di un' elezione 
popolare di Carlo alla dignità 
imperiale, dimostrandone 1' in- 
consistenza sia in linea di fatto 
come in linea di diritto. 

Nel presente lavoro tutta la 



372 



questione intorno alla genesi del- 
l'incoronazione imperiale di Carlo 
è ripresa e trattata a fondo. 

In sostanza 1' Olir riduce la ce- 
rimonia del Natale dell' 800 alle 
modeste proporzioni di un avveni- 
mento casuale, ad una semplice 
ovazione preparata dal pontefice 
al suo protettore per attestargli 
la sua riconoscenza e guadagnar- 
sene forse il patrocinio. Ohe se 
l'incoronazione acquistò col tempo 
una immensa importanza; ciò, 
egli pensa, dipese dal nome im- 
peratore, in cui erano assopite 
delle forze latenti che avevano 
solo bisogno di essere risvegliate 
per divenire fattori storici. 

Il lavoro dell' 0. è buono, ma 
le sue ultime conclusioni non 
sono persuasive. L' A. ritiene che 
la cerimonia del Natale dell'800 
non fu che la ripetizione di quella 
del 774, e che V acclamazione dei 
presenti fu la stessa litania en- 
comiastica recitata ventisei anni 
prima, colla sola differenza che 
ora, invece del titolo di patrizio, 
fu dato a Carlo quello d'impera- 
tore. Sta bene. Ma crede 1' 0. che 
questa sostituzione non abbia 
avuto nessuna importanza ? 

Per me in quel titolo di' impera- 
tore era tutta una rivoluzione. E 
se non è possibile ammettere che 
di quella rivoluzione Leone TU 
potesse ignorare sia la gravi- 
tà, sia le conseguenze, l'idea 
che la cerimonia compiuta nel 
Natale dell' 800 debba attribuirsi 
puramente al caso si riduce, in 
sostanza, ad un bel paradosso 



sostenuto, più o meno abilmente, 
da un uomo di ingegno. 

Gabotto F. Le più antiche 
carta dello Archivio Capitolare di 
Asti. Pinerolo 1904. Un volume 
di pp. XXIII - 439. 

Ferdinando Gabotto, profes- 
sore nella r. Università di Ge- 
nova, le cui benemerenze verso 
la cultura storica sono a tutti 
note, come nota è 1' attività in- 
faticabile con cui da più anni 
attende alla esplorazione degli 
Archivi piemontesi, ha pubbli- 
cato testé questo importante vo- 
lume (38° della Biblioteca della 
Società Storica Snbalpina), che 
è una preziosa raccolta di ben 
203 documenti, dall'anno 755 al- 
l' anno 1102, di cui 153 videro 
già la luce 'nei Monumenta fo- 
sfori ae patriae, voi. I e II Char- 
tarum; 8 furono pubblicati, in 
vari suoi lavori, dal prof. Cipolla: 
e 42 erano ancora inediti, di cui 
il più antico è una carta longo- 
barda del 755. 

La pubblicazione dei 42 do 
cumenti tuttora inediti forma i 
principal pregio di questo volu 
me; ma un pregio forse non mi 
nore è costituito dalia ripubbli 
cazione degli altri 161 document: 
già conosciuti, perchè il Gabotto 
collazionandoli sugli originali esi 
stenti nell'Archivio capitolare 
di Asti, ha potuto riprodurli noi 
solo in forma veramente diplo 
matica, ma depurati altresì de 
molti e gravi errori in cui le pre 
cedenti edizioni erano incorse 



- ;*73 - 



errori die riguardano assai sposso 
non solo 1' onomastica e la topo- 
nomastica, ma anche le forinole 
e la datazione dei documenti. 
Sen/.a entrare in maggiori parti- 
colari, pei quali rimando il let- 
tore alla bella introduzione pre- 
messa dal Gabotto alla sua rac- 
colta, credo far cosa grata ai cul- 
tori della storia pavese additan- 
do, fra i documenti inediti , un 
atto del 18 marzo 1018 col quale 
Raginaldo, vescovo di Pavia, per- 
muta alcuni beni posseduti dalla 
sua Chiesa nell' Astigiana con 
altri appartenenti ad un Giovan- 
ni vivente a legge longobarda. E 
un documento che gitta molta 
luce sui possessi della Chiesa 
pavese nelF Astigiana nell'Alto 
Medio Evo. 

Sighinolfì L. La Signoria di 
Giovanni da Oleggio in Bologna 
(1355-1360). Bologna, Zanichelli 
1905. Un volume di pag. TV-427. 

Sul dominio visconteo in Bo- 
logna si hanno ora due buone 
monografie : quella del Sorbelli 
(La Signoria di Giovanni Visconti 
a Bologna e le sue relazioni con 
la Toscana; Bologna, Zanichelli 
1901), da completarsi con la me- 
moria di F. Baldasseroni (La guer- 
ra tra Firenze e Giovanni Visconti 
in Studi Storici voi. XI), e questa 
del Sighinolfì , che comprende 
il periodo del governo di Matteo 
Visconti e di Giovanni da Oleg- 
gio fino al ritorno di Bologna 
lotto il dominio della Chiesa. 
L' A. ha fatto diligenti ricer- 



che nelle biblioteche e negli ar- 
chivi di Bologua, Firenze, Man- 
tova, Venezia e Modena, e dal 
ricco materiale raccolto ha tratto 
una narrazione minuta, parti- 
colareggiata, attinta sempre o 
quasi sempre a fonti dirette, che 
ci permette d' addentrarci fin nei 
più piccoli episodi del governo 
interno di Bologna, e seguirne con 
molta chiarezza le vicende este- 
riori durante 1' agitata signoria 
dell' Oleggiano. Forse la sover- 
chia abbondanza del materiale 
archivistico nuoce talvolta alla 
sobrietà dell' esposizione e non 
ha fatto sentire all' A. la neces- 
sità di una più larga informazio- 
ne bibliografica, quale 1' argo- 
mento avrebbe richiesto. Il S., 
per es., non conosce i miei Do- 
cumenti viscontei del cod. Ambro- 
siano C. 172 in'\, che gli avreb- 
bero dato più precise notizie sulla 
pace dell' 8 giugno 1358, di cui 
pubblicai, in parte, anche l' istru- 
mento, e sul lodo imperiale nella 
vertenza, lasciata sospesa, tra 
Monferrato e Galeazzo Visconti. 
E neppure conosce la mia Nota 
alC itinerario di Carlo IV dì Lus- 
semburgo pubb. nell'Arch. stor. 
lomb. del 1895, che gli avrebbe 
permesso di evitare il grave er- 
rore del Villani sulla pretesa in- 
coronazione monzese del 1355, er- 
rore già rilevato dal Muratori, di 
cui cercai di dare una spiegazio- 
ne plausibile. 

Ciò non ostante la figura del- 
l' Oleggiano esce abbastanza vi- 
va dal libro del S., e i motivi in- 



— 374 



terni ed esterni che determinano 
la sua condotta di fronte ai par- 
titi bolognesi e di fronte ai Vi- 
sconti, alla Chiesa e agli altri 
stati della penisola, sono abba- 
stanza illuminati. 

Pregio non ultimo : il libro è 
scritto bene e si legge senza 
sforzo dal principio alla fine. Qual- 
che svista però si sarebbe potuto 
evitare. Segnare e Gravarone a 
pag. 272 sono errori di lettura 
per Sicomarió e Gravellone. Pa- 
recchi dei documenti citati diret- 
tamente dalle fonti archivistiche 
furono già pubblicati, e l'A. 
avrebbe fatto bene a notarlo. Al- 
tri quarantasette, inediti, tratti 
in massima parte dall'Archivio 
di stato di Bologna, sono dati per 
esteso o in regesto alla fine del vo- 
lume, il quale, se lascia alquanto 
a desiderare in alcune parti, è in 
complesso abbastanza pregevole 
e costituisce pel giovane autore 
qualcosa più che una semplice 
promessa. 

Staffe tti L. Inventario illustra- 
lo dei beni e roba dell 7 opera di 
S. Mar lino in Pietr asanta (Aprile 
1420). Genova, Tip. della Gioven- 
tù 1905 (Estr. dal Giorn. stor. e 
lett. della Liguria an. VI). 

Dopo la pubblicazione delle 
importanti monografie sul cardi- 
nale Innocenzo Cybo e su Giulio 
Cybo-Malaspina, lo Staffe tti s' è 
dato quasi esclusivamente ad il- 
lustrare la storia del costume, 
un campo di ricerche, sul quale 
diede già un primo saggio nel 



lavoro Due case di campagna nel 
secolo XV pubblicato nel 190( 
negli Atti e Memorie della H. 
Deput. di storia patria per U 
Provincie modenesi. Nella pre-I 
sente memoria, pubblicata pei 
nozze Galli-Anselmi, lo Staffett 
prende a illustrare gli arredi d 
due case di Pietrasanta, dei pri 
mi anni del quattrocento, due d 
quelle povere case borghesi, dove 
ancora la Rinascenza non era pe 
netrata col soffio rinnovatore d; 
un'arte raffinata. L'illustrazione 
pazientissimo lavoro di indaghi* 
e di confronto, conferma la buo 
na reputazione che l'A. già gode 
in questo genere di studi. 

Costa E. Gerolamo Cardani 
allo studio di Bologna (Ardi. Stoi 
It. 1905 fase. 2°). 

Il nostro Cardano fu chia 
mato a Bologna a coprir la cai 
tedra primaria di medicina tee 
rica , già lungamente occupat 
dal faentino Benedetto Vettor 
nell' anno 1562-63, e la tenne fin 
al 1569-70. 

Dalle memorie dettate dall 
stesso Cardano poco prima e 
morire sapevamo già che quest 
suo passaggio alla cattedra bc 
lognese era stato molto contr; 
stato, per le calunnie diffuse a 
arte contro di lui e non ostant 
le calde difese del cardinale Boi 
romeo allora legato a Bologn; 
Il Costa rifa con molti partici 
lari la storia di quei contrast 
giovandosi di nuovi documen 
trovati a Bologna. Egli pubbl 



- 375 



ci. tra l'altro, un'importante let- 
i del Cardano ad Anni liti»' 
Osio, segretario del Reggimento, 
■ Roma, in data 28 aprile 1573, 
da cui risulta che quando fu di- 
messo dalla cattedra nel 1570, in 
lito ad un processo di eresia 
che. gli fruttò 77 giorni di car- 
cere e circa tre mesi di arresto 
in casa, fu costretto a firmare 
una dichiarazione in cui impe- 
gnavasi a non leggere più negli 
stati della Chiesa. 

Il Cardano andò poi a Roma, 
dove rimase col desiderio insod- 
disfatto di tornare a Bologna, e 
mori come è noto, tre anni dopo. 

Segre A. Alcuni elementi sto- 
rici del secolo XIV nelV epistola- 
rio di Colticelo Salutati. Torino, 
stab. tip. Baglione e Momo 1904. 
Prolusione ad un corso di storia 
moderna nella r. Università di 
Torino. 

Che l'epistolario del Salutati, 
importantissimo per la storia del- 
l' Umanesimo, non sia privo d'im- 
portanza anche come fonte d' in- 
formazione per la storia politica 
del trecento, è cosa che nessuno 
la mai contestato. Ma che la di- 
nostrazione analitica di questo 
"atto, dopo la recente edizione del- 
'epistolario colucciano fatta dal- 
Tstituto Storico, meritasse anche 
onore di una prolusione univer- 
itaria, era lecito, per lo meno, 
ubitarne. Giacché, se da un lato 
innegabile che 1' epistolario del 
alutati, dal punto di vista dello 
jria politica, ci offre una di- 



scredi messe 'li fatti e di n tizie, 
è pure certo che molti di <ju<-i 
fatti e di quelle notizie servono 
ben poco ad una miglioro e più 
intima conoscenza degli avveni- 
menti del trecento, e non fanno 
che accrescere il già pesante ba- 
gaglio di quella erudizione di cose 
morte, che è la delizia di certi 
topi di biblioteca che infestano 
il campo degli studi storici, ma 
che per la scienza, per la scienza 
vera, non è che un ingombro. 

Meglio che per la storia poli- 
tica, l'epistolario del Salutati ha 
importanza per la storia psicolo- 
gica, e un esame di esso, sotto que- 
sto rispetto, riuscirebbe non inuti- 
le contributo allo studio della for- 
mazione di quella coscienza uma- 
nistica, che fu uno dei fenomeni 
più salienti della vita italiana 
della Rinascenza. Di quella co- 
scienza umanistica alcuni dei trat- 
ti più spiccati sono già visibili 
in Coluccio, retore per tempera- 
mento e per educazione, privo di 
convinzioni e d' idee politiche, il 
vero iniziatore della serie di quei 
salariati della penna che, se non 
furono la causa, furono per lo 
meno 1' espressione più genuina 
della decadenza morale e poli- 
tica del nostro paese. Vedere 
come si sia formata questa classe 
di persone e quale influsso abbia 
esercitato sui costumi e sul ca- 
rattere del popolo italiano, sa- 
rebbe a parer mio argomento di 
ben maggiore importanza che 
non una sempidee spigolatura di 
accenni storici nelle lettere di 



— 376 



Coluccio, le cui contradizioni, se 
ci fanno rimpiangere la triste 
condizione del povero cancelliere 
fiorentino, costretto il più delle 
volte a legar l'asino dove voleva 
il padrone, sono un elemento im- 
portante di quella storia morale 
dell'Italia del quattrocento, su 
cui resta ancora tanto da me- 
ditare e da scrivere. 

Mosca G. Testo delle riforme 
introdotte nello statuto del Colle- 
gio Ghislieri con annessa la rela- 
zione coìi la quale il R. Commis- 
sario ne accompagnava la propo- 
sta. Pavia, Bizzoni 1905. 

La questione del Collegio Grhi- 
slieri, che ha tenuto per più anni 
commossa 1' opinione pubblica in 
Pavia e nelle provincie lombarde, 
è stata finalmente risolta mercè 
il buon volere degli enti interes- 
sati e 1' opera conciliante e sa- 
gace del prof. Gr. Mosca delT Uni- 
versità di Torino, il quale resse 
per un anno le sorti del Collegio 
in qualità di R. Commissario. 

Il presente opuscolo contiene, 
oltre al testo delle riforme intro- 
dotte nello statuto del Collegio, 
1' esposizione dei motivi su cui 
quelle riforme si fondano. La 
parte più importante di essa ri- 
guarda 1' allargamento del bene- 
fìcio del Grhislieri ai tre circon- 
dari della provincia pavese, che 
finora ne erano esclusi. 

Sono poche pagine, ma di al- 
tissimo interesse storico e giuri- 
dico, da cui non solo il diritto 
dei tre circondari esce perfetta- 
mente giustificato, ma illuminata 



anche, assai meglio che non fosse 
prima, la vera genesi patrimo- 
niale di quel cospicuo Istituto 
cittadino. 

Verga E. La deputazione dei 
collegi elettorali del regno d } Italia 
a Parigi nel 1814. Milano, Co- 
gliati 1904. 

Il breve ma intenso periodo 
di crisi da cui fu travagliata Mi- 
lano tra la partenza del viceré Eu- 
genio Beauharnais e il ritorno 
della Lombardia sotto il dominio 
austriaco, continua ad essere og- 
getto di studi accurati e coscien- 
ziosi. Alla storia di quella crisi 
è ottimo contributo il nuovo la- 
voro del Verga, il quale ha po- 
tuto consultare un' interessante 
raccolta di carte, già apparte- 
nute al marchese Giacomo Bec- 
caria, ora depositate al civico 
museo del Risorgimento in Mi- 
lano. Sono lettere, relazioni ed 
altri documenti che gittano molta 
luce sull' azione spiegata dal go- 
verno provvisorio di Milano, l'in- 
domani della catastrofe del Pri- 
lla, per salvare l' indipendenza 
del Regno di fronte alle cupidigie 
austriache, e sulle pratiche con 
dotte a Parigi presso le potenzi 
alleate dai deputati dei collegi 
elettorali, i quali dopo avere inva 
no sperato, coll'appoggio dell'In 
ghilterra, di evitare il domini' 
austriaco in Lombardia, cerei 
no di assicurare al paese i n: 
giori vantaggi amministrativi 
economici, tra cui quella larva d 
autonomia che fu l' isti unioni 
della congregazione centrale. 



— 377 — 



L'articolo del Verga non mo- 
difica sostanzialmente il giudizio 
di quanto già si sapeva sull' ar- 
gomento ; ma aggiunge notizie e 
particolari nuovi degni del più 
alto interesse, che egli ha saputo 
utilizzare in un' esposizione so- 
bria ed efficace. 

Colombo A. Per la venuta dì 
Carlo Alberto a Vigevano (30 ago- 
sto 1836). Vigevano, Unione Tip. 
Vigev. 1904. 

In occasione della venuta a 
Vigevano del re Carlo Alberto 
il 30 Agosto 1836 fu pubblicata 
una così detta Epistola Elogisti- 
n a, in cui i pregi della città erano 
3saltati oltre la giusta misura. 
Queste esagerazioni diedero mo- 
rivo ad un anonimo versificatore 
li scrivere una poesia intitolata 
Vigevano personificata illustrata, 
:he dell' Epistola era una non 
rifelice canzonatura. Il nostro 
J. pubblica V una e l' altra, e 
rende occasione da ciò per far 
onoscere, tratte dall'Archivio 
mnicipale, molte notizie rela- 
ve a quel breve soggiorno di 
arlo Alberto nella città di Vi- 
svano. ci. r. 

Frati Lodovico. Una pasqui- 
ita contro i Lettori dello Studio 
Agnese nel 1563. (Atti e me- 
orie della E. Deputaz. di St. pa- 
ia per le provincie di Romagna, 
IH, voi. XX, 1901-902). 
L'importanza di questa pasqui- 
ta, che il F. rinvenne in una 
iccolta di scritture delle fami- 



glie di Bologna e loro dignità et 
origine ecc. del secolo XVI. sta 
nel fatto d' essere appena di un 
anno anteriore a quella, che il 
Tasso fu accusato di aver com- 
posta ; sicché può portar luce in 
qualche ricerca, od offrire mate- 
ria a qualche raffronto. Ma, men- 
tre la pasquinata attribuita al 
Tasso colpiva gli scolari del ce- 
lebre Studio, quella del 1563 col- 
pisce i Lettori, e tra questi — 
ciò che particolarmente e' inte- 
ressa — Girolamo Cardano, che 
leggeva medicina in Bologna fin 
dal 1562. 

Guardati, infermo, non darti alle sue mani 
Se dal' altri non sei prima abandonato 
Che saresti per dio tosto spaciatto. 

Questo il parere di Ser Fedocio 
— tale è il pseudonimo, sotto 
cui si nasconde il libellista — 
sul celebre medico lombardo. 

e. m. 

Castagnari G. Alcuni nuovi 
studi su Lucrezia d' Este, duches- 
sa d'Urbino, Firenze, Carnesec- 
chi 1905. 

Sulla guida di documenti an- 
cora inediti, tratti in massima 
parte dall' Archivio segreto di 
Modena, 1' A. ricostruisce la vita 
di Lucrezia d' Este e cerca di 
porre nella sua vera luce il ca- 
rattere di questa principessa più 
volte studiato e variamente giu- 
dicato. Nata nel 1535 da Ercole 
II e da Renata di Francia, Lu- 
crezia trascorse la sua giovinezza 
alla corte di Ferrara. Nel 1570, 
già trentacinquenne, andò sposa 

24 



— 378 — 



a Francesco della Rovere, duca 
d' Urbino, assai più giovane di 
lei : matrimonio infelicissimo . 
che le fruttò V indifferenza del 
marito, l'isolamento e l'abbando- 
no nella stessa sua corte, e infine 
delle ristrettezze economiche, a 
cui non era stata abituata nella 
corte paterna. L' A. dimostra in- 
sussistente una pretesa relazione 
di lei col conte Ercole Contrari, 
la cui morte, meglio che a ven- 
detta del marito, sarebbe da at- 
tribuirsi a cause naturali. Tor- 
nata a Ferrara, donde, malgrado 
le preghiere e le ingiunzioni del 
marito e del papa, non volle far 
ritorno al tetto coniugale, Lucre- 
zia passò il resto della sua vita 
solitaria e triste, il che trasformò 
questa donna, gaia, allegra e 



amante de' divertimenti, in una 
bigotta senza fermezza e senza 
volontà. A questo bigottismo, 
unito ad un certo senso di anti- 
patia e di rancore verso i parenti 
che 1' avevano lasciata in abban- 
dono, si deve forse la parte da lei 
avuta nelle trattative per cui, alla 
morte di Alfonso 2°, il ducato 
passò alla S. Sede. Lucrezia morì 
poco dopo, 1' 11 febbraio 1597. 

Ragioni psicologiche comples- 
se, ragioni varie economiche e 
d' ambiente spiegano il carattere 
di questa principessa, che l'A. 
chiama non a torto vittima dei 
tempi, e che merita forse un giu- 
dizio più benevolo di quello che 
pronunziarono di lei i contem- 
poranei e i biografi. 

el. r. 



NOTIZIE ED APPUNTI 



Carlo IV di Lussemburgo a Pavia. — Nella mia Nota all' itine- 
rario della prima spedizione italiana di Carlo IV di Lussemburgo (1), 
pubblicata or son dieci anni, dimostrai priva di qualunque fondamento 
la notizia data dal cronista parmense Giovanni da Cornazano, raccolta 
dall' Hiiber nei suoi Regesti e dal Werunski nella sua Storia della 
prima spedizione romana di Carlo IV, secondo la quale costui par- 
tito da Milano, nel gennaio del 1355, dopo la sua incoronazione regia in 
S. Ambrogio, sarebbe andato a Piacenza e a Borgo S. Donnino, pas- 
sando per Pavia. 

Ma se Carlo non fu a Pavia nel gennaio 1355, vi era già stato 
molti anni prima, e propriamente nel 1331, quando giovinetto ancora 
di sedici anni, fu chiamato in Italia dal padre, Giovanni di Boemia, 
ne' primi mesi di quella efimera signoria distillata a scomparire, in- 
sieme a quella di Bertrando del Pogetto, innanzi al fascio di forze 
italiane coalizzate a Castelbaldo. 

La notizia di questo soggiorno di Carlo a Pavia è stata finora 
ignorata da tutti gli storici pavesi, ed infatti nessuna fonte italiana 
ne parla; ma essa ci è data dalla stesso Carlo in quella vita scritta 
da lui medesimo, che per quanto poco conosciuta e poco sfruttata da 
qoì, non cessa di essere una sorgente assai importante d' informazione 
per la storia italiana dal 1330 al 1346 (2). 

Si era alla primavera dell' anno 1331. Con una serie di successive 
dedizioni Brescia, Bergamo, Parma, Cremona, Pavia, Reggio, Mode- 
ia e Lucca avevano acclamato la signoria di Giovanni, il quale il 
l marzo venne a stabilirsi in Parma per iniziare con Bertrando del 
D ogetto quelle trattative che dovevano finire nelP accordo di Castel- 
ranco. Fu durante quel soggiorno di Parma che Giovanni fece venire 
l figliuolo in Italia, giusta la notizia che lo stesso Carlo ci ha la- 
ciato nella sua Autobiografia : 

(i) In Ardi. Stor. tomo. an. XXII fase. 1° (1895). 

(2) Pubbl. dal Freher in Rer. Bohem. antiqui scriptores aliquot insignes, 
anoviae 1602. Il passo da noi studiato è a pag. 90. 



— 380 — 

Tempore ilio misit pater meus in Comitatum Lussenburgensem prò 
me. Ego autem arripui iter per civitatem Metensem, per ducatum Lo- 
tharingiae, per Burgundiam et Sabaudiam usque in civitatem Lansan 
super lacu. Deinde tramivi montes Brigo (il Sempione) et veni in terrii 
torium Novariense, et abinde veni in parasceve in civitatem Papiae, 
quam tenebat pater meus. 

Il giorno dell'arrivo di Carlo a Pavia ci è dato in modo preciso: 
fu il venerdì santo, che in quell' anno cadde il 29 di marzo. 

Due giorni dopo, festa di Pasqua, avvenne un fatto, che Carlo 
narra nel modo seguente: 

In die autem Paschae, scilicet secunda die postquam veneravi, inloxi- 
caia fuit familia mea, et ego {divina me gratta protegente) evasi : quia 
magna Missa prolixe agabatur, et communicaram in eadem, et nolui 
comedere ante Missam. Cum autem irem ad prandium, dietimi mi hi fuit 
qund familia mea subito in infirmitatem ceciderat, et special-iter UH, qui 
ante prandium comederant. Ego autem sedens in mensa comedere nolui 
et eramus omnes territi. Et sic aspiciens, vidi hominem pulchrum et agi- 
lem, quem non cognovi, qui deambulabat cor am mensa fingens se mutum. 
De quo habita suspicione, ipsum captivum feci: qui post multa tormenta 
tertia die locutus est et confessus fuit quod ipse in culina cibariis toxicum 
immiserat de iussu et procuratane Azonis Vicecomitis Mediolanensis. De 
ilio autem toxico fuerunt mortui lohannes Dominus da Berge, magister 
curiae meae, lohannes de Honkgrin, Simon de Kegla, qui deserviebat 
mensae et complures alti. 

A questo tentato avvelenamento di Carlo durante il suo soggior- 
no a Pavia non accenna nessuna fonte italiana ; ma questa non è una 
ragione per dubitarne. I particolari narrati da Carlo non sono di 
quelli che s' inventino, e i nomi delle vittime stanno lì a testimo- 
niare che il criminoso tentativo non era rimasto senza effetto. Quanto 
alla confessione del reo e alla colpa attribuita ad Azzone Visconti, 
la prudenza vuole che si faccia qualche riserva, non perchè abbiano 
in sé nulla d' inverosimile, ma per la cautela con cui dev' essere ac- 
colta ogni testimonianza ottenuta (e in qual caso non si derogò cer- 
tamente alla regola generale) per mezzo di tormenti. 

Ma la parte più notevole della relazione autobiografica viene dopo: 

Ego autem manebam ilio tempore in monasterio S. Augustini, uhi 
corpus suum iacet in Papia, de quo monasterio expulerat Ludovicus 
de Bararia Abbatem et Canonicos regalares illius monaslerii. Quos 
ego revocans in praedictum monasterium introduxi. Quod monasterium 






— 381 - 

post obi timi illorum fratrum Papa Iohannes Augusti ni anis, quorum 
ardo hodiema die possidet, contuli/, dominante patre meo, quibus pater 
ìncus possessionem tradidil. Ih- inde ivi ad patrem meum in civitatem 

par me ti seni ecc. 

In questo passo ci sono molte cose da notare. Innanzi tutto è degna 
di osservazione la notizia che Carlo ci dà della sua dimora nel mo- 
nastero di S. Pietro in Ciel d' Oro, poi l'altra, anche più importante, 
di aver egli richiamato in questa occasione nel monastero 1' abbate 
e i Canonici Regolari, che n'erano stati cacciati da Ludovico il Ba- 
varo. Noi sapevamo, per altri testi, 1' allontanamento da Pavia di un 
grau numero di ecclesiastici e religiosi, per cui molte chiese e mona- 
steri rimasero deserti negli anni fortunosi che decorsero tra il primo 
interdetto di Pavia e la signoria di Griovanni di Boemia (1); ma di 
un esilio dell' abbate di S. Pietro in Ciel d'Oro e dei Canonici Rego- 
lari nessuna notizia è giunta fino a noi tranne questa che ci è data 
dall' autobiografìa carolina. Ma a questa notizia si aggiunge un par- 
ticolare della massima importanza : che la cacciata dell' abbate e dei 
canonici da S. Pietro in Ciel d' oro fosse dovuta all' opera di Ludo- 
vico il Bavaro. 

L' importanza di questo particolare sta in ciò che esso modifica so- 
stanzialmente quanto s'è creduto finora su' sentimenti di Ludovico 
verso i Canonici Regolari di Pavia, e sui rapporti corsi tra i Canonici 
Regolari e gli Eremitani di S. Agostino per il possesso della basilica di 
S. Pietro in Ciel d'Oro. E noto che con una bolla del 20 gennaio 1327 
Giovanni XXII concesse agli Eremitani di S. Agostino della chiesa 
della Mostiola di partecipare non solo all' oniciatura della basilica, 
fin allora tenuta esclusivamente dai Canonici Regolari, ma di erigere 
anche ne' pressi di S. Pietro, accanto a quello dei Canonici, un proprio 
monastero. E noto altresì che questa bolla non ebbe esecuzione che 
quattro anni dopo, nel giugno 1331, quando gli Agostiniani furono 
effettivamente messi in possesso della basilica, durante il dominio di 
Griovanni di Boemia. Questo intervallo di quattro anni si spiegava 
comunemente coli' opposizione fatta alla bolla pontificia dai Canonici 
Regolari, e coir appoggio che questi avrebbero trovato in Ludovico il 
Bavaro, allora in rotta col pontefice, il cui dominio su Pavia durò 
appunto quattro anni, dal 1327 al 1331, durante i quali la città fu 
governata dal tedesco Enrico di Gronesten. 

(1) Cfr. Romano, I Pavesi nella lotta tra Giovanili XXII e Matteo e Ga- 
vazzo Visconti, p. 31. Pavia, Ronchetti 1889. , 



- 382 -- 

L'autobiografìa ài i ano |\ ri presenta la rosa sotto un aspetti 
assolutamente diverso. Ludovico non è il protettore dei Canonici, mj 
il loro nemico, che li espelle dal monastero e li manda in esilio dalli 
città ; e poiché questo fatto avvenne quasi certamente nell' anno 1327 
durante i pochi mesi (marzo-agosto) che l' imperatoro tedesco si 
trattenne nell' Alta Italia, i quattro anni passati tra l' emanazione 
della bolla a favore degli Eremitani e la sua esecuzione nel giugno 1331, 
si spiegano non già con l'opposizione che i Canonici avrebbero fatto 
alla bolla pontificia, ma con la semplice circostanza che in quel tempo, 
essendo i Canonici lontani da Pavia, e non avendo Ludovico, allora 
in lotta col pontefice, nessun interesse di favorire gli Eremitani, la ver- 
tenza tra le due corporazioni religiose rimase necessariamente so- 
spesa. Al fatto poi della espulsione de' Canonici dal loro convento non 
saprei assegnare altro motivo che le loro amichevoli relazioni coi Vi- 
sconti di Milano. Noi troviamo, anche più tardi, nel corso del XIV 
secolo, i Canonici di S. Pietro in Ciel d' Oro favoriti e protetti da' 
signori milanesi; e quindi non mi sembra improbabile che quando 
nel 1327 Ludovico, venuto a Milano, la ruppe clamorosamente con 
Galeazzo Visconti, e lo fece imprigionare col figlio Azzone e coi fra- 
telli Giovanni e Luchino, nella loro catastrofe andassero travolti, in- 
sieme con altri partigiani delle città lombarde, anche i monaci del 
potente monastero pavese. 

La venuta a Pavia di Carlo di Lussemburgo fruttò a' Canonici Re- 
golari il richiamo dall'esilio e il ritorno nel monastero, da cui erano 
stati allontanati. Questo richiamo e questo ritorno si collegano col- 
1' opera di pacificazione generale dei partiti, sulla quale Giovanni di 
Boemia faceva assegnamento per conservare le città che gli si erano 
date in signoria. Ed allora fu possibile anche 1' accordo tra i Cano- 
nici e gli Eremitani ; ma questo non avvenne per opera di Carlo, iì 
quale partì da Pavia intorno alla metà di aprile per andare a Parma, 
dove giunse mentre a Castelfranco si dibattevano le condizioni del- 
l' accordo tra Giovanni e il legato papale ; ma più tardi, nel giugni 
dello stesso anno, quando Giovanni di Boemia si trovò, come io con- 
getturo, di passaggio per Pavia, per recarsi ad Avignone e poi a Pa 
rigi pel matrimonio della figlia con un principe francese. 

Che Giovanni di Boemia non fosse stato estraneo alla presa di pos 
sesso della basilica pavese per parte degli Agostiniani, era stato gii 
da me affermato nel lavoro accennato dianzi. Ora 1' autobiografia di 
Carlo ce ne dà un' esplicita conferma, e 1' espressione di cui si serve : 



;s, ; 



ad possessioìiem ti'iitlidtt v il sapersi * In- (.uovauni -m* 

partì da Parma dirotto in Francia rendono estremamente probabile la 
congettura che egli passasse per Pavia, e che in «inolia occasione fa- 
cilitasse agli Agostiniani la presa di possesso della basilica avvenuta 
il 5 dello stesso mese. 

Resterebbe a spiegare la frase post obitum ìllorum fratrum, ado- 
perata da Carlo ; ma si tratta evidentemente di una svista dovuta 
a malsicuro ricordo di fatti accaduti molti anni prima, e ad imper- 
fetta cognizione delle circostanze in cui era avvenuto l'ingresso degli 
Eremitani in S. Pietro in Ciel d'Oro. Carlo, non immaginando una 
basilica officiata promiscuamente da due congregazioni religiose, e ben 
ricordando che il padre aveva messo gli Eremitani in possesso di 
S. Pietro in Ciel d'Oro, in esecuzione di una bolla papale, credette 
che ciò fosse avvenuto in seguito alla morte dell' abbate e dei Cano- 
nici Regolari, che egli aveva richiamato dall' esilio durante il suo breve 
soggiorno a Pavia nel marzo-aprile 1331. Quella frase dunque non è 
che una sua affermazione personale, dovuta ad un apprezzamento af- 
fatto arbitrario, e però, come io credo, non è da farne gran conto. 

Caelum Aureum o Cella aurea ? — Il prof. Carlo Salvioni nei 
suoi Appunti di latino medioevale (in Studi Medioevali, I. fas. 3° p. 421 
nota) scrive : 

» È notevole che la basilica di S. Pietro in Ciel d' Oro di Pavia si 
» trovi talvolta chiamata cella aurea; così in CDL. (Cod. Dip. Longobar- 
di diae) col. 1660 (docum. apogr.): sancti Petri cellae aureae, e in una 
n costituzione dell' imperatore Ottone III accolta nel CF. (Co(L Far/\), 
in II num. 226 (a. 998) e datata da in basilica beati Petri quae vocatur 
n ad cellam anream. Potremmo aver qui conservata la tradizione d'un 
« * celdòro = * cella d' oro che poi sarebbe stato male interpretato 
n e ricostrutto come u cielo d'oro ». 

La congettura del Salvioni non è nuova. Anche al Merkel (Epi- 
afio di Ennodio, p. 99; sorrideva V idea che al caelum aureum si do- 
lesse preferire la forma cella aurea. 

Se non che i testi più antichi e più autorevoli stanno contro questa 
interpretazione. 

Il biografo di papa Zaccaria (Liber Pontif. ed. Duchesne I, 430), 
he molto probabilmente accompagnò questo pontefice a Pavia nel 
iaggio del 743, scrive di lui : in basilica eius 'beati Petri) quae voca- 
>.r ad Caelum aureum perrexit. 



— 384 - 

P. Diacono, profondo conoscitore delle chiese pavesi dell' epoc; 
longobarda, dice di Liutprando (Flist. Long. VI 58) : Ilio monasteriun 
beati Petrì ì quoti foras muros Tìcinensis civitatis situm est et Caelurt 
Aurea m appellatiti* , instituit. 

I documenti diplomatici, salvo rarissime e tardive eccezioni, de 
vute senza dubbio ad errore di lettura degli amanuensi, hanno 1 
forma caelum aureum, in eaelo aureo e non cella aurea. 

Ma v' è di più. A Ravenna esisteva fin dal VI secolo una chies 
che portava lo stesso titolo. E quella che oggi si chiama S. Apoll: 
nare Nuovo e che anticamente era dedicata a S. Martino. Suo fond? 
tore era stato il grande re degli Ostrogoti, Teoderico. Sentiamo Agnello 
che visse nella prima metà del IX secolo e ci ha lasciato la descrizion 
di quella chiesa: 

Igitur reconciliavit beatissimus Agnellus pontifeoc infra hanc urbei 
ecclesiam saneti Martini confessoris, quam Theodoricus vece fundavi 
quae vocatar Coelum aureum; tribunal et utrasque parietes de imag 
uibus mar tir nm virginwmque incedentium tassellis decorami; suffixa ver 
metallo gipsea auro super infixit, lapidibus vero diversis parietibus adha* 

sit tt pavimentum lithostratis mire composuit Nulla ecclesia vel domi< 

similis in laquearibus vel in trabibus ista. 

II passo di Agnello non solo è riprova della sincerità della lezic 
ne caelum aureum, ma ce ne dà anche la spiegazione. Il nome fu dat 
alla chiesa dalla ricchezza degli ornamenti e dallo splendore d< 
soffitto, che ricorda il %Q V0 Q / J -^ v àuif}òr}X<$ uaxeiXrjJZTm f] ÒQO<pi) nà(. 
di Procopio nella descrizione della chiesa di S. Sofia [Da aedifici 
I 1). Del resto caelum nel significato di volta o soffitto di una chies 
è termine tecnico nel latino medioevale. Caelum ecclesiae è il soffiti 
della Chiesa, secondo il Ducange, da cui tolgo questo passo (Gloss. al] 
voce caelum) : totamque Ecclesiam a Presby ter is usque ad turrim.. 
superius opere piclorio, quod caelum vocant, auro multiformiter i, 
termixto mirabili arte construxit. 

Aggiungerò che i moderni sono tutti concordi nell' attribuire ; 
soffitto dorato la denominazione di caelum aureum data alla chiei 
di S. Martino. Basterà citare C. Picei, Ravenna e i suoi dintorni', p. 1£ 
— Hodgkin, Itali/ ad her invader s, III 336 — Venturi, Storia dell' ar 
italiana I 286 — Diehl, Les villes ef art cèlèbres : Ravenne. Par 
1903, p. 48. 

La denominazione di caelum aureum data alla chiesa pavese p< 
trebbe gittare un raggio di luce sulla vera origine di questa basilic 



- 385 — 

avvolta finora nell'oscurità. Corto la basilica esisteva prima che Liut- 
prando vi aggiungesse il monastero. E non mancano buone ragioni 
per farne risalire la costruzione fino al VI secolo. Allora Ticinum, 
per iniziativa del grande Teoderico, vide sorgere fra le sue mura 
l'anfiteatro, le terme, un palazzo ed altri edifici. Qual meraviglia che 
sorgesse anche una chiesa, la quale, dalla somiglianza del soffitto do- 
rato (Pavia allora era interamente compresa nell' ambito dell' influenza 
artistica di Ravenna), si chiamasse, al pari di S. Martino, caelum 
aureum ? 

Ma non voglio insistere su questo punto, che meriterebbe una 
più lunga ed accurata disamina. Solo aggiungerò che la qualifica 
di celici cV oro data più tardi generalmente ai monasteri benedettini 
non infirma menomamente la nostra spiegazione. Cella aurea (a meno 
che se ne trovino esempi anteriori all' Vili secolo) non è che una 
corruzione di caelum aureum, per un processo ideologico, che fece 
preferire cella a caelum, come parola più appropriata ai conventi; il 
quale processo fu agevolato anche dalla circostanza che il significato 
vero di caelum aureum potette facilmente oscurarsi in un periodo di 
grande decadenza dell' arte e quando, tra i rifacimenti cui andarono 
soggette le antiche basiliche, scomparvero le caratteristiche che ave- 
vano dato origine a quella particolare denominazione. 

Dove morì il frate Giacomo Bussolari? — L'opinione dominante 
fra gli eruditi pavesi, secondo la quale il Bussolari, liberato dalla 
prigionia di Vercelli nel 1373, sarebbe passato a vivere gli ultimi anni 
ii sua vita presso il presunto fratello Bartolomeo, vescovo dell'isola 
V Ischia, ha trovato recentemente un contraddittore nell' autore del- 
' articolo II Petrarca e i Visconti, inserito prima nella Rivista d'Ttalia, 
)oi nella miscellanea F. Petrarca e la Lombardia pubblicata lo scorso 
inno dalla Società Storica Lombarda in occasione delle feste pel VI 
enfeenario della nascita del poeta. 

Siccome 1' autore in questione crede che il Bussolari u passò il 
esto della sua vita nella più miserabile prigionia », non sarà inop- 
ortuno vedere che fondamento abbia questa opinione e se, allo stato 
resente degli studi, essa sia sostenibile. 

E noto che, dei cronisti contemporanei, i soli che si occuparono 
el Bussolari e lasciarono qualche notizia della sua fine, sono l'Azario 
' Matteo Villani. 

L'Azario scrive: Itaque frater Jacobus ille de Bussolariis Ordinis 



- 386 - 






Eremitarum 8. Augustini ductus fuit Vercellas, et in exequtionem sen~ 
tentìae latac fuit, jubente suo Generali, in domo sui ordinis antedicti 
intrusiti et mancipatus in perpetuimi carcerem, et ibi sistit de presenti. 

Il Bussolari dunque viveva ancora quando TAzario scriveva la sua 
cronaca, e poiché questa, come parrebbe, arriva fino all' anno 1364, 
la testimonianza del cronista novarese serve bensì a dimostrare che 
il Bussolari era ancora in carcere quando egli scriveva, ma non 
esclude la possibilità che sia stato liberato più tardi. 

Lo stesso ragionamento possiamo ripetere a proposito del Villani. 
Anche il cronista fiorentino sa che il Bussolari fu condannato al car- 
cere perpetuo, che fu mandato a Vercelli e chiuso nel convento del 
suo ordine in « una forte e bella prigione n dove « con poco lume e 
assai disagio pose fine alle tempeste secolari » ; ma non dice che 
vi sia morto, né p )teva dirlo, perchè, come è risaputo, la cronaca 
di Matteo non va oltre il luglio dell'anno 1363. 

Dopo l'Azario e dopo il Villani dobbiamo arrivare sino allo scorcio 
del secolo XV por trovare altre notizie sulla fine del Bussolari. 

Donato Bossi, la cui Chronica Mediolani fu pubblicata nel 1492. 
scrive ad an. 1360: Dehinc. . . . Vercellis in ferrea cavea perpetuis cav 
ceribus mancipavit, sub arte paenitentiae, ut scilicet ter in ebdomade 
atque semel dumtaxat in die pane solo el aqua vesceretur ; tum Stalin 
fama eius cum ipso auctore consepulta est, quamvis paucos post die, 
loeus carceris cunctis innotuerit. La frase fama eius cum ipso auctor* 
consepulta est può sembrare un po' ambigua ; pure sarebbe arrischiate 
cavarne altro senso, all' infuori di questo : del Bussolari, una volti 
carcerato, non si parlò più. 

E null'altro, tranne il carcere perpetuo inflitto al tribuno pavese 
seppero il Corio, la cui storia fu stampata la prima volta nel 1503; i 
Cainpofregoso, che nei suoi Collectanea (tradotti e pubblicati in italian. 
dal Grhilini nel 1508) attinse probabilmente dal Bossi, come del Cam 
pofregoso attinse Benvenuto da S. Giorgio nella sua storia del Mon 
ferrato ; — e infine il Griovio nelle sue Vitae duodecim l 7 icecomitiih 
(in Thesaurus Antiq. del Grevio III, p. l a p. 312). 

Si deve arrivare fino alla seconda metà del sec. XVI per trovar 
uno scrittore di dubbia fama e di scarsa autorità, come il Bugat; 
il quale scriva {Historia Univ., Venezia 1571 lib. 4° p. 429): Ma i 
frate mandato a Vercelli nel convento del suo ordine venne a inori 
l' anno che, fu (Uni Grande della Scala da Cane suo fratello ammaz. 
zato (vale, a dire nel 1359, confondendo così l'anno della morte co 
quello della prigionia). Il Pietragrassa , il più grande raccogli- 



— 387 - 

tore di panzane che vanti la storiografia pavese del seicento, accolse 
senz'altro la notizia e la registrò in quel monumento di castronerie 
che sono le sue Annotazioni alla storia di Pavia (ms. della Bibl. Univ.); 
e la ripetè anche il Verri nella sua Storia di Milano, o togliendola 
dal Bugati o fraintendendo l'Azario, da cui attinse largamente nel 
suo racconto. 

Ma fu specialmente per opera del Sismondi che la notizia della 
morte del Bussolari nel carcere di Vercelli ebbe credito e si diffuse, 
grazie alla grande notorietà acquistata dalla Storia delle Repubbli- 
che Italiane del famoso scrittore ginevrino. E pure non si tratta 
che di un' abusiva interpretazione de' passi del Villani, del Corio e 
di Benvenuto di S. Giorgio, i soli che egli citi a sostegno della sua 
narrazione! Dopo il Sismondi molti ripeterono la falsa notizia. Citerò 
soltanto, dei più noti fra i nostri, il Cusani, Storia di Milano I 81 e 
il Ferrari, Storia delle rivoluzioni d' Italia UT 61 (Milano 1872). 

Ma altri, più cauti e più scrupolosi, non si lasciarono trasportare 
fin là, e si tennero paghi alla sola interpretazione possibile delle 
fonti cronistiche, parlando bensì della prigionia del Bussolari, ma 
non della morte nel carcere di Vercelli. Di tale lodevole moderazione 
diedero esempio, oltre al Ripamonti {Hist. Mediol. nel Thesaurus del 
Grrevio TI, p. l a 555), il Muratori, il Giulini, il Rosmini e, per tacer 
d' altri, 1' ottimo De Sade nella sua biografia petrarchesca, il primo 
che con felicissimo senso storico capisse 1' importanza della figura 
del Bussolari e la ponesse in rilievo in pagine calde di simpatia e 
di eloquenza. 

Frattanto nuova luce sulla fine del tribuno pavese veniva dai do- 
cumenti pubblicati dall' Ughelli nel VI volume della sua Italia Sacra 
edito la prima volta a Roma nel 1659. L'Ughelli, a proposito di Bar- 
tolomeo Bussolari, che morì vescovo d'Ischia nel 1389, fece conoscere 
ilcune iscrizioni sepolcrali esistenti nella chiesa di S. Domenico, da 
mi risultava chiaramente che ad Ischia, accanto al vescovo, era sepolto 
mche Giacomo ritenuto comunemente suo fratello, ritiratosi colà dopo 
-ver sofferto quattordici anni di prigionia per opera di Galeazzo 
^sconti. Ma, anche prima della pubblicazione del volume dell'Ughelli, 
Hrolamo Bossi, a cui la storia pavese è debitrice di un prezioso ma- 
sriale, e che doveva aver avuto, per altra via, sentore di qualche 
ìemoria esistente nella chiesa di Ischia, per mezzo del padre Giro- 
uno Galliano s'era rivolto al Primicerio dell'isola, per avere in pro- 
3SÌto più sicure informazioni. La risposta di costui, in data del 



- 388 — 

1° maggio 1G45, trovasi nel cod. 1593 della biblioteca Trivulziana, e 
credo opportuno farla conoscere perchè essa, tranne qualche svista 
di lettura e di apprezzamento, conferma le notizie date dall'Ughelli 
e aggiunge anche qualche altro particolare. 

Nella chiesa del Convento di S. Domenico d'Ischia a mano diritta 
dell'entrata son dai sepolcri di marmo antichi V uno sopra l'altro. 
Quel di sopra have il coperchio in cui sta scolpito un Vescovo, et al 
capo di questo sepolcro sta scolpito S. Ambrogio con queste lettere: 
S. AMBROSIUS. Nel frontespicio del coperchio si leggono queste par olt: 
De omnibus subscriptis apparet cautela in Malori ecclesia et authenticum 
eorundem in Archivio Archiepiscopatus, ad exemplum successorum, ut 
bene custodiani et maiora adimpleant. 

Nel frontespicio del sepolcro sotto al coperchio si leggono queste parole: 

BEATUS ERATER IACOBUS BUSULARIUS DE PAP1A 

sotto le quali parole in mezzo del sepolcro sta scolpito il detto beate 
con due arme una alla destra, et una alla sinistra, questa have uri 
leone di sopra et tre palle di sotto, et si crede che sia del Vescovo 
ch'ivi sta sepolto, quella have una croce nel mezzo et fuori di essa s 
leggono queste parole : 

A. COMMUNITATIS PAPIAE 

onde si può stimare che quest' arma sia della Comunità di Pania. 
Nel fine del sepolcro nella parte anteriore si leggono queste parole 

© IN HOC CANECAPERIO (1) RECONDITUS FUIT BARTHOLO 
MEUS LUMBARDUS DE PAPIA DE BUSULARIIS EPUS VTANl> 
M.CCC.LXXXIX DIE III (2) MENSIS DECEMBRIS. 



Questa parola Vtanus si crede che voglia dire Veteranus (3). 

Nel fondo di questo sepolcro sono scolpite altre parole, le quali no> 
si possono leggere perchè sta sopraposto ad altro sepolcro, che si giudici 
stesse sollevato sopra colonne anticamente onde s'havessero potuto leggen 
Così anco a piedi di d.° sepolcro si crede siano scolpite ad tre parol 
come appare nel sepolcro di sotto, ma non sì possono leggere pereti 
sta contiguo col muro. 

(\) Ughellt, l a ed. c : Coenocopesio ; 2 & ed. e : Coemeterio. 
(2) Ughelli: UH. 



(3) L'A. è incorso in un errore di lettura. Non VTANUS ma YLANUS de 
veva sonare probabilmente riscrizione. L" Ughelli stampa infatti YSCLANL'S. 






— 389 — 

Nel sepolcro di sotto quale non ha cover ch'io standoli sopra il sopra- 
detto sepolcro sta scolpito nel mezzo nella parte anteriore il beato Gia- 
co ino cou un libro aperto alla destra et con li ferri che si pongono alti 
piedi alla sinistra. 

Nel libro stanno scolpite queste parole: 

LIBER EXCUSATIONIS (1) DE GESTIS PER EUM 
DE TOTA VITA SUA 

Al capo di questo sepolcro si leggono queste parole: 

BEATUS FR. IAOOBUS BUSULARIUS DE PAPIA HIG EST 
RECONDITUS. 

A piedi ve ne sono dell'altre, ma non si possono vedere. 

Nella facciata anteriore sotto al Bealo si leggono queste parole: 

© HIC. FR. IACOBUS BUSULARIUS NUNCUPATUS SUB ISTO 
ALTARE MCCCLXXX (2) DIE XVI AUGUSTI FUIT TRASLATUS. 
PER ANNOS XIIII A TIRANNO GALEACIO MEDIOLANENSE 
MARTIRIUM CARCERIS PRO VERITATE SUSCEPIT. PAPIAM, 
ALEXANDRIA]*! DE OMNE MALO AD OMNE BONUM REDUX1T. 
OMNES DIGNITATES ABHORRUIT ET NUNQUAM PROPRIUM 
HABUIT. DEO GRATIAS AMEN. 

Il detto beato si stima sacerdote del ord. e di S. Domenico mentre 
sta con la chierica, senza barba, et nella chiesa del ordine de Predica- 
tori.... (3). 

Da Ischia il p.° di maggio 1645. 

Aff. mo et devot. mo serv. re 
Sulpicio Primicerio d'Ischia 

Dal padre Galliano la lettera passò nelle mani del Bossi ; ma 
delle notizie ivi contenute il vecchio erudito pavese non fece in tempo 
a servirsi, essendo morto, poco tempo dopo, nel corso dell'anno 1646. 
Così si spiega che nel ms. originale dei suoi Novo-Antiquae non si 
trovi traccia delle iscrizioni di Ischia, le quali invece compaiono nelle 

(\) Ughelli : excusatorìus. 

(2) Ughelli: MCCCCLXXX. 

(3) La chiesa di S. Domenico oggi più non esiste, e dei sepolcri di Bartolo- 
neo e di Giacomo Bussolari non resta più traccia. E superfluo avvertire Terrore 
n cui è caduto lo scrittore della lettera di attribuire il Bussolari all'ordine 
lomenicano dall'esistenza della sepoltura nella chiesa di S. Domenico. 



- 390 - 

ad dizioni fattevi da Siro Elio, nei vari esemplari dei Novo-a7itìqt,ac 
esistenti nelle biblioteche di Pavia. Per altro è notevole che nel vo- 
lume IV delle Memorie Civili dello stesso Bossi (che si conservano 
manoscritte nella Biblioteca Universitaria^, sotto 1' anno 1359, accen-i 
nando alla fine del Bussolari, V autore scriva che egli fu preso ei 
mandato a Vercelli incarcerato, dove rimase assai tempo: segno ma- 
nifesto che il Bossi, fin da quando attendeva alla redazione di quel- 
1' opera, era informato che la prigionia del Bossolari nel carcere ver- 
cellese era stata soltanto temporanea. 

Intanto dalle notizie pubblicate dall'Ughelli e da altre estratte 
dai registri dell' Ordine traeva largo partito L. Torelli per discor- 
rere del Bussolari nel VI volume de' suoi Secoli Agostiniani, pub- 
blicato a Bologna nell' anno 1680. 

Il Torelli fu il primo che dall' epitafìo d'Ischia argomentasse che 
il Bussolari era stato liberato nell'anno 1373: notizia accolta senza 
difficoltà dagli eruditi locali, a cui ini associai io stesso in una me- 
moria pubblicata nell' Archivio slor. lomb. dell' anno 1895, nella quale 
diedi anche una sommaria notizia della lettera sopra riportata. 

Pure il semplice fatto dell'esistenza di un sepolcro del Bussolari 
nella chiesa d'Ischia non bastava a togliere ogni dubbio sull' asse- 
rita liberazione di lui, fino a tanto che non si fosse potuto determi- 
nare con maggior precisione il tempo, le ragioni e le circostanze dello 
uscita del prigioniero dal carcere di Vercelli. 

Ora su tutto ciò hanno recato nuova luce le notizie da me pub- 
blicate nella memoria La guerra tra i Visconti e la Chiesa inserita nel 
fascicolo di dicembre 1904 di questo Bollettino. In essa accennai a due 
bolle di Gregorio XI, 1' una del 7 gennaio, 1' altra del 28 marzo 1373 
contenenti, la prima, 1' atto di accusa contro Galeazzo Visconti citate 
a comparire entro un certo tempo alla corte d'Avignone, la seconda. 
la sentenza di condanna emanata contro di lui in contumacia. In 
tutte e due si parla del Bussolari come ancora vivo, ma, laddove nella 
prima egli continua ad essere prigioniero in quadam Camerula sen 
potius cavea ferrea del convento di Vercelli, nella seconda appare già 
liberato. Ammessa la genuina esattezza dei due testi (e non abbiamo 
nessuna ragione per dubitarne, si giunge naturalmente a questa con- 
clusione : 

// Bussolari fu liberato dalla prigionia di Vercelli tra il 7 gennaio 
e il 28 marzo 1373. 

Ora basta enunciare questi due termini cronologici per rendersi ra- 



— 391 — 

gione dell'opportunità della Liberazione del Russolari in quel tempo e 
delle circostanze in mezzo a cui avvenne. Ardeva allora la guerra tra 
Gregorio XI e i fratelli Visconti, e in quella guerra, contro i signori 
lombardi, s'erano schierati, col papa, Giovanna di Napoli, il conte Ame- 
deo di Savoia e il marchese di Monferrato. Vercelli fu la città contro la 
quale i collegati dirizzarono i maggiori colpi. Colà il partito avverso ai 
Visconti capitanato dal vescovo della città Giovanni del Fiesco, seguito 
da un gran numero di nobili e di ecclesiastici secolari e regolari, s'era 
levato ad aperta ribellione, battendo la campagna in compagnia di 
Amedeo VI di Savoia, che giusto nell' inverno del 1373 invase il ter- 
ritorio vercellese, occupando alcuni castelli e stringendo dappresso 
la città, dove il partito visconteo era ridotto ad un'esigua minoranza. 
Qual meraviglia se, in mezzo al fermento universale prodotto dalla 
guerra e dalla rivolta, il partito ecclesiastico, sciolto ogni legame di 
obbedienza verso i signori milanesi, rimettesse in libertà il povero 
frate eremitano, che il papa aveva preso sotto la sua protezione, ad- 
ditandolo pubblicamente come vittima della tirannide viscontea? Il 
vecchio tribuno, che Galeazzo aveva gittato in fondo al carcere di 
Vercelli, colla codarda acquiescenza del Generale dell' ordine eremi- 
tano, meritava bene di essere liberato per opera dei nemici di quello, 
e liberato per un atto di giustizia riparatrice del pontefice. Che se il 
Bussolari, uscito dal carcere, già affranto dai lunghi patimenti, si 
giovò della libertà acquistata per riparare presso il fratello, vescovo 
d'Ischia, e passare colà gli ultimi giorni di sua vita; la cosa mi pare così 
ovvia, che non ha bisogno di spiegazione. L' essere Ischia nel Regno 
ii Napoli e l' intimo accordo allora esistente tra il pontefice e Gio- 
vanna I, le cui milizie guerreggiavano di conserva in Piemonte, la- 
sciano facilmente supporre che al Bussolari non siano mancate tutte 
le facilitazioni occorrenti in un così lungo viaggio. 

Quando il Bussolari fu liberato, il Petrarca era ancora vivo, e 
? orse a lui, già ritirato nel suo rifugio di Arquà, giunse coli' eco 
le' grandi fatti che si svolgevano in Lombardia anche la notizia della 
iberazione del vecchio tribuno pavese, contro il quale, molti anni 
>rima, non aveva sdegnato di mettere a servizio dei Visconti la sua 
ompiacente eloquenza ciceroniana (1). Noi non faremo al Petrarca 

(1) Tra i documenti pubblicati nell'articolo II Petrarca e i Visconti è corn- 
uta una seconda lettera del Petrarca al Bussolari diversa dalla nota 18 a del 
ib. XIX delle Familiari, ed estratta da un codice della Comunale di Bergamo. 



392 — 






il torto di credere che quella notizia gli dispiacesse. L' ideale poli 
tico del Petrarca nou era certamente quello del Bussolari ; ma i 
glorioso poeta, che aveva 1' animo aperto ai sentimenti più squisiti e 
generosi, nou poteva non compiacersi che fosse restituita la libertà 
a chi aveva scontato anche troppo duramente 1' errore di essersi 
mescolato nelle cose del secolo, e che in fondo non aveva avuto altro 
torto tranne quello di aver difeso 1' indipendenza della sua patria 
nsque ad ultimimi de potenfia. 

G. Romano 

A. questa seconda lettera accennò anche il nostro V. Rossi nel suo dotto lavoro li 
Petrarca a Pavia, che vide la luce lo scorso anno in questo Bollettino. Sull'au- 
tenticità di questa seconda lettera e sulla sua attribuzione al Petrarca mi per- 
metto però di fare qualche riserva. Ma di questo e di qualche altro punto d 
queir articolo scriverò con migliore agio a suo tempo. 



NOTIZIE VARIE 



L'VIII Congresso storico Subalpino s'è tenuto quest'anno a Tor- 
tona nei giorni 14-17 settembre con grande concorso d'intervenuti 
da ogni parte del Piemonte, e coli' adesione di un ragguardevole nu- 
mero di Sodalizi e di studiosi italiani e stranieri. 

La nostra Società vi fu rappresentata dal presidente prof. Gia- 
cinto Romano, anche in delegazione del Municipio di Pavia, e dal 
segretario sac. prof. Rodolfo Maiocchi. 

Dei risultati del Congresso, e della parte avutavi dalla Società 
Pavese di Storia Patria, diremo distesamente nel prossimo fascicolo. 

Terminati i lavori, un forte nucleo di Congressisti tra cui il pre- 
sidente prof. comm. Bertolini dell'Università di Bologna, il prof. Ga- 
botto, dell'Università di Genova, il Marchese Assereto di Genova, il 
maggiore Guerrini cav. Domenico con la sua gentile Signora, il cav. 
Ubertis, sindaco di Tortona, il signor Vinay di Torre Pellico, il mar- 
chese E. Guasco di Bisio ecc., vennero a Pavia per visitare la città 
e salutare il nostro Sodalizio. La sera del giorno 17 ebbe luogo un 
banchetto, nel quale accanto ai reduci dal congresso di Tortona, se- 
dettero molti soci della nostra Società, tra cui, oltre il Presidente, il 
comm. G. Belli, il prof. Grand' Uff. Pavesi, l'avv. Prodieri, il dott. 
Belletti, preside del Liceo, il prof. Filomusi-Guelfi, il dott. Scaglioni, 
il prof. G. Ferrara, il capit. P. Pignatari, l'ing. cav. Casali, in rap- 
presentanza del Municipio di Pavia. 

Brindisi calorosi affermarono, alla fine del banchetto, l'intima so- 
lidarietà della Società Pavese di Storia Patria con la Società Storica 
Subalpina e gli altri Sodalizi rappresentati nella geniale riunione. 
Assai graditi furono i saluti mandati ai congressisti dal vice presi- 
dente sen. C, Cantoni e dal consigliere cav. ing. Campari, impediti di 
intervenire da ragioni di famiglia. 

Il giorno dopo i congressisti visitarono i monumenti più importanti 
delia città, e alle ore undici furono ricevuti in Municipio, dove am- 
mirarono le splendide sale del nostro Mezzabarba e trovarono la più 
3ordiale accoglienza da parte del pro-sindaco e degli assessori. 



:::»l — 



Nel pomeriggio dello stesso giorno 18 i congressisti lasciarono 
Pavia, grati dell' accoglienza ricevuta e col vivo desiderio di tornarv 
ad ammirare con maggiore agio i numerosi e importanti monumenti: 
storici e artistici di cui la nostra città va giustamente orgogliosa. 






Il Segretario della nostra Società prof. R. Malocchi è stato nomi 
nato Rettore del Collegio Borromeo di Pavia, al posto del sac. Chiozz; 
pensionato. 

Mentre ci congratuliamo coli' amico e collega prof. Malocchi del 
l'alta carica conferitagli, non possiamo non deplorare che al nostri 
Museo Civico di Storia Patria, di cui per ben undici anni è stati 
Conservatore, venga d'ora innanzi a mancare l'opera di un uomo, ch< 
era un'assoluta garanzia di operosità e di competenza nel governo d 
quell'importante Istituto cittadino. 

Il passaggio del prof. Malocchi alla direzione del Collegio Borre 
meo non impedirà certamente che egli possa ancora attendere a quegl 
studi, in cui gode fra noi larga e meritata reputazione; ma la su 
scomparsa dal Museo Civico pone un problema, di cui nessuno pu 
dissimulare la gravità, e nella cui soluzione facciamo voti che 1 
Civica Rappresentanza abbia ad inspirarsi al solo interesse degni 
veramente di essere tutelato : quello degli studi. 

* 
* * 

La Società pavese per la conservazione dei monumenti dell' arte cr 
stiana ha fatto coniare una medaglia d' oro in omaggio all' illustr 
architetto A. Savoldi per V opera prestata nei restauri della insigni 
basilica di S. Pietro in Ciel d' Oro. Alla medaglia, bellissimo lavoi 
dell'officina Jonson di Milano, è unito un indirizzo in pergamena est 
guito dal nostro bravo calligrafo prof. Provini. Medaglia e pergamen 
saranno presentate all' esimio architetto il 4 del prossimo mese n 
ottobre, data del suo 60° compleanno. 

La Società Pavese di storia patria, che è felice di contare V ai 
chitetto Savoldi tra' suoi membri, si associa volentieri ai sentimene 
che hanno inspirato una così giusta e nobile iniziativa. 



Su giudizio pronunziato dalla R. Accademia delle scienze di T< 
rino, il premio di lire 4m. istituito dal senatore Morelli a favore d 



giovani bergamaschi per snidi di perfezionamento all'estero, è stato 
vinto quest'anno dal dottor Carlo [nvernizzi, pei- un lavoro storico 
intitolato Gli Ebrei a Pavia. 

L' Invernizzi si addottorò nel giugno 1JK)4 presso la facoltà lette- 
raria della nostra Università, e il lavoro premiato è quello stesso che 
egli presentò come dissertazione di laurea, e che ora è stato pubbli- 
cato nel Bollettino pavese di storia patria. 

Al giovane valoroso le nostre congratulazioni. 

* * 

C. Blasel in ArcJiiv far catholisches Kirchenrecht, 1903 voi. 83, in 
un articolo intitolato Der Uebertriff der Langobarden zum Chris ten- 
timi, bis zur Occupation Italiens — dopo un' introduzione sugli spo- 
stamenti dei Longobardi dal loro primo apparire nella storia, tratta 
della influenza esercitata dal Credo niceano, dall'Arianesimo e dal Cri- 
stianesimo sulla loro vita religiosa e sui loro costumi. 

* * 

Dell' opera in due volumi del M. R. P. Lodovico da Besse : Le 
Hienheureux Bernardin de Feltre et son oeuvre, di cui eternino una 
)reve notizia in questo Bollettino III 259, il sac. Angelo Acquarone 
ìa ora pubblicato una versione italiana a Siena, Tip. pontificia, al 
orezzo di lire 8. 



L' Annuario della R. Università di Pavia per 1' anno accademico 
904-1905 (Pavia, Succ. Bizzoni 1905) contiene, oltre alla ordinaria 
elazione del Rettore prof. Camillo Golgi, il discorso inaugurale degli 
ludi pronunziato il 3 dicembre del 1904 dal prof. G. Romano, 
il tema : U origine del potere civile e della signoria territoriale 
ei Papi. 



* * 

Si è pubblicato un Dizionario feudale delle provincie componenti 



— 396 — 

V antico stato dì Milano all'epoca della cessazione del sistema fenda j 
Firenze, Stab. G, Civelli 1904. 

L' opera non è che la prima parte di un più largo lavoro sul 
Nobiltà Lombarda che il compianto Errico Casanova, segretario del 
Commissione Araldica lombarda, andava preparando giusta il prj 
gramma dell'intrapresa pubblicazione sul Patriziato Italiano dovu, 
all' iniziativa del barone A. Manno. 

Per la morte del Casanova, 1' opera sarà continuata e compili, 
dal nuovo segretario Nob. Alessandro Giulini. 

Il presente volume abbraccia il Ducato di Milano, il Principa 
di Pavia di qua del Po, e i contadi di Como, Cremona e Lodi. 



Nel Ballettino dell' Istituto storico italiano n. 26 (Roma, Sede d<- 
T Istituto 1905), L. Schiaparelli pubblica la 2 a parte delle sue erudì; 
ricerche storico-diplomatiche sui diplomi del re d'Italia, trattan» 
dei diplomi di Guido e Lamberto. 

* * 

L' Illustrazione italiana (n. 36) del 3 settembre pubblica un bre 1 
articolo di L. Conforti sui celebri Arazzi del Marchese del Vasto, ri- 
presentanti, come è noto, sette fra i maggiori episodi della battagi 
di Pavia e considerati, a giusto titolo, come uno dei più preziosi tesd 
del Museo di Napoli. 

De' 7 arazzi è riprodotto il 3°, rappresentante l'invasione nel cani) 
di Francesco I dei Lanzichenecchi del marchese del Vasto. 



RECENTI PUBBLICAZIONI 



Ire.u.o Filippo — La riforma morale della Chiesa nel Medio Evo e la lette- 
ratura antiecclcsiastica italiana dalle origini fino al secolo XI V. Palermo, 
Sandron 1904. 

astagnari Gisklla — Alcuni nuovi stadi su Lucrezia d' Este duchessa d'Ur- 
bino. Firenze, Carnesecchi 1905. 

iel Giudice Pasquale — Discorso in Senato nella tornata del 25 giugno 1905. 
Roma, Forzani e C. 1905. 

ranci Mario — La casa degli Eroi a Groppello. Poemetto. 2* ediz. e Roma — 
Milano, Società Dante Alighieri di Albrighi e Segati e C. 1905. 

a botto Ferdinando — Le più antiche carte dello Archivio Capitolare di Asti. 
Pinerolo 1905 (voi. XXXVIII della Bibl. della Società Storica Subalpina). 

— Intorno alle vere origini comunali (Estr. dall' Arch. stor. ital. disp. 
del 1905, Firenze). 

— Bel reggimento e dei rivolgimenti interni di Tortona dal 1156 al 
1213 (Estr. dal Bollettino Tortonese fase. 7°). Tortona 1905. 

sntile Michele Lupo — Studi sulla storiografia fiorentina alla corte di Co- 
simo 1 dei Medici. Pisa, Nistri, 1905. 

cil A. — Die politischen Beziehungen zwischen Otto dem Grossem und Lud- 
wig IV von Frankreich {936-954). Berlin, Ebering 1904. 

dsca Gaetano — Testo delle riforme introdotte nello statuto del Collegio Ghi- 
slieri con annessa la relazione con la quale il R. Commissario ne accom- 
pagnava la proposta. Pavia, Bizzoni 1905. 

DCOLIni Giovanni — Per la storia di Sparta. Le basi della vita economica 
(Estr. dai Rendiconti del R. Ist. Lomb. di se. e lett. serie II voi. XXXVIII) 

: Milano 1905. 

— Sparta nel periodo dèlie prime guerre persiane (Ibid.j Milano 1905. 

— Per la storia di Sparta. La coti federazione del Peloponneso (lbid.) 
Milano 1905. 

— Per la storia di Sparta. Il Sinecismo (Estr. dalla Rivisto di Storia 
Antica). Feltre 1905. 

ì^ze Petraglione - Serrano (XXI settembre MCM1II) Un voi. di pag. 187 
contenente scritti di A. Restori, G. Romano, P. Schubring, G. Canevazzi, 
V. Labate, V. Cian, G. Gigli, G. Natali, F. Fava, E. Strinati, R. Foa, 
F. D'Elia, T. Nutricati. Messina, Trimarchi ed. 1905. 

ì 'Andrea T. — Quattro lettere inedite di Michele Amari a Salvatore Vico. 
Acireale, Tip. Donzuso 1905. 

F ciucco Giovanni — Marcia, concubina di Commodo. S. Maria Capua Vetere, 
Umili, 1905. 

R /Rieri G. — Coni io intendo il pericolo giallo. Milano, Abbiati 1905. 



— 398 






Rosi Michele — Giuseppe Mozzini e la critico di un amico ('migrato (1851 

(859 Roma, Tip. Cooperativa, 1905. 
SEGRE A. — Di alcune relazioni tra la repubblica di Venezia e la S. Sede a 

tetnpi 'li Urbano Ve di Gregorio XI (1367-1.178). Estr. dal Nuovo Archi 

Veneto h. s. To, IX p. 2* Venezia 1905. 
Soranzo Giovanni — La guerra fra Venezia e la Santa Sede pel dominio d 

Ferrara Ì308-Ì3Ì3). Città di Castello, Lapi, 1905. 
Staffetti Luigi — Contributo alla storia del costume del basso Medio Eco. Ir 

ventario illustrato dei beni e roba dell'opera di S. Martino in Pietrasattl 

(aprile 1420). Genova, 1905 (Nozze Galli- Anselmi). 
Torraca Francesco — Per la storia letteraria del sec. XIII. Napoli, Iovene 190t 
— Commemorazione di Carmine Antonio Mancini letta all' Accadenti 

Pontaniana. Napoli, Giannini 1905. 
Wenck rari, — War bonìfaz Vili ein Ketzer ? (Sonderabdruek aus der H 

storisene Zeitschrift, Band 94 Heft I) Mùnchen 1905. 



Prof. GIACINTO ROMANO Direttore Responsabile. 

Pavia, Prem. Tip. Succ. Frat. Fusi. Largo di Via Roma, 7. 



Solh 

>.5« 



NUOVA LUCE SUL MOTO MILANESE 

DEL 6 FEBBRAIO 1853 



Il moto milanese del 6 febbraio 1853 è fra quei fatti del no- 
stro Risorgimento, i quali hanno tanto appassionato gli animi 
della generazione che ha fatto l' Italia e di quella ad essa im- 
mediatamente seguita, hanno sollevato tante recriminazioni, tante 
re, tante rabbiose polemiche, che non è mai di troppo ogni nuovo 
iobumento il quale ad essi si riferisca. 

Agli scritti del Mazzini (1), del Guttierez (2), del La Cecilia (3), 
lei Cantù (4), del Tommaseo (5), i quali o incidentalmente od 
>x-pro fesso parlano di quel moto, s' aggiungeva nel 1893 l'opera 
lei De Castro (6), la quale pel moto del 6 febbraio non solo at- 
ingeva ma addirittura fondava la ricostruzione storica del fatto, 
iei precedenti nei particolari negli effetti immediati, sulle Me- 
morie, allora inedite, del Piolti De Bianchi, proprio cioè di colui 
he aveva in Milano preparato il moto stesso. 

Non doveva certo a prima vista sembrare questa la fonte più 
isospettabile per rifare criticamente la storia di un moto tanto 
iscusso ; e prova ne è tra le altre il fatto che, quando tali me- 
lorie del Piolti De Bianchi, pubblicate negli anni seguenti dal 
datore Angelo Bargoni nella Rivista storica del Risorgimento 

(1) Scritti editi ed inediti (Milano-Roma 1861-65) (volume Vili pp. 216-306; 
Li. IX, Proemio del Saffi). 

(2) 11 capitano De Cristoforis (Milano 1860). 

(3) Gli ultimi fatti di Milano del 6 febbraio 1853 (Torino 1853;. 

(4) Cronistoria III. 

(5) Secondo Esilio. 

(6) I processi di Mantova e il 6 febbraio 1853 (Milano, Dumolard 1893). 

25 



— 402 — 



ìtali ano (1), venivano non più nel riassunto del De Castro ir 
integralmente fra le mani d' un altro patriotta, partecipe di qu 
moto, del radicale Achille Maj occhi, costui nelle sue Memor, 
scritte in fin di vita insorgeva protestando contro la narrazioi 
del moderato Piolti De Bianchi e dettava per disteso la narr 
zione del fatto, del quale s' era limitato antecedentemente a quale 
particolare nelle lettere scritte, richiesto, al De Castro e da ques 
inserite nel volunfe citato. 

Alla versione moderata pertanto del moto del 6 febbraio 1 
Piolti De Bianchi s' era ritirato dopo il 6 febbraio '53 dal parti» 
d' azione e dal 1859 alla sua morte, avvenuta nel 1890, era sta» 
uno dei maggiorenti moderati), si voleva contrapporre dal Majoqjll 
quella &' un radicale; mentre nel frattempo, fra la pubblicazidJ 
del De Castro (,1893) e la pubblicazione integrale delle Memori 
del Piolti De Bianchi (1897) usciva in Pavia, inavvertito fon* 
dagli studiosi per la sua veste modesta e pel suo carattere i 
pubblicazione locale, ma non per questo meno importante, T 
altro scritto sulP argomento, fonte anche questa di prim'ordir. 
Ne era autore un patriotta, che dal confine di Poschiavo avei 
fatto senza fortuna i preparativi militari pel caso di successo <1 
moto milanese, 1' avvocato cioè Carlo Cassola, l'immortale du- 
viro delle dieci giornate di Brescia (2) : in esso non la narrazio) 
dettagliata del moto, come nel Piolti De Bianchi ed in gra); 
minore nel Maj occhi, ma dei particolari preziosi sui preparati 
di esso fuori di Milano e sovratutto dei giudizi così sereni, ci 
spassionati, così nobili, da farlo accettare come fonte attendibili 
sima ; quando in ispecie si pensi che il Cassola, pure parte- 
pandovi per dovere di partito ed abnegazione di patriotta, I 
tuttaltro che entusiasta di quel moto da lui fino all' ultimo cjj 
suaso (3). 

(1) Voi. Il — 1897 — Fascicolo 7-8, pp. 601-667. 

(2) Tentativo d'insurrezione del 6 febbraio 1853 in Milano ed altre Memie 
politiche dell' avv. Carlo Cassola — Pavia, Tipografìa, popolare 1896 — pp. Vili- 

(3) l^cco i motivi, che determinarono lo scritto del Cassola: 

« 11 tentativo d' insurrezione di cui si tratta fu concepito con molto acu'% 
fu preparato con pochi mezzi pecuniari, ma con grandissima mole di amor paU'> 



- 4o:* - 

Era dunque, per quanto limitata, una nuova (onte e per di 
più di provenienza politica diversa: fra la versione del mode- 
rato Piolti De Bianchi e quella posteriormente voluta contrapporre 
ad essa dal radicale Maj occhi, dissidente dai mazziniani, s' incu- 
neava quella del repubblicano Cassola ; e la storia doveva tener 
conto di queste nuove fonti, di cui né il De Castro nel suo bel 
lavoro né il Tivaroni nella sua Storia critica del Risorgimento (1) 
avevano potuto servirsi. 

Prima d' ogni commento, d' ogni eventuale rettifica riprodu- 
ciamo adunque la narrazione del Maj occhi, la sola ancora ine- 
dita, la sola che pel tono come è annunziata dallo scrittore, per 
l'intento polemico che questi si proponeva, ^parrebbe dover cor- 
reggere una pagina notevole del nostro Risorgimento. 

di coraggio e di abnegazione, fu eseguito con titubanza e spensieratezza che lo 
fecero abortire, e ciò che è peggio fu calunniato e vilipeso dalla stampa retro- 
grada e moderata di tutte le gradazioni, dalla Gazzetta Ufficiale di Vienna a 
quella di Milano, dall' Armonia fino alla Gazzetta del Popolo di Torino, che 
non ebbe rossore di dileggiare col titolo ingiurioso di barata i pochi eroi di 
quella giornata fatale. 

In nessuna lotta si è come in quella avverato V antico aforisma del « veh 
victis /». 

A quell'epoca io mi trovavo emigrato all'estero, per cui non posso riferire 
con tutti i suoi particolari gli eventi disastrosi di quella fatale giornata, ma mi 
limiterò ad esporre quanto mi fu confidenzialmente manifestato sul proposito da 
quel grande patriota che si chiamava Giuseppe Mazzini, che fu la figura più spic- 
cata, l'anima e il direttore di quel tentativo; di più noterò altre circostanze 
ii rilievo che seppi da altre fonti autorevoli ed esporrò sinceramente gli episodi 
oaiei particolari inerenti alla stessa catastrofe (Cassola: op. cit. p. 1). 

(1) L'Italia degli Italiani — tomo I 1849 (Torino, Roux 1895) (pp. 79-89). 



- 404 - 



Maggio i852. Peripezie ed emigrazione politica per effetto del processo 
di Mantova. Mia occupazione in Locamo — 6 febbr. '53. 



(1) Una sera del Maggio 1852 (2) volendo intrattenermi alquanto 
coli' ottimo ex mio capitano D.re Attilio Deluigi che non vedeva da 
diversi giorni mi recai in ora tarda al Caffè della Gran Brettagna 
dove era solito sollevarsi delle fatiche giornaliere conversando con 
alcuni distinti patrioti che erano in diretta corrispondenza con altri 
delle provincie Lombarde, e lo rinvenni infatti coil' Alberico Gerii e 
con Giovanni Pezzotti già da me menzionati nelle antecedenti pagine 
di ricordi. Li ritrovai tutti impensieriti e assai preoccupati per recen- 
tissimi numerosi arresti di persone insigni e ad essi ben note, dai 
quali arresti era ovvio temersi che 1' inquisitore militare Krauss di 
infame memoria avesse conseguito da qualcuno dei precedenti arre- 
stati una rivelazione che lo avevano posto sulla traccia di scoprire 
molti complici di una cospirazione della quale si istruiva un processo 
in Mantova. Si rimaneva sotto il pensiero affliggente di tale argo- 
mentazione quando il nostro amico Giovanni Pezzotti esci in questa 
esclamazione: « per me se fossi arrestato non tarderei ad ammazzarmi 
anziché subire le torture di un processo ». Al che atterrito io da una 
simile risoluzione di un uome che io conosceva di una natura da Ca- 
tone avendogli detto : oh perchè agiresti così precipitosamente senza 
tentare la probabilità di una sentenza non troppo severa? egli re- 
plicò: ah tu non hai, né puoi avere neppure un' idea nemmeno ap- 
prossimativa di ciò che sia un processo politico in Austria : io ne ho ; 
subito uno nel 1834, lunghissimo, con tali metodi enormi di sugge- 



(1) Ritengo opportuno, anche per conoscere V uomo e meglio comprendere 
così il carattere polemico di questo brano, cominciare la pubblicazione dalla 
fuga del Majocchi da Milano. 

Delle Memorie del Majocchi avrò occasione di parlare nella biografia del 
Nostro, che sto preparando per incarico della Società Pavese di Storia patria. 

("4?) Deve esser in giugno, giacche il suicidio del Pezzotti, cui accenna il 
Majocchi avvenne in giugno, dal 25 al 26, secondo G. B. Carta, cospiratore ci 
amico del Pezzetti, su un cui autografo si basa il De Castro (op. cit. pag. 234- 
37); il 17 secondo il Bonfadini (Mezzo secolo di patriotismo — Milano, Trevi* 
1886 — p. 369). 



— 105 — 

stioni, sevizie ed inganni che non potrei cimentarmi a subirne un 
secondo. L'uomo più vigoroso, più imperterrito, più sagace non può 
fare a fidanza sulla propria virtù. L'udivano silenziosi il Gerii e il 
Deluigi considerando la gravità del pericolo che loro sovrastava, ma 
nessuno di noi presagiva quanto avvenne immediatamente ossia in 
brevissimi giorni. Nella sera del giorno successivo corse in Milano 
la voce che in quella notte il Giovanni Pezzotti essendo stato arre- 
stato e tradotto nella Torretta del Castello, ivi nella giornata si era ap- 
piccato ad una inferriata con un foulard. Nel giorno seguente si seppe 
che era stato tentato 1' arresto di Alberico Gerii, processante nell'Uf- 
ficio di Segreteria del Municipio e del Dottore Attilio Deluigi i quali 
però non avendo per precauzione pernottato nella propria casa, al 
mattino erano scomparsi. Ed era invece pur troppo stato arrestato in 
quella notte Antonio Lazzati dal quale ho narrato al principio del 
Capitolo sulle cinque giornate che egli erasi all' alba del 18 marzo 
1848 presentato al mio domicilio particolare in S.ta Prassede avver- 
tendomi che fossi pronto col drappello de' miei amici perchè in quel 
giorno doveva succedere l' insurrezione. Egli ora veniva arrestato in- 
vece del maggior fratello D.re Pietro Lazzati insigne chirurgo ed oste- 
trico e tradotto a Mantova. Dirò più avanti quando avrò a parlare 
del processo e delle condanne di Mantova come sia avvenuto 1' er- 
rore e per colpa e per merito di chi sia l'Antonio stato arrestato e 
nel medesimo tempo sottratto al patibolo. 

Frattanto nelle ore pomeridiane del giorno vegnente al mio allog- 
gio particolare che teneva separato dalla casa materna, saliva il Com- 
missario di polizia famigerato Galimberti lasciando gendarmi ad en- 
trambe le due porte che davano accesso alla casa in Via S. Zeno e 
sul Verziere. In mia assenza trovavasi in casa 1' amica mia e fami- 
gliare da varii anni alla quale il Commissario di polizia dopo qualche 
interrogazione per non insospettirla sul motivo della sua visita disse: 
ah non è questo il Majocchi al quale vorrei parlare ; ho sbagliato e 
si ritirò non volendo ingenerare sulla compagna delle mia vita alcun 
sospetto sullo scopo della sua visita e meditando di ritornare più 
tardi. Ma appena egli si fu allontanato, essa avvisata dai coinquilini 
che il visitatore era il notissimo Commissario Galimberti e che era 
stato accompagnato da gendarmi, postosi in testa un velo giusta il 
costume delle donne Lombarde per visite confidenziali e in prossi- 
mità, corse difìlata alla casa della madre mia situata sul Corso di 
Porta Venezia notificandole l'accaduto indi ritirandosi verso la casa 



- 406 — 

sua por incontrar me prima dell' eventuale ritorno dei poliziotti. Av- 
venturosamente nella casa della madre trovavasi allora l' Ingegnere 
Felice 'Crippa carissimo amico mio che era stato nella Compagnia 
del genio all' assedio di Venezia sino al giorno della capitolazione 
che premurosamente si prestò ad accompagnare mia madre nelle ri- 
cerche ansiose che essa volle fare per rintracciarmi ed insieme risa- 
livano il Corso ora Vittorio Emanuele. E su quello io infa'tti stava 
scendendo verso la porta Venezia diretto alla casa materna quando 
scorsi la madre trafelata e l'amico Crippa che mi riferivano l'acca- 
duto acciocché io mi sottraessi all' arresto e mi rifuggiassi all'estero. 
Malgrado l' agitazione che dominava entrambi quei miei cari io esi- 
tava a prendere una simile risoluzione parendomi di poter affrontare 
qualsiasi processo non potendosi ascrivere a mio carico nessun fatto 
cospiratorio né potendo esistere il mio nome sopra corrispondenze 
politiche con miei concittadini né con alcuno dei Comitati provinciali 
dr Lombardia, ma i ragionamenti calorosi della madre e dell'amico 
che mi indicavano come già da mesi fossero detenuti altri individui 
assai meno indiziati di me nell' odio alla dominazione straniera e spe- 
cialmente mi dovesse pregiudicare la mia intimità con eminenti per- 
sonalità vinsero la mia ripugnanza ad abbandonare il -mio posto di 
combattimento nella mia Lombardia che io considerava come il ter- 
ritorio sacro del patriottismo ed unitarismo Italiano, e ad esulare. 
Stetti due o tre giorni ritirato nella casa di un amico che si incaricava 
di occuparsi degli affari miei particolari dei quali prendeva cogni- 
zione, e nella quale convennero alcuni pochi amici a darmi un affet- 
tuoso addio, e colla carrozza e col cocchiere del D.re Paolo Arpesan^ 
Medico-Chirurgo nel Borgo degli Ortolani fuori porta condotto a Pavi? 
dove nel giorno seguente traghettai oltre Ticino in una località noi 
vigilata dagli Austriaci e mi recai ad Arena-Po mandamento di Stra 
della nello Stato Sardo presso all' amico mio Giacomo Griziotti che 
come dissi vi si era stabilito dopo la capitolazione di Venezia prevn 
una breve peregrinazione in Grecia per evitare il passaggio attraversi 
il Lombardo-Veneto tutto rioccupato dagli Austriaci. Dai medesim 
amici seppi che qualche giorno avanti era pure evaso da Pavia Be 
nedetto Cairoli il primogenito dei fratelli di quella famiglia perch 
ricercato d' arresto, e in Stradella giungeva appunto e vi si tratte 
neva per alcuni giorni il Dottore Deluigi. 

La notizia di un arresto che appunto in quei primissimi gion 
della mia emigrazione avveniva in Milano mi persuase quanto pru 






407 



dentomente avessi agito sottraendone ad un arbitrario o tormentoso 
giudizio militare, e può entrare nella cronaca di quel periodo di tempo. 
All' incirca un mese prima per la promozione dell'Alberico Gerii dal 
posto di alunno a quello di processante nel Municipio di Milano era 
stato posto a concorso quel posto di alunno di nomina del Consiglio 
Comunale sopra una terna presentata da una Commissione esamina, 
trice. Quel posto era assai agognato non per 1' emolumento che vi era 
ammesso ma perchè compreso nel Corpo legale della Segreteria di 
concetto del Municipio di Milano i cui membri erano equiparati agli 
impiegati di concetto governativi e potevano a loro richiesta essere 
trasferiti negli impieghi di Stato. Ed io pure aveva concorso sebbene 
più di 40 fossero i concorrenti ed ebbi la fortuna di comparire nella 
terna dei ritenuti più idonei insieme ad un giovine A. Banfi e ad un 
Giulio Manzoli. Nel Consiglio Comunale però il Banfi ebbe qualche 
voto più di me e fu il nominato. Poco dopo la mia fuga da Milano 
seppimo che era stato arrestato e tradotto a, Mantova il Banfi. 

Era questi un giovine di esemplare virtuosa condotta, studiosis- 
simo, che da pochi anni aveva compiuto gli studi legali all' Univer- 
sità di Pavia, convittore nel Collegio Borromeo; egli per naturale 
timidezza e per prudenza, benché di sensi italianissimi, era alieno 
dall' ascriversi a qualunque Società con intendimenti di azione ; non- 
dimeno veniva arrestato e tradotto a Mantova ed ivi trattenuto pa- 
recchi mesi. E siccome tale arresto avveniva a brevissimo intervallo 
da quello intentato all' Alberico Gerii processante Municipale ed a 
me, il Pestalozza allora funzionante da Podestà (Sindaco) ebbe ad 
esclamare : ah si voleva repubblicanizzare il Municipio, 1' abbiamo 
scampata bella. Il Banfi non aveva a proprio carico per legittimare 
l'ira del Governo Austriaco le ragioni che avrebbe addotto contro 
di me, 1' attitudine mia nelle cinque giornate e il servizio militare 
prestato in Venezia e nondimeno egli fu sottoposto a dure sevizie 
che egli sostenne colla massima dignità. 

Così io risiedeva ordinariamente nella borgata di Arena-Po presso 
il mio caro Griziotti, da dove io mi incontrava giornalmente col mio 
Deluigi e col giovine Cairoli nelle prossime località di Broni e Stra- 
bella i quali con tante, amorevolezze cercavano di confortarmi nel 
lolore dell' inesorabile distacco dalle persone che erano sempre l'og- 
getto delle mie affezioni di famiglia, e tutti poi cercavamo di soste- 
nere scambievolmente il nostro coraggio nelle sorti della patria in 
luei tempi miseramente depresse e affliggenti per le ferali notizie 



- 408 - 

sul mostruoso processo di Mantova e il coraggio però non poteva 
trovare alcun altro alimento che nella fede e nell' adempimento del 
nostro dovere. Il De Luigi dopo qualche tempo andò a stabilirsi colle 
due sorelle presso certi parenti abitanti in Carpiano in un' amena 
collina sovrastante ad Intra sul lago Maggiore ed io mi recai per 
alcuni giorni a Groppello in casa della famiglia Cairoli. Là feci la 
personale intima conoscenza del sereno ma radicale patriottismo del 
Benedetto maggiore dei fratelli il quale per età e per istruzione era 
ai medesimi faro di politica e maestro venerato di contegno e di virtù 
domestiche e civili. Ed era per me come per tutti i lombardi profughi 
per la causa della italiana indipendenza dall' Austria simpatico edi- 
ficante lo spettacolo di questa esemplare famiglia infiammata d' amor 
patrio e nel medesimo tempo ispirata al più festevole reciproco amor 
figliale e fraterno senza che la minima nube ne turbasse un istante 
la pace e la concordia anche di mezzo alle procellose evenienze che 
sopraggiunsero per un non breve periodo. 

In quei due mesi di permanenza nel territorio piomontese limi- 
trofo alla Lombardia visitai alcuni miei concittadini che vi dimora- 
vano pure per ragione politica o di emigrazione come il nobile Don 
Vitaliano Crivelli che era fra gli esclusi dalla amnistia dell'Austria 
e che per fortuna possedeva cospicui beni nei pressi di S. Nazzaro 
de' Burgondi, patrizio coltissimo e già Assessore del Municipio di 
Milano col quale io era stato in amichevole rapporto già prima della 
insurrezione Lombarda del 1848 e che mi rimase sempre affettuoso 
amico, e il Notajo Pietro Bordini che durante 1' emigrazione ammini- 
strava i beni del Marchese Ala Ponzoni pure emigrato politico, e il. 
Cesare Mora implicato nel processo di Mantova e credo compreso 
nelle condanne a morte. Ma la dimora ordinaria era pur sempre in 
Arena col mio Griziotti che ogni giorno sempre più apprezzava per 
quella amabilissima sagacia per la quale si aveva guadagnato un im- 
menso affetto e una grande influenza da tutta la popolazione di Arena 
e paesi circonvicini. Ma per quanto mi accomodasse il soggiorno in 
Arena Po che mi rendeva possibile essere visitato frequentemente non 
solo da compagni emigrati Lombardi e specialmente dai giovani della 
provincia di Mantova Acerbi, Cremonesi. Chiassi, Cavalli, Fabrizi fuo- 
rusciti pel medesimo processo pel quale aveva dovuto io pure sot- 
trarmi, e mi rendeva altresì possibile di vedere qualche volta alcuno 
dei congiunti ed amici di Milano e di Pavia, io comprendeva ben» 
che avrei dovuto abbandonare quella commodissima residenza per re- 



— 409 - 

carmi in altra località dove mi si fosse offerto un impiego rimunera- 
tivo del quale non avrei potuto troppo a lungo far senza, od infatti 
quell' amico mio Gaetano Penuti nella cui casa io stetti nascosto in 
Milano per due giorni avanti la partenza all' estero e che si incari- 
cava di procurarmi una occupazione trovò di collocarmi quale conta- 
bile amministratore e corrispondente di una Ditta di negozio di legna 
con fabbrica e vendita di carbone con sostra o deposito all' ingrosso 
in Locamo siili' estremo bacino del lago Maggiore nel Cantone Ticino 
del quale negozio era proprietaria una signora vedova da alcuni anni 
con due figli minorenni. A norma delle pratiche tra quel mio amico 
e quella negoziante, io mi trovai al mio posto nel 1° Agosto e presa 
cognizione di*tutti i miei incumbenti mi vi applicai con attività ed 
attenzione e all' assiduo lavoro conveniva opportunamente 1' inazione 
politica od assenza di moti convulsivi bastando la naturale ferocia 
dell' Austria a mantenere un' agitazione mentale in ogni Italiano sog- 
getto a quella dinastia Apostolica Romana legata perpetuamente al 
Papa ed al partito cattolico ed alla repressione in tutt' i suoi dominj 
di ogni elemento italiano quale è precisamente anche oggi. 

Il Cantone Ticino si prestava mirabilmente a conservarmi in una 
giudiziosa tranquillità patriottica, di fede e di costanza nella causa 
ma senza illusioni sulla prossimità delle occasioni; non mi manca- 
vano le visite degli amici di Milano per la vicinanza di quel terri- 
torio e pel suo traffico commerciale quasi esclusivo con quella città, 
e per la dimora in esso di qualche profugo di mia conoscenza quale 
fu il Maggiore Francesco Pigozzi Bolognese che era stato membro 
del Tribunale Militare di Venezia negli ultimissimi tempi della resi- 
stenza, e del quale io aveva fatto parte quale sergente. Molti Lom- 
bardi poi vi si trovavano addetti al pubblico insegnamento, al li- 
ceale in Lugano dove emersero utilissimi i milanesi Carlo Cattaneo, 
Giovanni Cantoni e Rodriguez e all' insegnamento elementare e tec- 
nico in Locamo, Bellinzona ed altri fra i principali comuni, e tutti 
adempivano con singolare merito alla loro missione educatrice la- 
sciando buona fama di se in tutto il cantone al cui progresso si re- 
sero tanto benemeriti corrispondendo degnamente alla ospitalità ed 
assistenza che in quei difficili tempi quel libero paese aveva loro ac- 
cordato. 

La Confederazione Elvetica era da pochi anni escita vittoriosamente 
dalla guerra civile del Sonderbund per la quale essendo stati espulsi 
dai Cantoni Cattolici i gesuiti e per legge federale da tutti i Cantoni, 

25* 



410 



fu inaugurata una istruzione primaria obbligatoria per tutto lo Stato 
con un programma cosi preciso da escludere ogni azione nella chiesa 
e nella scuola per parte di qualsiasi confessione religiosa, e si ottenne 
il completo esercizio della libertà di coscienza e della sovranità na- 
zionale che all'Italia non fu dato di raggiungere dopo un mezzo secolo 
dalla tentata sua indipendenza. E però vero che alcuni mesi prima 
di mettersi alla testa della guerra Re Carlo Alberto aveva favorito 
di armi e di denaro i Cantoni Cattolici ribelli alla Confederazione, e 
all' atto della promulgazione dello Statuto 4 marzo 1848 il medesimo 
Re ispirato sempre ai medesimi sentimenti che 1' avevano guidato a 
sostenere in uno Stato estero la Compagnia di Gesù dettava come 
fondamento dello Statuto quell' articolo 1° in favore della religione 
Cattolica Apostolica Romana destinato a gettare perpetuamente l'equi- 
voco religioso nella nazione. Io peraltro riconoscendo chiaramente 
fin d' allora come adesso 1' indissolubile nesso del Cattolicismo colla 
dipendenza di uno Stato Italiano da esso non mi occupava affatto 
di politica, e pur compiacendomi che al progresso ed alla gloria 
del Cantone Ticino concorressero con plauso tanti miei compae- 
sani Lombardi , non aveva nessunissimo rapporto famigliare con 
essi ed attendeva assiduamente ed unicamente al mio lavoro ed a'miei 
incumbenti. L' Amministrazione mia durante quei sei mesi aveva avuto 
successo e aveva prodotto un notevolissimo vantaggio alla Ditta Com- 
merciante di cui dirigeva 1' azienda. Sia perchè io avessi rilevato dove 
e perchè precedenti contabili avessero commesso errori nelle riscos- 
sioni attive, e sia che diverse case di Sostra di legnami e carboni 
di Milano preferissero corrispondere e fornirsi dei generi dalla ditta 
da me rappresentata, nel fatto gli affari avevaao ben prosperato e non 
solo la proprietaria tenevasi soddisfatta dei vantaggi che conseguiva 
ma il Governo del Cantone che aveva saputo e constatato la sicu- 
rezza e 1' incremento che aveva avuto il patrimonio dei pupilli ap- 
prezzava 1' opera mia e la mia condotta che non lasciava più scorgere 
in me un emigrato per ragione politica. 

Così procedettero sicuramente i miei giorni in tutto 1' anno 1852 
e nel Gennaio 1853 quando verso lo scorcio (1) di quel mese, per un 
biglietto di quel signor Francesco Pigozzi Bolognese da me poco 
sopra menzionato proprietario di una villa in Locamo sono invitato 

(1) Più avanti, a p. 146/3 del Ms. il Majocchi riporta questo convegno di 
Locamo al 7 od all' 8 di gennaio che è la vera data approssimativa. 



— 411 - 

ad una adunanza di emigrati Italiani che in quello stesso giorno 
avrebbe avuto luogo per una comunicazione urgentissima. Mi vi recai 
all' ora indicata e mi trovai in presenza di Aurelio Saffi ex trium- 
viro della repubblica Romana e di altri otto o dieci insigni patriotti 
Italiani tutti fuorusciti fra i quali ricordo 1' amico Attilio Deluigi 
e il Napolitano già Tenente Colonnello in Venezia Enrico Cosenz 
e Aurelio Saffi partecipava a tutti che Mazzini aveva organizzato una 
insurrezione in Milano che sarebbesi effettuata pel preciso giorno di 
domenica 6 febbraio per opera di seimila operai sotto la direzione di 
un ex Capitano della difesa di Roma nel 1849 di fiducia dello stesso 
Mazzini. Le trattative erano state condotte da un egregio cittadino 
Milanese dietro i consigli di esso sull' uso di un successo a conse- 
guirsi e successiva direzione del movimento in un senso nazionale uni- 
tario. L' esposizione di si inatteso e miracoloso progetto al quale si 
voleva far credere aderenti le contigue città di Lombardia, e fatta 
però senza l' intelligenza dei Milanesi residenti in Lugano, e degli 
attori principali della insurrezione del 1848 venne ascoltata in si- 
lenzio per deferenza alla notevole personalità politica del Saffi ma 
insieme alla meraviglia era comune negli ascoltatori la incredulità. 
Il Deluigi poi che era notoriamente il più attendibile giudice sulla 
serietà di un moto insurrezionale in Milano, che aveva conoscenza di 
tutti i nostri concittadini e del grado di attitudine politica e di ar- 
dore patriottico di ciascuno dei principali fra essi sapendo che nes- 
suno di loro era collegato ad uno scopo insurrezionale, subitaneo non 
indicato da imponenti circostanze, parlò francamente qualificando 
quella meditata impresa come uu parto di imaginazione fomentato da 
una corrispondenza fallace di qualche giovine inesperto che assecon- 
dava come possibile una iniziativa violenta di una città febbrilmente 
sospirata da Mazzini, la quale non poteva avere alcun effettivo suc- 
cesso di eccitare la cittadinanza e di creare una vera sollevazione. 
Ed alla adotta cospirazione di seimila operai organizzati in tante di- 
stinte compagnie comandate da tanti capi operai ricordo che il De- 
luigi rispondeva : avrete forse seimila individui numerati e sedicenti 
disposti ad insorgere ma che al momento fissato non vedendosi pre- 
ceduti dalle classi borghesi spariranno. Senza il minimo accenno di 
adesione egli si assunse di prendere informazioni precise da persone 
di Milano chiamate immediatamente al confine. Viddi poscia il Te- 
nente Colonnello Cosenz escire dalla Villa con qualche altro e pas- 



412 



seggiare lentamente sulla strada dimenando la testa con parole di 
assoluta incredulità sulla serietà ed importanza di quel forsennato 
movimento. 

Pochissimi giorni appresso, non so più se al 1° o al 2 di febbraio 
ricevetti un biglietto di pochissime righe tutte di pugno di Giuseppe 
Mazzini senza data né indicazione del luogo di originaria provenienza 
ma impostato con indirizzo di diversa calligrafìa da una località pros- 
sima a Locamo ; in esso egli mi diceva che per la già stabilita in- 
surrezione del 6 febbraio io mi dovessi trovare in Milano alla vigilia 
ma che prima dovessi recarmi a Torino dove mi aspettava V amico 
mio Giovanni Acerbi che mi avrebbe dato le occorrenti ultime istru- 
zioni giusta gli accordi presi coi dirigenti 1' azione. Io rimasi stupe- 
fatto di quell' incarico che mi si dava in forma di ordine senza esame 
della situazione da parte mia e senza lasciarmi il mezzo di un moti- 
vato rifiuto stantechè per la strettezza del tempo non mi era più pos- 
sibile scrivere al Deluigi per sapere quali pratiche avesse fatto per 
indagare da fonti Milanesi se veramente vi. fosse qualche legame con 
alcuno delle classi medie e se quella sollevazione che doveva prorom- 
pere nel 6 febbraio suscitasse nella popolazione qualche credibilità 
di effettuazione e di esito favorevole : al momento in cui mi arrivava 
quel biglietto di Mazzini, considerato il tempo indispensabile per pre- 
disporre le operazioni correlative ad una assenza di almeno quattro 
o cinque giorni senza pregiudizio della azienda industriale affidata 
alla mia direzione, non restava a me ehe il tempo di correre precipi- 
tosamente a Torino per intendere dall' Acerbi a quali incombenti era 
destinato il mio ingresso a Milano. E non mi restava che la scelta 
immediata fra 1' alternativa di prestarmi a quella corsa a Torino o 
di disprezzare una ingiunzione di Mazzini per un' opera eh' egli an- 
nunciava per bocca di Aurelio Saffi ordita con altissimo intendimento 
e della quale un malaugurato insuccesso sarebbe stato in parte attri- 
buito ad una mia negligenza. Quel Giovanni Acerbi al quale io do- 
veva dirigermi in Torino era quell' Acerbi Mantovano che io da tanto 
tempo conosceva ed amava come distinto patriotto e del quale io 
aveva ammirato 1' eroico contegno come Ufficiale di Artiglieria nella 
difesa di Venezia. La disciplina di partito, il rispetto pel grande agi- 
tatore che io considerava allora come 1' unico rappresentante il prin- 
cipio della unità italiana mi determinarono irresistibilmente e al mat- 
tino del 3 intrapresi sopra un veicolo pubblico di. quei tempi il viaggio 



- 413 - 

da Arona a Torino dove arrivai nelle ore vespertine e trovai subito 
P Acerbi. 

Questo che era assai più di me credente nella onnipotenza politica 
di Mazzini mi accertava sulla realtà di una esplosione popolare nel 
6 febbraio ed a tenore di intelligenze avute da Mazzini mi condusso 
dal Conte Grillenzoni di Modena (1) allora dimorante in Torino il 
quale mi fece bella accoglienza e mi raccomandò che passassi da lui 
all' indomani prima di accingermi alla partenza per Milano. Il giorno 
appresso infatti recatomi con Acerbi dallo stesso, egli mi consegnava 
un pacco di proclami a stampa firmati da Kossut per gli Ungheresi 
stazionanti nelle guarnigioni Austriache in Lombardia acciochè soc- 
corressero alla causa nazionale Italiana dove fosse loro possibile ; che 
tali proclami io dovessi consegnare al signor Eugenio Brizzi capo 
della azione militare ed al signor Giuseppe Piolti De Bianchi orga- 
nizzatore e capo politico della cospirazione. Ci disse che noi avremmo 
trovati in prossimità della frontiera moltissimi profughi politici pronti 
a correre in Lombardia appena avvenuta la insurrezione. E così nel 
giorno 4 io corazzato il petto di alcune centinaia di quei proclami 
in Ungherese e 1' Acerbi dopo aver fatto colazione in un restaurant, 
sulla ferrovia Torino-Genova unica linea allora aperta prendemmo il 
biglietto per Alessandria. Sortiti dalla Stazione di arrivo salimmo 
sopra una vettura pubblica che faceva corse giornaliere tra Alessan- 
dria e Casteggio. Colà discesi ad un Albergo prendemmo una carroz- 
zella che ci portò sino a Pinerolo cascinale nella vicinanza del Po 
aella casa di proprietà di un Lombardo che vi abitava, e nella quale 
stavano convenuti all' incirca una ventina di fuorusciti Lombardi per 
affetto del processo di Mantova i quali ci attendevano per assicurare 
a me in quella notte il passaggio del Po, mentre alla vicina costa 
Caroliana sulla stessa sponda destra del Po eravi nascosto un de- 
posito d' armi da fornirsi a tutti i volontari che già si radunavano 
)er irrompere nel territorio Lombardo appena avessero la notizia di 
jina avvenuta insurrezione in Milano. Ebbi la contentezza almeno di 
Sbracciare in quella sera tanti e preziosi amici e fra tutti poi in 
special modo il Benedetto Cairoli e il Giacomo Griziotti al quale 
iltimo io mostrai la lettera di Mazzini che gli lasciai perchè la con- 
ervasse se non a giustificazione a spiegazione, di un atto che io stava 
er compiere senza 1' accordo de' nostri correligionari politici di Mi- 

(1) Non di Modena, ma di Reggio Emilia, 



- 414 — 

lano, e contro 1' avviso di tutti i nostri più 'intimi che dimoravano 
all' estero esponendo però le parole del Conte Grillenzoni sempre ge- 
neroso e fedele esecutore della volontà di Mazzini, e mostrai lorc 
come fossi fasciato di proclami stampati in lingua Ungherese da di- 
ramarsi ai soldati Ungheresi di guarnigione in Milano notoriamente 
entusiasti pel loro ex dittatore, come a me stesso constava per discors 
tenuti con loro in convegni precedenti alla mia fuga da Milano. 

Pressoché tutti mi sembravano speranzosi che il Piolti De Bianch 
non avesse proposto a Mazzini una insurrezione contro 1' Austria coi 
sole forze di operai senza la cooperazione almeno di alcuni delh 
classi borghesi o inedie : il Cairoli mi diceva di conoscere personal 
mente il Piolti come un giovine colto e patriotto, e per tutti poi er 
accertata, indiscutibile la sua onestà politica e morale. Solo il Gr: 
ziotti celiando come era sna consuetudine anche nei momenti pi- 
gravi, mi diceva: Sta bene attento Majocchino che tutto questo tran 
busto è stato inventato per prendere te, non lasciarti prendere e 
laccio. Tatti poi gareggiavano in consigli ed affezioni per m 
che ben sapevano esposto a molti rischi prima di arrivare ai cap< 
rioni della rivolta carico quale era di proclami di Kossut attraverso 
boschi e i terreni lungo il Po percorsi in quei giorni da pattuglie ( 
gendarmeria. Si cenò tuttavia copiosamente fra discorsi di speranZ 
e di progetti come doveva naturalmente succedere in gente così fat' 
alla vigilia di un avvenimento di straordinaria importanza, e il Gr 
ziotti invitavami a mangiare e a bere con frasi che eccitavano fra 
socii colla compassione 1 ? allegria : mangia Majocchino, tu ora sei i 
cappelletta (così dicevasi in Lombardia dei condannati a morte n' 
giorno precedente 1' esecuzione nel quale era loro accordato un pas, 
a volontà) mangia questo, bevi quest'altro; ed io però più del pas 
e dei pericoli che andava ad incontrare godeva quella sera di ti 
varmi con Benedetto Cairoli, col Griziotti, col Chiassi, con Gaetai 
Sacchi e con quel manipolo tutto di prodi e virtuosi giovani dei qui 
se non le illusioni sull' imminente moto io condivideva tutte le asj 
razioni e non mi saziava della rumorosa loro conversazione. 

Ma sopraggiunta la notte e scambiatosi 1' ultimo addio, io mi a 
compagnai ad uno dei fratelli Germani di Pavia non so più se p< 
sessore o fìttabile di un tenimento chiamato, parmi, S. Lazzaro^ 
qualche chilometro della sinistra sponda del Po cioè Lombarda e Ri- 
ghettato il fiume sopra un battello dopo un breve cammino per al- 
tieri alla mia guida ben noti arrivai e pernottai nella casa Germa:- 






415 - 



Al giorno seguente sabbaio 5 Febbraio sopra un veicolo a duo ruote 
da noi dotto sediolo, non soggetto a vigilanza poliziesca perchè non 
destinato a trasportar forestieri dall' estero fui avviato con una della 
famiglia a Milano e fermatomi in un' ora pomeridiana ad uno stai- 
lazzo fuori Porta Vigentina feci l'ingresso in città a piedi da solo. 
.Mi diressi subito alla sede del Comitato nella via Dogana o Cappel- 
lari, non ricordo bene quale ma certamente in una di quelle due vie 
fra di loro contigue e vicinissime alla piazza del Duomo e vi trovai 
infatti i due uomini a me sconosciuti di persona Giuseppe Piolti De 
Bianchi ed Eugenio Brizzi ai quali consegnai estraendoli di sotto alla 
camiciuola i proclami di Kossut ai soldati Ungheresi, ed essi mi as- 
sicurarono che sarebbero stati letti e comunicati a dovere. Quel si- 
gnor Eugenio Brizzi che era un bello e vigoroso uomo, chiamò da 
una camera attigua alcuni Capi operai che mi avevano conosciuto di 
persona, e volgendosi in ispecie ad un tal Scorzini che era stato mio 
commilitone in Venezia e precisamente della mia compagnia, il quale 
nel solo vedermi si era slanciato famigliarmele fra le braccia, diceva 
loro: ecco che il vostro Majocchi è venuto per essere con noi, ma 
subito comprendendo che io non avrei profferito parole né di inco- 
raggiamento né di fiducia li licenziò, ossia li rimandò nell' altra stanza 
dove li avrebbe raggiunti. Allora io parlando col Piolti gli domandai 
quali altri cittadini istruiti o di altre classi superiori avrebbero con- 
3orso all'azione, ed egli mi rispose sinceramente: « nessun elemento 
estraneo agli operai è consenziente con noi, però molti mi hanno pro- 
nesso che ove la insurrezione avesse un primo successo sarebbero 
iccorsi a sostenerci, insomma verranno dopo » ma che dopo ! io re- 
)licai devono agire insieme subito. — Provati tu dunque a persua- 
lerli — Ma dunque voi dovete calcolare unicamente sugli operai, e 
ìon si potrebbe differire questo moto fino ad una matura preparazione 
:ol concorso della cittadinanza ? — Ormai ogni drappello ha il proprio 
iompito nella giornata improrogabile di domani, ed io ho invano cer- 
ato di dilazionare. — E siccome egli doveva attendere ad altri in- 
umbenti per il riparto delle somme assegnate a ciascun drappello e 
>er altre intelligenze col signor Brizzi io mi allontanai promettendo 
he al mattino del giorno appresso 1' avrei di nuovo riveduto e mi 
arei accompagnato con lui Piolti De Bianchi. 

Escito di là, era sera innoltrata e le vie erano illuminate a gas, 

otto un lampione in vicinanza della piazza della Seala fui ravvisato 

fermato da uno dei miei amici fratelli Landriani e precisamente 



- 416 - 

dal Carlo Landriani il minore di tutti che è tuttora vivente e Di- 
rettore del Giornale la « Perseveranza ». Con una espressione di sor- 
presa e di collera mi apostrofa sommessamente : Che fai tu qui ? Va 
via, va via. Io sono venuto per impedire o procrastinare se fossi an- 
cora in tempo questa sciocca sommossa del 6 febbraio, ma ora ve- 
dendo di non poterla stornare, voglio vedere in che cosa essa con- 
sista e si risolva — Ma è un' infamia va via subito questa sera — e 
si allontanò bruscamente. Incontrai poscia qualche altro che mi assi- 
curava che qualunque cosa fosse stata tentata nessuno de' nostri 
amici o conoscenti vi aderiva e mi ingiungeva di partire immediata- 
mente da Milano. Ed io sebbene convinto che non era più a credere 
alla minima partecipazione della cittadinanza alla sconsiderata asse- 
rita sollevazione non poteva però sottrarmi ad assistere a quanto si 
sarebbe operato ed alla intelligenza presa col Piolti De Bianchi. E 
mi ritirai presso di uno amico in attesa del giorno susseguente, 

Nella mattinata della Domenica grassa ossia ultima del Carnevale 
6 febbraio 1853, escito in istrada accompagnato dall'amico del quale 
era ospite, mi indirizzai alla casa di Via Dogana nella quale risie- 
deva il Comitato. Salite poche scale trovai chiuso 1' uscio di ingresso 
e soffermatomi un momento presso una finestra del pianerottolo proj 
spiciente la corte, viddi una donna di modestissima condizione affac 
ciarsi ad una finestra sul lato opposto la quale mi rivolse queste pa 
role: Ehi el cerca, el Comitaa ? l'è andà in Contrada de Ciaraval 

N Guardai esterefatto quella donna un istante tacendo, indi ritorna 

in strada presso 1' amico al quale raccontai la strana circostanza ■ 
avviandomi verso la Via Chiaravalle che era a non molti passi di 
scosta di là. Egli mi consigliava a non cercar più alcun Comitato e ; 
allontanarmi totalmente da quella impresa. Io però che aveva prò 
messo di trovarmi col Piolti De Bianchi volli rintracciarlo per rinu 
nere secolui, e soltanto lo pregai che rimanesse sull' angolo nella vi 
Chiaravalle per circa cinque minuti scorsi i quali se non mi avess 
riveduto e non sentisse qualche altro ragguaglio, mi ritenesse pe 
arrestato e provvedesse a dare notizia dell' accaduto secondo le cii 
costanze, e mi internai nella detta via al numero indicato della casi 
Al primo ingresso entro la porta un operaio che mi aveva scorto n 
disse sommessamente » El scior Giusepp 1' è andà via, credi per il 
tendes col scior Eugeni, el ma ordina de digh a lu se el vedeva, ci 
el se trovarà pussè tard propi chi ». Corsi subito all' amico che ave^ 
lasciato nella via riferendogli tutto ed accomiatandomi da lui p< 



— 417 — 

la giornata perchè non sarei più ritornato alla sua casa e gli 
Tei poi fatto sapere nel giorno successivo quello che mi sarebbe 
'venuto. Dopo qualche ora vidrìi infatti il Piolti ci armammo en- 
imbi di un pugnale e di certe piccole piramidi triangolari di ferro 
gettare sulle vie nel caso di inseguimento della cavalleria; stette 
'li in mia compagnia qualche poco ma si scostava più volte in cerca 
li altro dei partecipanti, io gli rimarcava che la città era cupamente 
silenziosa essendo chiuse tutte le botteghe perchè giorno festivo, e 
che nessun indizio vi era di movimento ed anzi tutto rivelasse una 
tendenza a non escire dalle case. Egli mi rispondeva che niente do- 
veva succedere prima della sortita libera delle truppe entro la città, 
e che le compagnie operaie affigliate sarebbero sbucate fuori dietro 
il segnale di una cannonata che verrebbe sparata dal gruppo princi- 
pale assalitore del castello. Ci separammo ancora e stemmo per qualche 
tempo divisi : verso l' imbrunire senza che si fosse sparata la conve- 
nuta cannonata viddi qualche persona fuggire precipitosamente in 
atto di chi ha commesso qualche violenza, e qualche tentativo di as- 
sembramento, parmi verso i pressi centrali tra S. Sebastiano e S. Sa- 
tiro, con accenno a voler costrurre una barricata con panche estratte 
da quest' ultima chiesa, ma subitamente cessava quel principio di 
azione per la chiarissima avversione degli abitanti ad ajutare l'opera: 
susurravasi da taluno dei passanti che già erano avvenute uccisioni 
di Uffiziali o soldati isolati, e che la gran guardia al palazzo vice- 
reale era stata sorpresa ed i cannoni fossero in mano di insorgenti 
Io però scorgendo dall' atteggiamento costantemente ostile della po- 
polazione che tutto si sarebbe ridotto a qualche inconcludente fatto 
parziale presi la direzione della Piazza del Duomo per indirizzarmi a 
Porta Tosa, e passando davanti al Palazzo Reale ne viddi il portone 
chiuso e silenzio all' intorno onde era a ritenersi che se anche era av- 
venuto qualche atto per parte di rivoltosi, esso sarebbe stato momen- 
taneo e la gran guardia, riacquistati e introdotti i cannoni in palazzo, 
vi si era rinchiusa. Onde io convintissimo del completo insuccesso 
della sommossa continuai celeremente i miei passi verso il ponte di 
Porta Tosa nell' unico intento di prevenire qualche inconsulto moto 
ribelle che avrebbe causato deplorevoli carneficine od esecuzioni sta- 
tarie in quella ristretta località nella quale io per abituale dimora 
negli ultimi anni era conosciutissimo e sperava essere ascoltato. 

E infatti appena passato il ponte sul naviglio, giunto a quel gruppo 
di case costituenti i brevi ed angustissimi vicoli del Bindellino e della 



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Colonnetta che ancora oggi non hanno subito alcuna variazione edi- 
lizia viridi diversi popolani affacendarsi a costruire a capo e per entro 
quelle viuzze delle barricate profferendo propositi di battaglia e di 
difesa estrema: ah forsennati gridai loro, cessate vi supplico da ogni 
preparazione di lotta, sarebbe impari e vana, non sapete che tutto è 
finito e la città non asseconda affatto il vostro accanimento ? E ravvi- 
sando fra gli altri un Francesco Ferri dei capi detti facchini del laghetto 
ardente popolano ed un tale Carlo Galli abilissimo operajo nella ma- 
nifattura di pettini, che aveva fatto prodigi di valore nelle cinque 
giornate di Marzo, ah Romeo gli dissi (così era soprannominato nei 
paraggi di Porta Tosa perchè nella sua infanzia per la sua bellezza 
era stato scelto a comparire sulle scene quale uno dei vaghi pargo- 
letti di Norma nell' opera omonima di Bellini) ah Romeo non siamo 
nel marzo 1848, non sperare di avere chi vi imiti o vi segua, il vo- 
stro sacrificio non sarà neppure glorificato, unica opera onesta che 
potete fare è ritirarsi completamente, io non assisterò a una scena 
che verrà giudicata severamente, Romeo induci i compagni a disper- 
dersi onde non cada nessuno nelle mani della efferata sbirraglia che 
sarà qui a momenti, affrettati, affrettati e volsi indietro rifacendo i 
miei passi. E la veemente mia perorazione aveva ottenuto qualche 
effetto perchè grosse pattuglie indi sopraggiunte constatarono dello 
scompiglio anonimo, ma nessuna gente assembrata onde si aggirarono j 
altrove in cerca di rivoltosi. 

Prima che io prosegua nel racconto cronologico di ciò che mi oc- 
corse nel restante di quella giornata devo riferire un episodio che 
non riguarda me, bensì il dilettissimo amico mio Carlo De Cristoforis.' 
A questo accennai già nel principio di queste Memorie parlando della 
vita universitaria a Pavia, dove egli fu mio convittore nel Collegio 
Ghislieri non condiscepolo perchè era di tre anni più giovine di me; 
narrai che stando egli nella mia camera leggevamo insieme un nu- 
mero della Giovine Italia nel quale erano riferiti i miserandi casi dei 
fratelli Bandiera e Moro del 1844. Mediante una finta parentesi salto 
ora 26 o 27 giorni dopo la giornata del 6 febbraio. Alli 5 di marzo 
sono in Zurigo già da una quindicina di giorni colà internato d' or- 
dine del Governo federale Svizzero, e sto in compagnia di una quin- 
dicina di profughi Lombardi che la malaugurata farsa tragica del 6 
febbraio aveva sospinto in quella città. Ad un tratto inaspettato entra 
Carlo De Cristoforis nome caro alla maggior parte de' convenuti. Su- 
bito dopo la generale e piacevole nostra sorpresa ed accoglienza egli 



— 419 - 

iltosi a me con una intonazione burlescamente irata disse : ali 
per te io fui a un pelo di essere appiccato ! Al mattino del ♦! feb- 
braio informato da amici che ti avevano veduto e parlato in Milano 
: pdeva di trovarti e dissuaderti dal partecipare ad una impresa scon- 
sigliata dalla intera popolazione, ed alla sera imaginandomi che tu 
saresti a Porta Tosa mi vi recai munito qual era di pugnale, ma nel 
risvolto di una via fui accerchiato da una pattuglia guidata da un 
Commissario di polizia che apostrofandomi aspramente mi traduceva 
verso il Circondario di polizia della via Durini insieme a due amici 
che erano meco, e cammin facendo vedemmo lungo il muro opposto 
a quello da noi percorso diversi individui avvicinarsi frettolosamente: 
io in tono di motteggio gridava forte scappa scappa e rideva. Il Com- 
missario presumendo dal mio umore gajo e sicuro che io non fossi 
una preda ghiotta da polizia e voglioso di perlustrare altre vie, ap- 
pena giunti sotto il portone dell' Ufficio ci licenziò sdegnosamente in- 
timandoci che andassimo dritti alle case né mai ci lasciassimo trovare 
ancora in istrada per quella sera. E qui continuando egli il racconto di- 
ceva che ancora sentiva i tremiti di terrore al pensare che se al Com- 
missario fosse piaciuto di terminare la perquisizione sopra di lui gli 
avrebbe rinvenuto lo stilaccio che lo avrebbe condannato all' impic- 
cagione. E che nei giorni successivi avendo motivo di sospettare di 
essere stato da taluno degli accalappiati riconosciuto o denunziato 
se ne stette sempre riguardato e nascosto finché un giorno seppe 
che la Polizia lo aveva cercato per arrestarlo alla casa materna onde 
si sottrasse da Milano colla fuga trasformato da domestico e montato 
come tale sulla cassetta di una carrozza, indi dal confine Lombardo 
ad Ispra passò sull' opposta sponda Sarda del lago Maggiore il 24 
febbraio e di là dopo varie peregrinazioni giunto in Svizzera vennegli 
il 4 marzo ingiunto dal Ministro di Polizia di Berna di portarsi tosto a 
Zurigo. Trent' anni più tardi ebbi io a ricevere e leggere una estesissi- 
ma monografia di quella insigne individualità che fu Carlo De Cristofo- 
ris scritta dall'amicissimo suo Giuseppe Guttierez. In questa venendo 
riferito l' intervendo del De Cristoforis all' infausto avvenimento del 
6 febbraio lessi a pag. 163 u Avvicinatosi verso V imbrunire del giorno 
6 ftybrajo V istante fissato dai congiurati, due amicissimi suoi il pittore 
Girolamo Induno e V Ingegnere Luciano Besozzi, che V ebbero compagno 
è in quelle ultime ore del giorno, ricordano come egli fosse in uno stato 

febbrile e tormentato da una incertezza mortale . 

• > , . , . JJ idea pero che parve alcuni istanti pren- 



- 420 — 

der possesso di lui e dominare su tutte le altre fu quella di un suo caro 
amico, eh' ei sapera audacissimo ed ora forse in estremo pericolo, pronto 
a sacrificarsi 

si slancia a corsa in mezzo alla strada ab- 
bati donando i compagni. Questi, compresa la risoluzione improvvisa, a 
corsa del ])ari ; lo raggiungono e lo persuadono, poiché h deciso di get- 
tarsi nel pericolo, a stare unito ad essi, e così tutti e tre, moderato al- 
quanto il passo, divergono per una contrada avviati a un punto della 
città abitato dal popolo : ma giunto all' altro capo di quella, nel moment') 
di svoltare V angolo, danno di cozzo in una pattuglia. Fermati e inter- 
rogati ». Tutto questo e tutto quanto sussiegue diffu- 
samente nel racconto del Guttierez stabilito su ricordi del Girolamo 
Induno e del Luciano Besozzi essendo pienamente conforme a quanto 
lo stesso De Cristoforis ancor tutto trafelato dallo scampato pericolo 
della forca mi aveva esposto nel 5 marzo a Zurigo, salve poche va- 
rianti di lieve importanza, non credo dovermi trattenere su questo 
episodio, e non l'avrei neppure riferito in una cronaca del mio ope- 
rato nella vicende della vita, se 1' autore della monografia del De Cri- 
stoforis non avesse preso occasione di un atto di intensissima ami- 
cizia per esporre apprezzamenti non solo per se ma attribuendoli al 
suo protagonista in merito alla giornata del 6 febbraio in dissonanza- 
con quelli che sarò obbligato io ad esternare, e chiudendo la paren- 
tesi proseguo a dire ciò che feci nella sera del 6 febbraio. 

Appena mi tolsi dalla comitiva di popolani esasperati dei vicoli 
sottostanti al ponte di Porta Tosa, colla certezza di averli persuasi 
a desistere dal dissennato proposito, risalii la via per riguadagnan 
la piazza del Duomo e passando il ponte gettai nel Naviglio il pu- 
gnale e le altre armi dotte da insorgente che teneva nelle tasche, con-; 
vintissimo che non più per quella notte non me ne sarei valso, indi 
con passo ordinario mi diressi al centro e precisamente alla via della 
Dogana o Cappellari incontrai il Piolti De Bianchi, è facile imagi- 
narsi in quale stato di abbattimento e ci mettemmo a camminare in 
sieme: egli avrebbe voluto recarsi verso Porta Comasina ora Pori; 
Garibaldi) e verso il Castello per conoscere cosa fosse avvenuto dr 
parte delle compagnie ivi destinate, ma io desumendo con certez:% di 
quanto aveva veduto udito ed esaminato nel corso della giornata i 
specialmente nelle ultime ore, che la insurrezione era completamenti 
fallita e già volgendo il pensiero al mettermi al sicuro dal cader 
nelle mani della Polizia, gli dissi che intendeva di portarmi alla cas 



— 421 — 

un fidatissimo amico il farmacista Giuseppe Pozzi e lo consigliai 
a unirsi egli pure a me per la sua sicurezza; egli aderJ e dosi di- 
scorrendo ci avviammo sul corso di Porta Ticinese sul quale dopo 
non molti passi vedemmo una grossa pattuglia di almeno 60 soldati 
diretta frettolosamente a quella volta dove erasi verificata qualche 
azione di rivolta violenta. Appena giù dal ponte di Porta Ticinese 
entrai col Piolti nella farmacia posseduta ed esercita dal giovine Giu- 
seppe Pozzi ferventissimo patriota che era stato Ufficiale nel Batta- 
glione Lombardo a Venezia precisamente nella mia compagnia e quindi 
mio immediato superiore: esso nell'eroica e vittoriosa giornata di 
Mestre il 27 ottobre 1848 per una palla ricevuta alla bocca perdette 
quattro denti ma della grave ferita guarì perfettamente e mi rimase 
poi se^mpre affezionato amico. Al vedermi in quella occasione* mi ab- 
bracciò con effusione e ci condusse entrambi nell' abitazione supe- 
riore : poco appresso la moglie sua ci apprestò una zuppa e alcune 
vivande per cena, che io aggradii poiché più che il dolor poterono il 
digiuno e l' incessante moto della giornata, ma il Piolti rifiutò man- 
tenendosi nel più cupo silenzio. Io non aveva fatto alcuna presenta- 
zione di lui supponendo che egli volesse celato il suo nome ; assai 
più tardi invece appresi che il Pozzi era conoscentissimo del Piolti 
e pienamente informato che questi era a capo della meditata solleva- 
zione e in quella sera però non diedero alcun segno di conoscersi. 
La sua moglie per altro che era affatto ignara dei precedenti rap- 
porti amichevoli tra di loro e che era poi lontanissima dall' imaginare 
che il signore che era entrato in casa con me fosse il Piolti De 
Bianchi, nel sentire i passi delle squadre militari che passavano nu- 
merose per la via scagliava rimproveri ed ingiurie contro quel pazzo 
che aveva ordito quella impresa e presumendo le disgrazie che ne 
sarebbero derivate diceva: Un accidente a chi ha inventato questa 
bricconata. Il Piolti che intanto era sulle spine per avere notizie dei 
suoi soci d' azione disse di voler andarsene a casa, e il Pozzi diresse 
a me queste parole : tu Majocchi resterai presso di me questa notte 
domani all' alba escirai per restituirti al tuo posto. Partito il Piolti, io 
dissi all' amico : Certo io devo chiedere la tua ospitalità non volendo 
affrontare un viaggio in questa notte, ma domattina prima che albeggi 
lo sarò già sulla strada a me notissima di Pavia per il più sicuro 
tragitto del confine nel Piemonte e di là restituirmi a Locamo. E al 
primissimo mattino del Lunedì 7 febbraio io prendeva posto sul Bar- 
ghetto sul Naviglio di Pavia veicolo di navigazione il meno costoso 



• 



- 422 - 



ed il meno sospetto perchè di uso contadinesco e non adoperato da 
chi a\ieva premura di fuggire per ragione politica (1). 

E fu un divisamento davvero fortunato il mio d' aver scelta la 
prima corsa del Baronetto ancor prima dell' aurora perchè un' ora più 
lardi tutte le porte della città erano chiuse ovverosia nessuna persona 
poteva escirne senza un permesso rilasciato dalla Polizia per cono- 
scenza personale. Quel tentativo di ribellione popolare benché abor- 
tito destò tale sgomento nell' Autorità militare austriaca da assumere 
un sistema di repressione feroce e di precauzioni difensive certo non 
mai imaginate nei trattati d' arte militari del Montecuccoli, del Vauban 
o di Napoleone 1°, e non potendo o non volendo suppqrre che tanta te- 
merità e tanti atti di esasperazione patriottica fossero l'opera della sola 
classe inferiore ed operaja senza la partecipazione di gente più educata, 
sì pose in mente azitutto di chiudere la città e di continuare entro di 
essa per trenta o quaranta giorni la ricerca dei pretesi complici ne- 
cessari borghesi ed aristocratici sequestrando intanto i beni di tutti 
gli emigrati che possedevano nelle Provincie Lombardo-Venete. E fu 
durante quel periodo che furono operati diversi arresti in Milano 
sopra mere induzioni di confidenti di polizia, e che continuò l' istrut- 
toria e il processo di causa politica che trattenne parecchi mesi tanti 
cittadini colpevoli unicamente del delitto di essere Lombardi. 

La differenza di altitudine dal mare tra la città di Milano e quella 
di Pavia essendo di soli metri se le acque del Naviglio di Pavia de- 
rivate dal maggior corpo di acqua preso a Tornavento presso il lago 
Maggiore scorressero colla originaria loro velocità, la durata della corsa 
discendentale sarebbe di circa quattro ore, ma siccome sul naviglio 
Pavese quelle acque sono trattenute da molte conche o cateratte per 
commodo della navigazione per modo che sia eguale il tempo occor- 
rente tanto per le corse ascendentali da Pavia a Milano quanto le 
discendentali da Milano a Pavia così la percorrenza sul Baronetto si 
compie sempre in 6 ore che furono ben lunghe per me obbligato a 
sentire il racconto dei particolari della precedente giornata, di carr 
nificine di irruzioni di truppe e conflitti fatti da sedicenti testimoni 
oculari o di prima tradizione orale. Io facevo l'Indiano, sorpreso di 
sentire quei fatti chiamandomi fortunato di essere rimasto per affari 

(\) E pura leggenda adunque quanto riferisce il Bontadini (Mezzo secolo 
di patriottismo — Milano, Treves 1886 p. 382) che il Majocchi uscì di Milano 
« sotto il vano d' una cassa in un carro pieno di calce ». 



— 423 — 

fuori di Milano a Porta Vicentina durante quo! giorno, e allontanando 
così qualsiasi dubbio sulla mia persona per il caso elio durante il 
viaggio fosse comparso sul barclietto qualche addotto alle operazioni 
poliziesche e mi additasse a qualche interrogatorio al mio arrivo a 
Pavia. Durante quelle ore il mio pensiero non poteva distaccarsi dal 
miserando tentativo volutosi ostinatamente compiere da Mazzini contro 
1' avviso di provetti patriotti, e contro la irremovibile astensione del 
medio ceto e della intelligenza per l' inopportunità e per la imprepa- 
razione di tutte le classi ad un moto insurrezionale. Tutto m' indispo- 
neva contro la caparbietà e la superbia di Mazzini di credere che da 
lontano 'potesse conoscere e dirigere la mente di una sì patriottica 
cittadinanza che stava meditando la risurrezione nazionale in concor- 
danza ai tempi ed agli avvenimenti sino allora contrarissimi essendo 
1' Europa intera prostrata. Considerando poi il modo con cui aveva 
sorpreso la mia buona fede, mettendomi in comunicazione con Acerbi 
per poi mandarmi inesorabilmente a Milano, dove ai capi della co- 
spirazione preavvisati del mio arrivo la mia apparizione fu presentata 
agli operai come un pegno della mia adesione e concordia, mentre 
mi si impediva di esprimere la mia contrarietà, ed a me restò il com- 
pito di confermare la mia incredulità nella millantata generale in- 
surrezione ; tutto ciò faceva sorgere in me vivissima la smania di tro- 
vare quanto più presto mi sarebbe possibile il Mazzini per fargli uno 
sfogo di lamentazioni. Ma per intanto doveva raggiungere il confine 
e a quello scopo diversi atti ancora mi rimanevano a compiere di 
attenzione e di astuzia. A mezzogiorno alfine arrivai all' approdo del 
Baronetto ed entrato con franco e indifferente passo nella Città mi 
diressi ad una cara famiglia che non senza spavento però con tanto 
affetto mi accolse indovinando d' onde veniva. 

Mi intrattenni con quella tutto il resto della giornata e nel mentre 
io li informava di quanto io sapeva sull' andamento di quell' infelice 
trambusto, essi mi narravano le notizie che entro la giornata perve- 
nivano, e fu là che intesi essere state chiuse tutte le porte di Milano 
e gli altri incidenti che correvano in Pavia più o meno veritieri o 
inventati come sempre avviene in simili emergenze. 

Pernottai colà per discorrere degli affari miei particolari, ed al- 
l' alba del giorno 8 il capo della famiglia innoltratosi con me nei 
boschi del Ticino da un borghigiano suo conoscente batteliere mi 
fece tragittare il ramo del Gravellone e vistomi al sicuro sulla sponda 
Sarda ci salutammo, da parte mia con un sospiro dall' imo del petto 



— 424 — 

presagendo una maggiore incertezza sui miei giorni futuri. Nei boschi 
e nei sentieri di quei dintorni camminai alcune miglia sin che arri- 
vai presso la riva del Po nella vicinanza parmi del Mezzanino. 

Siccome entrambe le sponde appartenevano allo Stato sardo io 
trovandomi in territorio estraneo alla dominazione Austriaca e niente 
più preoccupato della mia salvezza, mi aggirava lungo la riva sinistra 
del fiume per scorgere se qualche battelluccio apparisse con inten- 
zione di passare all' altra riva o vi si trovasse per caso legato e di- 
sponibile quindi per il tragitto, quando sulla opposta riva veggo una 
guardia di dogana che avendo indovinato il mio desiderio mi grida 
forte se voleva passare; io gli risposi affermativamente e subito quel 
soldato doganale salito in un battello e remigando lestamente si dirige 
alla mia volta. Io vi scendo ma quando fummo a mezzo della corrente 
veggo tre o quattro doganieri riunirsi ed attendermi allo sbarco: ap- 
pena sceso a terra il loro capo o brigadiere mi intimò che lo seguissi 
perchè pretendendo che io giungessi da Milano doveva aggiungermi 
come prigioniero ad altra gente che era lì presso a Mezzanino. Io 
affermai d' essere venuto da S. Martino Siccomario diretto a Stradella 
e non aver niente a fare con Milano, ma quei quattro doganieri fre- 
gandomi in tutte le tasche sebbene non trovassero neppure una riga ' 
né scritta né stampata rinvennero dei mozziconi di sigari di Virginia 
e su quell' unico indizio volevano stabilire la mia provenienza da Mi- 
lano. Stupefatto io di questo tranello di avermi essi stessi invitato a 
passare il fiume per dichiararmi poi arrestato insisto di essere con- 
dotto alla presenza del Sindaco per ricevere il passo per Stradella. 

Per comprendere questa strana confusione di attribuzioni politiche. > 
arbitrarie in semplici agenti doganali deve il lettore sapere quello 
che io appunto in quella mattima ebbi a rilevare che il Governo Pie- 
montese vagamente o esageratamente informato nella notte del 6 feb- 
braio, che era scoppiato un tentativo di insurrezione in Milano e che 
un buon numero di emigrati erano raccolti sul confine dello Stato in 
attesa di un successo per irrompere in Lombardia, per sceverare se 
stesso da qualsiasi responsabilità di connivenza o di tolleranza di 
qualsiasi agitazione commessa contro il proprio territorio, addotto im- 
provvisamente tali misure di vigilanza e repressione che sarebbero 
bastate a soffocare o ad impedire, una violazione del confine austriaco 
se* fosse stata tentata. Ho già superiormente narrato come alla sera 
del 4 febbraio mi fossi trovato in Pinerolo-Po in compagnia di una | 
squadra di profughi politici Lombardi miei amicissimi i quali erano 



— 425 — 

colà congregati in attesa dell' annunciato moto de] 8 febbraio: ora 
essendo accaduto che nei giorni 5, <! e 7 si ora, d'assai accresciuto 
il numero degli emigrati accorsi su quel punto di confine per accor- 
rere sollecitamente in sostegno della insurrezione, al primo mattino 
dell' 8 febbraio una grande quantità di truppa regolare fanteria ca- 
valleria e carabinieri circondavano una settantina circa di emigrati 
assembrati nelle vicinanze del Mezzanino dei quali agenti superiori 
di P. S. prendevano il nome e le generalità, mentre un altro riparto 
di truppa e carabinieri agiva contro un maggior numero di radunati 
alla Costa Caroliana dove eravi un deposito d'armi. Condotto davanti 
al Sindaco io esposi di essere ignaro di qualsiasi moto di Milano, di 

I essere diretto a Stradella per affari declinando tanti nomi di quella 
borgata e di essere sorpreso di sentirmi minacciato di arresto perchè 
possessore di sigari di Virginia mentre io anche in Stradella come 
dovunque non fumo che Virginia. Il Sindaco sentendomi pratico di 
Stradella come uno stradellino mi disse vada pure per la sua via. Io 
proseguendo viddi in un cortile una comitiva nella quale stavano gli 
amici miei della sera del 4 e feci loro qualche cenno e li viddi ral- 
legrarsi del mio incolume ritorno ma continuai il mio cammino a 
Stradella. Là ritrovai soltanto con alcun altro 1' amico Cavalli Asdru- 
bale Mantovano che si era sottratto il giorno antecedente al gruppo 
Lombardo raccolto al Mezzanino ed alla cattura per parte delle truppe 
piemontesi, ma fu poi sottoposto alla misura dello sfratto dallo Stato 
Sardo con tutti gli altri che erano stati accerchiati al Mezzanino. 
A. questo rigoroso contegno inducevasi frettolosamente il Governo 
Piemontese per dimostrare all' Austria quanto esso pure disappro- 
vasse e condannasse quelli uomini irrequieti che avevano manifestato 
di essere pronti a cooperare ad un'azione rivoluzionaria. In Stradella 
ben poco mi fermai premendomi cocentemente di restituirmi al mio 
posto in Locamo e di esprimere allo stesso Mazzini tutta la disap- 
provazione ed amarezza di cui mi sentiva di momento in momento 
sempre più. invaso per lo stolto tentativo perpetrato e per le notizie 
ihe venivano successivamente a mia cognizione, fra le altre quella 
ìhe nel numero dei radunati alla Costa Caroliana a custodia di un 
leposito d'armi trovavasi un' mio fratello Cesare, che io non aveva 
ìemmen potuto vedere, perchè quello stuolo che si trovava a Costa 
Jaroliana per un contegno alquanto più imprudente o indisciplinato 
| pontro la forza colà spedita era stato totalmente arrestato e tradotto 
n un posto della estrema Liguria non so più se Savona o Nizza : 



— 420 — 

alcuni pochi fra i quali l'Ungherese Stefano Thùrr, che era sin d'al- 
lora aderente alla causa della indipendenza Italiana e che più tardi 
combattendo sotto gli ordini di Garibaldi nel 1859 e nel 1860 saliva 
al grado di Tenente Generale e acquistava un' alta importanza poli- 
tica, poterono o per autorevoli aderenze o non so per quali ragioni 
liberarsi dallo stato di cattura e portarsi altrove, ma a tutti gli altri 
sovrastò una più dura sorte. Alcuni giorni appresso trovandomi io 
già in Svizzera ricevetti una lettera di quel mio fratello Cesare a 
mezzo di amici di Stradella ai quali egli l' aveva affidata per una 
sicura spedizione e nella quale deplorando di non aver potuto ve- 
dermi in quella fatale occasione presentiva la sorte che avrebbe su- 
bito cioè di essere deportato in America. 

Infatti riferivano i giornali di allora che dal porto di una 

nave Sarda il S. Giovanni deportava a Nuova- Yorck negli Stati Uniti 
non ricordo bene se ottanta o ottantaquattro Italiani perchè persone 
pregiudicate per condotta e per fama e come tali le aveva qualificate 
il Ministro dell' Interno alla Camera dei Deputati per giustificare 
1' espulsione dallo Stato Sardo. Se non che il Governo Americano che 
era stato telegraficamente informato dai propri agenti diplomatici 
della destinazione a Nuova- Yorck di 84 deportati Italiani, si oppose 
all'approdo di' quel bastimento S. Giovanni e protestò di non voler 
essere il ricettacolo di gentaglia pericolosa o incommoda e allora 
però il comandante della nave Italiana faceva consegnare all'Autorità 
dello Stato di Nuova-Yorck atti diplomatici chiusi segreti del proprio 
Governo comprovanti che gli uomini trasportati non erano affatto fa- 
cinorosi uè stati mai colpevoli di alcun reato sibbene repubblicani 
o democratici accentuati che mettevano a repentaglio la sicurezza 
interna con atti preparatorii di violenza ad uno Stato limitrofo : ras- 
sicurato lo Stato di Nuova-Yorck da quei documenti e forse da facili 
induzioni da un' esame anche superficiale di quei disgraziati che essi 
erano individui di una moralità civile ineccepibile li ammise allo sbarco 
ed alla libertà. La cognizione che alquanto più tardi io ebbi di quel- 
1' episodio conseguenza del 6 febbraio 1853 mi apparse come una natu- 
rale continuazione della politica Piemontese dei governi di Carlo Felice, 
e di Carlo Alberto. Fortunatamente alcuni mesi dopo e nello stesso anno 
1853 (1) posto Cavour alla direzione dello Stato impresse alla politica 

« 

(1) In realtà il Cavour era diventato presidente del Consiglio il 4 novembre 
1852 e sotto la sua presidenza quindi avveniva lo sfratto dei supposti respon- 



427 



di Vittorio 'Einanue] e un carattere di onestà e di italianità che gli 
meritò la progressiva adesione di tanti elementi estranei al Piemonte 
a considerarlo come 1' unico centro di unificazione nazionale. Questo 
mio fratello Cesare deportato in America in quella occasione, entrato 
molti anni dopo in servizio militare in difesa della repubblica Mes- 
sicana, cadeva gloriosamente Capitano di stato maggiore trafitto dai 
Francesi, mercenari dell'Imperatore Massimiliano, ma mi avverrà di 
citarlo a suo luogo quando in sostegno de' miei assunti radicali, contro 
le teorie dei moderati ricorderò che Napoleone 3 d dopo la battaglia 
di Magenta oltre ai tanti delitti commessi contro l' Italia ha truci- 
dato la repubblica Messicana, in protezione del clericalismo cattolico 
così come aveva prima trucidato la repubblica di Roma in difesa del 
principio teocratico cattolico eterno impedimento alla unificazione 
Italiana. 

Ora retrocedendo sui miei passi ritorno al mattino del giorno 8 
febbraio 1853 quando giunto a Stradella determinato di arrivare al 
lago Maggiore attraversando la Lomellina onde giungere nel mattino 
del dì successivo a Locamo, il caro giovine di Piubbega presso Asola 
Mantovano Asdrubale Cavalli volle essermi compagno in quelle pere- 
grinazioni e col brioso spirito di osservazione di cui era eminente- 
mente fornito rilevando dalle passaggere conversazioni nelle osterie 
dei paesi percorsi la inferiorità politica delle popolazioni dello Stato 
Sardo giovò non poco a distrarmi dalle cure che angustiavano 1' animo 
mio. Però ad Arona io mi imbarcai solo sul piroscafo per Locamo 
impaziente di ritrovarmi al mio posto di lavoro, ma freneticamente 
smanioso di scovare il nascondiglio di Mazzini, che dall' unica lette- 
rina che di lui ebbi il 1° od il 2 di febbraio arguiva dovesse essere 
in Lugano, e di esprimergli francamente 1' amarezza della quale io 
era invaso per l' insensata opera del 6 febbraio. Già entro il giorno 
10 stava in Locamo attendendo a certa corrispondenza e ad incum- 
benti della mia azienda deciso di esser libero all' alba prossima di 
fare una corsa a Lugano con ritorno nella sera, perchè io aveva po- 
tuto assicurarmi che Mazzini si trovava ritirato nella casa del Pro- 



sabili del moto milanese del 6 febbraio 1853. Era l'Austria stessa che dava 
poco dopo modo al Cavour di diventar popolare col sequestrare i beni degli 
emigrati lombardi anche se divenuti cittadini piemontesi, donde le proteste 
diplomatiche del Gavour. La misura del governo piemontese del resto, qui at- 
taccata dal Majocchi, è giustificata dal Cassola (vedi Cassola: op. cit. p. 36-37. 



428 — 



fessore Rodriguez milanese che accennai più sopsa essere insegnante 
di materie tecniche al Liceo di Lugano. Salii con un tempo burra- 
scoso sul piroscafo Sardo della prima corsa ascendente sino a Ma- 
gadmo e scesi ancor di buon mattino allo scalo di Magadino coli' in- 
tendimento di valermi della corriera postale che da quella borgata 
faceva puntualmente il servizio giornaliero sino a Lugano valicando 
il monte Cenere. Ma imperversava specialmente sulla montagna una 
bufera cosi violenta chiamata da quei terrazzani tormenta da vietare 
assolutamente la corsa di quel veicolo ancorché pesante : mi diressi 
ad alcuni vetturini perchè volesse alcuno trasportarmi per un prezzo 
consentaneo all' iniquità del tempo ma essi si rifiutarono tutti asse- 
rendo che neppure il diavolo avrebbe osato passare il Monte Cenere 
in quel giorno, ne in carrozza né a piedi. 

E nondimeno io considerando che assai probabilmente Mazzini 
avrebbe dovuto per esigenze diplomatiche abbandonare la Svizzera o 
celarsi o in altro modo essere irreperibile per me, risolsi di vederlo 
in quel giorno e mi incamminai a piedi sfidando la furiosissima tor- 
menta che mi gettava in viso la densa neve gelata in forma di ghiac- 
ciuoli. Ma io nulla sentiva di doloroso da quella veramente eccezio- 
nale procella che rendeva deserti d' uomini e di animali il monte Ce- 
nere e il susseguente stradale, tanta era la passione di trovarmi 
faccia a faccia col forsennato autore del 6 Febbraio! E giunto cele- 
rissimamente a Lugano cercai della casa dove abitava il Rodriguez 
mio concittadino al quale esposi di voler subito parlare con Mazzini, 
xlnnunciato venni tosto introdotto a lui che mi venne incontro fresco 
come una rosa stringendomi una mano in entrambe le sue chieden- 
domi »come erano andate le cose e per quale motivo fosse mancata 
una soddisfacente esecuzione. 

All'ora in cui sto scrivendo queste pagine ho dovuto conoscere 
tante inopportune ingerenze di quell' agitatore, nella vita politica Ita- 
liana, ed ho letto assai più tardi, in pubblicazioni di vittime di pro- 
cessi e delle condanne sofferte dall' Austria, quanta parte di respon- 
sabilità di quelle sciagure spettasse a Mazzini, onde sin nella 
primissima parte di questi fogli accennando io ai libri di lettura che 
servirono di pascolo alla educazione patriottica negli anni degli studi 
universitari ponendo sopra tutti le infocate pagine della Giovine Italia 
di Giuseppe Mazzini rimarcava però che gli ulteriori avvenimenti mi 
obbligavano a giudicare quel sommo Genovése sotto due diversi 
aspetti di Apostolo e di Cospiratore, e che in quest' ultimo carattere 



— 429 - 

aveva commesso colpe di presunzione di riescire in tentativi infrut- 
tiferi e biasimevoli, per l'esiguità dei mozzi che erano a sua dispo- 
sizione. E P intempestivo e dannoso molo del G febbraio 1853 fu il 
più fioro colpo che colpisse la fama e l'influenza sua come diri- 
gente il partito rivoluzionario Italiano e scostasse tutti gli uomini 
(V azione dal seguirlo nell'avvenire come suo capo e rappresentante. 
Ma non sarei completamente sincero se non soggiungessi che in 
quell' incontro mio invece con lui mi trovai tosto soggiogato dallo 
sguardo, dalla voce e dagli accenti di quel taumaturgo del patriotti- 
smo e i miei propositi di reclami e di ribellione si spegnevano sulle 
labbra impotenti a formulare frasi di sdegno o di corruccio per quanto 
io rimanessi sempre compreso della improntitudine di un tentativo 
temerario senza il concorso della cittadinanza. Tutto ciò che Mazzini 
andava leggendomi della corrispondenza col Piolti De Bianchi se non 
lo proscioglieva dalla colpa di aver voluto ed ordinato, contro il 
giudizio dei patriotti intelligenti, una sollevazione con sole forze di 
operai, offriva una circostanza attenuante nelle lettere del Piolti che 
aveva con false informazioni ed affermazioni mantenuto nell' animo 
caparbio dell' agitatore illusioni che cangiarono nella sua testa una 
cocente aspirazione comune a tutti i frementi dell' oppressione stra- 
niera con un piano di azione irrealizzabile per ragioni che essi soli 
erano competenti a valutare. 

Eppure io anche di Piolti De Bianchi, di questo presuntuosello 
giovine che si era investito dell' incarico di rappresentare in nome 
di Mazzini la parte di Procida così a sproposito, malgrado che al 
momento della esecuzione questa avesse luogo disordinatamente senza 
I attendere il convenuto colpo di cannone, io avrei conservato per lui 
quella indulgenza e* quella benevolenza che gli aveva usata durante 
la giornata che durava sempre infausta e foriera di insuccesso. Ed 
: anche ora gli risparmierei qualunque biasimo se non mi fosse acca- 
• duto di ricevere e di esaminare nei primi mesi del corrente anno 
1901 un opuscolo Memorie del 6 febbraio 1853 di Giuseppe Piolti De 
Bianchi inserto nel Fascicolo 7-8 della Rivista Storica del Risorgi- 
mento Italiano 1897 Roux Frassati & C.° Torino. Sebbene di queste 
Memorie 1' Autore affermi con dichiarazione 17 ottobre 1889 di averne 
consegnata sin dalla fine del 1884 una copia manoscritta al suo cu- 
gino Cesare Correnti che la affidava al Prefetto di Brera Comm. Ghiron 
il quale la depose fra i manoscritti della Biblioteca, pure non fu stam- 
pata che molto più tardi per cura del Senatore Angelo Bargoni e da 
me non fu mai conosciuta prima d'ora. 



— 430 — 

Nel precedente capitolo 8° di questo mio lavoro ho narrato tutto 
quanto si riferisce alla mia partecipazione al moto del 6 febbraio ori- 
ginata da una lettera speditami da Giuseppe Mazzini in Locamo non 
ricordo bene se nel 1 o nel 2 del febbraio ma certissimamente in uno 
di quei due giorni coli' incarico di essere a Milano pel giorno 6 ma 
previo il passaggio a Torino a prender concerti col Giovanni Acerbi 
per modo che partendo da Locamo all' alba del 3 volendo compiere 
le eventuali ingiunzioni di questo nel 4 e coi mezzi di trasporto di 
quei tempi a me non era possibile trovarmi a Milano prima della 
sera del 5 vigilia della giornata della promessa insurrezione, e come 
infatti in quella sera io mi presentava al signor Eugenio Brizzi diri- 
gente la parte militare dell' azione ed al Piolti riuniti insieme i quali 
però non mi lasciarono conversare con altri popolani ma solamente 
chiamarono da una camera attigua due che erano stati miei commi- 
litoni a Venezia che mi abbracciarono ed ai quali disse il Brizzi: ecco 
che il vostro Majocchi ha voluto essere con voi nella giornata di do- 
mani ma subito li licenziò, e ricevuti da me i proclami di Kossut 
agli Ungheresi mi assicurò che sarebbero stati dispensati, ci lasciammo 
nella certezza che il moto insurrezionale avrebbe avuto luogo. 

Dopo l' insuccesso inevitabile di quel tentativo cosi temerario af- 
fidato ad asserita congiura di parecchie migliaia di popolani, che non ■ 
comparvero che in proporzioni minime io pensando al biglietto di 
Mazzini che al 1 od al 2 di febbraio mi era giunto da Mazzini cosi 
inatteso e così intempestivo compresi che unico scopo del mio inter- 
vento a Milano oltre a quello di una sicura consegna del proclama 
di Kossut era stato quello di farmi presentare dai due capi del mo- 
vimento agli operai come partecipe all' azione ma fugacemente senza , 
che mi fosse possibile di dimorarmi con loro, poiché sapevasi che io 
non consentiva affatto nella possibilità di un successo. 

Dalla sera del 6 febbraio da quando cioè il Piolti De Bianchi si 
separò da me nella casa del farmacista Pozzi, io più non lo viddi 
nemmeno un minuto in tutto il corso della mia vita né mai ebbi con- 
tezza de' fatti suoi, se non quella sentita diversi anni dopo il mio 
collocamento al riposo e ritorno in patria, che il Piolti fosse stato 
eletto deputato al Parlamento per tre volte e parmi anzi fatto Sena- 
tore, notizia che non mi interessò né mi impressionò sapendo che 
era cugino di Cesare Correnti del quale egli seguiva pecorilmente le 
orme politiche. Nel 29 maggio 1876 io essendo stato eletto deputato 
del Collegio di Borghetto Lodigiano andai a sedere nei banchi del- 



i:u 



rastrema Sinistra. Pochi giorni appresso il deputato Cesare Cor- 
renti vedendomi entrare nell' aula nel periodo di ingresso <; di non 
incominciata seduta mi fece un cenno ed io essendomi a Lui accostato 
mi disse: Cosa fai tu con quella gente là? tu non hai nulla a fare 
con essi. Io gli risposi: ma che? io ci sto tanto bene con loro che mai 
non me ne separerò. E per vero io non saprei imaginare un mani- 
polo di uomini più virtuosi dei componenti 1' Estrema Sinistra di quei 
tempi e più indicati per esercitare il mandato di rappresentanti della 
Nazione con un governo plebiscitario esecutore di uno Statuto com- 
prendente disposizioni contrastanti il progresso quale è supremamente 
l'articolo 1.° Le mie poche parole manifestando al Correnti che io 
era un deputato di convinzioni non di mestiere posero forse una bar- 
riera perpetua tra me ed il Piolti De Bianchi, onde preservarlo da 
qualsiasi contatto con un inflessibile radicale per quanto legalitario e 
mansueto. 

Da tutto quanto ho retroesposto sulla mia presenza all' atto del 
6 febbraio 1853 ognuno che mi ha seguito sin qui comprenderà quanto 
io dovessi restar sorpreso e indignato alla cognizione e lettura del- 
l' opuscolo del Piolti De Bianchi. Questi che solo alla fine del 1884 
si era indotto a dettare le Memorie del 6 febbraio 1853 che dal Cor- 
renti venivano in manoscritto consegnate al Prefetto della Biblioteca 
di Brera, avesse semplicemente enunciato d' essere stato accompagnato 
da Majocchi in quella disastrosa giornata , io non me ne sarei 
punto addolorato né offeso. Ma nelle prime pagine ho trovato questo 
periodo, u Alcuni giorni dopo, e cioè nei primi di febbraio venne a 
Milano di contrabbando Majocchi, mandato dai nostri emigrati di Pie- 
monte ». Io non arrivai a Milano né al 1°, né al 2 né al 3 o 4 

di febbraio sibbene alla sera del 5, cioè quando mi sarebbe stato im- 
possibile di sospendere il disgraziato tentativo di insurrezione fissato 
irrevocabilmente pel giorno successivo. E come infatti tutto era stato 
macchinato nella mente feconda di Mazzini nel mandarmi nel 1 o 2 
febbraio a Locamo 1' ordine di andare a Torino per comunicazioni 
urgenti con Acerbi coli' unico scopo (celato) che io mi facessi portatore 
dei proclami di Kossuth agli Ungheresi in Milano. E del pari ho do- 
vuto rimarcare nelle pagine successive che riportano il lungo vani- 
loquio politico che ebbe luogo in Gennaio a Lugano tra il Piolti De 
Bianchi e Mazzini in cui era precisato risolutamente il giorno 6 feb- 
braio per F esecuzione insurrezionale, ventilandosi i nomi di quelli 
che avrebbero costituito un Comitato governativo provvisorio e am- 



- 432 — 

messa da entrambi la necessità della inclusione di un militare, u Maz- 
zini profferì il nome del già illustre colonnello (ora generale) Cosenz 
del a/i con seti so egli si faceva garante ». Ora io devo chiamare i let* 
tori a quanto ebbi a narrare di un convegno tenutosi in una Villa 
Pigozzi presso. Locamo verso il 7 o 1' 8 di gennaio (1) per invito di 
Aurelio Saffi ex triumviro della repubblica Romana; fra gli altri pre- 
senti eravi il succitato colonnello Cosenz il quale dopo aver sentita 
la cicalata enfatica dello stesso Saffi fra lo stupore e la incredulità 
degli astanti, escito sulla strada trastullandosi con un bastoncino sui 
sassi dimenava il capo con un sorriso sarcastico che gli era consueto 
per economia di parole nei casi di disapprovazione. 

Però io pur deplorando la puerile vanità del Piolti di aver conse- 
gnato alla storia la prova di essere stato il direttore politico del moto 
del 6 febbraio 1853 io qui non mi preoccuperò che di prosciogliere 
da ogni responsabilità del medesimo il partito d' azione propriamente 
detto o radicale quale usciva dalle risultanze del prefato avvenimento 
il quale mettendo a nudo la inanità dei conati di quell' agitatore 
aveva determinato tutti i patrioti a scostarsi da lui e da suoi funesti ' 
consigli. Veramente quanto viene raccontato dal Piolti sulla genesi 
del moto del 6 febbraio 1853 che si attribuisce da lui ad una chia- 
mata avuta da Benedetto Cairoli a Stradella (territorio di confine Pie- 
niontesej sul finire dell' estate 1852 portante una lettera di Mazzini 
potrebbe essere accolto per verosimile essendoché in quel momento 
non essendo per anco avvenuta la dimostrazione matematica della in- 
sipienza tattica di quel sommo agitatore potrebbe darsi che egli niente 
ammaestrato dalle ferocissime e numerose investigazioni e procedure 
militari che desolarono l'annata 1852 le quali imponevano a tutti i 
cittadini anche più ardenti la massima circospezione, avesse indotto 
1' animo focoso del profugo Cairoli a tentare la vanità del Piolti De 
Bianchi ad accettare in Milano la direzione di un moto insurrezionale 
in nome di Mazzini, ma in ogni modo è stupefacente il fatto di Un uomo 
che alcuni mesi dopo di aver sostenuto la prima parte in una trage- 
dia patriotica si ritrae bruscamente dal c&mipo, e partecipando sempre 
alla vita pubblica mediante opera assidua, con intendimenti sinceramente 
liberali, ma tenendosi lontano dai partiti estremi, come nella biografia del 
Piolti dice il Prefetto e Senatore Angelo Bargoni, ascritto definitiva- 
mente al partito moderato, aspetta ad accordare pubblicità alla nar- 

(1) Altrove il Majocchi, come si vide, dice, per errore, al termine di gennaio. 



- 433 - 

razione del dramma ben più di 40 anni quando dovevano essere già 
morii tutti quelli che avevano preso parte a] tafferuglio e piti spe- 
cialmente quelli che da esso Piolti vengono indicati come veri autori 
dell'incarico conferitogli di compiere una sollevazione contro l'Austria. 

Però siccome le rivelazioni contenute nel surricordato opuscolo 
del Piolti si collegano con fatti, sciagure e responsabilità che per me 
scrivente vennero in luce molto posteriormente io riprendo ora la cro- 
naca di quello scompiglio prodotto dal 6 febbraio 1853 e della sorte 
che io divisi coi miei consoci politici, riservandomi di esaminare in 
correlazione ai fatti che avverranno la loro specchiata condotta e ir- 
reprensibile sotto tutti i riguardi da meritare la stima dei paesi che 
ebbero ad ospitarli. 

E in pertanto continuo a dire le mie particolari peripezie deri- 
vanti dalla sciagurata giornata del 6 febbraio. Ripartito da Lugano 
in vettura stante che erasi di qualche poco scemata la bufera arrivai 
appena notte a Locamo dove appresi esservi già qualche indizio di 
commozione e movimento nel Cantone Ticino per conseguenza di ar- 
rivo di fuorusciti Lombardi provenienti da Lombardia e dal Piemonte 
perchè osteggiati dal Governo di Torino in esecuzione delle esigenze 
dell' Austria. Tn quel periodo di esodo di gente Lombarda per sot- 
trarsi al pericolo di arresto della polizia Austriaca il Governo Pie- 
montese doveva mostrarsi severissimo anche per ottenere diplomati- 
camente la revoca di un editto Radetzkiano che metteva il sequestro 
su tutti i beni posseduti nel Lombardo-Veneto da Italiani emigrati 
anche di opinioni moderatissime, onde taluni che erano in voce di 
aderenti al partito di azione e che erano stati annotati, come dissi, 
al Mezzanino, dovettero per alcuni mesi rifugiarsi in Svizzera. A ciò 
si aggiunse che il Feldmaresciallo Radetzki avendo con inaudita ef- 
feratezza ordinato il bando dalla Lombardia di tutti i cittadini Svizzeri 
del Cantone Ticino in essa dimoranti per imaginaria adesione al 6 
febbraio, il Governo federale Svizzero si vidde costretto ad additare 
straordinarie misure di internamento dei rifugiati politici Italiani ai 
quali doveva negarsi la permanenza nei Cantoni contermini di Vaud, 
Ginevra, Vallese, Ticino e Grigioni ; quei poveri profughi dovevano 
dunque esulare in terre straniere e il provvedere alla propria esistenza 
diventava ognor più difficile. 

A tanta distanza di tempo, senza una sillaba scritta di memorie o 
di annotazioni non saprei con certezza precisare la giornata ma panni 
non più tardi del 12 o 13 di febbraio viddi arrivare non pochi dei 

. 26* 



— 434 - 

miei amici e compagni delle precedenti vicende, il G-iacomo Griziotti, 
il Bassini, il Benedetto Cairoli, il Cavalli, il Giuseppe Grioli fratello ' 
del sacerdote Giovanni martire di Belfiore, il Gaetano Sacchi e di- 
versi "altri. E nel giorno successivo al Governo Cantonale dicevasi 
pervenuto l'ordine dal Federale che volesse disporre per l'allontana- 
mento dei rifugiati Italiani (quasi tutti Lombardi) esclusa la destina- 
zione in alcuno dei Cantoni suavvertiti confinanti collo Stato sardo 
o coli' Austria. La Signora della quale io amministrava 1' azienda in- 
dustriale-commerciale , preoccupata di quelle disposizioni premurò 
presso i Membri del Governo del Cantone in Bellinzona che volessero 
invocare dal Consiglio Federale di Berna una dilazione al mio allon- 
tanamento fin tanto che essa avesse sollecitamente provveduto a so- 
stituire un conveniente personale per la propria azienda e quei fun- 
zionari ai quali io era favorevolmente ben noto si prestarono ad un 
caloroso circostanziato rapporto al Governo centrale della Confedera- 
zione per tale scopo. Ecco la quasi testuale risposta telegrafica che 
si ebbe immediatamente da Berna. « Il Governo del Cantone Ticino 
è autorizzato ad accordare per specialissime imponenti circostanze 
una dilazione di alcuni giorni all' internamento dei rifugiati politici 
Italiani tranne che al signor Achille Majocchi il quale verrà con di- 
ligenza postale federale domattina inviato a Lucerna dove egli di- 
chiarerà a quella Autorità Cantonale il Cantone che sceglie qual sede 
della sua permanenza nella Confederazione Elvetica ». Dietro tale or- 
dine perentorio indeclinabile che mi venne comunicato immediata- 
mente io conferii cogli amici Lombardi i quali mi dissero che li at- 
tendessi tutti in Lucerna dove avremmo insieme deciso il luogo della 
nostra comune dimora. Al primo mattino del giorno successivo infatti 
nel palazzo dell' ufficio postale di Locamo stava per approntarsi la 
carrozza di servizio federale ed all' intorno mi circondavano gli 
amici Griziotti, Cairoli, Gaetano ed Achille Sacchi, Cavalli, Chiassi 
ed altri i quali mi confermavano che subito sarebbero giunti a Lu- 
cerna per intendersi sul futuro nostro domicilio ciò che era un vero 
conforto per me ed anzi per sollevarmi nella mia mestizia si congra- 
tulavano del mio onore di aver meritato un odio cosi accanito da 
parte del Governo Austriaco da procurarmi un viaggio particolare 
d'ordine diplomatico governativo. Tutto questo e i motteggi e le celie 
che mi dirigevano quando io eragià salito sulla carrozza mi occu- 
pavano non sgradevolmente tanto più che io era certo che avrebbero 
presto seguito la mia sorte, anzi il mio itinerario; ma quando la corsa 



— 435 — 

del cocchio mi tolse la loro vista e ini trasse sullo stradale che mena 
alla valle Leventina e al valico del Gottardo, la tristezza mi assai 86 
pensando ^alla realtà dell'esigilo in terra straniera che andava a in- 
cominciare per me. 

Era una serena splendida giornata d'inverno: nella parte ultima 
altissima della vallata cioè in prossimità di Airolo la neve giaceva 
cosi copiosa sul suolo stradale che non essendo più possibile la tra- 
zione con veicoli rotabili essa aveva luogo, come di consueto in quella 
stagione, sulle slitte. Salendo la vetta del Gottardo e scendendo lungo 
le montuose regioni dell'Elvezia Centrale lo spettacolo di una inter- 
minabile estensione di nevi irradiate dal più. splendido sole era dav- 
vero imponente sublime da eccitare in me una emozionante ammira- 
zione, che valeva a distrarmi opportunamente dalle serie meditazioni 
dell' attualità. Non più. di due giorni dopo il mio arrivo in Lucerna 
giunsero colà primi il Cairoli e il Grriziotti, indi molti altri che afflui- 
vano nel Cantone Ticino, e ventilata la scelta del Cantone conve- 
nimmo tutti nel preferire di trasferirci a Zurigo dove anche il Cai- 
roli si era procurato qualche commendatizia non per se ma per amici 
più bisognosi presso un signor Filippo Caronti di Como che colà 
dimorava per ragione commerciale colla propria famiglia insieme ad 
altra di una signora vedova Casati pure di Como ma che era allora 
proveniente da Lione di Francia dove i Casati da gran tempo eser- 
citavano una rilevante rinomata industria coloniale, due distinte e 
generose famiglie che furono una vera provvidenza specialmente agli 
operai Lombardi che erano più o meno implicati nel turbinio del 6 
febbraio. Così sullo scorcio del febbraio 1853 si trovava raccolto un 
numeroso drappello di fuggiaschi politici, ed ai primissimi giorni di 
marzo arrivava a noi come ho sopra narrato il Carlo De Cristoforis 
e così trovavasi riunita in Zurigo una comitiva di patrioti Lombardi 
omogenea cioè tutta di radicali continuatori della politica dei loro 
concittadini che per quanto avevano visto negli anni 1848-49 disillusi 
sulla potenza del Piemonte di allora a capitanare la causa della in- 
dipendenza d' Italia erano stati sino ad allora inclinati a seguire la 
politica dell' agitatore Mazzini, ed ora nauseati della temeraria sua 
incompetenza guerresca se ne erano scostati. Tutti amici o soci dei 
martiri di Belfiore e dei languenti nel li ergastoli di Mantova, di Jo- 
sephstadt o di Theresienstadt conservavano inestinguibile 1' odio al- 
l' Austria e vividissima la fiamma del patriottismo senza poter presa- 
gire da quale ordine di avvenimenti potesse sorgere l'alba di una 



— 436 - 

ripresa delle armi. Tatti superstiti delle schiere che avevano com- 
battuto le lotte della indipendenza nella campagna del 1848 e 49, 
chiaroveggenti delle cause che le avevano rese sterili abbominavano 
insieme allo straniero il gran sacerdote di Roma che ad esso si ap- 
poggiava per impedire la unificazione d'Italia, ma avevano per ban- 
diera la Patria senza determinata inflessibile aderenza ad alcun pro- 
gramma politico ina ben decisi di seguirla appena che fosse stata 
innalzata a segnacolo di guerra per 1' indipendenza, ed infatti quando 
nel principio del 1859 fu per 1' alleanza Franco-Sarda accertata la 
guerra, tutti quei profughi radicali che per molti mesi avevano con- 
diviso l'internamento in Zurigo e si trovavano allora dispersi all'estero 
od in Italia e separati gli uni dagli altri, senza alcun preventivo con- 
certo comparvero e si trovarono tutti raccolti in Piemonte per parte- 
cipare alla lotta contro 1' Austria che sostennero da prima nei Vo- 
lontari Cacciatori delle Alpi, indi in sostegno dell' annessione del- 
l' Italia Centrale e nella successiva campagna dell' Italia Meridionale 
ed ultima contro l'Austria nel 1866. 

Si paragoni ora la narrazione del Maj occhi con quella del 
Piolti De Bianchi. La prima infirma anzitutto la seconda, presa 
nel suo insieme ? 

No certo, anzi ne è la conferma migliore : è in fondo lo stesso 
racconto del fatto sulla bocca d' un avversario politico del Piolti 
De Bianchi. Crea essa dei responsabili primi del 6 febbraio 1853 
diversi da quelli del Piolti De Bianchi? 

Neppur questo : la narrazione del radicale Maj occhi getta 
tutta la responsabilità del moto fallito sopra il Mazzini, né più 
né meno dell' altra. 

Se vi sono diversità fra le due narrazioni, esse riguardano 
qualche particolare del fatto e qualche grado di maggiore o mi- 
nore responsabilità negli esecutori materiali, volenti o nolenti 
poco monta, degli ordini mazziniani. 

Veramente il Majocchi dice di aver veduto presso il Mazzini 
le lettere eccitatrici del Piolti, mentre il Piolti afferma nella sua 
narrazione di aver fino all'ultimo resistito all' attuazione del 
piano mazziniano. 

E questa è la discordanza maggiore. 



- 437 — 

Riguardo intanto al Mazzini nessun dubbio che lo notizie dar 
tegli da Milano, dal Piolti Do Bianchi o da altri non monta, do- 
vevano esser tali da indurlo a far di Milano il propulsore primo 
d'un nuovo movimento rivoluzionario italiano : non lo dice solo 
il Mazzini (1) e lo ripete il suo alter ego Aurelio Saffi, che tali 
all'orinazioni potrebbero esser accettate col benefìcio d' inventario 
perchè troppo interessate : non lo dicono solo i mazziniani (2) ; ma 

(1) 11 Mazzini afferma che, richiesto di consiglio e d' aiuto dalla Fratellanza 
segreta di popolani e venuto quindi solo allora in contatto con essa, dopo aver 
esitato, scelse « un uomo militare non noto, prudente, avveduto, d' abitudini 
atte a cattivarsi la fiducia dei popolani e a studiarli ; e lo mandai verificatore 
in Milano. Una serie di relazioni che mi venne da lui confermò tutte le affer- 
mazioni degli artigiani milanesi sulle forze e sulla disciplina della Fratellanza. 
Accolto siccome capo e in contatto continuo coll'Assi e con quanti stavano alla 
direzione dei nuclei, ei mi giurava che potevano e volevano. Quanto mi adoprai 
a raccogliere per altre vie raffermava le relazioni dell' inviato ». « E nondi- 
meno la decisione del muovere non fu mia.. Inferociti pei supplizi di Mantova, 
gli influenti fra i congiurati, raccolti una notte in numero di 60 a convegno, 
decretarono sul finire dell' anno che si moverebbero e m' inviarono dichiara- 
zione solenne che, s" anche il Comitato Nazionale ricusasse assenso ed aiuti, 
farebbero, anziché soggiacere a uno a uno alle persecuzioni dell'Austria, in ogni 
modo e da sé. Vivono tuttavia gli uomini che potrebbero, ov' io non dicessi il 
vero, smentirmi » (Mazzini, Scritti etc. Vili pp. 214-215-216). 

Si noti che la smentita non solo non venne dopo la pubblicazione di questo 
volume delle Opere del Mazzini (anno 1881); ma venne nella narrazione del 
moderato Piolti De Bianchi una nuova conferma. Partigianeria politica e non 
serenità di studioso può aver dettato al Bonfadini (op. cit. p. 373-74,) quella 
genesi semplicistica del moto del 6 febbraio a danno del Mazzini, che « imma- 
ginò che Milano nel 1853 doveva esser il punto da cui l' incendio partisse, e 
iosì venimmo alla fatale giornata del 6 febbraio ! ! ». 

(2) Citerò per tutti il più spassionato, il Cassola: « Mazzini si era portato 
i Lugano, e veramente anch' egli era d'avviso di procrastinare, ma i capi dei 
congiurati di Milano si portarono da lui e gli fecero sentire che non si poteva 
lenza grave pericolo dilazionare il colpo, perchè troppi erano gli affigliati, e la 
Clizia da un momento all' altro poteva scoprire la trama. Gli imposero quindi 
1 movimento immediato, sotto la minaccia di fare da sé. 

Quel grande agitatore non poteva abbandonare l'impresa senza esautorarsi 
on pregiudizio gravissimo del partito d' azione, e il tentativo fu deciso. 

Mazzini avvertì i congiurati milanesi che il colpo era possibile soltanto 
uando non fosse conosciuto dalle Autorità governative. Che d' altra parte 



- 438 - 

ancln 4 il dissidente Majocchi, che nelle Memorie ha pure giudizi 
così aspri sul Mazzini in genere e sul Mazzini responsabile* primo 
del 6 febbraio in ispecie; e perfino lo stesso Piolti De Bianchi. 

Dice infatti costui : 

« Brizio invece rivolgendosi alla classe operaia, vi trovò animi 
ardenti ed impazienti di novità; persone che all'invito d'agire, 
risposero subito accettando, senza preoccuparsi d'altro. Quand'egli 
me ne parlò le prime volte, presi la cosa quasi in ischerzo, lo ! 
pregai di non credere ad impazienze, dettate forse in parte dal 
vino o da jattanza, e gii raccomandai di essere più prudente 
nelle sue trattative. Poi insistendo egli, cominciai a credere che 
vi fosse qualcosa di vero, e ad impensierirmene. 

Egli allora mi fece conoscere Fronti un lattoniere e fabbri- 
catore di lucerne, con bottega e abitazione in via della Dogana, 
un uomo coraggioso e freddo, che doveva prendere molta parte 
nel movimento. Questi mi confermò le parole # di Brizio, e mele 
confermarono del pari alcuni altri capi-popolo. Ne scrissi a Maz- 
zini e gli scrisse pure Brizio. Io ammisi il fatto del fermento po-l 
polare, ma cercai di attenuarne l' importanza, facendo compren- 
dere che se era facile 1' ottenere promessa di arrisicare da chi' 
aveva poco o nulla da perdere, fuorché la vita, era difficile in- 
vece l' indurre ad un terribile rischio chi aveva inoltre beni e' 
posizione e famiglia da esporre a pericolo, senza mostrar loro* 
in pari tempo la probabilità del successo. Aggiungeva che la( 
classe media da me meglio conosciuta e studiata non sarebbesi; 
avventurala certamente senza l' occasione sperata e promessa.' 
Brizio invece scrisse che trovava in Milano ottimi elementi, e chea 
continuando il suo lavoro, egli sperava di poter raccogliere quanto 
bastasse per tentare un movimento. 

Al ricevere di quelle lettere, in parte conformi, in parte COn- 
avrebbero potuto accorgersi se la congiura fosse a loro cognizione dalle misure 
che avrebbero prese, aumentando per esempio le sentinelle e predisponendo 
\'or/.", maggiori in attesa di un attacco. Frattanto altre disposizioni venivano 
d;itc da lui per movimenti simultanei in diversi punti della Lombardia ed altre 
parti d 1 Italia, specialmente nelle Romagne ove fu inviato Aurelio Saffi » (Cas- 
sola : op. cit. pp. 25-26). 



- 439 — 

tradittorie Mazzini dapprima mi scrisse, che temeva egli pure 
qualche esagerazione per eccesso di zelo da parte di Bri zio; ma 
che però bisognava tener conio del fermento popolare da me ri- 
levato : che ciò coincideva con quanto venivagli riferito da molte 
altre parte d'Italia; per cui era venuto nel dubbio se non con- 
venisse tentare un movimento italiano, al quale terrebbero dietro 
subito le insurrezioni della Francia e dell'Ungheria, secondo i con- 
certi da lui presi con Kossuth e coi principali fuorusciti francesi. 
Allora cominciai io pure a parlare di movimento italiano ; ma 
trovai gli animi divisi ; gli uni, principalmente in provincia, ade- 
rivano ; gli altri, sopratutto in Milano, o mostravansi restii o dis- 
sentivano affatto. Ne avvertii Mazzini, il quale mi rispose che ormai 
s' era deciso di venire in Italia per vedere da vicino il vero stato 
delle cose, e per deliberare sul da farsi (1) ». 

Rimane dunque da assodare se le lettere eccitatrici erano del 
Brizi soltanto, come afferma il Piolti De Bianchi, o del Piolti 
De Bianchi, come afferma esplicitamente il Majocchi, o di tutti 
e due, come non mi parrebbe molto improbabile. Le mezze pa- 
role infatti della confessione del Piolti De Bianchi, il quale è 
troppo umano cerchi di riversare sul compagno di cospirazione 
ogni responsabilità ; la stessa preoccupazione evidente non solo 
in questo ma anche in altri particolari del racconto di ben di- 
stinguere la condotta diversa di due uomini, i quali in fondo 
erano dal Mazzini destinati a dirigere la stessa trama ; tutto mi 
sembra una conferma indiretta più che una smentita dell'asser- 
zione del Majocchi. 

Con tutto ciò neppur il Majocchi ad ogni modo si sogna di 
fare del Piolti De Bianchi l' ideatore e quindi il responsabile 
primo del 6 febbraio 1853: anche pel Majocchi il Piolti De Bianchi, 
« questo prosuntuosello giovane » (com'egli dice) che pur arri- 
schiava, sia magari tremando (sentimento che traspare dalle stesse 
sue Memorie) la forca o per lo meno il veleno preparato per 
sfuggire alle torture eli Mantova nel caso di arresto ; anche pel 
Majocchi, ripeto, il Piolti De Bianchi non fu che il medium eli 

(1) Piolti De Bianchi: op. cit. p. 614. 



- 440 - 

Mazzini in quel tentativo sfortunato. La personalità del Mazzini 
è tròppo grande per non metter nell'ombra quella d'un Piolti 
De Bianchi o d'un Brizi ; l'azione sua rivoluzionaria è troppo 
conscia di sé, la sua influenza sugli animi troppo prepotente per 
assolverlo da ogni responsabilità, una volta provato l' incorag- 
giamento venutogli dal difuori con notizie esagerate, con pro- 
messe fallaci. 

Rimangono dunque dei particolari di maggiore o minore im- ; 
portanza, che il Maj occhi contrappone a quelli del Piolti nelP in- 
tento francamente confessato di scagionare non solo se stesso 
ma anche gli amici suoi politici di ogni responsabilità. 

Anzitutto egli afferma sdegnoso di esser arrivato a Milano 
non ai primi di febbraio, ma alla vigilia del 6 febbraio ; quando 
cioè era troppo tardi per impedire un moto destinato a fallire. 
Ora niente vieta di ritenere che il Piolti De Bianchi in perfetta 
buona fede, alla distanza di anni, si sia ingannato di qualche 
giorno sulla venuta del Maj occhi : errori cronologici non man- 
cano neppure nelle Memorie del Maj occhi, scritte anch' esse a 
grande distanza di anni, senza che per questo appaiano meno 
veritiere. Aggiungasi per di più che nessun interesse aveva il 
Piolti De Bianchi a scrivere a bella posta che il Maj occhi era 
arrivato ai primissimi di febbraio; giacché egli non cerca di sca- 
ricare la sua responsabilità ne sul Maj occhi né su altri dissi- 
denti (1) ma bensì, come vedemmo, sul condirettore di cospira- 
zione, sul Brizzi: tanto e vero che le parole che il Piolti De Bian- 

(1) « Allora gli (a Mazzini) apersi francamente l'animo mio; gli dissi come 
infatti molti operai fossero, o si vantassero pronti ad insorgere, come parecchi 
dei loro capi fossero desiderosi di novità, anche per sottrarsi ai pericoli, cui si 
credevano esposti, se *si scoprissero i fatti ai quali avevano partecipato; come 
fossero veramente coraggiosi, ma si credessero invincibili dopo le cinque gior- 
nate e le campagne successive; come io invece avessi poca fiducia in quegli uo- 
mini, cbe misti alle marsine e guidati da esse, erano capaci d' eroismo, ma 
che lasciati soli, rimarrebbero assai titubanti, e non tenterebbero, o si disperde- 
rebbero alla prima resistenza. Quanto alle marsine, ripetei che non v'era spe- 
ranza alcuna di indurli all'azione, almeno in Milano, tranne che pochi amici 
personali, che i dissidenti (poiché così cominciavano a chiamarli) da me inter- 
rogati, o fatti interrogare, tutti ai rifiutavano di partecipare ad un movimento, 



111 



chi (lì attribuisco al Majocchi sono in sostanza le stesse, che il 
Majocchi nelle sue Memorie conferma appunto di aver pronun- 
ziato. E queste parole, por (pianto il Majocchi lo nèghi, se non 
fanno anche di lui un responsabile, tanno un aderente al moto, 
adesione del resto gloriosa che solo le passioni di parte poterono 
far declinare : egli disapprovava il moto, ma per un insieme di 
nobili sentimenti (deferenza al Mazzini, coraggio a tutta prova, 
Speranza di giorni migliori per il paese, orgoglio sacrosanto so- 
vratutto di non ritrarsi davanti al cimento per la patria) non solo 
vi accettava una parte ma persino, una volta che il ballo doveva 
esserci, voleva trascinarvi anche gli altri, perché la carta fosse 
giocata, se mai, nel migliore dei modi possibile. 

Chi va in una città coli' intento di far prorogare od, in caso 
diverso, partecipare ad una eventuale sommossa, vi porta dei pro- 
clami ad essa destinati, cerca perfino all' ultimo momento nuovi 
aderenti, se per una pura circostanza di fatto, che occorse ap- 
punto al Majocchi (la raccomandazione cioè a lui fatta dal Mazzini 
1' 1 o 2 febbraio soltanto e 1' arrivo a Milano la sera della vi- 
gilia), può ben a ragione declinare ogni responsabilità non solo 
materiale ma perfino morale, non può evidentemente rinnegare 
la propria adesione al moto fallito, trincerandosi dietro alla vio- 
lenza morale, per dir così, esercitata su lui dal responsabile vero 
e propVio del moto, dal Mazzini; non ha il diritto di scrivere, 

che non fosse preceduto e provocato da qualche grande avvenimento europeo. 
Alcuni che al primo invito avevano detto di sì, più tardi, indettatisi cogli altri, 
eransi rifiutati del pari. Ciò quanto a Milano ; poiché nelle campagne e nelle 
borgate e nelle città vicine aveva trovata maggior arrendevolezza, o per meglio 
dire eransi dichiarati pronti a partecipare al movimento, sempreché però Milano 
insorgesse prima » (Piolti De Bianchi: op. cit. pp. 617-618). 

(1) « Egli (Mazzini) ascoltò quali fossero le nostre speranze ed i nostri pro- 
getti, e come i dissidenti m'avessero promesso di intervenire purché fossimo 
capaci di tener testa agli austriaci, almeno per un' ora o due. « Come, due ore ? » 
esclamò Majocchi. «Ma nemmeno un'ora, nemmeno un quarto d'ora, nemmeno 
un minuto; hanno da venire subito, debbono venire con noi ». « Benissimo, 
diss'io, se sei capace di persuaderli a ciò, farai opera santa ; io mi ci pro- 
vai, ma invano » — « Ebbene mi ci proverò io », replicò egli e così ci la- 
sciammo». (Piolti De Bianchi: op. cit. p. 631). 






— 442 — 

come fa in altra parte delle sue Memorie (Ms. p. 157) il Ma- 
joechi: « quel chiaro coscienzioso raccoglitore di memorie patrie 
del periodo insurrezionale (1) divide l'errore che si divulga per 
parecchi cronisti e più di tutto per effetto della deplorabile storia 
del Piolti De Bianchi che io sia stato non vittima ma aderente 
al moto del 6 febbraio ». 

Non del moto fu vittima il Majocchi, ma della sua debolezza, 
della sua incapacità di resistere a quel taumaturgo del patriot- 
tismo, a quel suggestionatore potente che fu il Mazzini : egli in 
fondo non fa che invocare a sua discolpa le attenuanti che in- 
invoca lo stesso Piolti De Bianchi, (le avesse o no quest' ultimo 
non possiamo accertarlo; giacché nelle sue Memorie si mostra 
sconsigliatore deli' impresa, mentre il Majocchi dice, come si vide,* 
avergli il Mazzini mostrato lettere del Piolti tali da indurlo al- 
l' organizzazione del moto), V obbedienza cioè passiva per quanto 
riluttante agli ordini del Mazzini. Maggior ragione di lagnarsi 
invece avrebbe il Majocchi, se in realtà fosse stato giocato, come 
egli ritiene, dal Mazzini e dal Brizzi ; mandato cioè a Milano la vigilia 
del giorno stabilito coli' unico intento, a lui taciuto, di presentarlo 
ai vecchi compagni delle barricate senza dargli possibilità alcuna 
di parlar loro per incoraggiarli colla sua presenza, a guisa di 
comparsa, alla pazza impresa. 

Anche se giustifìcatissimo però tale lagno non distrugge' 1' ade- 
sione al moto, né tanto meno cambia in nulla la storia di esso 
quale ci é data dal Piolti. 

Un altro particolare, su cui il Majocchi sembra sollevare dei 
dubbi, è che il Mazzini avesse indicato al Piolti il nome del Co- 
senz come d' uu membro militare del Comitato governativo prov- 
visorio, in caso di successo, di quel Cosenz che il Mazzini, ac- 
cenna il Majocchi, doveva sapere risolutamente contrario al moto 
stesso. 

Ora, a prescindere anche dal fatto che il convegno di Lugano 

(1) Giovanni De Castro in alcuni commenti a due lettere inedite di Giuseppe 
Sirtori fi' una diretta al Majocchi il 12 luglio 1853, l'altra al De Luigi l'il 
settembre 1853) pubblicate nel periodico Natura ed Arte (annata 1896-97 — 
pp. 1029 30). 



- 443 - 

fra il Mazzini ed il Piolti De Bianchi fu anteriore alla riunione 
<li Locamo in casa Pigozzi, è più che ammissibile che, in caso 
di successo, non del Cosenz soltanto, elio aveva disapprovato in 
casa Pigozzi la preparazione del moto, ma di qualunque altro 
eminente patriotta, avverso al moto, del Maj occhi pel primo, 
avrebbe potuto « garantire » P opera disinteressata per assicu- 
rare al paese i vantaggi d' una cospirazione riuscita. 

Un altro particolare ancora, che il Maj occhi vuole smentire 
nella sua preoccupazione « di prosciogliere da ogni responsabi- 
lità il partito d'azione propriamente detto o radicale », è che il 
primo impulso a preparare il moto abortito del 6 febbraio sia 
venuto al Piolti De Bianchi da parte di Benedetto Cairoli. 

È strano però che data tale « preoccupazione » (per usare 
la sua parola) di questa parte delle Memorie, il Maj occhi stesso 
scriva subito dopo, come vedemmo : 

« Veramente quanto viene raccontato etc. etc... (1) dall'incarico 
conferitogli di compiere una sollevazione contro l'Austria ». 

Ora la verità, se verità, non ammuffisce mai, e nessun valore 
le vien tolto da quella qualunque ragione che uno abbia avuto 
di tacerla per quarantanni. 

Ancora più strano poi che il Maj occhi metta in un mazzo 
Cairoli ed Acerbi, mentre dimostra lui stesso nelP Acerbi uno dei 
preparatori diretti da Torino, del moto milanese. 

IV altra parte P esser stati il Cairoli e P Acerbi il trait d'union 
fra il Piolti De Bianchi ed il Mazzini non implicherebbe affatto 
per se solo una responsabilità specifica del Cairoli e dell'Acerbi 
nel moto del 6 febbraio ; ed il Piolti De Bianchi infatti se fa dei 
patriotti radicali gli autori primi dei suoi rapporti col Mazzini, 
cosa che in fondo ammette come verosimile (di più non si può 
pretendere da un confutatore) lo stesso Majocchi, non li fa per 
nulla i responsabili del moto 6 febbraio, di cui affibbia la pa- 
ternità a Mazzini (concorde anche in ciò il Majocchi) dietro i 
suggerimenti del Brizzi e contro i consigli suoi. 

Ne per altro lato il riportare nelle sue Memorie, come fa il 

(i) Vedi più sopra p. 432-33. 



- 444 - 

f 

• 

M^j occhi (1), le lettore sovracitate del Sirtori nelle quali non solo 
si riprova vagamente il moto del febbraio come basato sulla 
rena e so ne rimprovera con dolcezza il Maj occhi, ma si dimostra 
palese la nessunissima parte avuta in esso dal Sirtori (2) dissen- 
ziente ormai coi colleglli d' esiglio e coir amico De Luigi dal 
Mazzini, lava di ogni responsabilità V intero partito radicale, in- 
firma vittoriosamente ogni consenso di questo, cancella, come vor- 
rebbe il Majocchi, perfino il sospetto della più lontana parteci- 
pazione sua diretta o indiretta, a Milano o nelle provincie, al 
moto fallito. 

Sta*il fatto e le fonti d'ogni sorta si prestano a provarlo che 
il moto del 6 febbraio, se preparato in Milano dal Piolti De 
Bianchi, non era ignoto ai patriotti italiani delle altre provincie 
a qualsiasi sfumatura politica appartenessero, patriotti i quali 
andavano facendo verso i confini svizzeri e piemontesi sovra- 
tutto i preparativi pel caso di successo. Lo dice il Piolti De Bianchi 
pei futuri moderati, lo dicono il Mazzini ed il Saffi pei mazziniani 
dell' epoca e quelli successivi, lo fa vedere nonostante i suoi 
sforzi polemici in contrario lo stesso Majocchi quando accenna 
all' agglomerarci di patriotti lungo il confine piemontese in attesa 
del moto, ne dà le prove più indubitabili il Cassola, che veniva 



(1) « E poiché a questa constatazione sono io personalmente indotto oltrecchè 
dalla lettura della storia precisata del Piolti De Bianchi, tenuta artificiosamente 
inedita sino a diversi anni dopo la costui morte, dalla cognizione che ebbi di re- . 
centissime pubblicazioni contenute in Antologie o periodici letterari, nelle quali 
io vengo citato come un preparatore del 6 febbraio con parole assai benevoli e 
con intenzioni di elogio per parte degli Autori e, ciò che è più grave, con giu- 
dizi del pari di compartecipazione di insigni radicali quali il Cairoli Benedetto, 
l'Attilio De Luigi e il Giuseppe Sirtori alla turbolenza temeraria e precipitata del 

6 febbraio 1853, resta a me inevitabile di citare per esteso due lettere del sum- 
mentovato generale Sirtori che riporto testualmente e per esteso dal periodico 
Natura ed Arte ». (Ms. Majocchi p. 156). 

(2) « Mazzini mi ha scritto più lettere, la prima del 5 febbraio: io gli ho 
risposto in termini della più affettuosa e franca amicizia, ma senza stringere d* 
nuovo relazioni politiche, non potendo intendere come lui i doveri dell' azione 
e della iniziativa italiana. Resta dipiù l'antico dissenso sulla convocazione del- 
l' assemblea nazionale durante la guerra », 



- 446 — 

■prestato appunto dalle autorità svizzere mentre il 5 febbraio '53 
da Poschiavo si recava a Brescia per partecipare o dirigere ma- 
gari ^insurrezione, che Vi pure come in altre città lombarde 

doveva scoppiare al primo giungere di buone notizie da Milano. 
So il moto fosse riuscito, se a Milano un' altra volta vittoriosa 
dell' Austria tutte le città sorelle avessero tenuto dietro, ed il. 
6 febbraio '53 tosse stato l' inizio d' una nuova generale riscossa 
italiana, quale si presentava alla mente del Mazzini, anche la 
storia di quel tentativo sarebbe stata meno discussa : il moto 
fallì miseramente, ancor più miseramente che noi prevedessero 
quei dissidenti, che ad esso pure avevano partecipato, e allora, 
come sempre avviene in casi consimili (la guerra dei Sette anni 
informi), cominciò il giuoco dello scaricabarile, nella storia non 
meno comune che nella vita: la colpa del disastro fu palleggiata da 
un individuo ad un altro, dall' uno all' altro partito. 11 Mazzini può 
trincerarsi materialmente almeno se non moralmente dietro alle 
informazioni, che ha ricevuto da Milano : -— il Piolti De Bianchi, 
:apo politico del movimento, attribuisce queste informazioni fal- 
aci al Brizzi soltanto, capo militare, al quale ascrive per di più 
e deficienze della preparazione militare del moto, rivendicando 
i sé il merito non solo di aver fornito al Mazzini informazioni 
esattissime, non solo di avergli sconsigliato il moto, ma perfino 
Ili aver sostenuto invailo presso il Brizzi un piano di attacco più 
codesto ma più pratico e forse più attuabile, esonerato dal do- 
cumentare tali asserzioni dalla perdita delle sue carte a Torino 
(hirante il periodo dell'emigrazione: — le marsine, i patrioti 
'ioè borghesi (anche il Maj occhi ne è portavoce esplicito) attri- 
buiscono la colpa dell' insuccesso all' immaturità dei popolani di 
niziare un moto politico, riconfermando così indirettamente, per 
l'onfessione dello stesso Piolti De Bianchi, i lagni del Mazzini 
'he « non il popolo era mancato ai capi, ma questi a quello », che 
ioè F insuccesso si doveva ascrivere all' astensione della bor- 
ghesia : — i dissidenti che non vi avevano partecipato e perfino 
nelli che vi avevano partecipato rimproverarono più aspramente 
he mai ai mazziniani un moto eia essi sconsigliato, e questi alla 
3ro volta poterono fino ad un certo punto attribuire all'astensione 



i 



— 446 — 

dei primi l'insuccesso : — i moderati si scagliarono contro i maz- 
ziniani, in ispecie dopo il sequestro dei beni degli emigrati in 
seguito al 6 febbraio, ed i secondi rinfacciarono ai primi la loro 
pretesa viltà. 

Né T orgia di vili seduti al banchetto dei morti, come scri- 
veva V Italia del Popolo, fu cosa di passaggio ; che 1' ambiente 
politico di quegli anni e dei successivi si prestava mirabilmente; 
a rinfocolare le passioni. 

Già prima del moto del 6 febbraio '53, a prescindere dalle 
piccole chiesuole dei federalisti monarchici e repubblicani, due 
grandi partiti si trovavano di fronte, quello del Comitato Nazio-^ 
naie diretto dal Mazzini e 1' altro dei liberali moderati che ripo- 
nevano la loro fiducia nella monarchia sabauda, partiti che sul 
punto di fondersi con un programma comune erano stati più 
allontanati che mai dopo il colpo di stato di Napoleone Bonaparte, 
che toglieva al secondo ogni timore del primo. Dopo il 6 feb- 
braio '53, che fu il colpo di grazia dell' azione mazziniana, non 
solo si allargò 1' abisso fra i due partiti, ma il primo stesso giàj 
poco compatto si disgregò in due correnti, l' una mazziniana,) 
F altra liberale-radicale accettante però la monarchia sabauda. 

Unificata l' Italia, i tre partiti (repubblicano, radicale, mode- 
rato), se cessarono necessariamente di contendere sul metodo min,* 
gliore per fare l' Italia, non cessarono di disputare sul metodo 
migliore di ordinarla, non cessarono di lottare pel trionfo dei 
loro principii politici ; anzi la lotta, passando dal campo prevali 
lentemente della tattica a quello esclusivo dei principii, divennej 
tanto più aspra, tanto più personale, quanto più si faceva eva- 
nescente il ricordo di queir intento nazionale comune, che in 
fondo aveva unito dapprima i tre partiti, quanto più sovratuttc 
gli appetiti del potere, ammantati col nome di principii, si sosti 
tuivano a questi. 

La discesa soltanto del proletariato nell' agone doveva deter 
minare un accordo sostanziale se non formale fra i vari conten 
denti contro il nemico comune, chiudendo così 1' età di transi 
zione politica fra il periodo del Risorgimento e quello attuale. 

In questa evoluzione, in questo atteggiamento variante de 



- 447 — 

partiti italiani, dalla sconfitta di Novara a quella dì Adua, più 
ancora che neir oscurità od incertezza renio di essi, stanno a 
mio avviso lo causo della polemica sui latti più scottanti del Ri- 
sorgimento: prima dell' unificazione la discussione, troppo natu- 
rale, sui fatti del giorno ; dopo di essa V interesse dei vari par- 
titi a dimostrare che quei fatti orano andati in un modo piuttosto 
che in un altro, il proiettarsi cioè della politica piccina del mo- 
mento, per fini di parte quando non per fini personali, sull'epopea 
gigantesca del Risorgimento. 

Ed il moto del 6 febbraio si prestava tanto più alle polemiche 
di parte in quanto il Piolti De Bianchi, che !' aveva diretto, era 
passato nel partito moderato ; e molti di coloro che, sia pure 
riluttanti, vi avevano aderito, abbandonate le teorie e più i me- 
todi mazziniani, sconfessarono la parte avuta in quel moto. Ne 
nasce così che, mentre pel De Castro ad esempio il Piolti De 
Bianchi non è abbastanza elogiato dal Mazzini (1), pel Maj occhi 
tutta la colpa del 6 febbraio anziché sul Piolti De Bianchi, pas- 
sato ai moderati, fu da questi rovesciata sul partito d' azione e 
specialmente sul Cairoli, inviso ai moderati per la sua politica 
francofila (2). Esaminati però al lume d' una critica spassionata 

(1) De Castro: op, cit. p. 410 « Mazzini si lascia al tutto sfuggire questa 
opportunità di rammentare — di che feci anche altrove con pena le meraviglie — 
il tanto faticare e pericolare del suo emissario. Perchè? Duole il dirlo, ma forse 
una parte del perchè è contenuta nelle righe che seguono : « oggi, se non erro, 
deputato (il Piolti), pur sempre onesto e liberale nelle tendenze ». 

(2) Vedine la documentazione nelle pagine seguenti, le ultime quasi delle 
sue Memorie (Ms. pp. 161-164): « Questa digressione da una cronologica espo- 
sizione dei fatti miei causata dal dover riportare lettere pubblicate dallo storico 
Giovanni De Castro onde retti ficarne gli apprezzamenti da esso intercalati a quei 
documenti, valga almeno a stabilire ne' miei lettori la convinzione della assoluta 
irresponsabilità di tutti i politici radicali nelle disgraziate risultanze processuali 
Austriache successive al 6 febbraio, essendoché con vera mia indignazione in 
questi ultimissimi tempi mentre io già stava scrivendo queste mie Memorie e 
precisamente sul periodo del 1853 e 1854 desumeva che i numerosi arresti e 
procedimenti verificatisi per parte dell'autorità militare austriaca che si svolge- 
vano in Mantova erano il prodotto della continuata corrispondenza tra il Mazzini 
e il Piolti De Bianchi ancora dopo che questo erasi fermato in Stradella sul ter- 
ritorio Sardo, e tutto ciò io desumeva dallo stampato delle famose Memorie che 



- 448 — 

che tira conto dei tempi in cui sorsero e delle ragioni co- 
scienti od inconscie che li dettarono, gli opposti giudizi si elidono 
e lungi così dall' intorbidare le acque ne lasciano più chiaro ap- 

il Piolti De Bianchi consegnava al suo cugino Cesare Correnti che la affidava 
al Prefetto della Biblioteca di Brera il quale ne consegnava una copia al Museo 
del Risorgimento, acciocché quando fossero morti tutti quelli che vi sono men- 
zionati, ad eccezione del meschinissimo scrivente, e non potessero quindi pro- 
testare, vedesse la luce questo documento che se non glorifica certo quei due 
concertatori di iniziativa italiana per opera esclusiva di operai, testifica della 
agilità politica di chi dopo aver sfruttata l'occasione di far la parte di esecutore 
principale di una sommossa popolare, di incarico di Mazzini del quale aveva prima 
riscaldato la fantasia con falsissime lettere informative, e dopo essersi messo in salvo ' 
fuori dei confini Austriaci, continua per qualche tempo le mene agitatone entro Mi- 
lano, tanto da sapere arrestati e processati quei pochi che per contatto colla ribel- 
lione in 3° o 4° grado erano tuttora liberi; dopo di tutto ciò chiude il libro dell'azione 
drammatica compiuta, si ecclissa, si pone sotto la protezione e guida del cugino 
Correnti, tenendo irreprensibilmente un modesto posto nella disciplinata emigra- 
zione Lombardo-Veneta sino a quando la battaglia di Magenta gli aperse le 
porte di Milano, dove partecipò sempre alla vita pubblica mediante opera assidua 
in un Comitato che si occupava particolarmente di elezioni amministrative e po- 
litiche, con intendimenti sinceramente liberali, ma tenendosi lontano dai partiti 
estremi, come letteralmente dice il suo apologista Senatore Angelo Bargoni in 
una Appendice che fa seguito alle Memorie del Piolti. 

Delle riflessioni che sorsero tumultuose alla mia mente dalla lettura di queste 
io però voglio ora dispensarmi dallo svolgerle perchè le meditazioni formando 
la parte più utile a mio avviso del mio indice degli avvenimenti presenziati od 
avvenuti nel decorso della mia vita conviene che io mi affretti alla narrazione 
giornaliera dei medesimi in correlazione o in contrasto con quella che ne fecero i 
gli istorici specialmente militari compilatori dei quattro Evangeli che costituì- ] 
scono la base del diritto pubblico esistente oggi in Italia e quanto alle Memorie 
del Piolti De Bianchi citerò soltanto queste testuali sue parole « I primordii. Un 
giorno sul finire dell'estate 1852 venne da Pavia 1' amico dottor Vecchi a dirmi 
che Cairoli e Acerbi dovevano parlarmi di cose importanti, e m'aspettavano 
oltre il confine a Stradella. Acconsentii di buon grado e combinammo sul modo ». 
Ecco la genesi del grosso tafferuglio del 6 febbraio 1853. Un ottimo giovine pa- 
triota milanese di quasi 23 anni, dolente come ogni altro de' suoi concittadini 
di quanto avveniva in Italia per l'efferatezza del governo Austriaco, è chiamato 
sui confini da due giovani esuli pel recentissimo processo di Mantova e dopo 
pochi giorni è in comunicazione diretta con Mazzini, e combinata una discesa di 
questo da Londra, in un lungo abboccamento tenutosi tra loro in Lugano entro 
il mese di Gennaio 1853 fu stabilito e conchiuso il colpo insurrezionale malgrado 



— 441) - 

parire il fondo. E le Memorie del Majocchi infatti, mentre vor- 
rebbero smentire la versione, (Invino così, moderata del 6 feb- 
braio, quella cioè dataci dal Piolti De Bianchi, ne costituiscono 
hi conferma migliore, perchè la versione radicale di tale moto, 



fosse bene assodato che ad esso non annuisse neppure un cittadino all' infuori 
dei supposti congiurati operai, e la colpa però secondo il prelodato Piolti do- 
vrebbe risalire ai due insigni patrioti Cairoti ed Acerbi che sedussero con lusin- 
ghiere e fallaci parole un giovine che per fortuua tosto si ò ravveduto e rimessso 
sulla carriera del partito moderato. 

Che cosa intendesse il Comm. e Prefetto anzi Senatore Bargoni per partiti 
estremi, dai quali il Piolti si teneva sempre lontano dopo la sua conversione, non 
mi riesce di afferrare, se anche il Ministero Cairoli fu segno all' avversione in- 
vincibile del partito al quale si ascrisse invariabilmente il Piolti malgrado che 
nessuno degli Italiani, ad eccezione di Garibaldi, ha dimostrato tanta fedeltà alla 
Monarchia, tanto affetto per la persona del Re, tanto zelo pel mantenimento 
della pubblica quiete ; ma la maggioranza parlamentare e politica degli affaristi 
non divideva V esaltazione patriottica del nome di Cairoli e siccome intanto svi- 
luppavasi nella diplomazia germanica un gran desiderio di separare la nazione 
italiana dalla francese, il partito moderato e reazionario italiano accedendo alla 
triplice alleanza Italo-Austro-Tedesca dovette anzitutto eliminare il Ministero 
Cairoli col quale sarebbe stato impossibile pel governo italiano il solo accenno 
i ad una vita diplomatica che implicasse V alleanza colf Austria. Fu soltanto dopo 
la disparizione completa di tutto ciò che manteneva un sacro orrore per quel 
governo Austriaco che del suo secolare odio per Y Italia darà segni perpetui e 
solenni sia nei rapporti territoriali e di confine, sia nelle dichiarazioni ufficiali 
di ristab.limento del potere temporale del Papa, fu allora soltanto che si potè 
dar di frego a tutte quelle sentimentalità patriottiche di quarantottesca memoria 
che aprendo il varco ad aspirazioni di radicali riforme impediscono la immuta- 
bile stabilità delle istituzioni ossia dello Statuto quale ci veniva elargito da Carlo 
Alberto coir articolo P, fondamento di tutto l'edificio monarchico-costituzionale, 
ostacolo a qualsiasi progresso e dal quale emana la legge delle guarentigie, 
l'Art. V° che accorda alla Corona il diritto di andare ad Abba Carima, a Tripoli 
e dovunque. A queste dolenti meditazioni essendo io trascinato dall' apprendere 
in questi giorni la rinnovazione della Triplice Alleanza Austro-Italica e Germana 
mando un saluto al mio compianto amico Benedetto Cairoli riservandomi di svi- 
lupparne nella ultima parte meditativa di queste pagine il significato e il legame 
colla pietà e riconoscenza verso i martiri infiniti delle lotte del nostro Risorgi- 
mento; ma potendo essere che la brevità del tempo che a me rimane di vita 
non mi consenta di compiere questa idea, espongo ora solamente questi dolenti 
rilievi ». 

27 



- 4oO - 

in esso contenuto, non differisce sostanzialmente eia quella : da 
ciò T importanza della narrazione del Maj occhi, la quale, se non 
dà il materiale per una ricostruzione storica su nuove basi di 
queir episodio, mette al riparo da ulteriori critiche e dubbi uno 
dei fatti più discussi del nostro Risorgimento e permette di 
meglio fissare la parte di responsabilità che di esso spetta agli 
individui ed ai partiti, che vi parteciparono. 

Risulta anzitutto ancor più chiaro da essa che il Piolti De 
Bianchi, patriotta sincero ma timido ed irresoluto, si lasciò in- 
durre per un misto di debolezza e di vanità a rappresentare una 
parte politica, alla quale non era assolutamente adatto, quella di 
tener unite non solo ma di preparare per un moto insurrezio- 
nale le forze mazziniane della capitale lombarda. 

È questa del resto 1' impressione che lo stesso Piolti De 
Bianchi lascia ne\V animo di chi legga le sue Memorie sul moto 
del 6 febbraio. Smarrita, come doveva essere in quelle tragiche 
ore P anima dello scrittore, desioso e timoroso al tempo stesso 
della pugna, è la narrazione di quella giornata (p. 641) : — re- 
spiro di liberazione da un incubo orribile, che da troppo durava, 
sembra la fine di essa, la notizia non eroica ma ingenuamente 
umana di quel lungo sonno ristoratore (p. 642) dopo le ansie, 
dopo la burrasca psichica della giornata : — un senso di sol- 
lievo inesprimibile traspira da quelle parole « alla fine ero li- 
bero » (p. 652), che egli usa dopo aver narrato della successione 
sua nella direzione dei mazziniani, offerta da Ambrogio Ronchi 
e da questo accettata, e dal racconto della sua uscita eia Milano 
dopo tre mesi di nascondiglio in case amiche. 

Risulta in secondo luogo ancor meglio provata dalle mezzi 
smentite del Maj occhi la partecipazione diretta o indiretta dei 
cosiddetti dissidenti a quel moto, e con ciò il carattere nazio- 
nale anziché locale di esso : destinato infatti a scoppiare in Mi- 
lano in seguito alle informazioni troppo lusinghiere dell' ambiente 
popolare milanese, ricevute dal Mazzini, esso doveva integrarsi 
coi preparativi fatti dai patriotti lombardi, veneti, emiliani nelle 
regioni rispettive e diventare così, se vittorioso, il segnale d'al- 
larme d'una riscossa generale, di cui s' erano in precedenza fis-; 
sate le linee direttive ed i centri maggiori. 



- 451 - 

11 consiglio del Medici da Genova « impedite il molo con ogni 
mezzo; se non riuscite ad impedirlo, corcate di rafforzarlo », 
ecco la linea di condotta che seguirono in quell' occasione i dis- 
sidenti, come il Majocchi, e che in fondo era la più logica e la 

più patriottica ad un tempo : aver fatto ciò non fu per essi una 
colpa di cui lavarsi in cospetto della posterità, una volta che il 
successo non coronò i loro ardimenti, ma un merito di cui an- 
dare gloriosi. 

« Il tentativo audace del 6 febbraio 1853 a Milano, che ebbe 
un esito così deplorabile per mancata esecuzione, fu utile o dan- 
noso alla causa nazionale ? » si domanda il già ricordato Cas- 
sola. E con perfetta imparzialità, senza recriminazioni (1), unico 
forse a giudicare al suo giusto valore un tentativo da lui fino 
ali 1 ultimo disapprovato, risponde : « I moderati di tutte le gra- 
dazioni, come già accennai, dopo avere calunniata, esagerata e 
vilipesa con ogni improperio la santa causa degli oppressi, con 

(1) « Così ebbe fine la mia missione, e sebbene l' esito non abbia corrisposto 
alle concepite speranze non. imiterò mai coloro che gettavano addosso a Mazzini 
la croce del Calvario per i tentativi falliti, ma conserverò sempre per lui una 
grande venerazione, ed ho la convinzione che se il fuoco sacro del Risorgimento 
d' Italia non fosse stato alimentato dall' apostolato continuo ed efficace di quel 
grande patriotta, si sarebbe spento prima di dilatarsi, e perciò trovo giustissima 
la raccomandazione che fece un tempo Aurelio Saffi alle madri italiane di inse- 
gnare ai loro figli a pronunciare per primo con venerazione il nome di Giuseppe 
Mazzini come il più grande apostolo del simbolo dell'unità e della libertà 
d'Italia 

Avvezzo ad occuparsi di congiure dall' età di 19 anni in cui fu arrestato per 
la prima volta a Genova e condotto in carcere a Savona, egli viveva all'estero 
in un ambiente diverso da quello del suo luogo nativo, in continua relazione 
con uomini eccezionali, per solito coraggiosi, intraprendenti, e ben spesso mil- 
lantatori che lo ingannavano col fargli credere ad elementi d' azione che non 
esistevano se non in minime proporzioni, e magnificando per conto proprio un'in- 
fluenza che non avevano mai posseduta; e da ciò ne derivano i suoi tentativi 
troppo arditi che non potevano riescire a buon porto, ed avevano per esito il 
sacrificio dei migliori patriotti. Per vero dire però, l'opposizione accanita e le 
calunnie del partito moderato contro Mazzini contribuivano assai a diminuirgli 
il prestigio ed a fare abortire le sue cavalleresche e patriottiche imprese » (Cas- 
sola : op. cit. pp. 87-88J. 



- 452 — 






tanto entusiasmo e sacrifizio sostenuta dai patriotti più attivi 
del nostro Risorgimento, per sfogare la loro bile sempre rigur- 
gitante sopra Mazzini e i suoi aderenti, si ingegnarono con ogni 
sorta di sofismi di oscurarne perfino il sacrificio chiamandolo 
un' aberrazione di gente disperata che produsse, secondo loro, 
effetti disastrosi alla causa della redenzione d' Italia; ma i mo- 
derati ebbero sempre l' abitudine e la smania di sragionare 
quando si tratta dei partiti di colore più vivace dello scialbo tur- 
chino da essi vagheggiato, e se necessitano di sussidi accettano 
a preferenza il connubio bianco e giallo dei clericali ; pronti però 
ad accorrere alla sesta giornata ad afferrare le redini del potere 
quando le audaci imprese del partito d' azione approdano alla vit- 
toria, come avvenne dopo le cinque gloriose giornate di Milano 
e di Brescia nel 1848 e dopo la memoranda epopea dei Mille di 
Marsala nel 1860, e come sarebbe avvenuto nel 1853 se il ten- 
tativo di Milano avesse avuto buon esito. 

Imparzialmente giudicandola però, 1' azione dei Mazziniani in 
queir audace tentativo, sebbene male riuscito, servì potentemente 
a tenere sollevato lo spirito nazionale e a fare conoscere ai po- 
tentati italiani e stranieri che la causa d' Italia non cadeva nel- 
V oblìo e che avrebbe tenuto in agitazione 1' Europa fino alla con- 
sumazione dei secoli se non si provvedeva al suo risorgimento. 

Fa d' uopo quindi concludere che 

anche l'audace tentativo del 6 febbraio 1853 in Milano fu pro- 
ficuo alla causa d' Italia come addentellato agli avvenimenti futuri 
che resero l'Italia libera ed una (1) ». 

Una critica più serena ed imparziale di quella seguita finora 
nel narrare e giudicare il moto del G febbraio '53 non può che 
sottoscrivere a due mani questa conclusione delle Memorie po- 
litiche del Cassola, di cui confermano, a ben saper discernere, la 
verità e V imparzialità la versione accetta ai moderati del Piolti 
De Bianchi e quella antimoderata ma al tempo stesso antimaz- 
ziniana del Maj occhi da me pubblicata. 

Gennaro Mondaini 

[\) Cassola', op. cit. pp. 89-90-91. 



L'ABBOZZO DE' CAPITOLI PER LA LIBERAZIONE DI GUGLIELMO DI MONFERRATO 

PRIGIONIERO NEL CASTELLO DI PAVIA 



Se ancora non è ben chiaro il motivo per cui il conte Fran- 
cesco Sforza, mentre si disponeva a cingere di regolare assedio 
Vigevano (1), fece arrestare in Pavia e tradurre segretamente in 
quel famoso castello l'ex suo capitano Guglielmo eli Monferrato; 
chiarissimo invece appare quello che, più tardi, determinò il no- 
vello duca a ridonargli la sospirata libertà : la conquista di Ales- 
sandria e del suo territorio (2). Benvenuto da San Giorgio ha 
già fatto conoscere, pubblicandoli in esteso, i capitoli conchiusi 
al riguardo tra lo Sforza e il marchese Guglielmo, addì 9 maggio 
1450 in Lodi (3). Ma qualche cosa di più importante abbiamo noi 
rinvenuto nell'Archivio di Stato di Milano, alla sede « Trattati, 
1428-1453 »; e siccome, per molti motivi, ci sembra di aver tra 
mani la bozza o minuta de' capitoli stessi, preparata dalla can- 
celleria sforzesca e, quel che più monta, con una datazione e di- 
' zione alquanto diverse dalle già note ; così crediamo utile farla 
conoscere agli studiosi di cose lombarde e piemontesi. 

È ammesso comunemente, e noi T abbiamo più sopra avver- 
tito in precedenza, che il 9 maggio 1450 furono conchiusi e fir- 
mati in Lodi i capitoli per la liberazione di Guglielmo di Mon- 

(1) Cfr. il mio lavoro : Vigev. ael Repub. Ambr. nella lotta contro Francesco 
Sforza, in questo Bollettino, III, 1903, pp. 18-19. 

(2) Cfr. 1' altro mio lavoro : L" ingresso di Francesco Sforza in Milano e 
V inizio di un nuovo principato, in Arch. Stor. Lomb., XXXII, 1905, II, 
pp. 66-68: 

(3) Benven. da S. Giorgio, Hist. Mohtisf., R. 1. SS., XXIII, pp. 727-29; ed 
a parte, sotto il titolo di Cronica, Torino, 1780, pp. 339-41. 



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ferrato. Tale data si riscontra pure in un estratto de' sopradetti 
capitoli, che si conserva, insieme con la nostra minuta, all'Ar- 
chivio citato; ma è bene osservare che 1' estratto in questione non 
appare punto essere derivato dalla minuta stessa (1). La quale 
invece porta, in modo chiaro e tale da non suscitar dubbii, il 
giorno 8 maggio 1450. Se questa circostanza non è per anco 
sufficiente a far riconoscere, nella minuta oggetto ora del nostro 
studio, il carattere di priorità rispetto all' atto definitivo, di cui 
con buon fondamento, e sino a prova contraria, è da ritenersi 
siasi servito il San Giorgio per la sua edizione ( k 2); in mancanza 
di questo (che pare definitivamente perduto), noi abbiamo già 
altrove conchiuso con 1' ammettere quale più probabile la data 
dell' 8 maggio 1450 (3\ 

Ma v' ha di più, a sostegno della tesi che la minuta, esistente 
neir Archivio milanese, sia il vero substrato dell' atto, rogato 
poscia in Lodi dal notaio Eusebio Guiscardi 1' 8 maggio, e rati- 
ficato ivi il 26 successivo dai notai B. Bianchi e T. Bracco (4). 
Oltre alla scrittura, che é la solita corsiva cancelleresca del quat- 
trocento, si devono tener presenti le molte correzioni e aggiunte, 
che vi si trovano e in margine e nel contesto, forse suggerite dal 
duca stesso ; l'omissione de' capitoli 7° ed 8°, che poscia ricom- 
paiono nel San Giorgio completamente modificati, o meglio sosti- 
tuiti con due altri nuovi al posto dell' 8° (già 10°); 1' indicazione 

(1) E I 1 estratto dpi 7.° capitolo (ex 9°); e chi lo fece aggiunge in fine: « Ita 
« scriptum reperitili- et eoe originali dictorum Capitulorum subscriptorum manu 
« propria, et Sigillatorum proprio Sigillo prefati Illust.mi dominj Ducis, hic fide- 
« liter transcripsi ego Eusebius prefati lllust. dominj Marchionis Cancellarmi!- ». 

(2) L' incipit e 1' eoeplieit, ove si tolga la differenza del giorno (die nono, 
anziché octavo mensis maij), sono identici a quelli della nostra minuta ; ma dal 
complesso risulta che il San Giorgio ebbe presente un altro testo. 

(3) Cfr. mio lavoro cit. : V ingresso di Francesco Sforza etc, loc. cit. 

(4) Dal racconto del San Giorgio non si capisce bene se V istrumento di ra- 
tifica, ricevuto da' notai Battista Bianchi e Tommaso Bracco, sia una cosa stessa, 
o una parte almeno, de 1 capitoli che pubblica ; notisi però che i testi, ricordati 
quali presenti all' atto del 26 maggio, ad eccezione del primo, non sono i me- 
desimi di quelli che intervennero all' atto, forse ricevuto da' notai stessi, dell' 8 
(o 9) maggio. 



455 



chiara delle firme del duca e del marchese, corroborate dei rispet- 
tivi sigilli, da apporsi nell'atto definitivo e originale; la nomina dei 
testi, che dovranno presenziare la compilazione dell'atto stesso (l . 
11 quale, so ebbe altre modifiche, non sappiamo, quantunque ce Io 
autorizzi a credere la dizione lasciata dal San Giorgio. Ad ogni 
modo è bene che anche 1' abbozzo primitivo sia finalmente cono- 
sciuto. E noi lo pubblichiamo nella sua forma genuina, aggiun- 
gendo in nota non solo le varianti principali e più notevoli del 
San Giorgio iS. G.), ma anche quelle parti che, dietro ordine 
certo del duca, vennero modificate o cancellate addirittura nella 
prima bozza, avanti che questa fosse presentata ai notai per la 
redazione ultima e solenne, e per la ratifica. 

Alessandro Colombo. 



Capitoli e convenzioni tra il duca di Milano e Guglielmo di Monferrato 

[Lodi, 8 maggio 1450). 

[Arch. di St. di Mil., Trattati, ì428-53\ 

In dei nomine, amen. Anno natiuitatis eiusdem Millesimo quadrili- 
gentesimo quinquagesimo. In Ciuitate Laude, die octauo mensis maij. 

Questi sonno Capituli, Pacti et Conuentione facti, praticati, fer- 
mati et conclusi fra lo Ill.mo et Ex.mo Sig.re Franciscosforza Ve- 
sconte, ducha de Milano etc. da vna parte, Et lo 111. S. Gullielmo del 
Monferato, da l'altra parte (2). 

Imprimis, Lo prefato 111. S. Gullielmo promete al prefato Ill.mo 

(1) Eccone i nomi: Giovanni Cossa di Napoli, Angelo Acciaioli e Boccaccino 
de Alemanni di Firenze, e il segretario del duca Angelo Simonetta di Policastro. 

(2) abbiamo già ricordato che il S. G. serive : « die nono », anziché « octauo 
mensis maij »; qui poi aggiunge: « modo et forma ut infra, videlicet etc. ». 
Nella nostra min., invece, le tre ultime parole sono scritte in sopralinea, al 
posto delle seguenti, cancellate con un tratto di penna : « Receuente et stipu- 
« lante jn suo nome proprio, et in nome et Vice dello 111. Sig.re Iohanne Mar- 
« chexe de Monfera, suo fratello, et del Reuerendo jn christo patre misser theo- 
« doro, sedis apostolice protonotario, et lo M.co Sig.re Bonifacio, suoy fratelli, 
« modo et forma vt infra, videlicet ». 



- 450 - 

Sig.re ducha de Milano, che ad ogni suo piacere, volunta et termine 
remettera, transferira, darà, concederà nelle inane, arbitrio et possanza 
d'esso Ill.mo Sig.re ducha, o de chi alla soa Ex.tia piacerà, la citta 
de alexandria, La terra del Fricharolo, la terra del Castellazo, La terra 
de Sacedo, la terra de Cassine, la terra de Vuylare (1), la terra de 
Solerò, la terra de filiciano, la terre de Quattuordeci, La terra de An- 
noilo, La terra de Refrancoro, El loco de Bazaluzo, El loco de Ciriolo, 
El loco de Gambalero cura Burgorato (2). 

IT. Item, promette El dicto S. Gullielmo al prefato Ill.mo Sig.re 
Ducha de fare et curare, cura Effecto ch'el 111. S. Marchexe de Mon- 
ferato suo fratello darà, transferira et consignara, erTectualiter (3), al 
prefato Ill.mo Sig.re Ducha li lochi (4), che al presente ha, tene o 
possedè de Alexandrina, ciò e Lo Boscho, Quargnetto, Pauone, Lo 
Fraschette Et così (5) restituera esso s. Marchese, et anche el s. Gul- 
lielmo, jntegramente, tucti et singuli feudi, (6) che teniua o possediua 
Lo Ill.mo Sig.re quondam Filippomaria, Ducha de Milano, o altri jn 
suo nome, quali dappoi la soa morte siano stati (7) al S. Gullielmo con- 

(1) S. G.: « Vvelia ». Avvertasi che egli omette sempre le parole : « la terra 
de », scrivendo solo in principio: « le terre di [Fricarolo, Castellalo, etc] », 

(2) Seguono, nella nostra min., inquadrate, le seguenti parole : « Et cosi 
« tucti li altri lochi de alexandrina, con tucte roche, forteze, jurisdictione et 
« raxone della dieta cita, et terre, et de ciaschaduna d'esse, et ogni altra cosa 
« dependente da esse, et soe pertinencie, le quale al presente esso Sig.re Gullielmo 
« tene o possedè per qualunque modo, via, rasone o casone ». Tali parole sono 
edite in S. G. 

(3) S. G.: « effettualmente ». 

(4) S. G.; « i luoghi e terre ». 

(5) In sopralinea, nella nostra min. — S. G. omette le parole che seguono: 
« s. Marchese et anche el ». — Notisi ancora che, nella nostra min., le parole 
da « esso » a « Gullielmo » sono scritte in margine. 

(6) In sopralinea, nella nostra min., in luogo di: « terre et lochi ». — S. G. 
legge quindi : « i quali dopo la morte del prefato duca Filippo sono stati al 
Sig. Gulielmo etc. ». 

(7) Di qui alla fine del capitolo, in margine, nella nostra min.; tali parole 
furono sostituite alle seguenti, inquadrate nel testo e quindi da considerarsi 
come cancellate: « tolti, occupati o appresi per li prefati 111. Sig. ri Marchexe et 
« Sig.re Gullielmo. Et che ogni raxone et jurisdictione o stato hauessero acqui- 
« stato Li prefati III. Sig.re Marchexe et Sig.re Gullielmo, da poi la morte d'esso 
« Ill.mo quondam Ducha Filippo, de cose spectauano ad Esso quondam Ducha 
« Filippo nel tempo della soa morte, le reponeranno nel primo stato, condicione 



157 



cessi per esso S. duca Frane", desobligandoli de ogni obligacione gli 
battessero facta, per qualunque modo et l'orma, ad esso S. Q-ullielino fi . 

III. Item, promette El dicto Sig.re G-ullielmo al profato 111. ino 
re Dnclia Francisco, che, liberato ch'el sia del Castello do Pania, 
non se partera del Territorio, Tenimento et Iurisdictione dello TU. 
S, Marchexe de monferrato suo fratello, o uero de Milano, o uero del 
territorio et Iurisdictione d'esso Ill.mo Sig.re Ducha Francischo, co- 
menzando dal dì del dato delli presenti capituli (2) fino ad sey mesi 
proximi ad uenire ; non tractara ne perpetrara cosa alcuua contra el 
stato et persona d'esso Ill.mo Sig.re Ducha, ne se aconzara ne pi- 
gliara partito alcuno cum alcuno jnimico d'esso Ill.mo Sig.re Ducha, 
durante El soprascripto termine de vno anno (3), et inde vltra vsque 
ad vnuni annuni (4), senza saputa, consentimento et uolunta d'esso 
111. ino Sig.re Ducha. 

IIII. Item, promecte el prefato S. Grullielmo al prefato Ill.mo Sig.re 
Dacha, che, exequite saranno et mandate ad effecto tucte le cose so- 
prascripte (5), ratificara tucte le diete cose per nouo jnstrumento, ad 
senno del sauio d'esso S. duca. 

V. Et uice uersa, El prefato Ill.mo Sig.re ducha promette al pre- 
fato III. S.re Gullielmo, che, subito che hauera soa Ex. a , ouero altri 

« et grado, che erano nel tempo della dieta morte, trasferendole Et conceden- 
« dole allo presente Ill.mo Sig.re Ducha Francesco. Et faranno ogni opera pos- 
« Sibile che sia exequito, con Effecto vt supra. ». 

(1) S. G. aggiunge: « restituendogli e lasciandogli nel grado e stato ch'erano, 
quando tolse la fedeltà ed obbligazione da loro : e questo medesimo de' feudi 
s' intende nel capitolo di sopra : eccettuandone però Bernardo di Macro per 
Rifrancorio ». 

(2) Nella nostra min. sono messe in margine le sette parole seguenti ; così 
pure trovasi "in margine la frase, che precede di qualche riga : « o uero de 
Milano ». — S. G., mentre pospone la frase: « comenzando... capituli » alla 
parola « ad uenire » ; aggiunge : « et deinde ultra usque ad annum unum [non 
tracterà etc] ». 

(3) In margine, nella nostra min., le parole « vno anno », al posto di un 
precedente « decedotto » (= 18), cancellato. 

(4) Aggiunta marginale nella solita min., S. G. la omette. 

(5) Seguivano, nella nostra min., le parole, poscia inquadrate e quindi 
omesse ned' orig.: « o prefato 111. Sig.re Marchexe, et Esso Sig.re Gullielmo, 
« e^lo Reuerendo misser theodoro pronotario, et Lo Sig.re Bonifacio suoi fra- 
« telli ratificarano le predicte cose, Et faranc nouo jnstrumento, ad ogni pe- 
« ticione et termine, et ad seno d'esso Ill.mo Sig.re Ducha ». 



158 



jn suo nome, receuuta la possessione et corporale tenuta de Alexar 
dria (1) cum le forteze sue (2;, relassera esso S. Gullielmo del Ca 
stello de pauia. Et metteralo jn soa pristina liberta 3); e ch'el uadti 
ad Milano ad stare li, finche sarano consigliate tucte le altre terrj 
et luochi, nominate in lo p.° et 2." capitulo (4). Et da poy facfciL 
diete executioni (5), possa andare, (6), stare, praticare et conuersar 
jn Monferato. Et per tucto el territorio et dominio del 111. S.re Mai| 
chexe suo fratello. Et così etiam ad Milano, et per tucto lo territorii 
et dominio desso Ill.mo S. (7) Duca, liberamente et senza alcuna ex 
ceptione et contradictione, corno sarà de soo piacere, obseruandosi 
per[h]o per esso 111. S. Gullielmo quanto per esso e promesso nel su 
prascripto tercio Capitulo (8). 

VI. Item, uole et promette Lo prefato Ill.mo S. ducha, ch'el dict< 
S. missere (9) Gullielmo habbia ogni anno, suso (10) le jntrade de sor 
Ex. a de pauia o milano, ducati doa millia d'oro, per Compensaciont 

(1) Seguono, nella min., cancellate le parole: « et delle altre terre et loch 
et [forteze sue...] »; ecco perchè il « cum le » seguente è messo in sopralinea.- 
S. G. aggiunge : « Bosco, Fregarolo, Castellacio, Annono e Felizzano [con 1 
fortezze...] »; le quali parole si trovano pure in margine alla nostra min., cosi 
«... frogarolo.... [s]tellacio.... nono et felizano ». 

(2) In sopralinea ; quindi leggevasi, nella nostra min.: « secundo se conuen 
« jn lo primo et secundo capituli, liberara et [relassera...]. — S. G. aggiungi 
« invece : « e che il detto signor Guglielmo abbia rimesso il luogo di Cassili' 
« in quel grado che lo trovò quando V ebbe, [rilascerà etc] »; le quali parol 
appunto si leggono, un pò 1 monche, in margine alla nostra min.: «... cassini 
« lassi (=: lasci) iti quello grado, ch'el dicto s. Gullielmo che la trouo, quandi 
« l'ebbe ». 

(3) Le parole che seguono, fino al punto, sono scritte in margine nel!; 
min. da noi studiata; avvertasi che dof o « luochi » erasi prima scritto : « com< 
« se contene in lo primo et s[ecund]o capitulo ». 

(4) S. G. pone qui una virgola, e continua : « e dopo facte le dette... » 
Nel periodo che precede, invece della frase: « stare lì », scrive: « stare ap- 
« presso ad esso Signor duca [finche...] ». 

(5) Anche queste parole sono in margine, nella solita min. ; precede a 
« possa » un « che » cancellato. 

(6) Segue, nella min,, cancellato : « jn Milano ». 

(7) S. G.: omesso, a cominciare da: « Marchexe ». 

(8) S. G.: segue : « nel termine di mesi dieciotto ». 

(9) S. G.: omesso. 

(10) S. G.: « sopra ». 



— 459 - 

dello jntrate de Alexandria, quousque (1) gli sarà dato in cambio (2) 
equiualente jntrata, quale jntrata habia in tri termini per anno. 

' ' (3) 

VII [Villi ]. Item, per rispecto (4; Li Cittadini de alexandria, et 
cusi li nomini delli altri lochi, che al presente tene esso S. Gullielmo, 
se sonno dati al dicto S. Gullielmo de uoluntade dello 5) 111. S. Ducha 
de Milano, promette La S.ria soa sempre hauerli (6) per ricummen- 
dati. Et che gli (7) confirmara (8) li capituli, conuencione et pacti, 
ch'el dicto S. Gullielmo gli ha facto et concesso (9), ciò e quelli gli 
parerann > honesti. Et che per rispecto del dicto S. Gullielmo sempre 
gli (10) farà ogni bon tractamento. 

Et similiter, siano obseruati li (11) capituli facti per lo (12) S. Mar- 
ti) S. G.: « finché ». 

(2) S. G.: « contraceambio » ; quindi mette un (;) dopo equivalente, e con- 
tinua : « la [quale jntrata...] ». 

(3) I capp. 7.° e 8.° pare siano stati cancellati nella nostra min.; il S. G. 
infatti passa al 9.°, che diventa per tal modo il 7.° Eccoli ad ogni modo : 

« VII. ltem, e contento et Vole, ch'el S. Bonifacio habbia dalla soa Sig.ria 
« jn tempo de pace lance cento, et in tempo de Guerra docento, con le quale 
« seruira alla S.ria soa bene et fidelmente, liberamente et senza exceptione al- 
« cuna. Et ad maiore fede et obseruancia delle cose soprascripte et jnfrascripte, 
« dicto S. Bonifacio ha soctoscripti li presenti capitoli de soa propria mano. 

« Vili. Item, promette Lo prefato Ul.mo S. Ducha, che sempre hauera per 
« ricumendata la casa de Monferrato, et ad soa possanza deffendera lo 111. 
« S. Marchexe et lo stato suo contra ciascuno gli uolesse offendere o fare jniuria. 
« Et così versa vici sia tenuto esso 111. S. Marchexe ad fare verso Io prefato 
« III. S. ducha de Milano et suo stato. Non preiudicando per questo alli capituli 
« et conuencioni della pace, quali esso Ill.mo S. Ducha de Milano {in sopralinea) 
« ha cum lo 111. S. ducha de Sauoya. Et similiter, Esso 111. S. Marchexe non 
c< se jntenda per questo contrafare alle obligatione ha cum lo prefato 111. S. ducha 
,« de Sauoya ». 

(4) S. G. aggiunge : « che ». 

(5) S. G.: « di volontà di esso [111. etc] ». 

(6) S. G.: « di averli sempre ». 

(7) S. G.: omesso. 

(8) S. G. aggiunge : « loro ». m 

(9) S. G. di qui sino al punto omette, continuando: « e che... ». 

(10) S. G.:) omesso, aggiungendo dopo la parola seguente : « ad essi ». 

(11) S. G.: « E similmente esso signor duca osserverà i [capitoli...] ». 

(12) S. G. aggiunge : « illustre »• 



- 400 - 

chese ale terre diete, supra quale, per uigore deli presenti capituli, 
la S. soa (1) restituisce al s. duca (2) , jntendendo quelli siano 
honesti. 

YIII[X]. Item, promecte lo prefato 111. S. ducha, che ratificara Et 
Ex nunc ratifica certe donacione, che ha facto lo 111. S. Gullielmo de 
certi beni de Rebelli, che erano facri rebelli jn Alexandria, jnfino al 
tempo della bona memoria del Ill.mo S. Filippomaria quondam ducha 
de Milano, ciò e quelle gli pareranno juste et honeste. 

Le quale tucte et singule cose, suprascripte l'ima parte et l'altra 
ad jnuicem et reciproce, hanno (3) promesso et promettono de atten- 
dere et obseruare (4) jnuiolabile, senza alcuna Exceptione, cauilla- 
cione o contesa et varia jnterpretacione, sub fide et verbo legalium (5) 
principum et dominorum. Rinunciando expresse (6) esse parte (7j ad 
ogni scriptura (8), che in contrario fosse, presertim esso (9) S. Gul- 
lielmo ad ogni capitulo et racione, che per qualunque modo haues- 
sero (IO) jn alexandria et Alexandrino, et nelli altri lochi et terre, 
contente nello primo et secundo capituli de sopra, quale per alcuno 
modo potessero alli presenti capituli obstare et derogare. Et ad ma- 
lore cautela et fermeza delle soprascripte cose, essi Ill.mo S. Ducha 
et S. Gullielmo hanno sotoscripto li presenti capituli de loro propria 
mano, Et facto sigillare delli loro consueti sigilli, Anno die et mense 
suprascriptis, presentibus M.cis Viris Dominis Iohanne cossa de nea- 
poli, Angelo de azaiolis de Florencia, Milite Boccacino de Alamannis 
de Florencia, et Angelo Simonetta de pollicastro, prelibati 111. mi Do- 
mini Ducis Secretarlo et Consiliario, testibus ad predicta habitis et 
Vocatis. 

(1) S. G.: omesse le tre ultime parole. 

(2) S. G.: « all'ili. mo sig. duca di Milano ». Omette le parole seguenti; 
e, al posto del cap. seg., aggiunge due altri, i quali non hanno a che vedere 
col 7.° e 8.°, riportati da noi in nota. 

(3) Scritto in sopralinea, nella nostra min. 

(4) S. G. aggiunge: « bona fide, pure et simpliciter ac [inviolabiliter...] ». 

(5) Seguiva, nella nostra min., un « dominorum », cancellato. 

(6) S. G.: « espressamente ». 

(7) S. G. aggiunge: « vigore presenti ». 

(8) S. G. aggiunge: « ed ogni altra cosa ». 

(9) Nella nostra min. trovansi, in sopralinea, le due ultime parole, al posto 
delle seguenti, cancellate : « presen tim essi S.ri Marchexe et [S. Gull. etc.J ». 

(10) S. G.: « avesse », riferito a Guglielmo. 



LA REAZIONE CATTOLICA A MILANO 



co 



INTRODUZIONE 



Della riforma e controriforma in generale. 

L'associazione cristiana sorta in mezzo alla plebe di Roma, fra 
i discendenti di quella plebe che molti secoli innanzi s' era riti- 
rata sull' Aventino per muovere guerra al patriziato, tenne fede 
ai suoi principi di democrazia sociale, sino a che nel suo seno 
accolse l' elemento umile delle classi inferiori la cui vita era 
consacrata alla religione del lavoro e del dolore. Ma la formula 
cristiana che sanciva la separazione della Chiesa dallo Stato, unica 
e sicura garanzia delle sue tradizioni popolari e che imperniava 
quei due forti istituti sopra due poli diametralmente opposti, 
venne sempre più attenuandosi col crescente accostarsi della 
Chiesa allo Stato ossia alle classi dei ricchi, sicché quei due poli 
reciprocamente attratti per reciproco interesse, finirono quasi per 
confondersi insieme quando, pubblicatosi con Costantino il famoso 
editto di tolleranza, il cristianesimo potè avviarsi a divenire re- 
ligione ufficiale e i ricchi e gli uomini di governo trovarono 
nella Chiesa una nuova e cospicua sede che, mettendoli più cli- 

(1) Ringrazio il D.r Ettore Verga che mi fu guida cortese nella ricerca di 
documenti all'Archivio Storico Civico Milanese in cui disimpegna, con largo pro- 
li to per la storia milanese, l'ufficio di direttore. 



- 462 — 



rettamente a contatto colle forzo popolari, consolidava il loro 
dominio. 

Cosi la Chiesa, obesi era votata al conforto delle masse, pro- 
tese entro la sfera dei rapporti politici quelle ragioni di dominio 
che aveva ristrette al mondo spirituale e, poiché 1' unica base 
del diritto pubblico era il possesso fondiario, entrò nel concerto 
dell'economia feudale e divenne organismo politico gerarchica- 
mente costituito. Il momento in cui la Chiesa, staccatasi quasi 
dal corpo dei credenti fatti suoi sudditi e tributari, pose la sua 
sovranità sopra un lembo di terra, promosse da una parte una 
nuova letteratura rivolta a giustificare il nuovo diritto di proprietà 
della Chiesa ed a riaffermare il novello carattere temporale di essa, 
con teorie che, anticipando i futuri dogmi, facevano risiedere 
nei rapporti fra V uomo e Dio la base dei sistemi politici e delle 
relazioni sociali ; dall' altra, provocò il movimento eretico, per lo 
più sintomo di un bisogno sociale e lotta d'indole economica in 
veste religiosa, contro la Chiesa che aveva tradito la sua mis- 
sione popolare per allearsi coli' aristocrazia fondiaria. Di fronte 
alla Chiesa, potere temporale, tutti gli ordini monastici della fine 
del Medioevo (francescani, gioachiti ecc.) erettisi a forma auto- 
noma, gelosamente custodivano entro le mura dei sacri chiostri 
le tradizioni comunistiche del cristianesimo genuino, e colla pro- 
fezia, colla predicazione e con ogni altro mezzo di propaganda 
gettavano nella società degli umili il lievito di rivoluzioni popo- 
lari coeve ad ogni mutamento della forma economica, quali ve- 
diamo dopo il secolo XII in seguito al primo trapasso dell' eco- 
nomia agraria ad economia industriale, che sommuove le classi 
lavoratrici e le porta a combattere, spinti dall' ideale francescano, 
aristocrazia e clero, nemici comuni. 

Questi grandi movimenti contro il cattolicismo battezzati dalla 
Chiesa (filali eretici mentre la civiltà contemporanea li chiama agi- 
tazioni di libertà e rivendicazioni di diritti, acquistarono sempre 
maggior espansione ed intensità quan'o più la Chiesa, approfit- 
tando dell'anarchia medievale, si rafforzava sotto il duplice aspetto 
economico e politico a danno del potere laico, e, può dirsi, cul- 
minarono e si integrarono in quel vasto rivolgimento che prese 



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nome di riforma protestante. Como la marca che percorre tutto 
t'occano e tutte le acque rimescola assieme, cosi la rivoluzione 
protestante penetra in tutte le classi, sconvolge tutti gli elementi 
sociali, passa dalle campagne incolie allo città più popolose e 
commuove tutta la vita dei grandi stati d' Europa, che stavano 
allora per uscire da una travagliosa lotta di nazionalità. 

Quali erano i fattori di un rivolgimento sì complesso ? Può 
bastare la voce di singoli predicatori errabondi per le città ger- 
maniche a scuotere tante forze contrarie e disparate, oppure quelle 
voci rappresentavano F esponente cF una somma di interessi che, 
riposando sopra un largo consentimento, da tempo si agitavano 
in cerca d' equilibrio e d'un assetto definitivo ? 

Questa rivolta era solo una protesta morale od una protesta po- 
litica ed economica insieme ? Nessuna questione è forse pi